Elementare, cowboy

A cura di Gian Mario Mollar

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I fratelli Amlingmeyer sono due veri cowboy del Montana. Hanno entrambi “i capelli così rossi da poterci accendere un fuoco”, ma sono profondamente diversi l’uno dall’altro. Big Red, Otto, che si chiama così perchè è “solo leggermente più piccolo di una casa di medie dimensioni”, è un estroverso amante di alcol e donne, a differenza di Gustav, Old Red, che è timido, scontroso e, pur non sapendo né leggere né scrivere, ha il cervello affilato come la lama di un coltello Bowie. La vita dei due sarà rivoluzionata dall’incontro con le dime novels di Sherlock Holmes, le cui gesta, lette attorno al fuoco da Big Red, il fratello “letterato”, nonché narratore della vicenda, all’analfabeta Gustav, fanno crescere in quest’ultimo una vera e propria ossessione per il mitico investigatore privato: “Molte persone credono in Dio. Gustav crede in Sherlock Holmes”.
“Sherlockare” diventa per Old Red un’aspirazione a cambiare, a emanciparsi dalla dura vita del mandriano e a compensare la sua mancata istruzione, dimostrando al mondo quel che vale.
“Nel West ci sono due cose dalle quali proprio non puoi scappare: la polvere e la morte”: a Gustav non mancheranno le occasioni per esercitare il proprio acume e indagare misteri e omicidi. Tutto ha inizio quando i due vengono assunti al Ranch del Dollaro Barrato, anche noto come Cantlemere Ranch, perché proprietà di un nobiluomo inglese. La fattoria è in cattive condizioni, “una via di mezzo tra un palazzo e una capanna”, e viene gestita da un pugno di personaggi davvero poco raccomandabili, capeggiati dal losco Uly McPherson e dall’inquietante Boudreux, un nero albino affettuosamente soprannominato “il Babau”. I nuovi impiegati, reclutati nel Saloon “Il Vespaio” insieme a un gruppo di disperati, vengono privati delle pistole e obbligati a lavorare duro, con la calda raccomandazione di non ficcare il naso in fatti che non li riguardano. I chiacchieroni fanno una brutta fine, come scoprirà ben presto Pinky, uno dei garzoni pestato a sangue e marchiato a fuoco in fronte per qualche parola di troppo.
Come se non bastasse, c’è Hungry Bob Tracy, un cannibale evaso di prigione, che si aggira nei paraggi del ranch “a caccia di un bel filetto d’uomo”.
Un giorno, i due fratelli si imbattono in un cadavere in mezzo alla prateria: i resti sono stati calpestati da una mandria e il risultato è spaventoso, “sembra il frutto di un’esplosione in macelleria”. Sebbene la situazione non sia delle più incoraggianti per mettersi a indagare, Old Red non tarda a dismettere i panni del cowboy per indossare quelli del detective. Il celebre metodo deduttivo del Maestro Holmes viene adattato alle terre di frontiera: Gustav si rivelerà un abilissimo osservatore, capace di decifrare le impronte nel fango e di analizzare le tracce di uno sparo con precisione scientifica.
Il gioco si complica ulteriormente con l’entrata in scena di un gruppo di inglesi, guidati dall’anziano e accanito scommettitore Duca di Balmoral e da sua figlia, la bella Lady Clara, venuti da oltre oceano per ispezionare la proprietà: due mondi vengono messi a confronto, quello europeo, decadente e colto, con quello americano, giovane, irruento, ma meno “educato”. Old Red, aspirante detective deriso dai nobili padroni, diventa il fulcro di questo scontro, l’oggetto di una scommessa: riuscirà a risolvere i misteri, che vanno accrescendosi di pari passo con l’aumentare degli omicidi, prima dell’arrivo dello sceriffo?
“Elementare, cowboy”, brillante traduzione del titolo originale “Holmes on the range”(sebbene tutti i fanatici di Sherlock Holmes sappiano che questa battuta non compaia mai nei romanzi di Sir Doyle, e sia un’aggiunta apocrifa e cinematografica, esattamente come il deerstalker, il celebre cappello da caccia con il paraorecchie), è un romanzo che cattura, diverte e si fa leggere tutto d’un fiato.
Devo ammettere che la mia prima reazione è stata di diffidenza, perché viviamo in tempi in cui il pastiche letterario la fa da padrone – basti a pensare agli zombie e ai vampiri in tutte le salse, o ai noir ambientati in ogni tempo e in ogni luogo – e spesso non fa altro che celare, sotto un velo di apparente novità, un abissale vuoto di idee. Per fortuna, tuttavia, mi sono lasciato comunque tentare dalle mie antiche passioni per il west e per l’investigatore di Baker Street, che hanno riempito tante giornate della mia adolescenza.
E il mix creato da Steve Hockensmith funziona davvero: una classica detective story di tipo vittoriano, con segreti, omicidi, azzimati gentlemen e conturbanti ladies, che si potrebbe tranquillamente ambientare nelle nebbie londinesi, viene calata nel Montana del 1893, con l’aggiunta di polvere, sangue, mandrie e pistole. A tenere insieme due poli così apparentemente eterogenei c’è la scrittura di Hockensmith, così secca, pulp e sfrontata da ricordare molto da vicino quella del ben più noto Joe Robert Lansdale. Insomma, sia che vi piacciano i gialli, sia che vi piaccia il west, sia che vi piacciano entrambi, come al sottoscritto, questo libro non vi deluderà e vi regalerà qualche ora di puro intrattenimento dal buon livello letterario.
Parole di lode vanno spese per la traduzione raffinata, per la bella copertina e per il volume nel suo complesso, estremamente curato, edito da Casa Sirio, un emergente editore torinese di cui vale la pena sfogliare il catalogo.
In realtà, Holmes on the range non è che il primo di una serie di romanzi e racconti dedicati al duo Amlingmeyer e già editi negli States. C’è da sperare che potremo presto leggerne il seguito…
Buona lettura!

Titolo: Elementare, cowboy
Autore: Steve Hockensmith
Rilegatura: brossura leggera
Pagine: 372
Editore: CasaSirio (10 maggio 2016)
Collana: Riottosi
Lingua: Italiano
Prezzo: 15,30 € (7,99 € in formato Kindle)

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