Le guerre indiane dal 1680 al 1840 – 8

A cura di Domenico Rizzi
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LITTLE TURTLE

L’unificazione delle tribù era stata soprattutto merito di questo capo dei Miami, di Pachgantschilhilas dei Delaware e di Weyapiersenwah, o Giacca Blu, condottiero degli Shawnee.
George Washington, eletto presidente degli Stati Uniti nel 1789, era combattuto fra l’esigenza di riservare agli Indiani un trattamento equo – secondo quanto scrisse al marchese di Lafayette, suo alleato durante l’insurrezione americana – e la necessità di garantire la pacifica espansione dei coloni verso i nuovi territori.
Di fronte alla evidente ostilità della confederazione pellerossa, della quale non si poteva certo ignorare la pericolosità, il governatore Saint Clair non vide altra possibilità che cercare di intimorirla con l’invio di un forte contingente militare.
Pertanto, il generale Josiah Harmar partì da Fort Washington il 13 settembre 1791, muovendo incontro agli Indiani radunati sul fiume Miami con un ridotto contingente regolare di 320 soldati, supportato però da 600 miliziani del Kentucky e da altri 230 volontari di provenienze diverse. La scarsa stima che molti colleghi nutrivano di questo ufficiale, nonostante il suo impegno durante la Rivoluzione, era dovuta soprattutto alla sua smodata passione per il bere.
Dopo avere ispezionato una serie di villaggi distrutti e incendiati dai Miami che ripiegavano, Harmar pose l’accampamento, inviando il maggiore Hardin, con 180 uomini, ad inseguire i fuggitivi.
Il capo degli Shawnee, Blue Jacket
Piccola Tartaruga attirò l’avanguardia in un’imboscata e la decimò, costringendo i superstiti alla fuga precipitosa. Quindi, con una forza non inferiore ai 2.000 guerrieri, sferrò l’attacco contro il grosso delle truppe di Harmar, sbaragliandole e costringendole ad una umiliante ritirata. Gli Americani lasciarono sul terreno 150 morti e si portarono via parecchie decine di feriti, ma il loro comandante ebbe l’impudenza di vantarsi, nel rapporto inviato ai superiori, di avere sconfitto gli Indiani.
Il Congresso pretese che venisse aperta un’inchiesta e tanto Harmar che Hardin finirono davanti ad un tribunale militare, dal quale furono sorprendentemente scagionati. Un anno più tardi, però, il generale avrebbe rassegnato le dimissioni dall’esercito.
Le perdite subite dai pellirosse non vennero mai accertate, ma è probabile che non fossero state inferiori a quelle americane.
Nell’autunno successivo, alla fine di ottobre, il generale Saint Clair in persona assunse il comando di una nuova colonna, inizialmente composta da quasi 2.000 uomini. Tuttavia, quando il contingente si accampò nella regione dei Miami, il 3 novembre 1792, 500 fra soldati e miliziani, scontenti della misera paga di 3 dollari al mese e poco motivati, avevano già disertato lungo la strada, diminuendo sensibilmente la consistenza del corpo di spedizione.
Obiettivo di Saint Clair era di fondare un avamposto circa 120 miglia a nord-ovest di Fort Washington, incuneandosi nel cuore del territorio dei Miami.
Ancora Little Turtle
L’avamposto sarebbe servito anche a sorvegliare le postazioni che gli Inglesi non avevano ancora evacuato, ufficialmente per garantire il rispetto delle clausole contenute nel trattato di Parigi.
Saint Clair non possedeva sufficiente esperienza di guerra indiana ed era poco propenso ad ascoltare la voce del suo stato maggiore, che comprendeva anche uomini di provata capacità e conoscenza dei Pellirosse. Perciò dispose il proprio accampamento sulle rive di un torrente, in un luogo ritenuto facilmente difendibile in caso di attacco, proteggendosi al centro con l’artiglieria e mandando i miliziani a snidare gli Indiani dalla foresta.
La mattina del 4 novembre, poco prima che facesse chiaro, un improvviso assalto pellerossa sgominò e mise in fuga le milizie, piombando quasi subito addosso alla fortificazione di Saint Clair.
La battaglia si accese dovunque, con grandi perdite da ambo le parti. Wyandot e Delaware attaccarono dal lato occidentale, i Seneca costrinsero le truppe da quello orientale, prendendo il contingente tra due fuochi. I soldati regolari, impostati ancora a ranghi serrati, combatterono coraggiosamente subendo notevoli perdite, mentre gran parte dei miliziani abbandonò lo scontro e si diresse verso Fort Jefferson, distante circa 30 miglia, riuscendo a raggiungerlo verso il tramonto.
Al termine di una resistenza durata tre ore, Saint Clair comprese che la battaglia era perduta e si decise ad ordinare il ripiegamento, ma ormai le sue forze erano già in rotta e non seguivano più i richiami degli ufficiali. A differenza di Harmar, il governatore ebbe il coraggio di scrivere nella sua relazione che, dopo aspri combattimenti, i suoi uomini si erano dati alla fuga in massa.
La disfatta era stata una delle peggiori subite dagli Americani nell’intera storia delle campagne contro gli Indiani. Il suo esercito aveva perso 39 ufficiali e circa 870 uomini. Durante la ritirata, erano stati abbandonati nelle mani dei guerrieri di Piccola Tartaruga i cannoni, molti fucili e il grosso dei rifornimenti.
“La maggioranza degli uomini” annotò Saint Clair “ha gettato via armi ed equipaggiamento…” (J. Tebbel-K. Jennison, “Le guerre degli Indiani d’America”, Newton Compton, Roma, 2002, p. 94).
La notizia raggiunse la capitale di allora, Philadelphia, quattro giorni dopo e la stampa vi diede un’ampia risonanza.
Mentre Piccola Tartaruga si godeva la sua eclatante vittoria, molti politici, che avevano creduto di regolare facilmente la questione indiana, dissuadendo i selvaggi con una semplice esibizione di forza dell’esercito, dovettero ricredersi in fretta.

I NUOVI PADRONI

La disfatta del maggior generale Arthur Saint Clair non lasciò indifferente il presidente George Washington e l’opinione pubblica americana. Una parte della stampa criticò tuttavia l’ostinazione del governo di volersi impossessare ad ogni costo dei territori indiani occidentali. Altre fonti sostennero l’inopportunità di continuare una campagna di conquista che si stava rivelando costosissima per la giovane nazione, appena uscita dalla guerra di indipendenza. Dopo che la Camera dei Rappresentanti ebbe sostanzialmente scagionato Saint Clair dalla responsabilità della sconfitta – i militari si erano trincerati dietro varie scuse, sostenendo di non avere il potere di giudicare un ufficiale di grado così elevato – questi non se la sentì di proseguire la missione e si dimissionò spontaneamente.
George Washington
Gli Stati Uniti possedevano ormai una popolazione di oltre 5.000.000 di persone e soltanto nell’ultimo decennio gli abitanti della giovane repubblica erano cresciuti di 1.300.000 unità, a causa dell’immigrazione dall’Europa, ma soprattutto per l’elevato tasso di natalità seguito alla proclamazione dell’indipendenza. Dal Vecchio Continente giungevano annualmente 6.000-7.000 nuovi immigrati e gli Americani – specialmente quelli dei territori del Sud – importavano in continuazione schiavi africani per le loro piantagioni. Nel 1790 questa manodopera a bassissimo costo superava le 700.000 unità.
Anche George Washington possedeva 300 schiavi, su un totale di circa 900 braccianti che impiegava nella sua tenuta di Mount Vernon, in Virginia. Benchè fosse cresciuto con la dura mentalità del colonizzatore inglese, li trattava umanamente e si intratteneva volentieri con le ragazze dalla pelle scura, da alcune delle quali, si diceva, aveva avuto qualche figlio illegittimo. Comunque, non aveva mai voluto cedere i suoi lavoratori di colore a nessun altro padrone, sostenendo che altrove non avrebbero goduto del medesimo trattamento.
Il presidente intendeva affrontare anche la questione pellerossa con spirito umanitario, affidandosi alle armi della diplomazia. Oltre che abolizionista “ante litteram”, Washington era un deciso assertore del principio che gli Indiani potessero coesistere pacificamente con gli Americani, imparandone i metodi di vita e le tecniche di lavorazione del suolo.
“Saremmo molto contenti di potervi elargire” disse in un appassionato discorso rivolto ad essi “tutti i doni della civiltà, di insegnarvi a coltivare la terra, a far crescere il grano, ad allevare i buoi, le pecore e gli altri animali domestici, così che possiate per sempre risiedere nella vostra terra.” (WILCOMB WASHBURN, “Indiani d’America”, Ed. Riuniti, Roma, 1992, p. 186).
Ma Washington e i suoi collaboratori erano tuttavia consapevoli del condizionamento esercitato dagli Inglesi sui Pellirosse e si crucciavano del fatto che, nonostante fosse trascorso molto tempo dalla fine della guerra d’indipendenza, le guarnigioni di 9 fortini britannici permanessero ostinatamente in territorio statunitense. Che la Gran Bretagna rifornisse, attraverso i suoi possedimenti canadesi, i selvaggi ribelli era molto più che un semplice sospetto. Infatti il brigadier generale americano James Wilkinson, comandante del Dipartimento Militare Occidentale, non esitò a denunciare che gli Indiani “si procurano armi da un paese lontano” (WASHBURN, op. cit., p. 186).
La preoccupazione dei “federalisti” come Washington e John Adams, che avevano assunto la guida del Paese dopo la Rivoluzione, era da un lato di rafforzare l’autorità del potere centrale, dall’altro di pacificare la Frontiera occidentale, cioè quella che si allargava a perdita d’occhio a sud dei Grandi Laghi, dai Monti Appalachiani fino al fiume Mississippi, nella vastissima regione dell’Ohio, dell’Indiana e dell’Illinois. Per contro, i “democratici-repubblicani”, fra i quali Thomas Jefferson, si battevano per una maggiore autonomia degli Stati e la difesa delle libertà individuali.
Il problema dei rapporti con la Gran Bretagna era molto delicato, perché dopo lo scoppio della Rivoluzione Francese nel 1789, il governo degli Stati Uniti aveva orientato le proprie simpatie verso la Corona Inglese, prendendo le distanze dagli insorti di Parigi che si erano sollevati contro la monarchia di Luigi XVI. Nonostante questo riavvicinamento, non sembrava scongiurata la minaccia che il potente possedimento britannico del Canada rappresentava e la diplomazia americana si era messa all’opera per ottenere almeno che gli Inglesi privassero del loro sostegno le tribù indiane rimaste ostili al governo degli Stati Uniti.
Infine, la grave situazione finanziaria aveva di fatto portato ad una progressiva smobilitazione dell’esercito regolare – ridotto addirittura ad un centinaio di effettivi -dopo la vittoria definitiva contro gli Inglesi. Soltanto il perdurare dei conflitti con i Pellirosse aveva indotto le autorità a chiedere ai vari Stati membri di arruolare volontari. Proprio George Washington, consapevole dei rischi di devastazione che le incursioni indiane comportavano, aveva fatto richiamare 15.000 miliziani nel 1794, dislocandoli nei punti più caldi della Pennsylvania e delle regioni limitrofe per porre un freno ai massacri e alle razzie degli scatenati guerrieri indigeni.

IL GENERALE WAYNE

Il Generale Anthony Wayne
Mentre in politica si delineavano due fazioni distinte – l’una favorevole alla prosecuzione delle ostilità contro i Miami, l’altra fautrice di un immediato trattato di pace – a sorpresa il 49enne generale Anthony Wayne, protagonista della Rivoluzione e considerato un autentico mastino, venne incaricato di riorganizzare la spedizione e continuare ciò che il suo predecessore Saint Clair aveva lasciato incompiuto.
Contemporaneamente si stava però cercando di addivenire ad una pace che evitasse altri spargimenti di sangue sulla Frontiera occidentale e Washington in persona aveva incaricato una delegazione di aprire un negoziato con gli Indiani, ai quali volle rendere note le proprie intenzioni pacifiche.
Benchè non mancassero le critiche, sia sulla decisione di mantenere la linea dura, quanto sulla scelta di Wayne, chiamato “Antonio il Pazzo” negli ambienti militari e da circa un anno rappresentante della Georgia al Congresso, il neo-designato si era messo subito all’opera, fissando il proprio quartier generale in Pennsylvania. I suoi metodi e le dichiarazioni perentorie rese alla stampa non lasciarono alcun dubbio circa la sua volontà di sbaragliare gli Indiani con ogni mezzo. Quando venne a sapere, nell’estate del 1793, del fallimento del tentativo di conciliazione promosso dal governo a Sandusky, il generale si sentì ancora più legittimato a muovere contro i Pellirosse.
A destra, Fort Greenville
Nel mese di agosto Wayne mise in colonna 3.000 uomini e li guidò verso il fiume Maumee, ripercorrendo buona parte del tragitto seguito da Saint Clair e costruendo un avamposto che chiamò Fort Greenville, dove si fermà ad attendere che Piccola Tartaruga facesse la prima mossa.
Durante l’inverno e la primavera non accadde quasi nulla e gli indiani si limitarono ad osservare i movimenti dei Bianchi.
Il 29 giugno 1794, i guerrieri si decisero a sferrare il primo violento attacco contro le mura di Fort Recovery, un presidio della regione difeso dalle truppe di Wayne, ma l’impresa fallì e gli attaccanti dovettero ritirarsi.
L’episodio indebolì sensibilmente la posizione di Piccola Tartaruga, già criticato da alcuni capi che vedevano con invidia la sua crescente popolarità. Fra i leader emergenti, cominciò a farsi un nome Piede di Tacchino, che ottenne l’alleanza di un certo numero di volontari e meticci canadesi e radunò circa 2.000 combattenti, ma non riuscì a coinvolgere direttamente la potenza militare britannica, preoccupata di conservare il Canada e ormai decisa a rinunciare alla riconquista del territorio dell’Ohio.
“Mad” Anthony all’attacco
Intanto Wayne, dopo il primo successo, guidò i suoi uomini a nord di Fort Greenville, in direzione del fiume Wabash e li condusse ad erigere un’altra poderosa fortificazione, chiamata significativamente Fort Defiance, che significa “Sfida”. Seguendo il Maumee River, gli Americani si trasferirono nel cuore dei territori indiani, attraversando campi coltivati a grano, mais e legumi, che vennero sistematicamente distrutti.
Soltanto in agosto i soldati seppero da alcuni Indiani catturati che un grosso contingente di Shawnee, forse 650 guerrieri, stazionava a non molta distanza dalla loro postazione, in attesa di cospicui rinforzi dalle tribù dei Miami, degli Ottawa, dei Potawatomie e dei Wyandot.
Il generale Wayne ordinò di riprendere l’avanzata fino ad un luogo chiamato dai Francesi “Roche de Bout”. Il giorno seguente un’avanguardia americana subì il primo assalto pellerossa e fu costretta al ripiegamento con un certo numero di perdite. Nonostante ciò, Piccola Tartaruga espresse chiaramente la propria intenzione di evitare uno scontro aperto con Wayne, ma venne contrastato dagli altri capi, che credevano di poter ripetere facilmente il successo ottenuto contro Saint Clair. Deciso a non lasciarsi sfuggire il nemico, “Mad” Anthony marciò il 20 agosto con 2.500 soldati contro gli Shawnee e i loro amici, un contingente stimato intorno ai 1.300 uomini. In realtà, il numero degli Indiani in grado di fronteggiare effettivamente le truppe era di circa 800 guerrieri, perché molti Pellirosse se n’erano andati a caccia ed altri avevano abbandonato l’impresa anzitempo.
La situazione di Piccola Tartaruga e di Giacca Blu, che lo affiancava, si presentava estremamente critica e le probabilità di vittoria sembravano praticamente nulle. Il principale leader della coalizione conosceva la fama di Wayne, eroe della Rivoluzione e inflessibile comandante militare. Di lui si diceva che non arretrasse mai di fronte a nulla e che per niente al mondo rinunciasse a portare a termine gli obiettivi che si era prefissato. A proposito di questo valoroso generale di divisione, Piccola Tartaruga aveva commentato tristemente: “Adesso gli Americani sono guidati da un capo che non dorme mai… Qualcosa mi suggerisce che sarebbe più prudente aspettare le proposte di pace.”
Contro di lui, fermamente decisi a combattere, si schierarono tanto Weyapiersenwah degli Shawnee – conosciuto come Giacca Blu, probabilmente un mezzosangue o addirittura un Bianco di discendenza olandese rapito dagli Indiani – quanto i capi dei Delaware e di altre tribù. Lo scontro finale con le truppe di Wayne avrebbe avuto luogo in ogni caso e il generale americano sarebbe stato sconfitto e umiliato come il suo predecessore Saint Clair. A dare maggior sicurezza ai fautori della guerra era la speranza che la guarnigione di Fort Miami, uno dei presidi inglesi non ancora abbandonati, si schierasse a sostegno della loro causa.
Invece gli Stati Uniti avevano appena avuto da Londra la promessa che le truppe britanniche non si sarebbero immischiate nella contesa con i Pellirosse. Quando un corriere, proveniente da Detroit, informò la coalizione indiana dell’accordo raggiunto, molti condottieri tribali non vi credettero, riaffermando la propria volontà di battersi contro gli Americani.

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