Le guerre indiane dal 1680 al 1840 – 9

A cura di Domenico Rizzi
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BATTAGLIA A FALLEN TIMBERS

Il contingente statunitense continuò la sua avanzata nell’Ohio, sostenuto da pezzi di artiglieria e facendo marciare la cavalleria al centro e i fanti sui lati. Ai propri ufficiali, Wayne disse senza mezzi termini che non avrebbe tollerato né ripiegamenti, né indecisioni tattiche e li invitò a condurre una manovra “a tenaglia” sui fianchi, cercando di chiudere l’avversario in una morsa.
Lo scontro principale si svolse in una località boschiva dove un nubifragio, accompagnato da forti raffiche di vento, aveva abbattuto molti tronchi d’albero. Perciò il posto si sarebbe chiamato Fallen Timbers, cioè “Tronchi Caduti”.
Fallen Timbers
Mentre gli Indiani attendevano l’arrivo delle truppe nemiche senza decidersi ad attaccarle, a causa dell’evidente inferiorità numerica, Wayne lanciò alla carica il suo poderoso contingente.
Per la coalizione pellerossa la battaglia si risolse subito in un disastro.
I guerrieri, incalzati da fanti e cavalleggeri, si sbandarono, Piede di Tacchino venne ucciso e Piccola Lontra, un altro condottiero di prestigio, cadde gravemente ferito, provocando una ritirata generale. A questo punto gli Americani decisero di non dare tregua agli sconfitti, inseguendoli ed uccidendoli senza pietà. Neppure i guerrieri rifugiatisi davanti alla postazione inglese di Fort Miami ebbero una sorte migliore. Infatti, contrariamente a quanto promesso in precedenza, il comandante Campbell negò agli Indiani il diritto di asilo, chiudendoli fuori dalla palizzata, dove rimasero esposti al fuoco implacabile del nemico. Da quel momento, molti capi compresero che l’Inghilterra non era la nazione amica che avevano sempre creduto, anche se la mancanza di altri appoggi li avrebbe ugualmente costretti, nel 1812, a schierarsi al suo fianco in una nuova guerra contro gli Stati Uniti.
Ancora, la battaglia di Fallen Timbers
Un giovane guerriero degli Shawnee, di nome Tecumseh, che aveva preso parte allo scontro, dovette assistere sconsolato alla rotta della sua tribù e di quelle alleate. In cuor suo giurò che non avrebbe mai sottoscritto alcun trattato con gli Americani e da quel momento lo scopo principale della sua vita diventò la creazione di una nuova, potente alleanza di tribù, più vasta e compatta della prima.
Quando terminò la battaglia, prima di mezzogiorno del 20 agosto 1794, la spedizione di Anthony Wayne contò soltanto 38 soldati e miliziani uccisi e circa 95 feriti. Le perdite indiane non erano quantificabili con precisione, ma vennero stimate in almeno 200 morti e 400 feriti. Inoltre i vincitori non si accontentarono di avere disperso la coalizione con una bruciante sconfitta: proseguendo nella loro avanzata, devastarono un’altra area di coltivazioni, appiccando il fuoco ai villaggi e distruggendo tutte le scorte alimentari delle tribù.
La conclusione della campagna non poteva che essere una pace svantaggiosa ma indispensabile alla sopravvivenza delle nazioni indigene.
Un anno dopo, il 3 agosto 1795, più di 1.000 Indiani, fra i quali Piccola Tartaruga ed il capo shawnee Giacca Blu, convennero a Fort Greenville e accettarono di cedere la maggior parte dei loro territori in Ohio e Indiana agli Americani, che li ricompensarono con la somma di 20.000 dollari in contanti, con l’aggiunta di provvigioni alimentari per un valore di poco inferiore ai 10.000 dollari. Tecumseh rifiutò di prendere parte all’incontro e proclamò a tutte le tribù che non avrebbe assolutamente avallato i patti a cui le nazioni indiane erano state costrette a sottostare con la forza. Giacca Blu firmò invece il trattato e ne siglò un altro un decennio più tardi, ma poi decise di ritirarsi a vivere in Canada, dove gli Inglesi gli conferirono il grado onorario di generale di brigata dell’esercito. Morì nel 1805, all’età di 65 anni.


Tecumseh in un bel ritratto

La potenza dei Miami era stata definitivamente schiantata e soltanto una minima parte di essi intendeva riprendere le ostilità con gli Americani. Invece gli orgogliosi e irriducibili Shawnee avrebbero ancora rialzato la testa nel 1811, proprio sotto la guida di Tecumseh e di suo fratello Tenskwatawa, considerato il nuovo profeta degli Indiani.
Piccola Tartaruga, che da tempo non godeva più dell’appoggio degli altri capi e di molti dei suoi stessi contribali, rinunciò in seguito a qualsiasi azione di contrasto nei confronti degli Americani. Dopo essersi incontrato con George Washington a Philadelphia nel 1797 e avere conosciuto l’eroe polacco Taddeo Kosciutzko, si ritirò nelle sue terre, cercando invano resistere alle pressanti richieste di ulteriori cessioni di suolo coltivabile avanzate dai coloni.
Per questo il capo accettò negli anni seguenti di firmare altri trattati, vendendo ancora porzioni del suo territorio agli Americani. Consapevole che una nuova guerra avrebbe soltanto accelerato la fine della sua tribù, rifiutò anni dopo la richiesta di Tecumseh di schierarsi al suo fianco. Anzi, allo scoppio della guerra di frontiera fra gli Stati Uniti e il Canada, il condottiero mostrò apertamente le proprie simpatie per gli Americani, forse ricordandosi del tradimento inglese di molti anni prima.
Il 14 luglio del 1812, mentre stava compiendo un viaggio, fu costretto dalle precarie condizioni di salute a sostare a Fort Wayne, nell’Indiana, dove si spense a causa della gotta, all’età presunta di 60 anni.
Pochi mesi prima, aveva preso atto con rammarico dell’ennesima sconfitta subita dal popolo rosso, disperso a Tippecanoe dalle truppe di William Henry Harrison, governatore dell’Indiana e futuro presidente degli Stati Uniti d’America.

VERSO OVEST

Il capitano John Smith
Forse tutti i grandi condottieri dalla pelle rossa avevano vagheggiato, in maniera più o meno convinta, di riunire in un’unica confederazione un gran numero di tribù indiane del Nord America.
Lo avevano certamente pensato Powhatan e Opechancanough, Metacomet, Pontiac e Piccola Tartaruga, ma nessuno di essi era andato oltre il tentativo di porre soltanto le basi di una simile alleanza. Inimicizie ataviche, rivalità interne e incapacità di rendersi conto della reale minaccia portata dagli Europei, avevano sempre impedito di concretizzare questa unione, che di solito si era sfaldata di fronte alle prime difficoltà.
Intanto il numero delle persone dalla pelle bianca era in continua crescita, mentre quello dei Pellirosse, già abbastanza esiguo quando il capitano John Smith aveva posto la prima base britannica in Virginia, calava inesorabilmente.
Dopo il ritiro di Olandesi, Francesi e Inglesi dai vasti territori compresi fra la Costa Atlantica e il fiume Mississippi, un nuovo nemico, forse più determinato dei vecchi colonizzatori europei, si stava accaparrando le terre dei nativi, sospingendoli verso occidente con la forza delle sue armi: gli Americani. Ma diverse tribù di ceppo algonchino, come i Cheyenne, gli Arapaho, i Kootenay e i Piedi Neri, si erano già trasferite oltre il fiume Missouri, e molte altre di lingua siouan, chiamate comunemente Sioux – Teton, Yankton, Santee, Mandan, Hidatsa, Absaroka, Dhegiha, Chiwere – avevano preso la medesima strada, invadendo le pianure centro-settentrionali comprese fra il Mississippi e le Montagne Rocciose. Gli Assiniboine, invece, si erano mossi verso il Nord-Ovest molto tempo prima, occupando vaste aree del Canada e del Montana settentrionale.
Nell’arco di qualche decennio, più di 50.000 Indiani avevano oltrepassato spontaneamente il Mississippi, invadendo i territori che in seguito sarebbero stati denominati Minnesota, Dakota, Montana, Wyoming, Nebraska, Colorado e Kansas. Il motivo risiedeva quasi sempre nella accesa rivalità con altre tribù algonchine e irochesi e nella necessità di cercare nuove fonti di sostentamento.
Nelle terre della Louisiana francese, nella Columbia britannica e nei possedimenti spagnoli situati fra il Texas e le assolate coste della California abitavano circa 450.000 indigeni dalla pelle rossa, che alla fine del XVIII secolo si combattevano ancora aspramente fra loro. I nuovi arrivati, che i Francesi avevano chiamato Sioux abbreviando una definizione irochese, si erano subito scontrati con i Kiowa e i Comanche, costringendoli a spostarsi dalle Black Hills del Dakota alle pianure centro-meridionali attraversate dai fiumi Arkansas, Canadian e Red. Alcune testimonianze tramandate oralmente sostenevano che la banda kiowa dei Kuato aveva subito l’annientamento per essersi rifiutata di abbandonare le proprie terre.
Ma la rivalità era accanita anche fra gli Absaroka o Crow e i Siksika, detti Piedi Neri dagli Inglesi, mentre i Comanche restavano implacabili nemici sia degli Apache che dei Navajo e dei Tonkawa. A loro volta i Pawnee e gli Shoshone avevano trovato pane per i propri denti con i confinanti Teton Sioux, spesso in lotta con i Flathead (Teste Piatte) e gli Ute, ma in rapporti di amicizia con Cheyenne e Arapaho. Molto più a sud, in Arizona e Nuovo Messico, i terribili incursori apache non risparmiavano né i Navajo, dello stesso ceppo etnico-linguistico athapascan, né i pacifici Pueblo, ormai definitivamente sottomessi dagli Spagnoli dopo l’insurrezione di Popè alla fine del XVII secolo.
A poco a poco, le Grandi Pianure si erano arricchite di parecchie tribù di provenienza orientale, che nell’arco di qualche anno avevano radicalmente mutato le proprie abitudini. L’immensa risorsa alimentare offerta dai 15 o 20 milioni di bisonti che pascolavano liberamente dal Canada al Messico e l’adozione del cavallo permettevano agli Indiani di cambiare i vecchi costumi, trasformandoli in fieri cacciatori e predatori. I meriti, o le colpe, di una simile metamorfosi andavano agli Spagnoli di Coronado, che durante il lungo viaggio verso il Texas e l’Oklahoma avevano perduto alcune decine di “mestenos”, diventate poi mandrie di “mustang” allo stato brado, che gli Indiani catturavano per allevarli.
Alla fine del XVII secolo qualsiasi famiglia dei Caddo del Texas possedeva già 4 o 5 cavalcature. Nel 1720 i Pawnee e i Comanche disponevano ormai di centinaia di cavalli e un decennio dopo anche i Piedi Neri, imitati poi dai Sioux, stavano diventando cavalieri sempre più abili e spericolati, rivaleggiando con i Comanche, considerati i veri padroni delle praterie del Sud.
Nel 1780 vi erano più di 200.000 Indiani in California e lungo la costa del Pacifico, mentre alcune decine di migliaia popolavano le aree del Gran Bacino e dei Deserti ad ovest delle Montagne Rocciose.
Nelle Grandi Pianure, vivevano 10.000 Pawnee, 8.000 Piedi Neri, 4.000 Arikara, 4.000 Nasi Forati, 3.500 Cheyenne, 3.000 Arapaho e altrettanti Gros Ventre, 2.000 Kiowa.
Il nucleo più consistente al nord era costituito dalle popolazioni di lingua sioux, composto da 15.000 fra Yankton e Santee, 10.000 Teton o Lakota, 10.000 Assiniboine,,6.000 Osage, 4.000 Crow, 3.500 Mandan, 2.500 Hidatsa, oltre ad un numero consistente di tribù minori, come gli Oto, i Missouri, i Kansas e i Quapaw. Al sud, fra il Texas ed il confine californiano, si contendevano invece il territorio circa 12.000 Comanche, 10.000 Apache, un numero uguale o superiore di Navajo, 7.000 Ute, 3.500 Wichita e qualche migliaio di Tonkawa.
Per queste tribù, sparse su un’immensa regione di 2 milioni di miglia quadrate, la minaccia dei Bianchi – rappresentata dalle poche migliaia di coloni degli insediamenti spagnoli, dallo sparuto numero di “voyageurs” e mercanti francesi della Louisiana e dai cacciatori inglesi della Compagnia della Baia di Hudson e della Columbia – era ancora assai remota.
Gli Indiani dell’Est, sempre più assediati e sospinti verso occidente dall’avanzata americana, avrebbero invece vissuto gli ultimi decenni della loro tormentata storia.

IL SOGNO INTRAMONTABILE

Nel 1803 gli Stati Uniti superavano già i 5 milioni e mezzo di abitanti e avevano acquistato dalla Francia la Grande Louisiana, pagando 15 milioni di dollari a Napoleone.


I ritratti di William Clark e Meriwether Lewis

Per la nuova nazione si apriva dunque uno sconfinato orizzonte di 830.000 miglia quadrate, che i capitani Meriwether Lewis e William Clark avrebbero esplorato, alla guida di un piccola spedizione, nel 1804-1806.
Nel 1810 la popolazione statunitense di razza bianca era di oltre 7 milioni di abitanti. Invece il numero degli Indiani insediato nelle regioni orientali, dal Canada al Golfo del Messico, veniva stimato in soli 150.000 individui. Anche nell’improbabile ipotesi di un conflitto che opponesse tutte le tribù indiane dell’Est ai nuovi padroni bianchi d’America, la disparità di forze sarebbe stata enorme: i Pellirosse avrebbero potuto mettere in campo 35.000 uomini, contro 1 milione e mezzo di combattenti di cui teoricamente disponevano gli Americani!
Queste considerazioni a posteriori non valevano all’epoca in cui, dopo la severa sconfitta di Fallen Timbers, i Miami, gli Shawnee e i loro alleati si interrogavano sul futuro delle rispettive nazioni. Nessuno intendeva piangersi addosso, né per la durissima lezione subita ad opera del generale Anthony Wayne nel 1794, né di fronte al crescente numero di Bianchi che oltrepassavano gli Allegheny, espandendosi a ventaglio verso i Grandi Laghi e la valle del Mississippi.
Forse, fra coloro che ancora si leccavano le ferite, erano in parecchi ad auspicare che qualcuno prendesse l’iniziativa di unificare gli Indiani. Un uomo, audace condottiero militare, ma soprattutto politico saggio ed ispirato, credeva di poter fare molto di più per il suo popolo.
La storia aveva ormai dimostrato la palese inferiorità numerica e tecnologica dei Pellirosse nei confronti degli Inglesi, dei Francesi e degli Americani. Questi ultimi non avevano esitato, al momento opportuno, a strappare il cordone ombelicale che li legava da 170 anni alla corona britannica, proclamandosi indipendenti e sovrani e la loro bandiera a stelle e strisce sventolava in centinaia di città e villaggi, di avamposti delle milizie e di stazioni commerciali di frontiera.
Gli Indiani non si sarebbero più potuti limitare a creare una semplice coalizione di guerra per contrastare i Bianchi. Era giunto il momento di pensare a qualcosa che andasse oltre la semplice alleanza militare: occorreva gettare al più presto le basi di uno Stato che riunisse le tribù ancora libere, dotandosi di leggi e regole comuni e creando dei confini che gli Americani avrebbero dovuto rispettare. Per fare ciò, era necessario avere un leader che sapesse parlare in modo convincente a tutte le tribù sparse d’America, facendo loro comprendere l’importanza e l’urgenza di realizzare in fretta tale progetto. Quest’uomo avrebbe dovuto possedere il carisma di Powhatan, la spietata determinazione di Opechancanough, il prestigio di Metacomet, la capacità strategica di Pontiac e l’abilità tattica di Piccola Tartaruga.
Il popolo pellerossa, umiliato e disperso, non tardò a riconoscere queste doti in un personaggio che i Bianchi chiamavano Tecumseh.
L’ultimo grande sogno di unificazione e l’estrema speranza di riscossa dei Pellirosse orientali avrebbero portato il suo nome.

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