Le armi da fuoco degli Apaches

A cura di Gian Carlo Benedetti, da uno studio di D. C. Cole


Un guerriero Apache con fucile e pistola
Pochi popoli nativi americani si sono guadagnati una reputazione di fieri ed indomabili guerrieri come avvenuto per le genti Apache dell’arido Sud Ovest statunitense e Nord messicano. Per più di tre secoli le varie divisioni della tribù hanno tenacemente ostacolato con le armi in pugno l’espansione degli Spagnoli, Messicani e poi dei coloni nordamericani.
Durante questo lungo periodo sono divenuti esperti nell’arte del cavalcare (superati solo dai Comanches), nell’uso delle armi da fuoco e maestri nelle tattiche di guerriglia, favorita questa dalla conformazione arida e montagnosa del territorio, che ne ha forgiato anche il proverbiale carattere duro e, per certi versi, spietato quasi sempre a causa di provocazioni ed ingiustizie subite. Su questo popolo sono stati pubblicati studi di natura storici ed etnologici ma pochissimi, credo, sulle loro armi e munizioni. L’unico completo che ho trovato è un lungo e documentato articolo di D.C. Cole, pubblicato sul prestigioso Gun Digest nel lontano 1981, al quale prendo spunto.
La materia è di difficile trattazione e di opinabili conclusioni perchè i nativi non avevano un… ufficio. Equipaggiamento ed Armamenti e non tenevano contabilità alcuna.

La semplice verità è che si armavano con quello che riuscivano a procurarsi con le buone (commercio) o con le cattive (saccheggi e rapine) maniere. Anche la assoluta predominanza, nell’ultimo periodo delle Apache Wars, come testimoniano le fotografie, di fucili e carabine Springfield Allin e Winchester, non era una scelta meditata: erano le armi di ordinanza militari fornite anche agli scouts arruolati (le prime) e molto diffuse tra i civili (le seconde) e quindi facilmente reperibili in quella parte violenta della frontiera.
I documenti, specialmente per i tempi più antichi, sono rari e generici e, come quelli più recenti dell’ultima resistenza Apache, sono spesso frutto di impressioni personali, di sentito dire o di timori dei memorialisti, quasi tutti Militari che, anche se in buona fede, avevano la tendenza ad aumentare la entità e la qualità dell’armamento dello sfuggente nemico, a loro maggior gloria oppure per giustificare le sconfitte.
D’altronde, non esiste qui un campo di battaglia come il Little Big Horn che permetta sistematici scavi e quindi censimenti e statistiche di bossoli e residuati.
Una classica immagine di Geronimo
Secondo antiche narrazioni, confermate da moderni studi, gli Apache provenivano dalle inospitali nebbie della Siberia attraverso lo stretto di Bering, come tutti gli altri amerindi; essi facevano parte del vasto gruppo linguistico Athapasca. Erano noti come il popolo del coltello ed usavano il temibile arco inventato in Asia. Il loro arrivo nel Sud Ovest in epoca precolombiana aprì un conflitto mai narrato di circa 500 anni con gli Aztechi e poi guadagnò loro il nome di “Apache” o “Popolo Nemico” da parte dei loro antagonisti e vittime Zuni. In verità di nemici ne avevano tanti di più, compresi i potenti Comanches. Quando giunsero gli Spagnoli, quali distruttori ed eredi dell’impero Azteco o Mexica, si inserirono in questa antica lotta ed i vari Vicerè e Governatori combatterono per altri 250 anni per sottomettere l’area che chiamarono Apacherìa. Alla fine fallirono miseramente.
Agli spagnoli va almeno il merito di aver introdotto nel Nuovo Mondo il cavallo e le armi da fuoco. Le prime armi furono pesanti ed antiquati archibugi a miccia rifiutati dagli eserciti europei. Lenti nel caricamento, inaffidabili ed imprecisi erano assai inferiori agli archi. Perciò gli Apaches dapprima le armi da fuoco e si concentrarono sulla acquisizione di lame, punte di frecce in metallo, parti di armature e soprattutto sui cavalli, che cambiarono per sempre la cultura di tutti i popoli pellerossa. L’avvento dell’acciarino spagnolo alla Miquelet rese disponibili, verso il 1700, moschetti un po’ più maneggevoli che gli Apaches si procuravano in razzìe nella Nuova Spagna e commerci con i Francesi della estesissima e spopolata Louisiana. Un rapporto datato 1759, forse il primo sulla materia, redatto dal militare e notabile spagnolo don Diego Ortiz de Parrilla riferisce che: “gli Apaches riuscirono a rifornirsi di 260 fucili francesi che gli diedero coloro che oggi sono loro nemici, con molta polvere, palle ed alcune spade”, riferendosi agli indiani Bidai che commerciavano coi francesi e confinavano con i Lipanes meridionali.


Chappo con carabina Winchester 73

La presenza francese costituiva un fattore di forte preoccupazione per la Spagna che iniziò a sua volta a fornire archibugi agli indiani “pacificati” ormai sotto il suo controllo, armi che in parte finirono nelle mani degli Apaches. I guerrieri a cavallo cominciarono ad apprezzarle, specialmente se caricate a pallettoni invece che a palla unica, da usare nelle prime schermaglie, passando poi all’arco, la lancia e coltello per difficoltà di ricaricamento. Nel tardo 18mo secolo gli spagnoli si accorsero che gli Apaches avevano iniziato una propria produzione, seppur assai grezza, di polvere da sparo. Una leggenda, assai credibile, vuole fosse stata introdotta da un apache che durante la schiavitù ne aveva appreso i rudimenti e, fuggito, ne insegnò la lavorazione al suo popolo.
Nel 1779 il Governatore Theodore de Croix suggerì di fornire agli Apaches armi da fuoco di infima qualità, per disabituarli all’uso dell’arco, e polvere nera scadente per renderli nel contempo dipendenti per l’approvvigionamento. Nel 1780 una spedizione spagnola coraggiosamente addentratasi nelle Chihuahua Mountains scoprì l’uso di occultare armi in caverne inaccessibili, costume mai abbandonato dagli Apaches.
Quando i francesi vendettero e sloggiarono dalla Louisiana nel 1803 cessò il rifornimento di armi ma, appena sette anni dopo, la situazione cambiò radicalmente. La guerra di Indipendenza Messicana (1810 -1821) portò tumulti in tutto il Sud Ovest ed ufficiali spagnoli, ribelli messicani, spie ed emissari inglesi ed americani fornirono armi al popolo ‘Nde (in realtà il nome è quello con cui si definivano i soli Mescaleros, gli altri gruppi usavano termini leggermente diversi) per farselo alleato. Si trattava soprattutto di armi obsolete di produzione francese del tipo Charleville calibro mm. 17,25 (.69) (ordinanza francese per quasi tutto il 18mo secolo, il cui modello più famoso è il 1777 – Anno IX) già usate dai coloni ribelli nella precedente Rivoluzione Americana, oppure preda bellica degli inglesi nelle guerre contro la Francia od, ancora, fornite direttamente dai francesi di Giuseppe Bonaparte.
Tsinah con Springfield chiamato “Trap Door”
All’epoca rari erano tra gli apaches i moschetti inglesi Brown Bess e le armi nordamericane. Comunque tra i pellerossa le armi da fuoco erano scarse anche perchè ancora nettamente inferiori all’arco per celerità di tiro.
Non consta apprezzabile presenza tra gli Apaches di “trade guns”, fucili ad avancarica a pietra focaia con canna liscia di scarsa qualità forniti, quale merce di scambio, agli indiani dalle Compagnìe dedite alla incetta delle pellicce di castoro e poi cervo, aventi la caratteristica controcartella a forma di serpente o drago: ciò si può spiegare col fatto che la nostra tribù non era invischiata nel lucroso (per le Compagnìe) commercio di pellicce nella misura di quelle stanziate molto più a nord in territori più ricchi di selvaggina e castori, che da esso finirono per dipendere per la sussistenza spogliando miopemente le risorse faunistiche del loro ambiente.
D’altronde la colonizzazione di tipo ispanico (in cui l’Apacheria gravitava sino alla fine delle Guerra col Messico nel 1848, area in parte poi ceduta agli Usa col Gadsden Purchase del 1853), non era molto interessata alla tratta delle pellicce: essa promanava dal Governo ed era indirizzata verso lo sfruttamento minerario, la conversione anche forzata e l’incetta di schiavi. Quella di tipo anglosassone invece, più pragmatica, proveniva dal popolo ed era affamata, oltre che di risorse, soprattutto di nuove terre da coltivare espropriandole dopo aver scacciato i vecchi padroni. Per i nativi entrambe furono esiziali.
Dopo il 1820 arrivarono in Apacherìa anche i Mountain Men nordamericani “Occhi bianchi” con i loro Hawken, J. Henry, Leman e Golcher la cui potenza e precisione impressionò i nativi. Alcuni fucili furono acquistati da mercanti di pochi scrupoli come James O’Pattie e Jamer Kirker. Dopo il proditorio massacro di inermi Apaches a Santa Rita del Cobre (22 aprile 1837), da parte di cacciatori di scalpi nordamericani ed autorità messicane. La vendetta non si fece attendere ed annichilì i trappers e li scacciò dal territorio. Verso il 1830/40 vari avventurieri introdussero armi americane, anche a canna rigata. Largo flusso di armi a percussione giunse infine con la guerra Usa-Messico del 1846-48. Gli Apache conobbero allora la ingegnosa carabina Hall, con il suo blocco/otturatore estraibile che la leggenda vuole fosse portato dai soldati in libera uscita quale surrogato di pistola.


Geronimo ed altri guerrieri con Springfield in varie configurazioni

In realtà le armi a percussione ad avancarica risultavano inferiori alle vecchie a pietra focaia in quanto, seppure fornivano una più sicura accensione, occorreva inserire sul focone una piccolissima capsula di rame (sembra inventata da J. Shaw nel 1816 ma rivendicata anche da altri armieri), anche con le mani sudate, intirizzite oppure nella concitazione dello scontro.
In quest’epoca si cominciarono a vedere tra gli apaches i primi revolvers a sei colpi a percussione di Sam Colt: le pesanti Walker e Dragoon con il loro potente calibro 44 esercitavano un indiscutibile fascino e piacquero subito ai guerrieri. Giova precisare che, contrariamente alla iconografia holliwoodiana, gli indiani fecero rilevante uso di revolvers, come documentato dalle foto d’epoca. Si ricorda ad esempio che il Gen. Edward R.S. Camby fu ucciso nel 1873 da Captain Jack dei Modoc con un revolver e pure Cavallo Pazzo si prese una pallottola in faccia da un marito geloso.


Lo scout Mickey Free ebbe a lungo a che fare con gli Apache

In quel momento varie armi da fuoco erano in mano alla tribù, compresi moschetti a pietra focaia convertiti a percussione, sia a canna liscia che rigata, di calibro .69 o .54, solitamente accorciati a 44 pollici, con mire primitive. Gli apaches tentarono con scarso successo di costruirsi capsule usando fogli di rame appositamente lavorati che funzionavano male e le volte procuravano l’ignizione ostruivano il meccanismo. La polvere da sparo veniva acquistata dal commercio a Janos e dai Mormoni dello Utah, due realtà che odiavano gli angloamericani ed avevano altalenanti buoni rapporti con le varie tribù del sudovest.
Il piombo era scarso e si dice che usassero quale sostituto rame indurito …con argento od oro! (per la fortuna di chi veniva impallinato!). Il Gen. G. Crook “Nantan Lupan” si fregiava di saper prevedere le fughe dalle riserve osservando l’incetta di lattine e metalli vari che facevano gli apaches prima di darsi alla macchia. La Guerra Civile (1861 – 65) portò nel West soldati ed armi di entrambe le parti belligeranti e gli Apaches vedendo che i visi pallidi se le davano di santa ragione, soprattutto all’Est, si ribellarono e tentarono di recuperare il territorio usurpato, facilitati alla coscrizione che aveva privato i piccoli centri abitati e soprattutte le isolate fattorie degli uomini validi atti alla difesa dai micidiali raids.


Guerriero o scout Apache con arco e revolver (Remington 1875)

La battaglia di Apache Pass del 1862, vinta dai Volontari della California solo grazie ai cannoni, fece comprendere ai nativi, guidati da Mangas e Cochise, che era meglio combattere in piccoli e mobilissimi gruppi piuttosto che impegnarsi in masse di guerrieri in battaglie campali. Dopo la Guerra Civile arrivarono in Apacheria anche le armi a retrocarica a cartuccia metallica. A causa della carenza endemica di munizioni e quindi della scarsa pratica gli apaches non erano grandi tiratori e negli scontri tendevano a sparare alto causando poche vittime con le armi da fuoco. D’altronde, stando alla testimonianza del cap. J. Cremony, non è che i soldati sparassero molto meglio a causa, anche loro, della scarse esercitazioni con munizioni vere. Ancora, l’Ufficiale riferisce, ma forse si tratta di una esagerazione, che gli apaches erano meglio armati dell’esercito, con carabine Spencer, Henry e Sharps, frutto di razzìe ed acquisti.
Fel Ay Tai Apache Yuma
Dopo il 1870 arrivarono i nuovi lever actions, oltre agli Henry già presenti, i Winchester 1866 in 44 Henry Flat e ’73 in 44 WCF, acquistati anche dai Mormoni di Salt Lake City e pagati in oro. Nonostante l’alto volume di fuoco che le armi a leva potevano generare sembra che i nostri preferissero ancora i potenti monocolpo Sharps e Springfield in 50-70 e successivamente al 1873 gli Springfield Trap Door in 45-70, procurati negli scontri, commercio o tramite i disertori che erano numerosi e vendevano l’equipaggiamento con cui si erano involati a traders senza scrupoli. La ragione sta anche nel fatto che, oltre la maggiore gittata e potenza, la manutenzione dei monocolpo era assai piu facile, avendo questi cartelle simili ai vecchi avancarica in circolazione da anni nella frontiera. Si cominciarono a vedere anche pochissimi Marlin 1881 a leva che avevano il vantaggio del calibro 45-70 e della veloce ripetizione. Pochi i Remington Rollig Block razziati in Messico ed i Remington Keene (circa 250 furono acquistati dall’Indian Bureau per armare la Polizia Indiana nelle riserve) pure in 45-70 e qualche Colt Burgess e Ballard.
Le doppiette a canna liscia calibro 10 e 12 erano diffuse, quali i Clayborough, Greener, Colt e Remington anche se all’occorrenza venivano caricati a palla asciutta. Cochise, il grande capo, fu sepolto in luogo sconosciuto con la sua doppietta preferita con inserti in argento, probabilmente un rifle/shotgun del tipo in cui eccellono gli artigiani mitteleuropei, oggi si chiama combinato o drilling.


Scout Apache a Camp Verde con revolver Smith & Wesson American 44 e doppietta avancarica o “a bacchetta”

Stimato, ma di difficile reperimento delle munizioni, il Winchester Centennial 1876 (in uso anche alle famose “Giubbe Rosse” canadesi), costruito nei calibri 40 o 45-60 e 45-75 che, nonostante i numeri, non eguagliava la potenza del 45 – 70 militare.
Negli anni 70/80 molti Apaches servirono come scouts nell’U.S.Army ed avevano in dotazione lo Springfield Allin in calibro 45-70 sia in configurazione Rifle che Carbine, chiamato “Trap door” per l’otturatore a botola brevettato dal maestro armaiolo Erskine S. Allin, prima usato per la conversione in calibro 50-70 (quello che salvò la giornata al Wagon Box Fight) dei moschetti rigati ad avancarica della C.W e poi costruito ex novo nel famoso modello 1873, attore di tutte le Indian Wars.


Osea, nantan Chiricahua

Il Rifle aveva il calibro 45-70- 405 (calibro espresso in centesimi di pollice – peso carica polvere in grani – peso palla in grani) altrimenti detto 45 Government, giustamente considerato molto performante. La gemella Carabina, in uso alla cavallerìa, aveva identico calibro ma sparava una cartuccia sottocaricata (carbine load) con… soli 55 grani di polvere nera, per non stressare arma e tiratore. Ai sergenti degli scouts veniva fornita anche la Colt 1873 calibro 45 con canna da 7 pollici e mezzo (Cavalry Model) ma non nichelata, come erano invece i revolvers dati in dotazione alla Polizia Sioux.


Gli Scouts della Compagnia A diretti del Luogotenete Charles Gatewood regolarmente dotati di Model 1873 Trapdoor, ovvero lo Springfield Allin

L’arma veniva prodotta esclusivamente presso l’Arsenale di Springfield e fornita all’Esercito, Volontari e Milizie locali maggiormente nella configurazione Rifle con canna da 32 pollici e 5/8 fissata con due fascette, oppure in quella Carabina con canna da 22 pollici. Entrò però anche nel mercato civile, si sconosce la quantità, ma esistono prove che nel 1883 circa 300 di questi fucili furono modificati dalla Whitney A.C. per conto del rivenditore Hartley e Graham, accorciando la cassa e fornendone alcuni di canna ottagonale e mire sportive. Sicuramente anche altre ditte avranno fatto simili operazioni. Non ultimo, va ricordato l’imprenditore Frank Bannerman che creò un impero dalla vendita di surplus militari, operante dal 1867 in Brooklin e poi New York: si vantava di poter armare l’Esercito e la Marina di un Paese, seppure piccolo.


Chino, capo dei Coyotero e compagni con carabine Springfield poratate di traverso alla sella alla maniera detta “California loop”

E’ noto che già all’epoca a qualche Rifle venivano accorciate cassa e canna con aggiunta dell’anello da sella, per mutarli nelle più maneggevoli carabine (anche più rare, per la dannazione dei moderni collezionisti). Un criterio indicativo di questa “cannibalizzazione” è la vestigia del canale di alloggio della bacchetta per la pulizia e del recesso scavato nel calcio, presente solo nei rifle.


Foto datata 1882. Altri scouts con profusione di carabine Trapdoor. Interessante il fucile del bianco alla sinistra: lo scout ed interprete Merejildo Grijalva, che aveva vissuto da prigioniero con gli Apache, verosimilmante un rifle Marlin Model 1881, la prima arma a leva a camerare il potente 45 Government un lustro prima della rivale Winchester. Con i suoi otto potenti colpi divenne popolare nella frontiera.

Stando alle foto d’epoca sembra che il grande Geronimo preferisse lo Springfield al Winchester. Però il Lt. C. Gatewood nelle sue memorie riferisce che quando incontrò Geronimo per otterne la resa, questi si avvicinò e posò il suo Winchester. Seduti in terra a stretto contatto fisico l’Ufficiale, non senza un brivido, sentì che l’apache aveva una sei colpi nascosta sotto la camicia.


Questo Springfield Trapdoor di Geronimo non è di arsenale ma rimaneggiato, avendo la canna lunga del rifle e la calciatura da carabina


Si dice che Geronimo preferisse i pesanti revolver cal. 44 ad avancarica del tamburo (cap and ball), Walker, Dragoon (le magnum dell’epoca) ed Army 1860. Ecco una sua foto presa in età avanzata con un revolver non personale in quanto prigioniero di guerra. Una rara Texas Dragoon del tipo in uso ai Confederati, costruita nei cal. 44 e 36 in pochi esemplari dalla ditta “Dance Brothers” o “Dance Bros e Park” di Columbia – Texas, copiando con modifiche semplificanti la famosa omonima prodotta da Colt. Si riconosce dall’assenza del “recoil shield”.

I commercianti preferivano vendere fucili piuttosto che le cartucce ed alcuni apaches si dedicavano alla ricarica casalinga con attrezzi di recupero ma avevano difficoltà a reperire gli inneschi (primers) che spesso sostituivano ingegnosamente con capsule (caps) creando inceppamenti. Gli Apaches con la loro variegata panoplia furono sempre in difficoltà nel reperire munizionamento adeguato, tanto che sembra qualche raid fu organizzato per tale rifornimento. L’Esercito per impedire che i pellerossa ribelli si procurassero bossoli emise circolari che imponevano ai militari di recuperarli o, nel caso di impossibilità, di renderli inservibili alla ricarica deformandoli col calcio del fucile.


Ancora Mickey Free stavolta con un Rifle Springfield Allin

Gli Apaches si procuravano la polvere da sparo pure nei numerosi centri minerari che la detenevano in confezioni da 50 kg., poi la trituravano per raffinarne la granitura, dopo averla, naturalmente si spera, bagnata. Sono noti anche ingegnosi tentativi di ricalibrare armi 40 e 44 Sharps portandoli rispettvamente a 45 e 50 con risultati deleteri per la precisione. Camerature calibro 45 da pollici 2.1 furono allungate per accettare bossoli da 3.25. La endemica scarsità di munizioni venne evidenziata da Chali At Pun, capo dei Mojave Apache quando, all’atto della resa al Gen. G. Crook, rilevò che i soldati possedevano tante cartucce di rame: “Demasiados cartuchos del cobre”.
E’ noto che gli Apaches solevano tendere agguati con pochi colpi ben mirati per poi sganciarsi, anche se pochi divennero tiratori provetti a lunga distanza.
Chah posa col Frank Wesson e un… castoro imbalsamato!
Le Colt SAA 1873 sembra che arrivassero in esiguo numero, non prima del 1880, tanto che si preferivano le avancarica del tamburo per la possibilità di reperire il munizionamento sfuso. Avevano anche qualche revolver Smith & Wesson 44 American, Russian e Merwin & Hulbert razziate ai soldati e possidenti messicani.
Varie foto scattate tra il 1884 e 86 da fotografo al seguito del gen. Nelson Miles mostrano Apaches prigionieri dopo la resa tutti con una stessa carabina Frank Wesson “double trigger” fornita per l’occasione… si presume scarica. Il Luogotenente Leonard Wood nelle memorie racconta che il Generale “Pelle d’Orso” Miles si arrabbiò e ordinò la immediata cessazione di tale pratica: forse non gradiva che i prigionieri venissero immortalati con le armi in pugno: gli dava già abbastanza fastidio la fierezza nella posa!


Ancora la Frank Wesson in mano al capo Chihuahua, fratello minore di Ulzana, ma più in alto nella catena di comando

Le campagne contro gli Apaches in territorio nordamericano terminarono prima che arrivassero nel Sud Ovest le creature del genio mormone John M. Browning, cioè i Winchesters modelli 1886, 92, 94 e 95 e pertanto eventuali foto di nativi con queste armi non sono databili al periodo delle Guerre Apache ma a tempi successivi alla loro resa.
Nel primo ‘900 i Chiricahuas ribelli del Messico usavano Remington Rolling Block e poi Mauser mod. 1893 e 95 in calibro 7×57 prese ai regolari ed ai rivoluzionari, in quella prosecuzione del Far West che fu la Rivoluzione popolare guidata dagli eroi e martiri P.Villa e E.Zapata.
A nord del confine, negli States, ormai non più Far West, l’arma di elezione degli indiani divenne il Winchester mod. 94 in calibro 30 WCF, prima carabina USA ad usare la più potente e moderna polvere infume, (comunemente indicato come 30-30, ancor oggi in produzione) sino agli anni ’50, mentre i meno abbienti acquistavano i Krag Jorgensen di surplus militare in calibro 30-40 Krag. Dopo la Seconda Guerra mondiale arrivarono le leggere carabinette M1 cal. 30 e quindi i Winchester mod. 70 e Ruger 77 e simili del tipo in uso a tutti i cacciatori americani.


Bonito con la solita carabina Frank Wesso

Nella Sierra Madre gli ultimi irriducibili Apaches Broncos del Messico vuolsi si siano convertiti all’arma del popolo, ovvero il mitico e robusto A.K 47 in calibro mm. 7,62 x 39.
Vari decenni or sono furono trovati casualmente nel Sud Ovest dei nascondigli apache vecchi di oltre un secolo contenenti armi ancora funzionanti … buone per i collezionisti.
Gli Apaches, a differenza delle tribù delle Grandi Pianure, in particolare Sioux e Cheyenne, nella loro parca essenzialità, non erano adusi abbellire i legni delle loro armi lunghe con i famosi chiodini di rame. I chiodini erano interamente in rame e non con la sola capocchia placcata, indice questa di una moderna falsificazione.

Condividi l'articolo!

Commenti

2 Risposte a “Le armi da fuoco degli Apaches”

  1. Gian Carlo Benedetti, il 2 giugno 2017 22:56

    Occorre precisare che la quarta foto pubblicata sopra ritrae Chappo (non Tsinah) figlio di Geronimo, con Winchester 73 carbine; la quinta foto ritrae Tsinah (non Fun) con carabina Springfield Trapdoor. Nella sesta foto di gruppo Tsinah viene erroneamente indicato come Fun.

  2. Sergio Mura, il 3 giugno 2017 10:26

    Fatto. Grazie Gian Carlo. Nella trascrizione dell’articolo sono state spostate di posto le didascalie.

Vuoi scrivere qualcosa? Usa i commenti!

Devi eseguire il log-in per inserire un messaggio.