Le guerre indiane dal 1680 al 1840 – 2

A cura di Domenico Rizzi
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LA RIVOLTA DI METACOMET

Man mano che ci si avvicinava alla fine del XVII secolo, la prospettiva di scacciare dal suolo americano la gente venuta dal mare diventava sempre meno probabile.
Gli Indiani non avevano saputo porre fine per tempo alle loro antiche inimicizie, per creare un’alleanza in grado di respingere gli Spagnoli, gli Inglesi, i Francesi e gli Olandesi. La popolazione bianca presente sul continente assommava già a centinaia di migliaia di persone e la forza potenziale dei Pellirosse eguagliava a stento, dal punto di vista numerico, la marea inarrestabile in arrivo dall’Europa.
Metacom (Re Filippo)
Nel 1675 il New England – Massachussets, Connecticut, Rhode Island e New Hampshire – ospitava 35,000 abitanti di lingua inglese; le tribù del territorio – Narragansett, Wampanoag, Nipmunk, Abenaki ed altre – non superavano nell’insieme i 20.000 individui.
Un anno prima, Metacomet, figlio di Massasoit, capo dei Wampanoag, aveva incominciato a guardare i Padri Pellegrini con diffidenza, assicurandosi l’alleanza delle tribù circostanti per contrastare la colonizzazione. Benchè fosse convinto di dover compiere un atto di forza contro gli invasori bianchi, tergiversò a lungo, aspettando che nascesse un “casus belli” propizio.
L’occasione si presentò nel gennaio del 1675, quando un Indiano cristianizzato, di nome John Sassamon, fu trovato morto sotto il ghiaccio di uno stagno, a 12 miglia da New Plymouth. Gli Inglesi accusarono del delitto i Pellirosse, perché la vittima aveva rivelato alle autorità il disegno insurrezionale del loro leader. Infatti ne catturarono tre e al termine di un processo sommario li fecero penzolare dalla forca.
Metacomet, che i Pellegrini avevano ribattezzato – non si sa con quale sottile ironia – Re Filippo, minacciò di sterminio le colonie, lanciando appelli a tutti i suoi alleati.


La guerra di Re Filippo

Il governatore Josiah Winslow fece un tentativo per invitarlo a desistere dai suoi sanguinosi propositi, ma il condottiero indiano valutò che l’occasione fosse irrinunciabile. In pochi giorni, gruppi di Wampanoag, Narragansett, Nipmunk e Pocasset si compattarono, preparandosi a mettere in campo quasi 5.000 guerrieri, ma i Massachussets, i Sakonnet, gli Irochesi orientali e perfino alcuni Wampanoag convertiti al Cristianesimo preferirono parteggiare per gli Inglesi.
Il New England contava circa 90 insediamenti principali, ma, escludendo Boston e New Plymouth, pochi villaggi avevano raggiunto una popolazione ragguardevole. Infatti, la maggior parte dei centri abitati era composta da qualche centinaio di persone. Inoltre, la presenza di truppe regolari britanniche era assai esigua e le colonie si affidavano, in caso di necessità, alle milizie volontarie.
Il primo attacco si rivolse contro la colonia di Swansea.
Quando la minaccia si stava facendo reale, Winslow aveva tentato in extremis di scongiurare l’offensiva indiana, proclamando il 24 giugno come giorno di digiuno e preghiera per ottenere la protezione divina.
I guerrieri di Metacomet assalirono i Puritani proprio mentre tornavano a casa dopo la funzione, uccidendone 9 e ferendone altri, mentre parecchi abitanti fuggivano terrorizzati. Subito dopo gli Indiani diedero alle fiamme il villaggio e lo rasero al suolo.
Poi fu la volta di Taunton, Darthmouth e Middlesborough, dove l’assalto di sorpresa provocò una nuova fuga generale verso Boston e New Plymouth. Abituati a fronteggiare ogni genere di pericolo, gli Inglesi si organizzarono subito, raccogliendo alcune decine di volontari, posti sotto la guida dei capitani Samuel Mosely e Benjamin Church.
Durante l’estate furono assaliti e distrutti o danneggiati gravemente parecchi centri, fra cui Brookfield, Springfield, Hatfield, Deerfield e Hadley e nel corso dell’autunno-inverno la medesima sorte toccò a Northampton, Lancaster, Medfield, Longmeadow, Marlborough, Simsbury, Providence.
Dovunque i guerrieri dalla pelle rossa uccisero e massacrarono, rapirono donne e bambini e incendiarono o abbatterono le case, macellando e rubando bestiame.
Qualche villaggio subì più di un assalto: Deerfield, popolato da 200 persone, ebbe 17 morti il 25 agosto, ma in settembre, dopo che i superstiti erano quasi tutti fuggiti altrove, fu nuovamente preso di mira e raso al suolo. A Medfield gli Indiani distrussero 50 case; nel febbraio 1676 i Narragansett assalirono Lancaster, a 50 chilometri da Boston, vi uccisero 13 persone e ne catturarono 24, fra cui la trentasettenne Mary Rowlandson, che avrebbe narrato in un libro, dopo la liberazione, la sua drammatica prigionia. Ma la serie delle azioni di guerra proseguì per almeno sei mesi, con la distruzione di Providence e reiterate incursioni contro Groton, Sudbury, Hatfield, Hadley, Taunton ed altri insediamenti già duramente colpiti in passato. Gli Inglesi, però, erano passati all’offensiva, mettendo in campo le milizie coloniali agli ordini di comandanti audaci e spietati come i maggiori Simon Willard e John Talcott e i capitani Mosely e Church.
Il 19 dicembre il governatore Winslow guidò personalmente una spedizione nel cuore dello schieramento nemico, assalendo all’improvviso la roccaforte dei Narragansett – la tribù numericamente più forte – a Great Swamp. Nella battaglia più cruenta di tutto il conflitto, i Bianchi ebbero 80 morti e circa il doppio di feriti – fra cui lo stesso capitano Church – ma riportarono una vittoria decisiva, uccidendo 600 Pellirosse, fra i quali una ventina di capi di guerra.
Il sogno di Re Filippo era virtualmente andato in frantumi.
A destra: la guerra di Re Filippo
In poche settimane, gli Inglesi del Connecticut, del Massachussets e di Plymouth avevano reclutato 980 uomini, mentre altri volontari accorrevano dai centri del Rhode Island e dal Maine, dove i feroci Abenaki e i Narragansett davano un valido sostegno ai Wampanoag. Allla controffensiva scatenata in tutto il New England, le autorità del Massachussets aggiunsero l’offerta di amnistia per gli Indiani che avessero accettato di deporre le armi, provocando molte defezioni tra le file avversarie.
Superata l’iniziale fase di entusiasmo, le forze indiane cominciarono a disunirsi e a frazionarsi, indebolendo sempre più lo schieramento di Metacomet.
Il 1° agosto 1676 il capitano Benjiamin Church, ristabilitosi dalle ferite, attaccò le forze nemiche a Kingston, nel Rhode Island, uccidendo o catturando 130 guerrieri: fra i prigionieri vi furono anche la moglie ed un figlio del capo. Cinque giorni dopo, la donna-sachem Wetamoo, vedova di Wamsutta, fratello di Re Filippo, morì annegata nel fiume Taunton, mentre cercava di sottrarsi alla cattura degli Inglesi. Il suo cadavere venne recuperato, denudato ed oltraggiato, la testa fu staccata dal busto e infissa su una picca per essere mostrata ai Pellirosse che si erano già arresi.
Il 12 agosto 1676, in seguito alla delazione di un Indiano, i soldati del capitano Roger Goulding circondarono la palude dove si nascondeva il principale ribelle, ormai quasi abbandonato da tutti i suoi guerrieri. Un colpo di moschetto sparato da Alderman, un traditore al servizio del capitano Church, pose fine alla libertà e alla vita di Metacomet, che aveva meno di 40 anni. Il suo corpo venne squartato e decapitato e la testa fu inviata dapprima a Plymouth e quindi a Boston, per essere esibita come trofeo.
A questo punto, la coalizione indiana era stata annientata e il suo leader eliminato, mentre le speranze di scacciare gli Inglesi diventavano soltanto un’illusione.
Tuttavia, l’insurrezione indiana era costata moltissimo ai Bianchi: circa 900 soldati e coloni trucidati, molti altri periti in seguito per cause strettamente connesse alla guerra, una cinquantina di villaggi assaliti – di cui 12 distrutti completamente – 1.200 case incendiate e abbattute, 8.000 capi di bestiame rubati. Il costo del conflitto ammontava a 150.000 sterline, una somma enorme per quei tempi. Parecchie donne avevano inoltre subito violenza sessuale e alcune erano state uccise perché risultavano d’impaccio ai loro carcerieri. Secondo il racconto di Mary Rowlandson, una sua compagna di sventura, in avanzato stato di gravidanza, venne punita in maniera atroce per le sue continue suppliche di essere liberata: “…(Gli Indiani) le si riunirono intorno in gran compagnia, la svestirono fino a denudarla e la misero in mezzo a loro; e dopo aver cantato e danzato intorno a lei… finchè a loro piacque, le spaccarono la testa e così pure al bambino che teneva in braccio…” (da: “Tre donne del New England”, a cura di Marilla Battilana, Editrice Quattroventi, Urbino, 1986, p. 24).
Quanto ai Pellirosse, avevano subito 3.300 perdite e la capacità di opporsi validamente all’uomo bianco. In pochi anni, la cultura di queste tribù sarebbe stata letteralmente cancellata e sostituita da quella europea.

LA CACCIATA DEGLI SPAGNOLI

Francisco Vasquez de Coronado
Dopo la lunga esplorazione compiuta da Francisco Vasquez De Coronado a nord della Sonora messicana, tramontato il sogno di trovare le mitiche Città d’Oro di Cibola, gli Spagnoli avevano iniziato la colonizzazione dell’area sud-occidentale degli attuali Stati Uniti.
Nell’estate 1598 don Juan de Onate da Zacatecas, rappresentante del re di Spagna, fece la sua comparsa nel paese con un seguito di 130 uomini e 400 coloni. Dodici anni dopo, don Pedro de Peralta stabilì la capitale della colonia, chiamata Nuova Mejico, a Villa Real de la Santa Fè de San Francisco de Asis – divenuta poi la città di Santa Fè – insediandovi un presidio armato permanente, che doveva servire a proteggere i nuovi insediamenti dalle incursioni delle tribù selvagge, principalmente gli Apache, i Navajo e gli Ute.
I Pueblo, un vasto raggruppamento di origine uto-azteca distribuiti in una serie di villaggi e suddivisi in alcune importanti tribù – Hopi, Pima, Moqui, Keres e Tano, Tewa, ecc. – comprendevano a quell’epoca circa 35.000 individui, che vivevano in abitazioni di “adobe” (mattoni di paglia, argilla e fango essiccati al sole) e praticavano l’agricoltura.
Se l’arrivo di Coronado aveva permesso l’introduzione del cavallo – il “mesteno” spagnolo destinato a diventare poi il “mustang”, un equino di piccola taglia estremamente robusto e resistente che si riprodusse velocemente allo stato brado – Onate fece conoscere ai Pellirosse gli animali da allevamento. Infatti, al momento della conquista si era portato dietro circa 7.000 capi di bestiame, fra pecore, capre, bovini, oltre alle numerose cavalcature del suo esercito.
I Navajo furono fra i primi indigeni del territorio a venire in possesso e ad allevare ovini, fino a diventarne in pochi anni i maggiori allevatori del Sud-Ovest. Non per questo rinunciarono alle azioni di guerriglia contro le tribù nemiche, alle razzie ai danni dei colonizzatori e al commercio degli schiavi, soprattutto di donne e bambini.
Ma gli Spagnoli non portarono soltanto elementi utili all’economia delle tribù. I loro missionari iniziarono un’intensa azione di catechizzazione degli “Indios”, inducendoli a rinnegare la propria religione e ad abbracciare il Cristianesimo. Le autorità politiche, intanto, imposero esosi tributi alle tribù sedentarie, obbligandole a consegnare notevoli quantità di mais, grano e prodotti ortofrutticoli.
Le tribù di matrice pueblo furono le più colpite da queste misure. Essendo di norma sedentarie, non potevano infatti sfuggire facilmente al controllo dei nuovi padroni. Vessate dagli Spagnoli e sistematicamente depredate da bande di Apache, Ute e Navajo, non tardarono a nutrire sogni di rivolta.
Nel 1675 alcuni gruppi, che si riunivano segretamente nei “kivas” – specie di sotterranei – scelsero come loro capo e guida spirituale Popè, uno sciamano appartenente alla tribù dei Tewa. L’uomo, soprannominato San Juan e dotato di un carisma irresistibile, si era mostrato un intransigente oppositore della dominazione bianca. Arrestato per ordine del governatore Juan Francisco de Trevino con il sospetto di praticare la stregoneria e di essere responsabile dell’uccisione di alcuni missionari cattolici, era stato scarcerato per mancanza di prove, recandosi poi a Taos per organizzare la resistenza armata contro gli occupanti. In una riunione segreta, cui parteciparono capi di varie tribù, rivelò di essersi messo in contatto con l’Entità Suprema, che esigeva l’unione di tutti i Pueblo per liberarsi del giogo spagnolo.
Confidando nell’accordo della maggior parte dei condottieri tribali e nella notevole superiorità numerica rispetto agli invasori – i Pueblo, ancorchè falcidiati da epidemie e malattie varie, costituivano ancora una forza di 25.000 persone, mentre gli Spagnoli erano circa 2.600, concentrati soprattutto a Santa Fè e dintorni – Popè preparò il suo esercito con cura, aspettando il momento propizio per accendere la scintilla dell’insurrezione.


La marcia di Francisco Vasquez De Coronado

La data d’inizio della guerra era stata stabilita per il 13 agosto 1680, ma il timore che le autorità scoprissero il piano eversivo la fece anticipare al giorno 10.
Non appena scoppiarono le ostilità, gli Indiani si trovarono in notevole vantaggio, potendo contare sulla sorpresa. Così, in pochi giorni trucidarono 420 soldati e coloni e 22 missionari, cingendo d’assedio la stessa Santa Fè. Nonostante una coraggiosa sortita compiuta il 20 agosto – che portò alla cattura di 47 Pueblo, fatti poi impiccare nella pubblica piazza – gli Spagnoli furono costretti ad abbandonare anche la capitale.
Oltre 2.000 sudditi del re di Spagna, Filippo II, lasciarono i possedimenti usurpati agli Indiani nella mani dei legittimi proprietari e si diressero verso il Rio Grande del Norte, abbandonando la colonia al suo destino. Popè diramò immediatamente ordini perentori di cancellare ogni traccia dell’odiata dominazione, dai simboli del Cristianesimo – le chiese furono abbattute o trasformate in stalle – agli insediamenti colonici. Fu vietato inoltre l’uso della lingua spagnola e vennero imposte sanzioni durissime per chi avesse trasgredito alle nuove disposizioni.
Purtroppo, anche in questo frangente emerse l’assoluta incapacità degli Indiani a coalizzarsi per una causa comune, che interessava la libertà di tutti. Apache e Ute, nemici tradizionali dei Pueblo, sfruttarono l’allontanamento delle postazioni spagnole per godere di maggior libertà nei saccheggi a danno delle tribù agricole. Come se questo flagello non bastasse, il dispotismo di Popè, trasformatosi presto in un monarca assoluto, causò una netta spaccatura in seno ai Pueblo e non tardò a provocare una guerra civile, che vide contrapporsi un’alleanza di Keres, Taos e Pecos alla coalizione formata da Tewa e Tano, guidata da Tupatù. La vittoria di quest’ultimo e la momentanea deposizione del tiranno, non furono di lunga durata, perché nel 1688 Popè si riappropriò del comando supremo e lo mantenne per due anni, cioè praticamente fino alla sua morte.
Intanto la Spagna e le autorità del Messico non avevano digerito lo smacco della cacciata e si preparavano a rientrare in forze nella ex colonia. Nel 1692 don Diego de Vargas, alla testa di un numeroso contingente, rioccupò il territorio senza incontrare troppa resistenza fra i gruppi tribali ormai molto disuniti e in contrasto fra loro. Tupatù, l’uomo che aveva deposto Popè, si offrì addirittura al nuovo “conquistador” come alleato, fornendogli 300 guerrieri per debellare i Pueblo del New Mexico occidentale. Ottenuta dagli Spagnoli l’investitura come capo di tutti gli “Indios” della regione di Santa Fè, ebbe i suoi problemi un anno dopo, quando stentò a domare una rivolta di contribali della fazione opposta, maltrattati e schiavizzati dagli invasori.
Subito dopo, Tupatù scomparve dalla circolazione, temendo di non riuscire più a conservare il potere che Vargas gli aveva conferito. Alcuni Pueblo riferirono che il condottiero, forse per la vergogna di essersi venduto al nemico, si diede la morte impiccandosi, ma sappiamo che spesso, nella storia del West americano, la leggenda è riuscita ad avere il sopravvento sulla storia.
Ciò che invece appare incontestabile è l’ennesimo fallimento nel tentativo di unificazione delle tribù pellirosse per fronteggiare la minaccia europea.
Divisi dall’odio e da inimicizie alimentate dall’opportunismo o dal loro stesso costume di vita, gli Indiani finirono per spalancare le porte alla colonizzazione spagnola, che dal Nuovo Messico si estese alla California e al Texas, creando insediamenti sempre più numerosi e stabili.
Nessuna rivolta indigena sarebbe mai più riuscita a cancellarli in seguito.

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