Gli oscar del cinema western – 22

A cura di Domenico Rizzi
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PISTOLERI VERI E INVENTATI

Il 1973 presenta tutti i sintomi del rapido tramonto del genere: i film western prodotti durante l’anno sono scesi a 38, dei quali soltanto 13 di provenienza italiana o europea. La crisi è ormai in atto e coinvolge tutti, ma tanto gli Americani quanto gli Italiani riescono a tenersi a galla con due film che hanno ancora il potere di richiamare pubblico nelle sale.
Il primo, “Pat Garrett and Billy the Kid”, vede un ritorno in grande stile di Sam Peckinpah, che questa volta si addentra in un argomento storico rivisitandolo alla propria maniera, pur senza stravolgere eccessivamente i fatti.
Il suo pezzo forte consiste soprattutto nella colonna sonora, composta interamente dal popolarissimo Bob Dylan, che è anche interprete di secondo piano della pellicola nei panni di un certo Alias abilissimo con il coltello. La sua canzone “Knocking on Heaven’s Door” farà letteralmente il giro del mondo. Protagonista principale, nel ruolo di Billy Kid, è un altro cantante famoso, Kris Kristofferson, troppo bello per somigliare al vero fuorilegge ma comunque sempre all’altezza della parte. Suo nemico è l’implacabile Patrick Floyd Garrett (James Coburn) lo sceriffo che gli dà la caccia fino ad ucciderlo in un agguato all’interno di Fort Sumner, un presidio ormai evacuato dai militari e divenuto ricettacolo di sbandati e poveracci messicani.

Il discusso finale, con i ragazzini che lanciano delle pietre a Garrett e ai suoi uomini mentre se ne vanno, riflette pienamente la realtà del tempo e del luogo in cui il Kid fu ammazzato su delazione di Pete Maxwell (Paul Fix) sembra perché questi non gradisse il corteggiamento del fuorilegge nei riguardi di sua sorella, la diciassettenne Paulita. Sebbene il film comprenda anche figure femminili – l’indimenticabile Katy Jurado, premiata al tempo di “Mezzogiorno di fuoco”, Aurora Clavel, come moglie di Garrett, Ruthanya Alda nei panni della prostituta Ruthie Lee – Peckinpah dedica poco spazio alle donne, omettendo, oltre a Paulita Maxwell, un’altra figura quale Celsa Gutierrrez (cognata di Garrett, ma probabilmente innamorata di lui, se non addirittura legata al Kid da una relazione) che dopo l’operazione insultò davanti a tutti lo sceriffo chiamandolo “pitale” (Jon E. Lewis, “Alla conquista delle grandi praterie”, Piemme, Casale Monferrato, 1998, p. 202).
Ancora una volta la biografia autentica di William Henry Bonney, detto Billy the Kid (1859-1881) rimane fra le pagine dei libri sul West, sicuramente con una buona dose di verità contenuta proprio nel volume scritto da Garrett l’anno successivo alla sua eliminazione e tradotto molti anni dopo anche in italiano (Pat F. Garrett, “Billy the Kid. La sua storia”, Longanesi & C., Milano, 1973) ma anche nell’opera del detective di origine italo-irlandese Charlie Siringo (Charles A. Siringo, “History of Billy the Kid”, Santa Fè, N. Mexico, 1920).

Tuttavia Peckinpah riesce a dare una rappresentazione, quantunque un po’ suggestiva, molto efficace e incisiva del bandito e delle vicende che lo riguardarono. Ottimi gli incassi (oltre 11 milioni di dollari) e contenuti i costi di produzione, inferiori ai 5 milioni. Soprattutto, una dimostrazione che il western ha ancora in serbo degli ottimi colpi da sparare.
Ci riprova anche Sergio Leone, trincerandosi dietro la regia ufficiale di Tonino Valerii per uno dei pochi western italiani che meriti ancora una citazione. Mescolando storia e finzione con la presenza di un fantomatico “Mucchio Selvaggio”, sbagliando le uniformi di un reparto di cavalleria (che nel 1899 erano ancora di colore blu, non caki come appaiono nel film) ed eccedendo ancora una volta in sparatorie e ammazzamenti in serie, Valerii-Leone raccontano il declino del pistolero Jack Beauregard (Henry Fonda) ansioso di tornarsene in Francia, e l’ascesa del suo discepolo “Nessuno” (Terence Hill) che non rinuncia a qualche sequenza comica com’è nello stile del personaggio di Trinità da lui interpretato in precedenza. Il soggetto è di Ernesto Gastaldi (sceneggiatore) Fulvio Morsella e dello stesso Leone, la colonna sonora di Ennio Morricone, che riconferma ancora una volta le proprie incredibili risorse creative.
Il risultato, stando al giudizio di Leone, non è proprio quello da lui atteso. Dopo avere premesso non intendeva fare il film “perché non volevo più riaccostarmi al western”, discorso già chiuso nel 1968 con “C’era una volta il West”, il regista ha dichiarato senza mezzi termini: “Purtroppo l’operazione è riuscita solo a metà, speravo che riuscisse pienamente: e invece è rimasta solo l’intenzione. Se l’avessi girato io, forse le cose sarebbero andate diversamente…” (Massimo Moscati, “Western all’italiana”, Pan Editrice, Milano, 1978, p. 75). Eppure la pellicola si piazzò al quinto posto fra gli incassi dei film italiani del 1973, sebbene lontana dalla resa di “Per un pugno di dollari”, essendo ormai cambiati i tempi.
Se il 1973 ha registrato un forte calo nella produzione di western, il 1974 annuncia l’imminente tracollo del genere offrendo meno di 20 pellicole, delle quali a malapena 3 o 4 degne di commento.

FRA SARCASMO E IRONIA

Nel 1974 vi è già chi scrive che il western sia arrivato al capolinea. Come osservano a ragione due critici francesi, “La storia del western negli anni settanta e ottanta è la storia di una inesorabile emorragia” (J.L. Leutrat – S. Liandrat Guigues, “Le carte del western”, Le Mani, Recco Genova, 2000, p. 125).
I film in programma si sono dimezzati rispetto all’anno prima, il prodotto “spaghetti”, come pure il “tortilla, cominciano ad essere indigesti al pubblico e presentano soltanto una manciata di pellicole dai soliti improbabili titoli: ormai manca di abbinare i protagonisti del West con quelli dell’antichità mitologica, facendo magari sfidare Ercole e Maciste con Sartana e Cjamango!
Marco Ferreri scopre il western paradossale ed ironico, come “Non toccare la donna bianca”, girato nella fossa delle Halles a Parigi, con Ugo Tognazzi (lo scout Mitch Bouyer) Marcello Mastroianni (il generale Custer) Catherine Deneuve (Marie Hèlène, fantomatica amante di Custer) Michel Piccoli (Buffalo Bill) e Alain Cuny (Toro Seduto). Non si tratta soltanto dell’ennesima dissacrazione di Custer, ma di una sarcastica visione del West corrotto e ipocrita, del razzismo e dei comportamenti falsamente democratici degli Americani, all’epoca della produzione del film in fase di ritiro dal Vietnam.
Di tutt’altro genere, benché fondato sulla comicità, è “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” (“Blazing Saddles”) diretto da Mel Brooks, che ne è anche sceneggiatore e autore delle musiche insieme a Jim Morris, una parodia con qualche intento antirazziale. Interpretato da Gene Wilder (Waco Kid) Cleavon Little (Bart) Madeline Kahn (Lily Von Shtupp) e con la partecipazione dello stesso Brooks nella parte del governatore William J. Le Petomane, non ha nulla a che spartire con la trama di “Mezzogiorno di fuoco”, da cui viene scimmiottato il titolo dalla distribuzione italiana. Scritto da Andrew Bergman, con fotografia di Joseph F. Biroc, ottiene un successo di pubblico straordinario, tanto da sfiorare i 120 milioni di dollari dopo avere sostenuto una spesa minima per girarlo. Inoltre spunta 3 nomination all’Oscar per Madeline Kahn (miglior attrice non protagonista) miglior montaggio (Danford B. Greene, John C. Howard) e miglior colonna sonora e canzone (Brooks e John Morris) ma si dovrà accontentare di un paio di premi BAFTA e del Writers Guild of America Award per la miglior sceneggiatura originale.

Assai più modesto “Un cowboy alle Hawaii” (“The Castaway Cowboy”) prodotto dalla Walt Disney e diretto da Vincent Mc Eveety, che segue vagamente lo stesso filone comico, con James Garner (Lincoln Costain) nella parte di un cowboy naufragato alle isole Hawaii che si innamora della bella vedova Henrietta McAvoy (Vera Miles) della quale dovrà prendere le difese contro il ricco prepotente Calvin Bryson (Robert Culp). E’ un film per tutta la famiglia secondo lo stile disneyano, naturalmente a lieto fine.

QUALCOSA DA SALVARE

A parte il successo ottenuto con la comicità di Mel Brooks, nel 1974 il western non può vantare molte pellicole di valore, tuttavia riesce a proporre una buona commedia attinta dal West tradizionale (“Una donna chiamata moglie”) una discreta vicenda crepuscolare (“La mia pistola per Billy”) e un’inconsueta storia di rapinatori improvvisati (“La banda di Harry Spikes”).
“Una donna chiamata moglie” (“Zandy’s Bride”) è un film di produzione americana diretto dal regista svedese Jan Troell, con interpreti principali Gene Hackman e Liv Ullman. Tratto dal romanzo “The Stranger” di Lillian Bos Ross, affronta una tematica che forse il cinema non ha approfondito a sufficienza, a parte qualche buona pellicola come “Donne verso l’ignoto”. La California dei cercatori d’oro e dei minatori ha il problema della penuria di donne da sposare, a meno di cercare mogli indigene delle tribù residenti in quelle valli, ma far giungere una compagna per corrispondenza, come fanno molti uomini, comporta i suoi rischi, legati all’armonizzazione dei rispettivi caratteri. Il lavoro di Troell si occupa appunto di questo aspetto: Zandy (Hackman) allevatore poco raffinato, riceve da Minneapolis la visita della trentaduenne Hannah Lund (Ullman) dopo aver pubblicato un annuncio sul giornale. I rapporti diventano difficili fin dall’inizio, anche perché l’uomo si aspettava una ventenne, ne aveva bisogno soprattutto per il suo lavoro e senza la minima intenzione di farne una moglie. Tutto cambia quando Hannah rimane incinta ed ha una figlia: finalmente Zandy si decide a considerarla come la sua sposa.

“La mia pistola per Billy” (“Billy Two Hats”) è un bel western americano diretto da Ted Kotcheff che osserva i canoni tradizionali, offrendo anche un’ambientazione convincente, nonostante sia stato girato in Israele. Ricavato da un racconto di Alan Sharp, è la storia di due uomini in fuga, inseguiti dall’inesorabile sceriffo Henry Gifford (Jack Warden). I fuggiaschi sono invece Arch Deans (Gregory Peck) e il mezzosangue pellerossa Billy (Desi Arnaz jr.) che egli ha fatto evadere dopo la cattura. Sul loro cammino incontrano la giovane Esther Spencer (Sian Barbara Allen) e il suo anziano marito (John Pearce) evidentemente sposato per procura. Poco a poco fra l’Indiano e la donna nasce un sentimento, così come già accadde ne “I due invincibili” di Hathaway. Finale tragico ma appagante: Deans viene ucciso, ma il suo amico Billy, aiutato da Esther, riuscirà a far fuori lo sceriffo.
Richard Fleischer ci prova con “La banda di Harry Spikes” (“The Spikes Gang”) rifacendosi al romanzo “The Bank Robber” di Gilles Tippette, ma anche all’idea del film “I Cowboys”, che elabora alla propria maniera. In questo caso, il protagonista adulto Spikes (Lee Marvin) è un disonesto, che organizza rapine alle banche. Raccolto ferito e curato dai tre adolescenti Will (Gary Grimes) Les (Ron Howard) e Tod (Charles Martin Smith) li impressiona con i racconti delle sue imprese criminose fino a farne i suoi gregari in una rapina che andrà male. Il ragazzo Tod viene mortalmente ferito, il gruppo si separa e Will scoprirà che Spikes li ha venduti alla legge in cambio della propria salvezza. Les è caduto in un agguato ed è stato catturato ormai in fin di vita. Nel confronto finale, Will sfida Spikes, lo uccide, ma soccombe a sua volta a causa delle ferite riportate nello scontro.

Mentre sta morendo in una stazione ferroviaria, il giovane rivede sia la propria vita passata che quella dei due amici, fino al momento in cui le loro giovani esistenze sono state spezzate da un farabutto come Spikes.
Il film appare avvincente nonostante la stroncatura di qualche giornale (Vincent Canby de “The New York Times” del 2 maggio 1974 lo definisce “una pellicola senza centro, priva di una linea coerente”) e riporta a tratti a qualche passaggio di “Fango, sudore e polvere da sparo”. I nuovi protagonisti del West sembrano essere i ragazzi della nuova generazione, che comunque mostrano di possedere migliori qualità dei loro predecessori: se non altro, un maggior senso di onestà. A questo tema si rifarà Don Siegel nell’ultimo film di John Wayne, offrendo di nuovo a Ron Howard la parte di un adolescente costretto a ricorrere alla violenza in difesa del pistolero morente impersonato da John Wayne.

INDIANI ALL’ORIZZONTE

Mentre il numero di pellicole prodotte da Hollywood scende ancora – soltanto una decina – i Pellirosse occupano un discreto spazio con almeno 3 film: “Apache”, “Cheyenne” e “Indians”, diversissimi per i temi trattati quanto per l’impostazione generale. Uno, realizzato per la televisione e diretto da Thomas T. Heffron – “Indians. I Will Fight no more forever”, semplicemente “Indians” nella versione italiana – si appoggia alla storia dei Nasi Forati, la tribù sfrattata nel 1877 dalle sue sedi nell’Oregon e in fuga per 1.200 miglia per raggiungere il Canada, impresa fallita quando gli Indiani erano ormai vicini alla salvezza, perché glielo impedirono i cannoni e i fucili dell’esercito americano.

Guidati da Capo Giuseppe (Ned Romero) Ollokot (Emilio Delgado) e Lupo Giallo (Charles Ynfante) e tallonati lungo il percorso da vari generali, fra i quali Oliver O. Howard (James Whitmore) John Gibbon (Delroy White) e gli Indiani – circa 750 persone – riuscirono per settimane a sfuggire alla cattura, ma dovettero alla fine soccombere alle truppe del colonnello Nelson A. Miles. Nella realtà storica, alcune decine di essi riuscirono ad attraversare la frontiera canadese e a mettersi sotto la protezione britannica; altri, inviati a chiedere aiuto ai Sioux di Toro Seduto già rifugiati nella “Terra della Nonna” (il Canada, sotto la sovranità della regina Vittoria) non fecero più ritorno nel Montana: alcuni storici ipotizzano che fossero stati uccisi da qualche banda pellerossa, se non addirittura da quella a cui si erano rivolti per avere soccorso.
Il film semplifica le situazioni non tenendo molto conto dei retroscena della vicenda, ma è comunque ricco di battute interessanti e cerca di ricalcare il solco storico degli eventi: lo stesso sottotitolo “I Will Fight No More Forever” (“Non combatterò mai più”) è un adattamento della dichiarazione rilasciata da Capo Giuseppe al momento della resa, il 5 ottobre 1877: “A partire da dove si trova ora il sole, non combatterò mai più.”
Jed Rosebrook e Theodore Strauss, autori della sceneggiatura, ottennero la nomination al Primetime Emmy Award (premio attribuito ai programmi televisivi di prima serata) e Robert K. Lambert fu designato al medesimo riconoscimento per il montaggio. La pellicola passò quasi inosservata in molti Paesi e venne subito dimenticata.

D’altra parte, non tutti i prodotti televisivi americani trovarono degna ospitalità presso le TV europee.
Con “Winterhawk”, diretto da Charles B. Pearce su soggetto di sua stessa stesura sceneggiato da Earl E. Smith, il doppiaggio italiano ne inventa un’altra delle sue, ribattezzandolo “Cheyenne”, mentre nell’originale si tratta di Piedi Neri guidati da Falco d’Inverno. Questi (Michael Dante) avendo perso un figlio a causa del vaiolo, su consiglio dell’amico Guthrie (Leif Ericson) va in cerca di un rimedio per impedire che perisca tutta la tribù, ma incappa in due cacciatori di pellicce senza scrupoli (Gareth e Scobie) che, fingendo di aiutarlo, lo attirano in una trappola, uccidendo alcuni suoi guerrieri e rubando loro le pellicce. Il condottiero si vendica rapendo una donna bianca di nome Clay Ann Finley (Elisha Cook) e suo fratello minore Cotton (Chuck Pierce jr.). Dopo varie peripezie, Falco d’Inverno riesce a rintracciare i due colpevoli, uccidendo Gareth e abbandonando Scobie fra le nevi, appiedato e senza provviste. La donna, una volta liberata, decide di diventare moglie dell’Indiano, del quale si è innamorata.
Film tutto sommato discreto, senza eccessive pretese e con una trama che ripropone il tema cooperiano della donna civilizzata invaghita di un nativo, come accade ne “L’ultimo dei Mohicani” fra Cora e il giovane Uncas, con la differenza che nel celeberrimo romanzo la ragazza è di sangue misto, essendo nata dalla prima unione del tenente colonnello Munro con una donna mulatta dei Caraibi.
Per il resto, basta poco ad un osservatore che possieda un minimo di conoscenza del West, a capire che i luoghi in cui la vicenda si svolge sono le fredde terre abitate dai Piedi Neri o dagli Assiniboine, non certo dai Cheyenne che abitualmente scorrazzavano nelle polverose praterie a sud delle Black Hills. Perciò la scelta italiana di cambiare il titolo appare assurda e incomprensibile, ma sottintende, come è già avvenuto in passato per la distribuzione di altre pellicole (“La valle dei Mohicani”, nella quale i personaggi indiani sono Comanche) anche una scarsa considerazione del genere western.
Ruoli rovesciati nel film “Apache” (titolo originale “Cry for me, Billy”) di William A. Graham, sceneggiato da David Narkson, con le musiche di Richard Markowitz e finito di girare nell’agosto 1972, ma distribuito più tardi in altri Paesi. Anche questo lavoro risente fortemente dell’accostamento alla Guerra del Vietnam, mostrando scene di violenza commesse da soldati americani su una squaw di nome Fiore (Maria Potts) ed altre atrocità da parte degli uomini in uniforme.

La giovane apache viene salvata da un massacro e segue il cacciatore di taglie Billy (Cliff Potts) innamorandosi di lui. I soldati, guidati da un sadico sergente (Don Wilbanks) la catturano, sottoponendola ad un atroce stupro di gruppo sotto gli occhi del suo compagno, legato ad un albero. Dopo che Fiore si è suicidata, Billy, che è riuscito a liberarsi, farà una strage dei militari, sorprendendoli di notte mentre sono accampati. Poi, soccomberà a sua volta, ucciso proditoriamente da due Bianchi che non condividono le sue simpatie verso i Pellirosse.
Drammatico, ma anche permeato di tenerezza nei momenti di intimità fra i due giovani prima che accada la tragedia e manifestamente revisionista, perché presenta i rapporti fra Bianchi e Indiani sotto una nuova luce, eliminando il manicheismo che spesso ha contraddistinto i western del passato. Purtroppo, si tratta di un altro lavoro che non ottiene molto successo, passando decisamente in secondo piano di fronte a film che non lo superano certamente per merito.

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