La nascita del mito Western nell’Ottocento: La frontiera americana – 1

A cura di Noemi Sammarco
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6.

Introduzione e la frontiera americana

Il West è talmente radicato nell’immaginario comune occidentale che se vediamo un cappello Stetson, un cinturone con una Colt, o un paio di stivali, la nostra mente penserà sicuramente ad un cowboy. Nell’immaginario americano rappresentava anche un ideale: territori ancora da esplorare, dove la legge e l’ordine sociale non sono ancora arrivati e per poterle affermarli bisognava lottare contro gli indiani e le aspre condizioni ambientali.
Il West è la storia di una lotta di conquista attuata dagli eroi americani per strappare territori agli indiani e creare gli Stati Uniti d’America. Nella storia del West sono narrate le vicende dei pionieri, degli esploratori (scout o mountain man), dei cowboy, dei banditi, degli sceriffi, dei militari, dei cercatori d’oro, dei missionari di chiese, di sette e movimenti religiosi e naturalmente dei nativi americani.
Un trapper
Il genere western è stata una delle invenzioni mediatiche più durature, ma non è stato creato dai suoi protagonisti: indiani, cowboy, banditi e pionieri, ma da scrittori, pittori, pubblicitari e impresari teatrali. Tutte queste figure della nascente società di massa raccontarono e fecero conoscere al mondo il West immaginato e mitizzato, che sempre più si allontanava dalla realtà. Anche politici e intellettuali contribuirono alla nascita e alla diffusione dell’immagine distorta del West e dei suoi abitanti. L’America aveva bisogno di un mito di fondazione e del prototipo del nuovo uomo americano. La frontiera rispose a questi bisogni, e il cowboy divenne l’immagine del nuovo americano, bianco, eroico e solitario: un uomo che nell’asprezza della frontiera si allontanava dal suo passato europeo fino a spogliarsene completamente, per poi rinascere come americano. Al contrario gli indiani si trasformarono nei cattivi della storia, non erano i popoli ai quali era stata tolta la terra, o che vennero sterminati in guerre non eque, ma nemici che impedivano lo sviluppo della nazione americana e per questo dovevano essere spazzati via.
Il West immaginato e mitizzato non è nato nel Novecento con i film di Sergio Leone o le interpretazioni di John Wayne, ma ha radici molto più profonde. La visione della frontiera iniziò ad allontanarsi dalla storia per divenire un luogo mitico, quando ancora esisteva e gli uomini che la abitavano divennero eroi prima della loro morte. Gli americani e poi gli europei conobbero il West grazie agli scrittori che lo raccontarono. Di West parlarono grandi autori come Fenimore Cooper, che con il suo romanzo L’ultimo dei Mohicani, è sicuramente l’autore più famoso grazie anche al successo di diverse trasposizioni cinematografiche, fra cui quella del 1992 con la regia di Mann, ed è riconosciuto come il padre del genere western, o come Twain e Salgari.
Fenimore Cooper, L’ultimo dei Mohicani
O ne parlarono autrici come Lydia Maria Child e Catharine Maria Sedgwick, che dopo il grande successo dei loro romanzi vennero dimenticate fino ad essere riscoperte solamente con gli studi di genere negli anni Ottanta del Novecento. Chi probabilmente contribuì più di tutti alla diffusione del mito del Far West furono gli scrittori e le scrittrici delle dime novel, un genere di racconti popolari il cui nome fa riferimento al basso costo, e alla scadente qualità della carta sul quale erano stampati. Le dime novel a tema western ebbero un enorme successo, arrivando a vendere milioni di copie non solo in America ma anche in Europa e questo successo aprì la strada ad altre forme di intrattenimento che raccontavano il West. Le dime novel divennero testi teatrali, nacquero show che raccontavano la vita alla frontiera e Buffalo Bill con il suo Wild West Show mostrò al mondo la sua visione mitica del West, ammaliando prima l’America e poi l’Europa con le mirabolanti avventure di intrepidi cowboy.
Nessun genere letterario ha influito sulla costruzione dell’identità nazionale quanto il genere western. E’ per questo che ho deciso di scegliere le dime novel come argomento centrale del mio lavoro. Quando riconosciamo il cowboy come modello maschile della società americana, al punto che diversi presidenti vennero identificati come presidenti cowboy per sottolineare le loro capacità, non ci chiediamo dove questo modello, estrapolato dalla realtà, ha le sue radici. Non ci chiediamo come nell’Ottocento era percepita e immaginata la vita di frontiera, come venivano visti i suoi abitanti o come era giudicata l’unione matrimoniale tra i coloni e i nativi. Le dime novel, se lette con uno sguardo critico, ci raccontano tutto questo: come i cowboy erano immaginati dai lettori e scrittori che alla frontiera non erano mai stati, come erano immaginati gli indiani, e come erano immaginate le donne alla frontiera che si trasformarono da donne bisognose di essere difese da intrepidi eroi a cowgirl che giravano armate e con abiti da uomini.


Una semplice famiglia di pionieri

Il lavoro che vi propongo è diviso in cinque capitoli. Nel primo capitolo, “La frontiera americana” ho scelto di raccontare come nella storia americana il termine frontiera abbia assunto un’accezione differente a quella che aveva in Europa. La frontiera non indicava solamente un confine tra due stati, ma un territorio di nuova conquista in cui la civiltà si scontrava con la barbarie, ovvero secondo gli americani, il luogo in cui i coloni si scontravano con gli indiani. Lo storico statunitense Frederick Jackson Turner espose questa idea di frontiera nel 1893 con il suo celebre discorso Significato della frontiera nella storia americana (1). A partire dal discorso di Turner la frontiera divenne il luogo del mito della fondazione americana, e fornì anche la legittimazione per una espansione imperiale al di là dei confini americani. Ho continuato raccontando la vita del presidente Theodore Roosevelt che fu uno degli artefici del mito della frontiera. Roosevelt visse per alcuni anni in un ranch in North Dakota vivendo come un cowboy e assaporando la vita alla frontiera. Questa esperienza condizionò le sue scelte politiche e la sua visione dell’America, ma condizionò anche l’opinione che gli elettori avevano di lui (2). Ho continuato raccontando come nell’immaginario collettivo l’Ovest reale e l’Ovest immaginario si sovrapposero finchè l’Ovest mitico prese il sopravvento su quello reale, trasformando il cowboy nell’eroe principale del nuovo mito di fondazione americana e la personificazione dell’americano nuovo.


Un particolare della copertina di una Dime Novel

Il secondo capitolo “Le dime Novel”, ho raccontato come i libri passarono da beni di lusso a beni accessibili a tutti. Grazie alle innovazioni tecnologiche vennero abbattuti i costi di produzione e fu dunque possibile creare dei libri economici da immettere sul mercato al costo di un dime, cioè 10 cent., rendendoli così accessibili ad ogni classe sociale. Inoltre sempre più americani sapevano leggere. Le dime novel inondarono il nascente mercato di massa con trame di ogni tipo, ma il genere che più di tutti attirò il pubblico fu quello western. Grazie all’enorme successo delle dime novel nacquero case editrici dedicate alla loro pubblicazione come la Beadle&Adams. Un paragrafo e dedicato alle scrittrici e agli scrittori di dime novel, alle loro condizioni di lavoro e agli stipendi che percepivano. Ho voluto dedicare particolare attenzione alla prima dime novel pubblicata nel 1860, Malaeska the indian wife of the white Hunter scritta da Ann Sophia Stephens, che grazie al suo enorme successo aprì la strada alle numerose dime novel pubblicate in seguito.
Annie Oakley
Nel terzo capitolo “Le eroine del west, la nascita del mito al femminile”, ho scelto di analizzare come le eroine dei romanzi western sono cambiate attraverso il tempo: da donne che usavano le armi solamente per difendersi in caso di estrema necessità, a donne che vestivano, parlavano e vivevano come uomini. La libertà delle eroine dei romanzi western rispecchiavano alcune delle libertà che le donne di frontiera, a differenza delle loro contemporanee europee, avevano. Le difficili condizioni di vita della frontiera resero possibile alle donne di vestire e svolgere lavori da uomini e grazie a questa possibilità vi furono donne come Calamity Jane e Belle Starr. Anche queste donne entrarono a far parte del West immaginato, poiché la loro storia, proprio come accadeva agli uomini della frontiera, si allontanava sempre più dalla realtà.
Il quarto capitolo “L’intermarriage”, cioè l’unione matrimoniale tra un colono e una indiana o viceversa, è dedicato alle varie soluzioni che gli scrittori e le scrittrici hanno proposto all’interno delle loro opere. Soluzioni che derivano dalle visioni personali degli autori e delle autrici, ma anche dal momento storico in cui i libri venivano scritti. Quello delle unioni interraziali era un problema molto sentito nella nazione americana e autori come Cooper, Child, Sedgwick e Stephens proposero tutti soluzioni diversi nei romanzi, a dimostrare come all’interno della società americana non vi era una visione univoca riguardo il problema degli indiani.
L’ultimo capitolo è dedicato all’esportazione del mito western e come grazie a Buffalo Bill il West mitico prese definitivamente il sopravvento sul West reale. Buffalo Bill si creò l’immagine di intrepido cowboy e viaggiò per tutto il mondo con il suo show, mostrando a folle di spettatori intrepidi cowboy e cowgirl che combattevano contro gli indiani.


Il leggendario Buffalo Bill

La presenza di queste donne così emancipate che infrangevano ogni aspetto dello stereotipo femminile della donna vittoriana fece molto scalpore in Europa. Le esposizioni universali, le dime novel, il Wild West Show diffusero un’immagine del West lontana dalla realtà che ebbe il sopravvento sui fatti storici e che crearono un West mitico che sopravvive ancora oggi.
Per quel che concerne il concetto di frontiera la storiografia sull’argomento è vastissima. Prendendo come punto di partenza il discorso tenuto nel 1893 Significato della frontiera nella storia americana da F. J. Turner sono stati poi integrati i lavori più recenti di F. Fasce e B. Cartosio che pur mantenendo i principi fondamentali della tesi di Turner hanno integrato a questa il concetto dell’espandersi dei coloni a scapito dalla cultura indiana. Nella tesi di Turner la distruzione della cultura indiana viene liquidata come necessaria per lo sviluppo della cultura americana, in accordo per altro con le idee di Theodore Roosevelt. Inoltre per poter capire a fondo le conseguenze che le idee di Turner ebbero sulla storia e sulla politica americana ho utilizzato gli studi degli storici Anders Stephanson e Mauro Calamandrei.
Se la storiografia sulla frontiera è vastissima, non si può dire lo stesso per le dime novel, soprattutto in Italia dove fatti salvi alcuni articoli di Rosso, Cartosio, Mariani e Scannavini, l’argomento è pressochè sconosciuto. Inoltre fino agli anni Ottanta ebbero scarsa attenzione anche fra gli studiosi americani, poiché vennero considerate forme letterarie di serie B e quindi non degne di troppa attenzione. Solamente dagli anni Ottanta, quando l’attenzione degli studiosi si spostò sulle forme letterarie popolari e sullo studio della letteratura femminile, le dime novel vennero riscoperte, e si videro riconoscere l’importanza che hanno avuto nella costruzione e nell’affermazione del mito del West. Per poter affrontare al meglio l’argomento ho deciso, prima di tutto, di cimentarmi con i testi originali di alcune delle dime novel più significative, e con i romanzi che hanno posto le basi del genere western. Dopo aver affrontato queste letture, ho utilizzato, principalmente, gli studi di M. Denning, J. R. Cox, J. G. Kennedy, L. S. Person, tutti scritti tra gli anni Novanta e gli anni Duemila, per poter ricostruire la nascita e i motivi del successo delle dime novel. Questi studiosi sono concordi nell’affermare che, grazie al basso costo delle dime novel, le storie della frontiera furono accessibili ad ogni classe sociale e questo fece si che le storie dei cowboy diventassero familiari a tutti i livelli della società. Sono inoltre d’accordo con Denning quando afferma che i racconti della frontiera erano, per la classe operaia, un modo per evadere dall’alienante vita del lavoro in fabbrica, e che le storie in cui coraggiosi cowboy difendevano i diritti dei piccoli coltivatori dai grandi proprietari terrieri, era una sorta di rivincita utopistica sui proprietari. Quando invece mi sono chiesta come le donne percepissero le storie raccontate nelle dime novel, in cui con il passare del tempo i personaggi femminili sempre più si discostavano dalle regole di comportamento che la società ottocentesca imponeva, ho scoperto che solamente lo storico D. Worden ha dedicato uno studio approfondito all’ argomento, quando, a mio avviso l’argomento meriterebbe più attenzione.
Per quanto riguarda l’unione interrazziale tra i due mondi e come vennero raccontate all’interno dei romanzi western, ho creduto necessario partire dal più famoso dei romanzi western e dalle storie d’amore presenti al suo interno, L’ultimo dei Mohicani. Questa volta mi sono basata sugli articoli di due studiosi italiani Scannavini e Mariani. Entrambi pongono l’attenzione su come nel 1992 il regista Mann abbia deciso di modificare la trama romantica della storia sparigliando le coppie del romanzo e cambiando drasticamente la scelta di Cooper. All’ interno di questo capitolo, per poter mostrare al meglio le diverse soluzioni alle unioni interrazziali proposte dagli scrittori e dalle scrittrici che ho scelto di prendere in considerazione, ho deciso di raccontare le trame dei diversi romanzi per poi analizzare le diverse soluzioni. Il problema delle unioni interrazziali non riguarda solamente la coppia, ma anche i figli che nascono da questa unione. Questi bambini dal sangue misto furono un serio problema per la società americana e questi problemi, che si ritrovano all’interno di molti romanzi western, sono stati analizzati dallo studioso H.J. Brown, che ha dedicato un intero libro alle figure dei mezzo-sangue indiani nella letteratura americana. Brown ha mostrato, attraverso un’approfondita analisi di molti testi dai romanzi alle dime novel, come la figura del mezzo-sangue è passata da un essere grottesco e crudele che necessitava di vivere in esilio, all’eroe dal sangue misto che porta dentro di se i lati positivi di entrambe le civiltà. Proprio come le dime novel, anche la figura del sangue misto è stato quasi completamente trascurato dagli studiosi fino all’opera di Brown.
Per quel che riguarda l’immagine del cowboy e la sua esportazione la storiografia è stata più prolifica. Gli studiosi su cui mi sono basata principalmente sono McMurtry, Cartosio, Rydell e Kroes. Nei loro lavori affrontano le origini della falsificazione del West all’epoca di Buffalo Bill e come nessun alto paese sia riuscito a produrre e diffondere così efficacemente un mito della fondazione. Sono in pieno accordo con Rydell e Kores quando affermano che l’esportazione del mito western in Europa è stato il primo passo dell’americanizzazione del mondo. L’organizzazione economica americana aveva raggiunto uno stadio di sviluppo talmente avanzato, che era inevitabile che l’Europa fosse sommersa dai prodotti e dai valori culturali americani, e il West rispecchiava entrambi.


Cowboys

Se dunque vi è abbondanza di studi per quanto riguarda la storia della frontiera americana e la trasformazione del cowboy a eroe nazionale, non si po’ dire lo stesso delle dime novel, delle unioni interrazziali tra indiani e bianchi nella letteratura americana, e dei figli di queste unioni. Questi argomenti non vennero presi in considerazione fino agli anni Ottanta, e credo che ancora oggi non abbiano esaurito quello che avevano da dire.

La frontiera americana

“La storia degli Stati Uniti è stata in larga misura la storia della colonizzazione del grande Ovest. L’esistenza di una superficie di terre libere e aperte alla conquista, la sua retrocessione continua e l’avanzata dei coloni verso occidente, spiegano lo sviluppo della nazione americana.” (3), scrisse lo storico statunitense Frederick Jackson Turner nelle pagine iniziali del suo saggio La frontiera nella storia americana pubblicato nel 1920, ma iniziato quasi trent’anni prima. L’opera di Turner racconta, a partire dal XVII secolo, la colonizzazione del Nord America e individua il concetto di frontiera come fondamentale per interpretare un secolo di storia degli Stati Uniti e dei suoi aspetti sociali, politici e culturali (4).


Con i carri verso ovest

La chiave del processo di colonizzazione americana è la presenza di una frontiera mobile, che si sposta continuamente aprendo nuovi scenari economici e umani (5). Nella storia americana il termine frontiera ha assunto un significato sostanzialmente differente da quello che aveva nelle lingue europee. Se in Europa, il termine frontiera, indica un confine tra due stati, in America, per usare le parole dell’allievo di Turner, Walter Prescott Webb “La frontiera non è una linea in cui fermarsi, ma un’area in cui entrare” (6). La frontiera è, dunque, in America, una regione recentemente abitata e in contatto con la wilderness. Gli insediamenti coloniali presenti in questa regione non avevano un confine rigido e impenetrabile, ma vi era uno spazio aperto e disponibile a nuovi insediamenti. Ciò che nella lingua europea aveva da sempre indicato un limite ed un ostacolo, in America diventò un invito alla colonizzazione di nuovi territori ancora selvaggi e inesplorati, ed un concetto chiave per la comprensione dell’epica nazionale del nuovo continente.
La frontiera americana si spostò verso ovest dal 1607 al 1890, seguendo l’insediamento dei coloni. Nel periodo 1607-1763 la frontiera si mosse nell’area compresa fra l’Oceano Atlantico e i Monti Appalachi. I discendenti degli europei sbarcati nella Virginia inglese avevano compiuto la sua prima fase, sconfiggendo definitivamente i francesi nella Guerra dei Sette Anni (1756-1763). I loro eredi avevano conquistato l’indipendenza dall’Inghilterra nel lontano 1783, creando gli Stati Uniti d’America, spingendosi al nord nella valle del fiume Ohio e nel 1803 acquistarono la Louisiana, spingendosi fino alle rive del Mississippi, per lasciare alla generazione successiva il compito di proseguire oltre quel limite naturale. Si aprì allora la strada del Far West e la nuova frontiera fu fissata in California e Oregon (1825-48), mentre l’ultima fase di avanzamento portò alla colonizzazione dei territori fra le Montagne Rocciose e il Mississippi (7). Intrepidi esploratori e coraggiosi emigranti avevano battuto le piste che portavano all’estremo occidente, costruendo strade, città e ferrovie, confinando gli indiani nelle riserve e pacificando le città famose per le sparatorie e le sfide tra uomini e fazioni rivali.
I pionieri consideravano il West come un territorio praticamente illimitato in mano a un’unica nazione, ricco di risorse di ogni genere, terre fertili, foreste, minerali, clima propizio e grandi fiumi navigabili. L’immaginario ne fece quasi un luogo favoloso, ove nulla era precluso a chi avesse avuto forza e volontà sufficienti. La conquista del West procedette a ondate che spostarono la linea più esterna della frontiera sempre più a ovest, dando così modo alle regioni di precedente colonizzazione di affinare i costumi e instaurare via via modelli di società più progrediti. Sin dagli anni immediatamente successivi alla rivoluzione sui territori dell’Ovest fu applicata una legislazione che poi venne allargata all’intera nazione.
Nel 1785 un ordinamento regolò la vendita delle terre, nel 1787 vennero definito una forma di autorità costituita che definì l’impegno pubblico ad appoggiare la formazione di scuole per stimolare l’incremento dell’alfabetizzazione; il Pre-emption Act del 1841 difese i diritti dei frontiersmen a detenere i terreni, e nel 1862 lo Homestead Act giunse quasi a coronare il sogno di ogni famiglia di possedere un pezzo di terra.


Pre-emption Act

E’ difficile parlare di frontiera americana senza evocare il celebre discorso sul “Significato della frontiera nella storia americana” che Frederick Jackson Turner tenne il 12 luglio 1893 nell’ambito delle celebrazioni colombiane durante la World’s Columbian Exposition di Chicago. La tesi di Turner fu presentata come relazione all’American Historical Association durante il suo annuale meeting. Gli Stati Uniti si trovavano al culmine di quasi tre secoli d’ incredibili successi iniziati con il primo insediamento a Jamestown. La nazione si stava adattando alla difficile transizione da società rurale ed agricola ad una urbana e industriale. Inoltre si trova a fare i conti con il suo nuovo e crescente ruolo di potenza imperiale e leder mondiale. Negli anni Novanta dell’Ottocento i cittadini americani sentivano il bisogno di una prospettiva storica che celebrasse i traguardi da loro raggiunti, ma che assicurasse che il futuro sarebbe continuato su una strada altrettanto favorevole, di una mitologia che valorizzasse la loro unicità e riconoscesse il loro contributo di grande nazione democratica al mondo. Secondo la tesi di Turner la storia americana è stata determinata dalla presenza, fino al 1890, di terre “libere” ad ovest, coltivabile senza il bisogno di cospicui investimenti, come afferma lo storico Lee Benson una terra “senza prezzo, non occupata, accessibile a chiunque e in grado di essere con il semplice lavoro manuale” (8).
E’ in questi territori che, la nazione espandendosi, ha incontrato nuovi ambienti a cui doversi adattare, e da questo continuo adattamento è nato un “uomo nuovo” fattivo, democratico, non più inglese, tedesco o altro ma americano. Secondo Turner il colono, perché per lui gli unici veri coloni erano maschi, si spogliava del suo bagaglio fisico e culturale che si era costruito in Europa, e attraverso l’esperienza della wilderness forgiava la nuova civiltà puramente americana. La vita semplice e rude dei pionieri produsse l’autocoscienza condivisa, l’individualismo, la solidarietà e il rispetto reciproco che caratterizzeranno l’uomo americano (9).
Il vero americano nasceva nel grande West, la terra ad Ovest della valle del Mississippi.

“L’esistenza di una superficie di terre libere e aperte alla conquista, la sua retrocessione continua e l’avanzata dei coloni verso occidente, spiegano lo sviluppo della nazione americana […] Questa espansione verso l’Ovest con tutta la sua gamma di infinite possibilità, il suo contatto continuo con la semplicità della società primitiva, alimentano e forniscono le forze che dominano il carattere degli americani. Il punto di vista vero per capire la storia di questa nazione non è la costa che guarda l’Oceano Atlantico, è il grande West (10)”

Turner parla di “terre libere” e con questo intende terre libere da rendite e non da abitanti; ma è verosimile che agli occhi degli osservatori di fine secolo queste terre appaiano vergini a causa dei pregiudizi raziali, anche se non nella forma aggressiva e deliberatamente militare del Theodore Roosevelt di The Winning of the West (11). Turner tace la sopraffazione fisica e l’esproprio delle terre ai nativi, rendendo l’espansione “una pacifica occupazione della fertile frontiera appalachiana da parte degli inglesi” anziché “un’invasione da parte degli europei di terre densamente popolate” come scrisse Wilbur Jacobs (12).


L’incontro tra due popoli

I nativi vennero considerati “selvaggi”, sfida e minaccia per i nuovi arrivati. Erano, però, anche una risorsa e uno stimolo per i coloni. Risorsa poichè furono loro ad aiutare l’uomo bianco ad adattarsi al nuovo ambiente, stimolo poichè sotto l’impulso della “frontiera indiana” l’uomo bianco ha imparato a organizzarsi politicamente in comunità locali e poi in congressi intercoloniali e ancora in progetti d’unione gettando i semi delle tendenze unificatrici che porteranno alla nascita degli Stati Uniti d’America.
Il 29 dicembre 1890 l’ esercito americano metteva la parola fine al capitolo delle guerre indiane. Gli indiani avevano subito un tragico destino, Cavallo Pazzo e Toro Seduto erano morti, Geronimo viveva da prigioniero a Mount Vernon in Alabama, Nuvola Rossa stava invecchiando in una riserva sioux del Dakota; i fieri Cheyenne erano stati in gran parte deportati nell’Oklahoma, Comanche e Kiowa rievocavano malinconicamente a Fort Sill le loro gloriose battaglie contro la cavalleria e le formidabili incursioni nel Messico (13).
Ormai migliaia di miglia di ferrovia congiungevano le città dell’Est alla costa del Pacifico, collegandole a nord, al centro e nell’estremo sud. I coloni non viaggiavano più in diligenza, ma si serviva del treno. Anche i capi indiani come Nuvola Rossa, Piccolo Lupo erano stati condotti in treno fino a Washington. Durante il lungo viaggio, gli indiani avevano potuto osservare immense città e regioni sterminate popolate da milioni di persone. New York aveva 2.500.000 di abitanti, Chicago e Philadelphia 1.000.000, San Francisco 300.000, mentre il più grande villaggio che gli indiani fossero riusciti a mettere in piedi in tutta la loro storia, probabilmente quello del Little Big Horn nel giugno 1876, non ne aveva mai accolti più di 8.000 (14). Gli Stati Uniti erano diventati un grande Paese abitato da 63.000.000 persone. Invece, tutti gli indiani messi insieme ne contavano appena 250.000. La storia dell’America coloniale è quindi l’incontro di due popoli i cui destini si incrociano, destini che si svilupperanno in maniera disuguale; probabilmente questo è stato uno dei più massicci incontri di culture nella storia dell’umanità.


Una delegazione indiana a Washington

Turner notava che con la fine della frontiera “a quattro secoli della scoperta dell’America, era anche la fine del primo periodo della storia americana” (15). La tesi della frontiera è, in sostanza, un mito della creazione (16). L’epopea della nascita della nazione americana ben si prestava per la realizzazione di gesta e personaggi epici. Inoltre forniva il fondamento logico al perché gli americani fossero un “popolo eletto” destinato, secondo loro, a regnare sull’intero continente americano e anche oltre. Gli americani erano figli della wilderness del grande West. La loro comune esperienza della vita di frontiera aveva fatto si che avessero sviluppato qualità intellettuali come la curiosità, l’inventiva, l’indipendenza e l’egualitarismo (17), qualità che secondo Turner erano necessarie per lo sviluppo di una nazione democratica. L’apologia che Turner faceva dell’uomo maschio bianco e anglosassone, che aveva conquistato e costruito una nazione, grande quanto un continente, elevava l’uomo americano al di sopra di ogni altro: indiani, afroamericani e milioni di immigrati. La figura rappresentativa del mito western di fine Ottocento non è più l’agricoltore che spinge l’aratro, icona delle democrazie agrarie, ma l’uomo rude a cavallo. Personaggi come Daniel Boone, del 1784 di John Filson o Natty Bumppo di Cooper, o figure come l’indian killer dei romanzetti da dieci centesimi della seconda metà del secolo, i cui contatti con la realtà storica sono assai labili o, a volte, addirittura inesistenti (18). Con queste opere prende corpo la mitopoiesi dell’uomo solo, indipendente, sufficiente a se stesso, generoso ma che all’occorrenza può divenire spietato. Non è casuale che William Cody “Buffalo Bill”, contemporaneo di Turner e presente a Chicago nel luglio del 1893 con il suo Wild West Show, si ispira proprio a questo stoico uomo di frontiera, che è un cacciatore, un esploratore, combattente, pony express, scout per l’esercito e anche cowboy per costruire il suo mitico personaggio (19).
L’uomo nuovo americano è un uomo indipendente, ma che è disposto a sacrificare la propria libertà per entrare nell’esercito in nome del bene comune. A lui spetta la conquista delle terre ostili, solo dopo il suo passaggio potranno insediarsi gli agricoltori, potranno nascere i commerci e le città. Questa concezione eroica, raziale e maschile del destino manifesto implica che la frontiera venga conquistata con le armi e che le donne non abbiano nessun ruolo nel nascente mito. Tantomeno le donne degli eroi: né le sposa di Daniel Boone, né quella di Davy Crockett, né le tre mogli, due indiane e una messicana, di Kit Carson. Le armi, dunque, rendono possibile la conquista dei territori e poi li proteggono.


L’agricoltore con l’aratro nel west

La teoria di Turner incontrava il favore degli americani, o almeno del gruppo dominante che colonizzò il west, perché forniva una grandiosa e trionfale visione della storia americana.
Il significato della frontiera nella storia americana, non solo offriva un convincente mito della fondazione, ma forniva anche una legittimazione per un’espansione imperiale al di là dei propri confini. Il saggio di Turner affermava la necessità degli americani di continuare ad espandersi, anche oltre i propri confini. Turner fornì la base morale per un espansionismo verso l’esterno, l’espansionismo americano non era altro che offrire ai popoli ancora “barbari” la possibilità di partecipare alla “civiltà” americana. Questo principio di supremazia nei confronti delle altre nazioni, non è altro che lo stesso principio adottato nei confronti dei popoli indiani.
La frontiera fu ufficialmente dichiarata chiusa dall’Ufficio del Censimento in un bollettino del 1890 scritto dal responsabile dell’Ufficio Robert P. Porter secondo la mappa disegnata dal geografo Henry Gannet della Us Geological Survey:

“Fino a tutti il 1880 il paese aveva una frontiera di insediamento, ma oggi l’area non insediata è stata così frammentata da isole di insediamento da rendere arduo affermare che esista una linea di frontiera. Non è più possibile, dunque, discutere della sua estensione, del suo spostamento verso ovest ecc. nei rapporti del censimento” (20).

Fin dai tempi di Jefferson la frontiera fu ritenuta per il suo serbatoio di terre a disposizione del popolo essenziale alla libertà americana. La chiusura della frontiera, sosteneva Turner, significava la fine di una parabola storica statunitense, e gli anni Ottanta furono percorsi da quella che fu definita “ansia della frontiera”, cioè la paura che si andasse chiudendo questa valvola di sicurezza della vita americana.
Frontiera aveva significato carovane in movimento verso il West, piste del bestiame tracciate da audaci pionieri come Oliver Loving e Jesse Chisholm, squadre di intrepidi cacciatori che tendevano trappole sulle Montagne Rocciose, corse all’oro nelle valli del Sacramento e sulle Black Hills frenetiche città dove ogni giorno si rischiava di buscarsi una pallottola sfuggita a qualche pistolero.


Deadwood, la cittadina sorta nelle Black Hills

Buffalo Bill aveva portato in giro per il mondo le eroiche imprese che avevano caratterizzato la Frontiera, facendo lavorare nel Wild West Show molti degli autentici personaggi di quel periodo, come Toro Seduto, Alce Nero e Calamity Jane. Non solo la vita rese questi personaggi famosi, ma i misteri che avvolsero la morte di molti di loro li rese dei miti immortali. La fine di Billy il Kid, Butch Cassidy e Sundance Kid, la scomparsa di Black Bart Boles, l’assassinio di Belle Starr e Pat Garett, la condanna di Tom Horn e innumerevoli altri episodi mai chiariti fino in fondo, hanno impedito alla frontiera e ai suoi miti di essere sommersa dall’oblio del tempo e le inesauribili fantasie della letteratura, del fumetto e del cinema sono la linfa che alimenta l’eterna sopravvivenza di un’epopea.
La tesi della frontiera fu spesso e giustamente attaccata per il suo nazionalismo e il suo rifiuto di vedere la distruzione dei nativi, è stata spesso giudicata un’utopia agraria, contraddittoria in quanto erige a identità americana qualcosa che è scomparso (21). Ben più ordenti furono le critiche dirette contro l’idea di Turner che la frontiera fosse fonte di valori. Secondo Turner la democrazia non fu portata in America a bordo della Mayflower o della Susan Constant, o non nacque dai sogni dei teorici; ma emerse dalle foreste americane, libera da qualsiasi contatto contaminatore con il vecchio mondo (22). Uno dei critici più spietati di questo aspetto della teoria della frontiera fu Benjamin F. Wright jr. che affermava che la democrazia non veniva fuori dalle foreste, se non nei luoghi in cui era stata prima esportata. Secondo Wright una volta superato l’iniziale periodo di caos, quando diviene possibile e necessario creare un’organizzazione sociale e politica, i coloni fanno ricorso al loro bagaglio culturale e sociale sopravvissuto ai travagli dell’emigrazione e dal trauma derivante dalla lacerazione dal mondo d’origine di coloro che si trovavano nelle mani una natura ancora vergine e inesplorata (23). Al contrario, per Turner, la frontiera aveva plasmato la più intima essenza del carattere americano (24).

CONTINUA

NOTE

  1. La tesi della frontiera è un’ipotesi secondo la quale, all’origine delle caratteristiche democratiche, innovative, violente e distintive del carattere americano vi sia stata la cosiddetta, frontiera americana. Turner annunciò inizialmente la sua tesi in un documento intitolato “The Significance of the Frontier in American History”, consegnato a Chicago, alla American Historical Association nel 1893 alla World’s Columbian Exposition.
  2. Roosevelt T., Hunting Trips of a Ranchman and The Wilderness Hunter, G.P.Putnam’s sons, 1885.
  3. F. J. Turner, La frontiera nella storia americana, il Mulino, Bologna 1959, pp. 5.
  4. A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, Lo spazio del tempo. vol. 2 Dal XVII al XIX secolo: Storia Documenti Storigrafia dal XVII al XIX secolo, editori Laterza, bari 2008, p.159.
  5. M. Calamandrei, Il pensiero storiografico di F.J. Turner, p. XII, in La Frontiera nella storia americana, F. J. Turner, Henry Holt and Company, New York, 1953.
  6. M. R. Ferrarese, Diritto sconfinato: Inventiva giuridica e spazi nel mondo globale, Edizioni Laterza, Roma-bari, 2015, p. 215
  7. M. Sanfilippo, Storiografia e immaginario delle frontiere nordamericane, da http://www.iperstoria.it/joomla/numeri/15-saggi/69-storiografia-frontiere
  8. B. Cartosio, La tesi della frontiera tra mito e storia, in S.Rosso, Le frontiere del Far West: forme di rappresentazione del grande mito americano, shake edizioni, Città di Castello, 2008, p. 27.
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