Gli oscar del cinema western – 18

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26.


WESTERN RISORTO

Nel 1971 si ha l’impressione che il western debba tornare agli antichi fasti. La produzione riprende con vigore, sfornando quasi 70 film, con l’immancabile presenza dello spaghetti western, caratterizzato da trame e titoli che non si discostano molto dal passato. “Acquasanta Joe”, “Prega il morto e ammazza il vivo”, “Ehi amigo, sei morto”, tanto per citarne qualcuno, ricalcando un copione già sfruttato, a base di pistoleri, vendette, sfide e crudeltà. Per assurdo, molti spettatori europei finiscono per convincersi che il West presentato in queste pellicole sia più vicino alla realtà di quello americano e che l’intera epopea sia stata dominata da sfaccendati e solitari impegnati soltanto ad uccidere e torturare il prossimo. Niente di più tristemente falso! Si ricorre sempre più alla violenza per assecondare i gusti di un pubblico ormai stanco di vedere assalti alla diligenza o Indiani che assediano un fortino. Il rilancio che il genere ha avuto intorno alla metà degli Anni Sessanta e il successo ottenuto da “Un uomo chiamato Cavallo”, “Soldato blu” e “Piccolo Grande Uomo” lasciano ben sperare che anche “Amico stammi lontano almeno un palmo“ oppure “…e lo chiamarono Spirito Santo” facciano riempire le sale.
Al di là del dichiarato obiettivo di fare cassetta, le novità western dell’anno si possono riassumere in cinque o sei lavori, fra i quali “Giù la testa” di Sergio Leone, che lo stesso regista non considera appartenente al genere.

Il film rappresenta semmai “una nuova frontiera, nuovi orizzonti da scoprire…Cioè, lì finiscono le storie del West e comincia ‘Giù la testa’, che quindi è l’inizio di qualcosa di nuovo” (Mininni, “Sergio Leone” cit., p. 10). Si può osservare invece come il film sia una continuazione del filone western scegliendo un’ambientazione che non è più quella classica delle praterie o delle città di legno allineate lungo una main street che lo hanno caratterizzato per decenni. Con l’avanzare della colonizzazione, la fine dei conflitti contro le tribù pellirosse e dei confronti armati fra pistoleri, il proscenio si sposta in una terra in cui l’evoluzione è stata molto più lenta, frenata da rivoluzioni che si susseguono senza sosta, spesso senza cambiare nulla nella condizione e nei ritmi di vita dei suoi abitanti. Gli Stati della Sonora o del Chihuahua offrono dunque gli spunti al mexican western, che nelle pellicole di produzione italiana, spagnola, tedesca (e talvolta anche americana) vengono sistematicamente girati in Spagna, anche per ragione di costi.
Tuttavia, anche con una quantità rilevante di film distribuiti nel 1971, pochi sono in grado di offrire spunti originali.

John Wayne, reduce dall’interpretazione del non entusiasmante “Rio Lobo” diretto da Howard Hawks, si cimenta in un ruolo che gli è congeniale nel crepuscolare “Il grande Jake”, diretto da George Sherman, sceneggiato da Harry e Rita M. Fink e prodotto da Michael Wayne, con la fotografia affidata a William H. Clothier e le musiche di Elmer Bernstein.
L’attore, ormai sessantaquattrenne e con tanto di parrucchino, non rinuncia a recitare la parte di Jacob “Jake” McCandles, un rude allevatore che deve recuperare il nipotino (Ethan Wayne) rapito da una banda di desperados. I razziatori, dopo avere compiuto una strage nella fattoria dell’ex moglie di McCandles, Martha (Maureen O’Hara) chiedono un elevato riscatto in denaro per liberarlo.
Dopo un lungo inseguimento oltre confine, Jake, coadiuvato dai suoi figli James (Patrick Wayne) Michael (Cristopher Mitchum) e Jeff (Bobby Vinton) riesce ad avere la meglio sui banditi senza pagare un dollaro, ovviamente a suon di pistolettate. Si tratta di una storia a lieto fine, che ricompatta una famiglia divisa (padre e figli si erano presi a pugni prima di partire per la spedizione) rimettendo insieme anche il duro Jake e la moglie Martha. La vicenda si svolge nel 1909, quando circolano già le automobili e uno dei figli di Jake, Michael, partecipa alla caccia in sella ad una motocicletta. Wayne vede trionfare ancora una volta il personaggio che tante volte ha interpretato: un uomo che non accetta compromessi né consigli, non intende pagare alcun riscatto e predilige le maniere forti per risolvere la questione. Sarà anche l’ultima volta in cui il Duca recita al fianco di Maureen O’Hara, sua grande estimatrice da sempre. Essendo essenzialmente un film d’azione, pur con diversi risvolti psicologici, riscontra cospicui introiti ai botteghini, dopo essere costato quasi 5 milioni di dollari.
Il tema tradizionale della sfida a due è la trama di “Quattro tocchi di campana” (“A Gunfight”) di Lamont Johnson, che si avvale della buona sceneggiatura di Harold Jack Bloom, della fotografia di David M. Walsh dell’interpretazione di Kirk Douglas (Will Tenneray) e del cantante Johnny Cash (Abe Cross) alla sua prima apparizione sugli schermi.

Tutto il film si fonda sull’attesa del duello fra due pistoleri celebri, ognuno dei quali si ritiene il migliore in assoluto. Alla fine si affronteranno e soltanto uno rimarrà in piedi, come è naturale che ci si aspetti.

NUOVI SPUNTI

Un’idea originale è anche quella che sta alla base di “Sole rosso” (“Soleil rouge”) produzione italo-franco-spagnola, diretto da Terence Young, che mette insieme un cast davvero multietnico: l’americano di origine lituana, con sangue tartaro, Charles Bronson (Link) i francesi Alain Delon (Gauche) Capucine (Pepita) e Luc Merenda (Chato) il giapponese Toshiro Mifune (Kuroda) e la svizzera Ursula Andress (Christina).

La colonna sonora è composta da Louis Jarre, vincitore del premio Oscar nel 1963 e 1966 per le musiche di “Lawrence d’Arabia” e “Il dottor Zivago”. Due banditi – Gauche e Link – mirano ad impadronirsi di una carico d’oro che viaggia sul treno, ma oltre al tesoro vi è una preziosa spada da Samurai, destinata come omaggio dall’imperatore giapponese al presidente degli Stati Uniti Ulysses Grant. Riuscito il colpo, i due soci litigano perché Gauche intende tenersi tutto per sé e da quel momento Link, insieme a Kuroda, incaricato dall’ambasciatore nipponico di riprendersi la spada, lo inseguiranno per recuperare il bottino. I dettami del “Bushido”, codice d’onore dei Samurai, e le strane abitudini del popolo dagli occhi a mandorla finiscono – anche per merito dell’eccezionale Mifune – per diventare dominanti nel tradizionale contesto western, tant’è che Link, dapprima costretto a far da guida al Samurai, prometterà a quest’ultimo, ferito mortalmente, di riconsegnare la spada ritrovata al diplomatico giapponese. Girato in varie località europee, “Sole rosso” esercita ancora, a distanza di decenni, una certa suggestione, classificandolo come uno degli esperimenti meglio riusciti di cooperazione fra vari Paesi produttori.

“Uomo bianco va col tuo dio!” (“Man in the Wilderness”) di Richard C. Sarafian, cerca l’originalità puntando su una storia vera, quella del trapper Hugh Glass, al quale si ispirerà molti anni dopo il più famoso “The Revenant”, collezionando alcuni Oscar. La differenza rispetto al primo film consiste soprattutto nei nomi attribuiti ad alcuni protagonisti, che Sarafian cambia nel proprio lavoro. Glass diventa così Zachary Bass (Richard Harris) mentre il capitano Henry (John Huston) conserva la propria identità storica. La fiction, in definitiva, ricalca la vicenda reale, riassumendo la tragica odissea del cacciatore abbandonato moribondo dai suoi compagni dopo essere stato sbranato da un orso. Come il personaggio storico al quale si riferisce, Bass percorre centinaia di chilometri in condizioni quasi impossibili, cibandosi di quello che riesce a trovare fra carogne di animali e frutti selvatici, fino alla resa dei conti con i suoi ex compagni, che hanno proseguito il viaggio lungo il Missouri a bordo di un battello armato di un cannoncino girevole. Alla fine il trapper deciderà di rinunciare alla vendetta e sarà risparmiato dagli Indiani, che gli permetteranno di tornare dalla propria moglie e dal figlio.


“Uomo bianco va col tuo dio!”

Per certi aspetti il film di Sarafian – girato nelle vicinanze del fiume Yellowstone ed in parte in Spagna – si avvicina maggiormente alla realtà dei fatti rispetto al recentissimo remake di Alejandro González Iñárritu. La splendida fotografia dell’inglese Gerry Fisher ne arricchisce la spettacolarità, offrendo una convincente panoramica dei luoghi in cui si svolge l’azione. Fra l’altro, è la prima volta che il cinema western dedica una pagina alla biografia di un cacciatore come Glass, personaggio meno noto dei vari Davy Crockett, Kit Carson e Jim Bridger, dei quali si è spesso occupato in passato.
Del tutto atipica, sia riguardo al western in senso stretto che ai film sulla guerra di secessione, è la trama di “La notte brava del soldato Jonathan”, tratto dal romanzo “The Beguiled” di Thomas P. Cullinan, che dà il titolo originale alla pellicola.
Narra l’avventura di un caporale nordista rimasto ferito e isolato dietro le linee sudiste e ospitato in un collegio femminile, nel quale sarà presto vittima del proprio fascino, conquistando donne represse e fanciulle smaniose di esperienze sessuali. Molta gente si scandalizzò all’epoca che fosse proprio Clint Eastwood ad impersonare una figura piuttosto dissoluta, che fa l’amore con ragazze minorenni e si comporta in maniera ambigua con le assistenti del collegio. In realtà, l’attore si mostrò entusiasta della parte, al punto di rinunciare a gran parte del suo compenso. Quanto a Siegel, considerò sempre il film uno dei suoi gioielli. Condividendo il giudizio di un critico, “’The Beguiled’ è forse il miglior film di Siegel: cupo e beffardo, senza troppe sbavature malgrado gli inserti onirici e le virature espressioniste, retto da una logica narrativa stringente. Il suo unico guaio è di non assomigliare ai film che in genere gira Eastwood…” (Alberto Pezzotta, “Clint Eastwood”, Il Castoro Cinema, Milano, 1994, p. 21). Invece la critica ufficiale lo osteggiò e soltanto in Francia il film venne preso in seria considerazione, al punto che Pierre Rissient, esponente di spicco del cinema francese, lo propose al Festival di Cannes.
La scabrosità del tema, che ne fa sicuramente un’opera revisionista presentando come protagonista un anti-eroe, è la causa essenziale del suo insuccesso commerciale, tardivamente compensato dagli ampi riconoscimenti ottenuti in tempi più recenti.
Recitato quasi per intero al femminile, a parte Eastwood nei panni di John Mc Burney, si svolge all’interno delle mura di un collegio, diretto da Martha Farnsworth (Geraldine Page) che nasconde qualche scheletro nell’armadio (un rapporto incestuoso con un fratello ufficiale confederato). Le ragazze che si contendono il bel caporale sono diverse, ma su tutte spiccano Edwina Dabney (Elizabeth Hartmann) e Carol (Jo Ann Harris). Sceneggiato da John B. Sherry e Grimes Grice, vede l’esordio alla fotografia di Bruce Surtees, che in seguito lavorerà spesso con Eastwood.

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