Gli oscar del cinema western – 17

A cura di Domenico Rizzi
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BUTCH CASSIDY, FILM DA QUATTRO OSCAR

Per George Roy Hill, quarantasettenne nativo di Minneapolis e regista di 8 film quando si accinge a dirigere il suo primo western, sembrano esservi fin dall’inizio tutte le premesse per realizzare qualcosa di importante. Gli attori prescelti sono Paul Newman (Butch Cassidy) Robert Redford (Sundance Kid) Katharine Ross (Etta Place) Ted Cassidy (Harvey Logan), il soggetto e la sceneggiatura sono del drammaturgo William Goldman, la colonna sonora del grande maestro Burt Bacharach con il quale pochi musicisti possono competere. Infatti escogiterà la popolarissima Raindrops Keep Falling on My Head destinata ad un successo mondiale.
Il tema scelto da Hill è questa volta biografico o pseudo tale, tenendo conto di quanto la leggenda possa influire sulla verità storica in un film. “Butch Cassidy and the Sundance Kid” (distribuito in Italia semplicemente come “Butch Cassidy”) viene completato nel 1969 ed ha una durata, almeno nella versione comunemente proiettata nelle sale, di 106 minuti. Molti spettatori amanti del genere, abituati ad una gamma più ristretta di fuorilegge famosi, che va da Jesse James a Billy the Kid, si chiedono chi siano questo Cassidy e il suo luogotenente Sundance Kid, ma la stampa non tarda a fornire loro i necessari ragguagli.
Robert LeRoy Parker, divenuto in seguito Butch Cassidy, nato a Beaver (Utah) nel 1866 da una famiglia mormone imboccò la strada del crimine quand’era molto giovane, creando il famigerato “Mucchio selvaggio”, “Mazzo selvaggio” o “Branco Selvaggio” insieme ai fratelli Harvey “Kid Curry” Logan, Bill Carver, Ben Kilpatrick, Charles Hanks, Harry Tracy, Bob Meeks, Elzy Lay, ai quali si aggiunsero Harry Alonzo Longbaugh (Sundance Kid) ed altri. Nella gang entrarono anche alcune donne, come Etta Place, la bellissima moglie di Sundance, Laura Bullion e le sorelle Ann e Josie Bassett. Il rifugio della banda, che svolse la sua attività criminale sul finire dell’Ottocento rapinando banche e uffici postali, fu per un certo periodo il “Buco nel Muro”, una sorta di caverna naturale situata nel Wyoming. Difatti le autorità e la stampa chiamarono i fuorilegge “La banda del Buco nel Muro”.
Nel 1901, diventato ormai troppo pericoloso rimanere negli States, Cassidy, Sundance e la Place salparono su una nave inglese diretti in Argentina, dove acquistarono una ranch nei pressi di Cholla, ai piedi delle Ande, per occuparsi di allevamento del bestiame, invano ricercati dall’Agenzia Pinkerton. Mentre risulta che Etta tornò negli Stati Uniti non molto tempo dopo, la fine dei due banditi rimase misteriosa per decenni. Soltanto nel 1930 i giornali riportarono, secondo un ingegnere minerario che aveva lavorato in Bolivia, che erano morti entrambi in uno scontro a fuoco con la polizia a cavallo di quel Paese, in una località denominata San Vicente. La data presunta della loro morte sarebbe stata il 3 novembre 1908: altre ipotesi spostano l’anno al 1909 o addirittura al 1911, ma diversi testimoni smentirono simili congetture. Josie Bassett dichiarò che Cassidy la andò a trovare negli Anni Venti del Novecento, dopo essere tornato dal Sudamerica.
La sorella di Butch, Lula Parker Betenson, autrice di un libro biografico e deceduta nel 1980 quasi centenaria, disse che suo fratello le fece visita nel 1925 e che all’epoca Sundance Kid e la moglie Etta vivevano tranquillamente a Città del Messico. In base ad altre testimonianze, il Kid si sarebbe riunito alla moglie, vivendo fino al 1957, mentre Butch, assunto un falso nome, avrebbe soggiornato nello Stato dello Washington, morendo a Spokane nel luglio 1937.
Il film di Hill si fonda soprattutto sulla versione ufficiale, dell’uccisione dei due fuorilegge a San Vicente, seguendo più i canali della leggenda che il solco lasciato dalla storia. La fine dei due fuorilegge viene perciò ad assumere un tono epico, con una disperata sortita finale che li vede soccombere entrambi sotto i colpi dei poliziotti boliviani.
Nella fase di preparazione del suo lavoro, il regista sondò varie alternative prima di assegnare le parti dei due protagonisti. Se il ruolo dell’enigmatica Etta Place fu assunto senza reticenze dalla brava Katharine Ross, per quelli di Cassidy e Sundance la scelta si dimostrò più problematica. Dopo il rifiuto di Warren Beatty, designato sia per l’una che per l’altra parte, venne interpellato per la parte di Sundance l’attore Steve Mc Queen, al quale non garbava di recitare come comprimario. Alla fine, dopo essere stato chiamato Redford, che accettò di impersonare il Kid, Newman interpretò Butch, bisogna dire con un’ottima riuscita. Senza tenere conto della scarsa somiglianza con i personaggi storici, la performance di tutti e tre i protagonisti si può definire superlativa e spinse il botteghino fino a livelli raramente raggiunti dal genere.

Il film, costato 6 milioni di dollari, ne incassò più di 100, candidandosi inoltre ad una valanga di attestazioni di merito.
Alla cerimonia di premiazione del 1970, “Butch Cassidy” arrivò con 7 nomination, 4 delle quali centrarono pienamente l’obiettivo. Goldman ebbe l’Oscar per la miglior sceneggiatura, Conrad L. Hall per la fotografia, Bacharach per la colonna sonora e quest’ultimo, insieme a Hal David, furono premiati anche per la miglior canzone. Era dai tempi di “Mezzogiorno di fuoco” (1952) che un western non conquistava 4 Oscar: in più Bacharach ottenne il Golden Globe per la miglior colonna sonora e il BAFTA assegnò 9 premi, fra i quali quello per il miglior film e la miglior regia, sui 10 proposti. Ancora una volta fra i premiati vi furono William Goldman (sceneggiatura) Conrad L. Hall (fotografia) Bacharach (colonna sonora) oltre a Katharine Ross (miglior attrice protagonista) e Robert Redford (miglior attore protagonista).
Il western stabiliva dunque un nuovo primato, che per oltre un ventennio non sarebbe stato più superato da altri film del genere.

IL RITORNO DEL PELLEROSSA

Il 1970 è l’anno di uscita di numerosi film da cineteca, che ancora oggi appassionano critici e spettatori. La produzione si attesta su 53 western – alcuni definiti impropriamente tali – nei quali rientrano ancora 31 spaghetti western, realizzati dall’Italia o in co-produzione con altri Paesi, soprattutto la Spagna. Le pellicole di provenienza hollywoodiana sono soltanto 19, ma almeno 7 di queste lasciano una traccia ben marcata.
La corrente revisionista ritorna ad occuparsi del Pellerossa, vero ispiratore e trascinatore del filone fin dagli esordi di Griffith e Ince. Quasi contemporaneamente vengono distribuiti nelle sale “Un uomo chiamato Cavallo”, “Piccolo Grande Uomo” e “Soldato Blu”, attinti tutti e tre da romanzi o racconti di autori di primo piano.


Un uomo chiamato Cavallo

Il primo soggetto scaturisce da una short story di Dorothy M. Johnson, già autrice di “L’uomo che uccise Liberty Valance”. Il regista Elliot Silverstein, supportato dallo sceneggiatore Jack DeWitt, realizza il film omonimo (“A Man Called Horse”) con Richard Harris nei panni del nobile inglese John Morgan finito nelle mani dei Sioux nel corso di una battuta di caccia negli Stati Uniti. Suoi partner sono, nella versione originale, Testa di Bisonte Femmina (Judith Anderson) Baptiste (Jean Bason) Cervo Che Corre (Corinna Tsopei) – Tortora Bianca nell’edizione italiana – Aquila Nera (Eddie Little Sky) ed altre figure di appartenenza nativa; oltre alle usanze tribali, come la consacrazione del guerriero con la durissima prova di resistenza al dolore cui Morgan viene sottoposto, perfino il linguaggio parlato nel film si basa in gran parte sull’idioma originale dei Lakota.
A differenza di molti altri western definiti “filo-indiani”, in questo la presenza dei Bianchi si limita alla figura del protagonista, perché la tribù che lo cattura, rendendolo dapprima schiavo con il nome di Shunka Wakan (Cavallo) e facendone poi un proprio guerriero è in lotta con gli Shoshone, particolare che rispecchia anche la realtà storica, dal momento che i Sioux erano perennemente sul piede di guerra con la maggior parte delle tribù delle praterie (particolare troppe volte ignorato dagli storici, impegnati a dimostrare soprattutto la cupidigia e l’invadenza dei Bianchi). Assurto a leader della tribù per il suo coraggio e trovata la giusta compagna in Tortora Bianca, il nobile lascerà il suo popolo di adozione dopo la perdita della moglie, ma la pellicola avrà in futuro due seguiti – “La vendetta dell’uomo chiamato Cavallo” (1976) e “Il trionfo dell’uomo chiamato Cavallo” (1983) diretti rispettivamente da Irvin Kershner e John Hough con discutibili risultati. Nel terzo film Harris, che ha già superato i cinquant’anni, compare per breve tempo, cedendo la scena al figlio.

“Piccolo Grande Uomo”, di Arthur Penn, diventa addirittura l’emblema del revisionismo, pretendendo di rivoluzionare i giudizi storici su personaggi come Wild Bill Hickok e il generale Custer, ma non riesce nell’intento quanto l’autore del libro Thomas Berger. Lo scrittore, fa dell’ironia la carta vincente del suo voluminoso romanzo dallo stesso titolo, concludendo che, per quanti studi siano stati compiuti sull’epopea della Frontiera, non gli è mai capitato di incontrare il nome di Jack Crabb e lasciando intendere che questi non sia altro che un gran bugiardo. Il suo messaggio di commiato ai lettori è più che mai esplicito al riguardo: “Che Dio abbia pietà dell’anima sua, della vostra e della mia”.
Penn, che già aveva diretto un’ambigua biografia di Billy il Kid, si lascia prendere la mano dal racconto dell’ultra centenario Crabb, che lo guida attraverso una serie di peripezie non sempre credibili. Dustin Hoffman è il protagonista del film, in cui compaiono Martin Balsam (Meriweather) Richard Mulligan (generale Custer) Jeff Corey (Hickok) Faye Dunaway (la signora Pendrake) Amy Eccles (Raggio di Luna) Chief Dan George (Cotenna di Bisonte) Carole Androsky (Carolina, sorella di Crabb). La sceneggiatura è affidata a Calder Willingham (ormai celebre dai tempi di “Orizzonti di gloria”, “I Vichinghi” e “I due volti della vendetta”) e la colonna sonora è di John P. Hammond.

La rivisitazione dei personaggi storici da parte di Penn cede un po’ troppo alla dissacrazione – specialmente per quanto riguarda Custer e Hickok – che in apparenza sembra l’intento principale del regista, seriamente intenzionato a distruggere la leggenda per ridurre l’epopea del West ad una tragicommedia. Così facendo, non si avvede di sconfinare nel conformismo, presentando personaggi e situazioni che, seppure trattati diversamente dal cinema fino a quel momento, erano già stati, da un punto di vista letterario, largamente dissacrati. Tuttavia, approfondendo le varie figure storiche che compaiono nella pellicola di Penn, ci si accorge che esse sono viste nell’ottica del giovane Indiano-Bianco Crabb, così come lo sono le battaglie del Washita e di Little Big Horn. La strage del Settimo Cavalleria, più volte rappresentata sullo schermo, non compie alcun passo avanti nella ricerca della verità, insistendo su un Custer caricaturale che merita una giusta punizione per avere massacrato i Cheyenne al Washita.


Il piccolo grande uomo

Il personaggio dell’anziano Cotenna di Bisonte, nonno adottivo di Crabb, è patetica e commovente quanto quella del generale appare vanagloriosa ed irritante. Per aggiungere del pepe alla tortuosa trama, basata sostanzialmente sul disorientamento di Crabb combattuto fra la società dei Bianchi e quella pellerossa, Penn vi inserisce la signora Pendrake, lasciva sposa di un pastore protestante destinata in futuro a fare la prostituta in un bordello – destino annunciato, dopo le licenze che si è presa con il giovanissimo Crabb al quale sta facendo il bagno in una tinozza – e un giovane gay della tribù dei Cheyenne, che cercherà inutilmente di darsi in moglie a Crabb tornato alla tribù adottiva.
Costato 15 milioni di dollari, il film incassa più del doppio e sembra candidato, per lo scalpore suscitato in tutto il mondo, ad una messe di premi. Invece ottiene una sola nomination all’Oscar ed una al Golden Globe come miglior attore protagonista per Chief Dan George. Forse, al di là della serrata pubblicità che ne è stata fatta, è giusto così.
Ben più crudele e allusivo “Soldato Blu” di Ralph Nelson, che modifica sensibilmente la trama del libro “Arrow in the Sun” di Theodore V. Olsen, romanzo a lieto fine che sugli schermi ha una conclusione opposta. Il soldato Honus Gant (Peter Strauss) un contadino diplomato maestro elementare e infine arruolato nell’esercito, è l’unico superstite di un plotone che scorta le paghe della truppa a Fort Reunion. Osservando da un’altura i Cheyenne di Lupo Pezzato (Jorge Rivero) che massacrano le Giacche Blu guidate da un ottuso tenente Spingarn (Martin West) viene raggiunto da Cathy Lee (Candice Bergen) una donna bianca che è stata prigioniera degli Indiani e moglie di Lupo Pezzato.


Soldato Blu

La rimanente trama gravita intorno alla marcia di Honus e Cathy, che lungo il percorso per raggiungere Fort Reunion, dopo avere schivato la minaccia del trafficante d’armi Isaac Cumber (Donald Pleasence) si innamorano. Il film cambia radicalmente indirizzo dal momento in cui i due superstiti incontrano un reparto militare, di cui fa parte il tenente Mc Nair (Bob Carraway) fidanzato con la ragazza. I soldati sono comandati dal colonnello Iverson (John Anderson) che, dopo avere respinto la proposta di pace dei Cheyenne, fa prendere a cannonate il loro campo, concedendo poi ai suoi uomini di compiere ogni sorta di atrocità sulle donne e sui bambini. Honus si ribella e viene condotto via in catene, ma almeno Cathy gli rimane vicina.
L’episodio narrato dal film – la cui vicenda si svolge nel 1877 – prende spunto dal massacro compiuto a Sand Creek il 29 novembre 1864 dai volontari del Colorado guidati dal colonnello Chivington, una strage costata circa 150 morti agli Indiani, secondo quanto dichiararono gli stessi testimoni della loro tribù (l’esagerazione che le vittime fossero state 500, contenuta in molti testi storici, si basa su una stima “gonfiata” effettuata dallo stesso Chivington per fare colpo sull’opinione pubblica quale difensore dei coloni, ma servì soltanto ad aggravare la sua posizione dinanzi alla commissione d’inchiesta, che ne decise la destituzione). La vicenda cinematografica si svolge in realtà tredici anni dopo, sia nel libro di Olsen, quanto nel film di Nelson, perché Honus fa riferimento, nella sua orazione ai caduti di Spingarn, al massacro di Little Big Horn, avvenuto nel 1876.
La conclusione del romanzo è alquanto differente dalla versione cinematografica. Innanzitutto non vi figura alcun ufficiale di nome Iverson e non viene compiuta la strage nel villaggio pellerossa. Honus Gant ottiene il meritato riconoscimento per l’appoggio dato alle truppe e il finale lascia intendere che sposerà la sua bella Cathy non appena glielo consentiranno gli impegni di servizio.
Nelson imprime volutamente alla vicenda un taglio decisamente anti-militarista e assolutorio nei confronti dei Cheyenne, senza accorgersi di qualche contraddizione: Lupo Pezzato, che ha sterminato il distaccamento di Spingarn per impossessarsi delle paghe dei soldati e acquistare armi dal trafficante Cumber, si fa incontro alle truppe di Iverson reggendo una bandiera degli Stati Uniti, volendo ingenuamente significare l’atteggiamento amichevole di una tribù che ha appena commesso un eccidio. In secondo luogo, è evidente – anche nel linguaggio sboccato di Cathy Lee, da contestataria sessantottina al tempo in cui le università erano in subbuglio – l’accostamento alla guerra del Vietnam e alla strage di civili perpetrata dal tenente William Calley a My Lai il 16 marzo 1968, nella quale perirono 347 Vietnamiti. Per inciso, l’esercito regolare degli Stati Uniti dell’epoca in cui il film si svolge non ebbe mai nelle sue file un Undicesimo Cavalleria: le truppe montate erano distribuite in 10 reggimenti, soltanto fino all’8° formati da soldati di razza bianca, mentre gli ultimi due arruolavano Afro-americani. Dunque, “Soldato Blu” non può essere considerato, come sostenuto da certa critica anche del “New York Times”, una pellicola che rivesta valore storico, sebbene alluda ad un preciso evento come il massacro di Sand Creek. Anche la trovata di far indossare al colonnello Iverson un caschetto coloniale bianco, rafforza la convinzione di voler far apparire l’esercito americano come colonialista nelle politiche di conquista dei territori indiani.

Questi sono, indubbiamente, i difetti del lavoro di Nelson, tuttavia largamente compensati da molti pregi. La caratterizzazione dei personaggi è curata e attendibile – il borioso tenente Spingarn, l’atterrito ufficiale pagatore capitano Battles (Dana Elcar) l’arcigno sergente O’Hearn (Mort Mills), il timido soldatino Gant alle prese con i suoi scrupoli di coscienza, che fanno traballare le certezze possedute fino a quel momento, la scatenata ragazza dai capelli biondi che gradualmente riesce a convincerlo delle ingiustizie commesse dagli Americani – la sceneggiatura di John Gay, che aggiunge al romanzo un improbabile duello di Gant con un gruppo di guerrieri Kiowa, molto efficace; la fotografia di Robert B. Hauser assai bella e incisiva. La colonna sonora di Roy Budd è resa più intensa dalla canzone cantata all’inizio da Melanie Kafka, intitolata appunto “Soldier Blue”.
Essendo rivoluzionario in molti suoi passaggi, soprattutto nel ritrarre con particolari agghiaccianti le uccisioni, gli stupri e le torture commesse dai militari, il film di Nelson è destinato ad occupare per decenni un posto di rilievo nella filmografia western. La corrente revisionista lo considererà un sicuro punto di riferimento per altri lavori futuri, nei quali far emergere tutta la crudezza che accompagnò la conquista del West.
Nonostante il clamore sollevato e i molti pareri favorevoli della stampa, “Soldato Blu” non venne neppure menzionato nell’annuale cerimonia di assegnazione degli Oscar, ma ciò non deve sorprendere più di tanto, se si considerano certe clamorose sviste delle giurie nel lontano e recente passato.

UOMINI SCONFITTI

Seguendo la traccia già lasciata negli Anni Sessanta, i nuovi western indicati come revisionisti affrontano le tematiche più disparate, scegliendo personaggi di dubbia moralità, delinquenti e opportunisti. In qualche caso, uomini che intendono lo svolgimento del proprio dovere con un accanimento maniacale.

“La ballata di Cable Hogue”, di Peckinpah, assume dei toni crepuscolari come nei due precedenti film dello stesso regista. Se i due ex sceriffi di “Sfida nell’alta sierra” sono dei relitti disorientati dal nuovo West che si sta adattando al progresso e i banditi senza scopo de “Il mucchio selvaggio” vanno coscientemente incontro al proprio sacrificio convinti di battersi finalmente per una causa giusta, Cable Hogue è un disperato che insegue un sogno. Un’illusione, quella di costruire una stazione per le diligenze in transito vicino ad una pozza d’acqua in una regione desertica, che la tecnologia manda in frantumi, perché la diffusione delle automobili rende vano il suo progetto. Anzi, per ironia della sorte, sarà proprio il progresso, dopo avere vanificato tutti gli sforzi di Hogue, a determinarne la fine, facendolo finire sotto le ruote di un’auto. La colonna sonora è di Jerry Goldsmith e Richard Gillis, la fotografia del solito, bravissimo, Lucien Ballard.


La ballata di Cable Hogue

Un film amaro, popolato di diseredati in cerca di una chance. Oltre ad un Jason Robards particolarmente realistico nel ruolo del protagonista, vi figurano Stella Stevens nelle vesti della prostituta Hildy, David Warner nella parte del reverendo itinerante Joshua Duncan, Strother Martin nel ruolo del socio di Hogue, Bowen, ed altri bravi attori impegnati in parti minori. La resa economica, superiore ai 5 milioni di dollari, compensò largamente il budget impegnato, ma l’opera non riuscì ad attirare l’interesse della critica, forse anche a causa delle spigolosità di carattere di Peckinpah.
Sarcastico e spietato, sebbene a tratti sconfini nella comicità, “Uomini e cobra”, titolo inventato dalla distribuzione italiana per “There was a crooked man”, diretto da Joseph L. Mankiewitz, regista polemico e con il dente avvelenato dai tempi del Maccartismo. I “cobra” a cui accenna il titolo sono i serpenti a sonagli, che abbondano nel deserto di Yuma, in Arizona, ma rappresentano metaforicamente i due antagonisti del film, il detenuto Paris Pitman (Kirk Douglas) e Woodward W. Lopeman (Henry Fonda) ex sceriffo diventato direttore del penitenziario. Pitman prepara meticolosamente un piano di evasione, fingendosi sottomesso e redento quanto basta ad ingannare le autorità carcerarie – singolare analogia con “Nick Mano Fredda”, di Stuart Rosenberg, 1967 – mentre Lopeman, uomo di sani principi, mette tutto il suo impegno nel progetto di creare un carcere modello.


Uomini e cobra

Una volta riacquistata la libertà grazie ad una rivolta, il solitario Pitman raggiunge il luogo dove ha nascosto il cospicuo bottino dell’ultima rapina gettando il sacco in una buca di crotali. La sorte vuole che, dopo aver creduto di uccidere tutti i rettili a pistolettate, ne sia rimasto uno ancora vivo nel sacco, giusto per morderlo mortalmente sul viso. Quando Lopeman arriva sul posto, recupera il suo cadavere e la refurtiva, ritornando verso il penitenziario, dove scopre che è stato nominato un nuovo direttore al suo posto. Perciò, abbandonato il corpo di Pitman, si allontana a cavallo verso il Messico, convincendosi che godere la vita valga più degli ideali che ha coltivato per anni. In definitiva, “Uomini e cobra” è una storia di uomini sconfitti: il bandito perché non è riuscito a raggiungere il suo scopo, l’uomo della legge perché ormai non crede più nei principi che l’hanno sostenuto per tanto tempo.
Il film, prodotto dallo stesso Mankiewitz, sceneggiato da Robert Benton e David Newman con una bella fotografia di Robert Stradling jr. e le musiche di Charles Strouse, è una commedia drammatica che avvince fino alla fine, presentando dei caratteristi particolarmente adatti al contesto, fra i quali Burgess Meredith (Missouri Kid) Warren Oates (Floyd Moon) Hume Cronyn (Dudley Whinner) John Randolph (Cyrus McNutt). Pressochè assenti le donne, che rivestono ruoli marginali, rappresentate da Lee Grant (signora Bullard) e Barbara Rhoades (l’educatrice Jessie Brundidge). Per la critica, un vero film revisionista, che mette a nudo le debolezze degli uomini del West, soprattutto quelli considerati incorruttibili e in questo senso il lavoro di Mankiewitz avrebbe meritato ben altra considerazione, dal momento che non ebbe alcun premio.

In “Io sono la legge” (“Lawman”) di Michael Winner, distribuito nel 1971, i perdenti sono ancora due: lo sceriffo Cotton Ryan (Robert Ryan) che ha abdicato alla propria funzione per mettersi al servizio del prepotente allevatore Vincent Bronson (Lee J. Cobb) e il town marshal Jerod Maddox (Burt Lancaster) frustrato negli affetti e pertanto fanaticamente ossessionato dal dovere, che lo spingerà ad uccidere anche un uomo disarmato (marito della donna che Jerod amava un tempo) sparandogli alla schiena mentre fugge disarmato. Anche questo, in fondo, è revisionismo, perché gli uomini tanto osannati dalla leggenda – soprattutto quando portavano una stella di latta sul petto – non erano dei puri in senso assoluto. Dei ruoli femminili, si distingue soltanto quello di Sheree North, che impersona Laura Shelby, antica fiamma di Jerod. Lancaster riveste questa volta un ruolo che gli attira dell’antipatia fino a renderlo odioso, ma il suo personaggio è perfetto, come lo è la figura interpretata da Robert Ryan, che almeno ammette di essere caduto in basso senza atteggiarsi ad integerrimo difensore della legge.

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