Un linciaggio italiano a Denver: Death to the Dago!

A cura di Emanuele Marazzini

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Reduci dalla lettura del toccante memoriale di Enrico Deaglio Storia vera e terribile tra Sicilia e America sulla brutale impiccagione, alla fine dell’Ottocento, di cinque siciliani nel villaggio di Tallulah in Lousiana (qui la scheda: http://sellerio.it/it/catalogo/Storia-Vera-Terribile-Sicilia-America/Deaglio/8223), abbiamo approfondito l’argomento sulle pagine di Corda e sapone (Roma, Donzelli, 2003), studio di Patrizia Salvetti che analizza buona parte dei casi di giustizia sommaria negli USA, tra Otto e Novecento, ai danni di nostri connazionali. Tra i tanti, uno ci ha particolarmente colpito: la morte di Daniele Arata in Colorado nell’estate del 1893. Per raccontarla preferiamo dar voce alle sole fonti, ossia due articoli del San Francisco Call (29 luglio) e dell’Auckland Star (21 settembre) che descrivono con precisione i fatti di quelle tragiche ore. Una ricostruzione senza dubbio parziale, faziosa. Ma che fornisce un interessante spaccato della società americana nel West di fine secolo, spesso aggressiva nei confronti di una minoranza, come quella italiana, ritenuta una setta di «ubriaconi accoltellatori» persino dalle autorità (ambasciatori e consoli) che dovevano rappresentarla o difenderla.

Le traduzioni sono state curate da Ilaria Amadei, Chiara Porta e da Emanuele Marazzini:

Primo brano:

Stasera si è verificato l’evento più incredibile della storia di Denver dalle rivolte cinesi del 1879, ossia il linciaggio di un italiano, Daniel Arata, per l’omicidio del sessantaduenne B.C. Lightfoot, un membro inoffensivo della Grande Armata della Repubblica.
L’omicidio di un vecchio soldato da parte di un italiano sembrava richiedere una giustizia più rapida di un processo lento, come previsto dalla legge.
Gruppi di uomini erano infiammati da oratori. Alle 8 la folla raggiunse le 1000 persone. Era composta da tutte le classi sociali, ma soprattutto da migliaia di meccanici ed operai che in questa città si trovavano disoccupati.
Subito dopo le 20, con un enorme grido, la folla ha accolto la delegazione del nord di Denver, guidata da amici del vecchio soldato morto.
Dopo essersi brevemente consultati, ci si mosse verso la prigione della Contea quasi ad un miglio di distanza e la folla si raccolse a centinaia in ogni angolo. Una volta raggiunta la meta, la folla raggiungeva il numero di 5000 ed ogni uomo urlava: «Linciate il Dago!»
Solo una breve pausa è stata fatta prima che mazze e picconi cominciassero ad abbattere le mura del carcere. I capi della moltitudine misero in atto questo piano per paura che le guardie all’interno gli sparassero addosso nel caso avessero sfondato le porte.
Dopo quindici minuti di duro lavoro sulla parete massiccia, la folla diventò impaziente e decise di attaccare le porte. Una pattuglia della polizia arrivò al limitare della folla in quel momento, ma vedendo che sarebbe stato completamente folle difendere la prigione e che ciò sarebbe costato molte vite, decisero saggiamente di ritirarsi.
I funzionari all’interno del carcere erano altrettanto impotenti e dopo aver fatto tutto il possibile per assicurare alla folla che l’assassino non era in cella, sbarrarono le porte come meglio potevano e attesero sviluppi.
Il telefono fu utilizzato nel tentativo di contattare il Governatore per richiedere l’intervento della milizia, ma non è noto, ad ora, se il Governatore sia stato effettivamente contattato o meno. È probabile che abbia saputo del linciaggio solo una volta che questo si era concluso. Il tempo era troppo poco, in ogni caso, perchè si potesse fare qualcosa a tal scopo.
Le macchine della City Cable Company furono fermate dalla folla e una rotaia venne divelta dalla ferrovia per battere contro le porte del carcere. Un centinaio di uomini con una rotaia di quaranta piedi demolirono velocemente la porta e la folla si disperse nei corridoi. Un funzionario del carcere venne catturato e gli ordinato di indicare la cella in cui era rinchiuso l’assassino. Per evitare di danneggiare l’edificio, il funzionario ha dato alla folla l’informazione e in un batter d’occhio la porta della cella di Arata venne divelta. In un primo momento negò di essere l’uomo che stavano cercando, ma, una volta trascinato alla luce del sole, venne identificato senza alcun dubbio.
Quel disgraziato iniziò a combattere e ad imprecare sfidando i linciatori a fare del loro peggio. In questa terribile lotta per la vita i vestiti gli furono strappati di dosso, senza lasciare nemmeno un brandello.
Fu poi trascinato in strada con una corda intorno al collo ed impiccato al palo del telegrafo più vicino, mentre ricopriva di turpi offese i suoi uccisori. Quando il colpo si alzò di sei piedi da terra vennero sparati oltre cinquanta colpi. Quindici colpirono il cadavere.
Dopo essere rimasto appeso per più di un’ora, il corpo venne deposto ed avvolto in un lenzuolo. Poi, il corpo venne trasportato lungo le strade, verso gli uffici giornalistici, ad un miglio dalla scena del linciaggio.
Quando venne raggiunto la sede del Republican ci fu una sosta; la salma fu mostrata al personale che guardava dalla finestra finché la marcia non fu ripresa per raggiungere gli uffici del Rocky Mountain News.
Una volta raggiunti gli uffici, il corpo fu appeso ad un palo del telefono ad un’altezza di venti piedi dove rimase sopra mille volti rivolte verso l’alto chiedendo pietà per mezz’ora.
Alle 11:30, arrivò una pattuglia della polizia composta da un poliziotto e il medico legale portò il corpo all’obitorio. La folla si disperse.
[…]
Il crimine per il quale Arata pagò il fio fu uno dei più vigliacchi.
Ieri sera, B. C. Lightfoot, un uomo inoffensivo di 62 anni, entrò nel saloon di Arata in Wawatta street e chiese un boccale di birra. Arata, che era in vena di far baldoria, gli chiese di prendere un altro bicchiere e una volta che Lightfoot stava per lasciare il locale pretese 5 cents per il secondo drink. Dopo un litigio, Arata colpì Lightfoot con una pesante sedia continuando a pestare il vecchio privo di sensi. Mentre era sul pavimento, Arata non smise di far piovere colpi sull’anziano finché la sua faccia e la sua testa furono ridotti a poltiglia.


Un altro articolo di un altro giornale del tempo

Secondo brano:

Daniel Arata, l’uomo che fu linciato a Denver per aver commesso un brutale omicidio nel suo saloon per qualche centesimo, era nato a San Francisco circa trent’anni fa e lui e la sua famiglia erano qui conosciuti da alcuni italiani.
L’editore di un giornale italiano, La Voce del Popolo, ieri disse che quando il padre di Arata morì in questa città alcuni anni fa la signora Arata fu sospettata di essere in combutta con chi lo aveva avvelenato. Nessuna accusa, tuttavia, fu mai rivolta nei suoi confronti dalla polizia. La madre non era vista di buon occhio né qui né a Denver dagli italiani perché continuava a chiedere l’elemosina sebbene possedesse abbastanza per vivere dignitosamente.
Il giovane uomo che è stato linciato non si ubriacava fino a poco meno di un anno fa, quando diventò proprietario del saloon dove avvenne l’omicidio. Era di proprietà di Nardeni, che aveva sposato una delle due sorelle di Arata e quando fu accettato nella forza di polizia di Denver lo lasciò ad Arata.
Quando Arata beveva in eccesso diventava un demonio. Una volta aveva picchiato la madre e senza l’intervento del cognato l’avrebbe uccisa. Sua madre lo fece arrestare. Dopo essere stato rilasciato, cadde in disgrazia per essere stato in prigione con tipi poco raccomandabili. Da sobrio era persona pacifica e di buon cuore.
[…]
I genitori dell’Arata venivano da Genova, Italia.

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