Le guerre indiane dal 1680 al 1840 – 11

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19.


I POTENTI CREEK

C’era un’alleanza che premeva particolarmente a Tecumseh, prima di imbarcarsi in una guerra contro gli Americani: quella con i Creek, la più potente tribù del gruppo linguistico muskogee.
Per questo, aveva fatto tutte le raccomandazioni possibili ai suoi guerrieri, partendo poi verso il Sud-Est insieme a Tenskwatawa. Quest’ultimo, però, si trattenne per poco tempo insieme al fratello, dovendo ritornare a Tippecanoe, che era rimasta temporaneamente senza una guida politico-militare.
Il territorio dei Creek, in Georgia e Alabama orientale, confinava a nord con quello dei Cherokee, a sud con i Choctaw e a sud-est con i Seminole. Questi popoli, insieme ai Chickasaw, avevano tutti la medesima matrice etnico-linguistica e sarebbero stati anche definiti dagli Americani come le Cinque Tribù Civilizzate.
In realtà i Creek, nome dato dai coloni della Carolina agli Indiani stanziati lungo l’Ochisee Creek, costituivano una sorta di federazione, della quale facevano parte numerose sottotribù: Alabama, Koasati, Muklasa, Tawasa, Pawotki e Tuskegee. A questo gruppo, chiamato genericamente dei Creek del Nord, si erano aggiunte da tempo bande di Shawnee e Yamassee. I Creek del Sud raggruppavano invece Apalachicola, Okmulgee, Sawokli, Kiaha, Osochi, Hitichiti e Yuchi.
Il ramo settentrionale occupava di preferenza la regione bagnata dai fiumi Coosa e Tallapoosa, quello meridionale il basso corso del Chattahuoochee e l’Ocheese Creek.
Secondo le stime fornite da vari agenti indiani del governo, al tempo del viaggio di Tecumseh i Creek dovevano essere più di 25.000, i Cherokee poco di meno, i Choctaw 15.000, i Chickasaw e i Seminole complessivamente 12.000. Ovvio dunque che Tecumseh considerasse indispensabile l’appoggio di tutte queste tribù, che con il loro numero avrebbero contribuito notevolmente alla costituzione dello Stato Indiano da lui vagheggiato. Parimenti, il governatore Harrison si rendeva conto della difficoltà di mandare in fumo il progetto del condottiero shawnee, se questi fosse riuscito ad aggiungere ai 1.000 guerrieri di Tippecanoe una forza che, soltanto fra i Creek, era valutabile in 5.000 combattenti.
La situazione era delicata anche perché gli Stati Uniti non nascondevano le loro mire sui possedimenti spagnoli della Florida e stavano cercando un pretesto per invadere la penisola. Intanto, però, gli Americani dovevano guardarsi a nord dagli Inglesi, dei quali i Creek erano dichiaratamente sostenitori: in caso di conflitto con il Canada, i coloni di Washington si sarebbero dovuti difendere, oltre che dall’esercito britannico, dalle tribù che lo avevano sempre appoggiato, fra le quali appunto la confederazione promossa da Tecumseh.


I Creek

La visita del grande leader nell’ottobre 1811 non ottenne tuttavia l’adesione corale che egli aveva auspicato.
Nonostante che migliaia di Creek fossero accorsi al suo richiamo e l’avessero ascoltato con grande attenzione nel villaggio di Hickory Ground, alla confluenza dei fiumi Tallapoosa e Coosa, l’intervento del colonnello Benjamin Hawkins, il loro agente governativo, convinse la maggior parte di essi ad astenersi dallo stipulare patti con le tribù del nord. Tenskwatawa riuscì invece ad attirare dalla sua parte gli sciamani della tribù, annunciando alla gente convenuta in quel luogo che presto il Grande Spirito avrebbe dato un chiaro segnale di condivisione alla lotta dei Pellirosse contro l’uomo bianco. In realtà lo scaltro stregone era venuto a sapere da amici inglesi che presto sarebbe apparsa una cometa nel cielo e non aveva esitato a servirsene per le sue finalità.
Un’altra strana, favorevole coincidenza volle pure che, alla minaccia pronunciata da Tecumseh di “far tremare la terra con il proprio tallone” seguisse, mentre era sulla via del ritorno, un terremoto che scosse molte aree dell’Alabama. Ma sui terrorizzati Creek ebbe ancora una volta il sopravvento l’influenza di Hawkins, che li manovrò abilmente, convincendo la maggioranza ad usare prudenza e a diffidare delle pericolose illusioni di Tecumseh.
In conclusione, l’appoggio che derivò da questa visita al capo degli Shawnee fu soltanto quello di una parte della tribù.
Prima che i Creek potessero inviare i loro guerrieri a Tecumseh, Harrison aveva già schierato le sue truppe dinanzi al villaggio di Tippecanoe.
Ciò non impedì comunque che un capo meticcio di nome William Weatherford, condottiero della fazione dei Bastoni Rossi, prendesse le armi per scatenare una nuova, sanguinosa guerra contro gli Americani invasori.
La lunga lista di condottieri passati alla storia per avere cercato di spezzare le catene dell’uomo bianco – Opechancanough, Metacomet, Popè, Pontiac, Piccola Tartaruga, Tecumseh e molti altri di minor fama – era destinata ad allungarsi senza fine.

TIPPECANOE

Il 26 settembre 1811 l’esercito di Harrison lasciò Vincennes e mosse alla volta di Tippecanoe, la Città del Profeta. Dalle forze messe in campo dal governatore militare dell’Indiana, si poteva senz’altro dedurre che l’intenzione fosse quella di distruggere la nascente capitale dello Stato Indiano ancora in embrione.
Ai 250 soldati del Quarto Fanteria e 270 dragoni a cavallo del colonnello John P. Boyd, si erano aggiunti infatti parecchi miliziani: 480 volontari diretti dal tenente colonnello Joseph Bartholomew e dal capitano Spier Spencer, reclutati nell’Indiana, 120 del Kentucky guidati da Joseph H. Davies e molti altri civili addetti alla sussistenza. Complessivamente, l’armata di Harrison, che era sprovvista di artiglieria, poteva contare su oltre 1.100 uomini bene armati. Ma lo scontro decisivo con gli Indiani sarebbe avvenuto oltre di un mese dopo, perché il governatore intendeva creare almeno una base sul suo cammino, prima di sferrare l’attacco. Avviata la costruzione di un avamposto vicino a Terre Haute, dove venne lasciato un presidio, la spedizione seguì il fiume Wabash puntando su Tippecanoe, per accamparsi nelle sue vicinanze il 6 novembre.
Allarmato dall’arrivo di forze tanto ingenti, Tenskwatawa cercò di tergiversare, per dar modo ai propri guerrieri di organizzarsi. In realtà disponeva sì e no di 470 uomini e l’ennesima raccomandazione di suo fratello Tecumseh era stata di non accettare battaglia con gli Americani per alcun motivo. Il grosso delle sue forze era costituito da Shawnee, Kickapoo e Winnebago, con l’aggiunta di piccoli contingenti di Ojibwa, Ottawa e Wyandot. Mentre i primi, in assenza di Tecumseh, erano sotto la direzione di Tenskwatawa, le altre due tribù principali obbedivano agli ordini di Mengoatowa e Waweapakoosa, ma non era stato ancora istituito un vero comando unificato. Occorreva prioritariamente acquisire l’appoggio dei Creek e di altre tribù, ma soprattutto garantirsi il sostegno degli Inglesi. Infatti il leader era pienamente consapevole che un esercito di irregolari, appartenenti a tribù diverse e numericamente ancora esiguo, non avrebbe potuto sostenere l’urto di truppe ben addestrate e armate come quelle degli Stati Uniti.


La battaglia di Tippecanoe

Sebbene fosse prevedibile un’imminente apertura delle ostilità con gli Americani, l’appoggio dato dal Canada britannico agli Indiani somigliava più ad una manifestazione di solidarietà che ad un concreto appoggio militare. Se si escludono piccole partite di armi da fuoco e alcuni barili di polvere da sparo, gli Inglesi non avevano elargito altro che parole alla causa di Tecumseh, sottovalutando l’enorme contributo che la sua guerriglia avrebbe offerto loro una volta entrati in guerra con gli Stati Uniti. Infatti, gli indiani sarebbero stati in grado di saccheggiare e devastare le retrovie americane, spianando la strada ad un’eventuale invasione canadese.
Perciò, Tenskwatawa si trovò a dover gestire una situazione tanto imprevista quanto insostenibile, che d’altronde richiedeva una decisione drastica e immediata. Se avesse atteso, era più che sicuro dell’attacco a sorpresa al suo villaggio, con conseguenze sicuramente rovinose. Il Profeta scelse allora la strada del negoziato, sperando di ingannare l’avversario per sorprenderlo di notte con una sortita, ma Harrison, che era piuttosto scaltro, non abboccò facilmente e ordinò ai suoi uomini accampati di disporsi intorno alle tende in duplice fila, pronti a fronteggiare qualsiasi attacco. I suoi informatori gli avevano dato la certezza che i Pellirosse fossero numericamente la metà della spedizione da lui capeggiata e il suo unico dilemma riguardava la tattica da adottare in quella circostanza. Nell’incertezza, Harrison decise di attendere la mossa del nemico, ordinando ai suoi uomini di stare all’erta.
La conferma delle intenzioni ostili degli Americani venne data agli indiani da un inserviente di cucina negro, catturato per caso da alcuni guerrieri. Questi raccontò che Harrison avrebbe atteso le prime luci dell’alba per lanciare i suoi uomini alla conquista del villaggio e distruggerlo completamente. Forse il delatore non conosceva le vere intenzioni del governatore, ma potrebbe darsi che la sua confessione mirasse a convincere Tenskwatawa della necessità di attaccare per primo.
Dopo avere schierato i suoi guerrieri in gruppi separati, il Profeta li fece avanzare furtivamente fino all’accampamento militare nemico, che distava circa un miglio dal suo villaggio. Per galvanizzarli, aveva promesso loro un potente incantesimo protettivo contro le pallottole dei Bianchi, ma certamente era il primo a non crederci troppo.
Intorno alle quattro di mattina del 7 novembre, le forze indiane aspettavano soltanto l’ordine dei loro capi per scagliarsi contro gli invasori, quando una sentinella del campo, insospettita da alcune figure che si muovevano nell’ombra, aprì il fuoco all’improvviso.
Harrison, che si trovava nella propria tenda già vestito e pronto al combattimento, si precipitò fuori e chiamò a raccolta gli ufficiali, impartendo disposizioni perentorie. Evidentemente la sortita avversaria non lo aveva sorpreso affatto: conoscendo l’astuzia dei Pellirosse, soprattutto quando non avevano possibilità di scampo, si aspettava che cercassero di prevenire la sua mossa.
In quel momento, incitati dai loro capi, tutti gli alleati indiani si scagliarono urlando contro la linea difensiva delle truppe, impegnando un furibondo corpo a corpo. Per qualche minuto sembrò addirittura che la barriera di Harrison fosse stata travolta, perché alcuni reparti, composti in larga misura da reclute, si ritirarono disordinatamente verso il centro dell’accampamento. Il governatore assistette allo sfaldamento dei suoi dragoni e vide cadere davanti a sé il proprio aiutante di campo, colonnello Abraham Owen, ma i soldati del Quarto Fanteria opposero una strenua resistenza, senza arretrare di un metro davanti agli Indiani. I volontari dell’Indiana risultarono fra i più bersagliati e il loro stesso comandante, Spier Spencer, venne colpito ripetutamente e infine abbattuto. Tuttavia, la superiorità numerica degli Americani ed il coraggio dei loro comandanti ebbero il sopravvento, respingendo gli assalitori con gravi perdite.


Ancora un’immagine della battaglia di Tippecanoe

Inutilmente Tenskatawa, salito su un’altura che sovrastava il campo di battaglia, lanciava scongiuri ed esortava i guerrieri a resistere. Un secondo assalto, condotto con la forza della disperazione senza ragionevoli possibilità di vittoria, si concluse in un nuovo massacro di Indiani, poiché le truppe avevano riorganizzato le loro file e aprirono un micidiale fuoco di sbarramento, obbligando gli attaccanti a ripiegare con gravi perdite. Molti guerrieri abbandonarono il campo e ritornarono al villaggio per riferire della sconfitta e mettere al sicuro le loro famiglie. Per fortuna degli abitanti di Tippecanoe, Harrison se la prese comoda prima di mandare i suoi uomini contro di loro. Da un lato era consapevole della notevole stanchezza delle truppe, dall’altro temeva che gli si volesse tendere una trappola. Ciò diede modo ai Pellirosse superstiti di fuggire, abbandonando armi e provviste.
Dopo due ore di mischie furibonde, la battaglia di Tippecanoe si era praticamente conclusa con la schiacciante vittoria americana.
Gli ufficiali di Harrison si aggiravono per il campo insanguinato, contando i morti, mentre gruppi di soldati portavano soccorso ai loro commilitoni sofferenti. Alla fine, le perdite risultarono pari ad un quinto del corpo di spedizione: 61 morti e 127 feriti, dei quali 7 perirono nelle ore successive. Quanto agli Indiani, non si seppe mai con esattezza il numero di combattenti caduti nella battaglia. I soldati di Harrison sostennero che almeno 40 o 50 cadaveri fossero rimasti sul campo, ma diversi morti vennero portati via dai loro compagni e famigliari, rendendo impossibile una stima precisa delle perdite complessive. In seguito, soltanto Winnebago e Kickapoo ammisero di avere perso 51 guerrieri, ed è probabile che i caduti fra gli Shawnee e gli altri alleati fossero altrettanto numerosi. E’ pertanto attendibile l’ipotesi che la coalizione di Tecumseh avesse perduto in combattimento oltre un quarto dei suoi effettivi, cioè più di 100 uomini, con un numero di feriti altrettanto consistente. Naturalmente, la sconfitta non si poteva valutare soltanto in base a tali cifre, perché il danno inflitto all’alleanza era ben più pesante.
L’8 novembre 1811 William Henry Harrison guidò i suoi soldati e miliziani verso il grande villaggio di Tippecanoe e lo fece radere al suolo, ordinando di abbattere capanne e recinti per il bestiame e bruciare scorte alimentari, pelli e indumenti. Nella distruzione dell’accampamento mise una cura meticolosa, perché non si trattava semplicemente di coronare una vittoria decisiva.
La fine di Tippecanoe simboleggiava infatti il definitivo tramonto del sogno di Tecumseh.
Si narra che, quando il condottiero, di ritorno dal suo viaggio fra i Creek, apprese della tremenda sciagura, si abbandonò come un fanciullo ad un pianto sconsolato.

VENTI DI GUERRA

Nel 1810 la giovane repubblica degli Stati Uniti d’America aveva raggiunto una popolazione di 7.240.000 abitanti, con un 1.380.000 schiavi negri e un numero di “nativi” – i Pellirosse – che, dopo l’acquisto della Grande Louisiana nel 1803, era aumentato di almeno 400.000 unità.
La notevole crescita e l’espansione verso occidente, uniti al ricordo della guerra d’indipendenza del 1775-83, avevano contribuito a mantenere costantemente tesi i rapporti con gli Inglesi del Canada, accusati dagli Americani di sobillare gli Indiani contro i loro insediamenti. I sudditi della corona vedevano d’altronde una minaccia nella continua avanzata dei coloni verso il West. Se il Kentucky, il Tennessee e l’Ohio raggiungevano già complessivamente quasi 900.000 abitanti, vi erano più di 70.000 Americani in Louisiana, 40.000 in Alabama e nel Mississippi ed altri 37.000 avevano occupato i territori dell’Indiana e dell’Illinois, mentre circa 21.000 si erano insediati nel Missouri.
Il Canada possedeva una popolazione stimata intorno alle 430.000 persone, ma l’Inghilterra aveva 12 milioni di abitanti e manteneva saldamente la sua posizione di prima potenza mondiale.
Essendo impegnati nelle guerre napoleoniche, gli Inglesi non pensavano però minimamente ad un conflitto vero e proprio con i confinanti americani, limitandosi a sobillare i Pellirosse della fascia di confine e di altre regioni senza mai esporsi direttamente, come del resto avevano fatto con Tecumseh.
Gli incidenti fra le due nazioni cominciarono nel 1807.
In seguito alla cattura, da parte della marina britannica, della fregata statunitense “Chesapeake”, accusata di avere accolto alcuni disertori della nave inglese Halifax, il 21 dicembre gli USA approvarono un embargo generale, revocato poi, nel marzo 1809, dal neo-presidente James Madison. Tuttavia, poco tempo dopo, un nuovo provvedimento interdisse alle navi inglesi e francesi i porti degli Stati Uniti, proibendo contemporaneamente alle navi americane di attraccare nelle località che ricadevano sotto la sovranità di questi due Paesi.
Lo stato di tensione, accresciuto dal disegno di Tecumseh di fomentare una ribellione con l’appoggio dei Canadesi, sfociò in una battaglia navale nel maggio 1811, tra la fregata statunitense “President” e la “Little Belt” inglese. A questo punto, il ministro di Sua Maestà, Augustus John Foster, tentò inutilmente di ricomporre la crisi, ma il Congresso americano, riunitosi in seduta straordinaria il 4 novembre, registrò una forte prevalenza dei “Falchi della Guerra”, capeggiati da Henry Clay. Sebbene molti non ritenessero opportuno scatenare un conflitto aperto, alcuni fautori dello scontro armato con gli odiati vicini auspicavano addirittura che gli Stati Uniti conquistassero l’intero continente, prendendosi anche il Canada e la Florida.
Il 1° aprile 1812 James Madison, divenuto il 4° presidente degli USA nel 1809, raccomandò l’adozione di un altro embargo generale per due mesi, prolungato di altri 30 giorni su richiesta di coloro che volevano ancora scongiurare la guerra. Nel frattempo il Congresso autorizzò la chiamata in servizio di 100.000 uomini della milizia degli Stati e dei Territori, con una ferma di sei mesi. Il 18 giugno gli Stati Uniti, dopo aver accusato gli Inglesi di avere catturato 3.800 marinai americani, violato le acque territoriali, saccheggiato il commercio ed incitato gli Indiani alla sedizione contro Washington, dichiararono l’apertura delle ostilità.
L’entrata in guerra, decisa in modo avventato e sopravvalutando le proprie forze, non diede i risultati che i “Falchi” speravano.
Nel 1814 le truppe inglesi occuparono facilmente Detroit e inviarono in America una grossa spedizione agli ordini dell’ammiraglio Cockburn, che, sbarcato nella Chesapeake Bay in Virginia, sbaragliò le milizie puntando sulla capitale, occupata senza troppi sforzi dal generale Robert Ross. Il presidente James Madison e sua moglie furono costretti ad abbandonare Washington e a fuggire nei boschi, mentre 400 miliziani proteggevano coraggiosamente la loro ritirata al di là del fiume Potomac.
Ma neppure le truppe di Sua Maestà, dopo l’apparente successo iniziale, riuscirono ad assestare il colpo decisivo all’avversario e il conflitto si trasformò presto in una guerra di confine conclusasi, con un nulla di fatto, con il trattato di Ghent del 24 dicembre 1814.
La guerra si combattè prevalentemente nelle regioni di confine, soprattutto intorno ai Grandi Laghi e nessuna battaglia risultò decisiva per i due schieramenti. Se, da un lato, le aspirazioni di conquista dell’intero continente da parte degli Americani più estremisti vennero frustrate, dall’altro anche il desiderio inglese di revanche per la sconfitta subita al tempo della Rivoluzione rimase insoddisfatto. A parziale scusante delle forze britanniche si potè addurre l’esiguità del contingente militare impiegato nelle operazioni, circa 70.000 regolari e qualche migliaio di Pellirosse, contro gli oltre 450.000 uomini mobilitati dagli Stati Uniti. Questi ultimi si affidarono però principalmente alle milizie di Stato, essendo il loro esercito effettivo composto di sole 10.000 unità. L’imperizia e l’indecisione dei loro comandanti – si salvarono dal grigiore generale l’ammiraglio Oliver H. Perry per le operazioni condotte con successo sul Lago Erie e pochi altri, fra i quali William Henry Harrison e Andrew Jackson – vanificarono l’ambizioso progetto di impossessarsi del vastissimo territorio canadese.
Gli Indiani parteggiarono soprattutto per gli Inglesi, che però non ebbero il sostegno massiccio degli Irochesi, la cui potenza era in declino dall’epoca in cui Sullivan li aveva duramente castigati nel 1779.
La difficoltà di comunicazioni dell’epoca non impedì lo svolgersi di un’altra grande battaglia, che ebbe luogo nelle paludi della Louisiana, sulla sponda sinistra del Mississippi, l’8 gennaio 1815.
Gli Inglesi sbarcarono 12.000 uomini al comando di Sir Edward Packenham, già generale di Wellington contro Napoleone e trovarono ad attenderli un esercito composto alla meglio – soldati regolari, miliziani, volontari e cacciatori di pellicce del Kentucky e del Tennessee, Pellirosse e persino ex bucanieri dei Caraibi – affidato al comando del generale Andrew Jackson, nominato comandante militare delle forze del Sud-Est dal ministro della Guerra James Monroe.
La battaglia si risolse in un massacro per i Britannici, che avanzarono scriteriatamente in file serrate contro le postazioni avversarie, subendo ben 2.036 perdite, delle quali 700 furono i morti – compreso lo stesso Packenham – ed oltre 1300 i feriti. Jackson se la cavò con 8 caduti e 13 feriti e da quel momento la sua stella fu costantemente in ascesa.
Se gli Inglesi avessero chiesto ai Creek, sconfitti duramente dal generale americano poco tempo prima, questi avrebbero potuto spiegare loro di quale tempra fosse fatto l’uomo che la gente della Frontiera aveva soprannominato “Old Hickory”, cioè “Vecchia Quercia”.

DEARBORN

A guerra appena iniziata, si verificò un episodio che suscitò, fra i coloni americani della Vecchia Frontiera, sentimenti di orrore e paura. Dopo che gli Inglesi e i loro alleati pellirosse ebbero collezionato, dalla fine di giugno ai primi di agosto del 1812, una serie di successi nella regione fra Detroit e il Lago Michigan, costringendo le truppe degli Stati Uniti ad arretrare vistosamente, la guarnigione di Fort Dearborn, nel territorio dell’Illinois, non molto distante da Chicago, ricevette l’ordine di evacuazione, essendo minacciata direttamente dalla tribù dei Potawatomie, schieratasi al fianco della Gran Bretagna.
Il responsabile del presidio, capitano Nathan Heald, ordinò allora che venissero distrutte tutte le munizioni, le provviste e le scorte di bevande alcoliche, per impedire che gli Indiani ne venissero in possesso. Poi, la mattina del 15 agosto 1812, si mise alla testa di una colonna composta da 68 militari, 12 miliziani e 29 civili – 5 uomini e 11 donne con i loro 13 bambini – alla quale si aggregarono una trentina di Miami, ingaggiati tempo prima come guide.
Dopo aver lasciato il forte, il gruppo marciò per un paio di miglia lungo le rive del Lago Michigan, finchè gli scout indiani che formavano l’avanguardia non si accorsero di avere di fronte una compatta fila di guerrieri nemici. Preoccupati, i Miami si recarono in delegazione a parlamentare con i Potawatomie, scoprendo che essi disponevano di almeno 400 combattenti guidati da Uccello Nero ed altri capi importanti. Al loro ritorno, informarono Heald delle intenzioni del nemico e gli dichiararono apertamente di non voler essere coinvolti in una battaglia, perché la loro tribù era rimasta in rapporti di amicizia con i Potawatomie. Testardamente l’ufficiale comandante ritenne di poter fare a meno del loro apporto e lasciò che se ne andassero via, pensando che il loro comportamento fosse dovuto a codardìa. Quindi avanzò ancora lungo il sentiero, fino a quando non si trovò il passo sbarrato dagli Indiani ostili, attestati su una collina sabbiosa. A questo punto, con una decisione del tutto cervellotica, Heald schierò i suoi soldati ed ordinò una carica alla baionetta, esponendo i suoi uomini alle frecce e alle lance dei nemici. Quasi immediatamente i Potawatomie accerchiarono la colonna e abbatterono a colpi di tomahawk e di mazze da guerra quasi tutti i suoi componenti. Allorchè l’esaltato Heald, che era riuscito nel suo folle tentativo di raggiungere la sommità del colle, si accorse di essere rimasto con soli 15 uomini, completamente circondati, chiese di negoziare con il capo Uccello Nero. Dopo avergli consegnato la propria sciabola, il capitano accettò la resa, pregando gli Indiani di risparmiare i feriti, le donne e i pochi civili rimasti. I patti non vennero però rispettati.


Fort Dearborn

I Potawatomie, dopo avere saccheggiato i carri, radunarono i pochissimi prigionieri per trasferirli al loro villaggio, ma prima finirono a colpi di mazza 12 feriti. Infine, l’evacuato Fort Dearborn venne dato alle fiamme.
La colonna di Heald aveva perduto 54 militari, tutti i 12 volontari della milizia, 2 civili e 6 donne, mentre dei 13 bambini che ne facevano parte, soltanto uno era sopravvissuto. Nel complesso, le perdite americane ammontavano a 96 persone, quelle pellirosse erano 17, senza contare i feriti. Per questa azione vittoriosa, il capo Uccello Nero avrebbe in seguito ricevuto una medaglia dalle autorità britanniche.
Quando la notizia del massacro raggiunse le città americane, suscitò dovunque sdegno e riprovazione, facendo invocare per gli Indiani una punizione esemplare.

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