Queho

A cura di Gian Mario Mollar

Quello di Queho (si pronuncia Key-Ho) è un racconto inquietante e poco noto, che sta a metà tra la storia e la leggenda. Fatti realmente accaduti e dicerie popolari si sono impastati con paure ataviche, fino a creare l’epopea dell’Indiano Pazzo che si aggira tra i canyon del fiume Colorado, lasciando dietro di sé una scia di sangue. Le nebbie del tempo ci impediscono di stabilire se si sia trattato veramente di un serial killer, l’antesignano nativo di ben più noti psicopatici americani, o di un semplice capro espiatorio, cui vennero affibbiati in modo sommario svariati omicidi irrisolti. La verità rimane un mistero, ma la storia merita di essere raccontata.
Si pensa che Queho sia nato attorno al 1880 a Cottonwood Island, vicino alla città di Nelson, nel Nevada. La madre faceva parte della tribù dei Cocopah, e morì poco dopo averlo dato alla luce. L’identità del padre è il primo dei molti misteri di questa vicenda.
Alcune fonti parlano di un guerriero Paiute di una tribù confinante, altre di un soldato bianco di Fort Mojave, altre ancora di un minatore messicano.
In ogni caso, il bambino eredita sin dalla nascita un destino difficile: non solo per essere un mezzo-sangue, e quindi inviso tanto ai bianchi che ai nativi, ma anche per alcune caratteristiche fisiche molto peculiari. Innanzitutto, una malformazione congenita, il cosiddetto “piede equino” – questa la versione più invalsa, anche se altri sostengono che sia dovuta alla cattiva guarigione di una frattura al piede sinistro – che lo porta a zoppicare, poi una statura superiore alla media, tanto da farlo definire “gigante” e, infine, un’altra curiosa anomalia genetica: una duplice chiostra di denti.
Il giovane meticcio non ha vita facile nella Riserva Indiana vicino a Las Vegas. Fa il garzone nei ranch e l’aiutante negli accampamenti dei minatori, raccoglie per loro la legna portata dalla corrente del fiume. È scontroso, torvo e facile all’ira e inizia ben presto ad avere guai con la legge. Si racconta che la prima vittima di Queho sia stato il suo stesso fratellastro, Avote, che era fuggito dalla riserva, colto da un’inarrestabile furia omicida.

Insieme a un altro nativo, Jim White, Queho venne mandato a cercarlo, perché nessuno conosceva come lui il labirinto di canyon e detriti del basso Colorado, ma anche perché, come sostiene lo scrittore Orville Perkins, quando un indiano della riserva si macchiava di un crimine grave, era compito del fratello eseguire la sentenza capitale, per evitare ritorsioni e rappresaglie da parte della giustizia dei bianchi. A quanto si racconta, una volta raggiunto il fuggiasco tra i meandri del fiume, Queho non esita a sparargli a sangue freddo nella schiena, perché, a quanto dice, “gli sembra il modo più sensato di fare il lavoro”. Per evitare di trascinare il cadavere del fratellastro fino alla riserva, Queho si limita ad amputargli una mano. L’arto è sufficiente come prova della cattura, perché anche il fratellastro ha un’anomalia genetica, una mano con quattro dita soltanto. Al suo ritorno alla riserva, Queho viene salutato come un eroe, ma una tale disinvoltura nell’uccidere e mutilare un familiare fanno rabbrividire.


La posse

Il primo omicidio documentato risale al novembre 1910: nel corso di una rissa in un saloon, Queho uccide un altro nativo, Harry Bismark, con il quale stava bevendo fino a poco prima. È l’inizio di un’escalation di violenza: fuggendo, uccide due Paiute per rubare un cavallo, e, fermatosi a Las Vegas per fare provviste in un emporio, uccide il negoziante orientale, Hy Von, che viene ritrovato con entrambe le braccia spezzate e il cranio fratturato da un manico di piccone.
Di lì a poco, giunge voce dalla vicina città di Searchlight che Queho ha picchiato a morte un taglialegna di nome J. M. Woodworth. Forse si è trattato di un incontro fortuito, forse Woodworth aveva assunto il fuggiasco per tagliare alberi sulla vicina Timber Mountain e i due hanno litigato per una questione di paga. Anche in questo caso, il cadavere ha la testa fracassata.
Il Vice Sceriffo locale Howe riunisce qualche volontario e forma una posse. Inizia la caccia e le tracce dell’uomo, inconfondibili per via dell’impronta che il piede equino lascia nella polvere, li portano all’Eldorado Canyon e alla miniera d’oro chiamata Gold Bug. Qui trovano il corpo di un guardiano, L.W. Gilbert, detto “Doc”. Qualcuno gli ha sparato nella schiena e gli ha strappato dalla camicia il distintivo, che porta impresso il numero 876. Da quel punto, la pista si perde nell’area di circa duecento miglia che va da Crescent a Nipton. Gli inseguitori si illudevano di raggiungere facilmente uno zoppo, ma ben presto realizzano di essere stati troppo ottimisti.
Il badge
Queho si è volatilizzato nei meandri del fiume e, dopo qualche tempo, la squadra decide di abbandonare la pista.
Di lì a poco, il Sergente Newgard, della Polizia del Nevada, decide di riprendere l’inseguimento, con l’aiuto di alcuni cercatori di piste nativi e di due cacciatori esperti. Anch’essi trovano le tracce del passaggio di Queho, ma, come i loro predecessori, abbandonano la caccia all’uomo quando rimangono a corto di provviste. Stanchi e frustrati, fanno ritorno a mani vuote a Las Vegas nel febbraio del 1911. Sulla testa dell’assassino, vivo o morto, viene messa una taglia di 1.000 dollari.
Negli anni che seguono, gli avvistamenti di Queho continuano e nasce la leggenda. Lungo le rive del fiume Colorado, coloni e minatori raccontano storie di capi di bestiame scomparsi, di furti inspiegabili e di misteriosi omicidi, che vengono invariabilmente attribuiti al rinnegato fantasma.
Nel 1913, le cronache locali riportano l’omicidio di un nativo americano cieco e ultra centenario, noto come Canyon Charlie. I miseri averi del vecchio, scorte alimentari e poco altro, sono stati trafugati. Anche di questo caso viene incolpato l’introvabile uomo nero, anche se era risaputo che i due si conoscevano e che Canyon Charlie era, per Queho, un amico fidato.


Maude J. Douglas, una delle vittime di Queho

Qualche mese dopo, altri due minatori che lavoravano nelle concessioni di Jenny Springs vengono trovati morti: gli hanno sparato nella schiena e rubato i rifornimenti. Chi può essere stato, se non il rinnegato? Gli viene addossato anche l’omicidio di una donna nativa, trovata morta di lì a poco.
La taglia su Queho cresce di pari passo con l’isteria collettiva e la paura: il premio per la cattura sale a 2.000 dollari e il Searchlight Bullettin ricorda ai lettori che “un indiano buono è un indiano morto”.
Per qualche anno non si riscontrano altri omicidi ma gli abitanti della zona continuano a preoccuparsi se qualcuno manca anche solo per un breve periodo: il gigante col piede equino continua a proiettare la sua ombra sinistra e diventa un boogeyman con cui terrorizzare i bambini davanti al focolare.
Ma all’inizio del 1919 le acque del Colorado si tingono di nuovo di rosso. Due geologi minerari, William Hancock ed Eather Taylor, vengono uccisi a monte dell’Eldorado Canyon. Entrambi hanno ricevuto una pallottola nella schiena e la testa di Taylor è stata spaccata con un’ascia. Come per le altre vittime, anche in questo caso mancano le calzature e le scorte alimentari e nei paraggi viene rinvenuta l’impronta del piede claudicante.
Circa una settimana più tardi, nella notte del 21 gennaio 1919, Maude Douglas, la moglie di un minatore di Canyon Eldorado, si sveglia per dei rumori che provengono dalla dispensa, sul retro della baracca. Il marito accorre poco dopo, quando sente uno sparo, e la trova a terra, tra le lattine di cibo in scatola, con una pallottola nel petto. Gli uomini di legge accorrono alla Miniera di Techatticup e trovano sul luogo del delitto le ormai leggendarie impronte. È stato Queho, ancora una volta. Un bambino di quattro anni, a balia da Maude, afferma che in realtà la donna è stata uccisa dal marito, ma nessuno prende in considerazione questa testimonianza, perché sono tutti troppo occupati a riprendere la caccia all’indiano fantasma.
La taglia arriva a 3.000 dollari e il Vice Sceriffo Frank Wait viene incaricato dallo Sceriffo del Sud Nevada, Sam Gray, di mettere insieme una squadra e di assoldare i migliori scout del territorio per mettere fine, una volta per tutte, al terrore di Queho. La posse insegue il fuggiasco a nord di Las Vegas, fino alle Muddy Mountains, ma il gigante si è come disciolto tra le pietre, l’acqua e il cielo. Frank Wait non si perde d’animo: assolda più uomini e divide il gruppo in due squadre, per pattugliare meglio la zona. La caccia continua per due mesi, nella pioggia e nel gelo: Queho non si trova, ma vengono ritrovati i resti di due minatori, scomparsi anni prima. Non c’è niente che li riconduca a lui, ma altri due omicidi vengono comunque aggiunti al palma res del latitante.


L’interno della caverna di QUeho

Frank Wait è un uomo determinato: periodicamente, negli anni che seguono, riprende le ricerche, ma senza alcun risultato tangibile. Ci sono degli avvistamenti, si imbatte in lui anche il leggendario Murl Emery, soprannominato Desert Riverman, una sorta di Mark Twain del fiume Colorado, che giunge alla saggia conclusione che “è meglio lasciarlo perdere”. L’ultimo avvistamento ufficiale risale al febbraio 1930: un poliziotto identifica Queho a Las Vegas, in Freemont Street. Corre subito a cercare rinforzi, ma, quando ritorna sul posto, il nativo è ormai scomparso nel nulla.
Attorno ai fuochi, nascono altre leggende: si narra, ad esempio, che Queho conosca una miniera nascosta e che usi l’oro per comprarsi le provviste. Tuttavia, non si verificano altri omicidi misteriosi e l’interesse per l’imprendibile fuggiasco va progressivamente scemando.
Qui finisce la storia di Queho e inizia quella, più grottesca, del suo cadavere.
Il 18 febbraio 1940, quando ormai l’Indiano Pazzo è un ricordo piuttosto lontano e sfumato, tre prospettori minerari, Charles Kenyon e i suoi fratelli Art e Schroeder, scoprono una caverna sul fianco del Black Canyon. Dentro, c’è un corpo mummificato, circondato da varie suppellettili: un Winchester 30/30, dei vestiti, del pentolame e… il distintivo numero 896. Il badge di Doc Gilbert non è l’unico elemento che ricollega la mummia alla leggenda di Queho: esaminando il cadavere, i tre si accorgono che il teschio ha una doppia fila di denti. Presumibilmente, il fuorilegge è morto in seguito a un morso di serpente a sonagli o a un malore, anche se è impossibile stabilirlo con certezza. Nella caverna, si ritrovano anche dei candelotti di dinamite e dei detonatori, trafugati dai cantieri per la costruzione della diga di Hoover. Questo indica che Queho rimase in vita almeno fino ai primi anni ’30, perché i lavori per la costruzione di quell’opera iniziarono nel 1931.
Frank Wait, diventato Capo della Polizia di Las Vegas, che stava alle costole del fuggitivo fin dal 1910, si affretta a raggiungere la caverna e identifica il corpo in modo definitivo. Qualche giorno dopo, il 21 febbraio 1940, il Las Vegas Review Journal da notizia del ritrovamento. I resti vengono trasportati alle Onoranze Funebri Palm di Las Vegas e Charles Kenyon reclama la taglia per averli ritrovati. La taglia, però, risale a dieci anni prima e viene considerata decaduta, così Kenyon pretende che gli venga, quanto meno, assegnato il cadavere.
La richiesta può senz’altro apparire insolita, ma non mancano i precedenti nel folklore del vecchio West. Basti pensare alla storia del trafugamento del corpo di Pancho Villa, oppure alle spoglie mortali del fuorilegge Elmer McCurdy, che “vissero” una seconda vita ancor più movimentata di quella, già avventurosa, del loro legittimo proprietario, oppure ancora al bandito Big Nose George Parrott, la cui pelle venne conciata e usata per confezionare un paio di scarpe o, più in generale, all’uso comune di esibire in pubblico e fotografare i cadaveri dei fuorilegge. Tutte queste macabre storie testimoniano una sensibilità differente da quella odierna nei confronti della morte e dei cadaveri: in un mondo in cui la possibilità di morire è concreta e presente ogni giorno, non si avverte la necessità di andare troppo per il sottile.


Il ritrovamento dei resti di Queho

Ma torniamo al corpo di Queho, che giace alle onoranze funebri per circa 3 anni, mentre Frank Kenyon lo reclama per venderlo alla Confraternita degli Alci di Las Vegas e la legge cerca di impedirglielo. All’ultimo minuto, spuntano anche diversi nativi, che si autoproclamano eredi di Queho e cercano di ottenere la custodia del corpo. La contesa ha fine quando i gestori delle pompe funebri richiedono il pagamento delle spese per il ricovero della salma, fissando un ultimatum, dopo il quale il corpo di Queho sarà cremato e le ceneri disperse nel deserto. Sia Kenyon che i sedicenti eredi si ritirano di fronte alla richiesta di denaro, e sarà il testardo Frank Wait, vera e propria nemesi dell’indiano pazzo, a pagare le spese per riscattare il corpo per affidarlo all’Elks Club.
L’Ordine Benefico e Protettivo degli Alci, anche noto come Elks Lodge, è un’associazione di beneficienza para-massonica fondata nel 1868, che ogni anno, ancora oggi, organizza la Helldorado Parade, una rievocazione carnevalesca del Vecchio West con rodei e sfilate per le strade di Las Vegas. I membri dell’associazione ricostruiscono la caverna di Queho nell’Helldorado Village di Las Vegas, dove la salma del fuorilegge, rinchiusa in una teca di vetro, resterà esposta al pubblico fino ai primi anni Cinquanta. In un’occasione, il corpo viene addirittura trasportato, a bordo di una decappottabile, nella parata di Helldorado, in una sorta di bizzarra, e molto profana, “processione del santo”.
Nel corso degli anni Sessanta, Las Vegas si fa più raffinata, e anche le celebrazioni della Helldorado Parade diventano un po’ più sobrie. La mummia di Queho smette di essere un’attrazione e gli Elks, forse per evitare le implicazioni legali connesse con lo smaltimento del cadavere, abbandonano il corpo nella discarica della Contea, dove viene ritrovato nel gennaio 1962 e segnalato al Capitano Witty della Polizia locale. I resti di Queho trovano così una nuova sistemazione nel Museo di Storia Naturale del Nevada, dove rimarranno esposti sino al 6 Novembre del 1975, quando un avvocato in pensione di nome Ronald H. Whiley si preoccupa di farlo seppellire nel proprio ranch a Pharum Valley. Alla cerimonia è presente anche l’ormai attempato Frank Wait, che dichiara alla stampa locale di essere confortato dal fatto che le spoglie del suo antico avversario abbiano finalmente trovato la pace.


Il cippo che ricorda la caverna di QUeho

Finisce così la leggenda di Queho, il “Nemico Pubblico n. 1 del Nevada” e primo serial killer di quello Stato, ritenuto colpevole di 23 omicidi. Considerando la vicenda nel suo complesso, si possono individuare alcuni elementi che confermano questa tesi, quali, ad esempio: il background sociologico e psicologico disagiato di un soggetto oppresso e ai margini della società; la mancanza di empatia con le vittime, evidente nel caso dell’omicidio del fratellastro e di Canyon Charlie; il brutale modus operandi ricorrente in gran parte degli omicidi e, infine, la tendenza a conservare dei feticci delle vittime, come il distintivo del guardiano. Quello che non sapremo mai è quanti omicidi abbia veramente compiuto quest’uomo, che potrebbe aver vissuto una intera vita da fuggiasco a causa di atrocità che forse non ha commesso e che gli sono state attribuite per il solo fatto di essere diverso.
La verità rimane un mistero.

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