Gli oscar del cinema western – 15

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18.


C’ERA UNA VOLTA IL WEST

Nel 1968, anno in cui esplode la contestazione studentesca e la guerra del Vietnam subisce un doloroso incremento, il cinema western sforna una produzione elevata, ma con pochissimi titoli degni di attenzione. I western di marca italiana sono addirittura 56, ai quali ne vanno aggiunti almeno una dozzina di produzione francese, britannica e tedesca, mentre quelli americani sono relativamente pochi. Il più importante fra i film realizzati nel vecchio continente, quello che senz’altro ha lasciato un’impronta profonda nella storia, rimane “C’era una volta il West” di Sergio Leone, l’unico che potesse ambire a qualche riconoscimento sebbene non ne abbia avuti.
Prodotto dalla Paramount Pictures e girato per buona parte negli Stati Uniti – specialmente nella Monument Valley, evidente omaggio a John Ford – rappresenta un autentico necrologio non già dell’epopea del West, come hanno sottolineato diversi critici, bensì di un aspetto particolare della Frontiera: il tramonto dei pistoleri e dei vendicatori solitari. Estraneo alla “Trilogia del dollaro”, che si è conclusa con “Il buono, il brutto, il cattivo”, il film costituisce il punto più alto della lirica di Leone e possiede comunque un aggancio non casuale con i tre precedenti. Non per nulla, i tre sicari eliminati all’inizio da Armonica (Charles Bronson) avrebbero dovuto essere interpretati rispettivamente da Clint Eastwood, Lee Van Cleef e Eli Wallach, ma il regista dovette ripiegare su altri attori, fra i quali il bravo Woody Strode, perché Eastwood aveva declinato l’offerta sostenendo che “una star non può morire nei primi dieci minuti di film”.


Il famoso momento dell’arrivo del treno

Sceneggiato da Sergio Donati e dallo stesso Leone, con la fotografia di Tonino Delli Colli e le estasianti musiche di Ennio Morricone – che considererà proprio questa la sua miglior colonna sonora per un western – intreccia la vendetta di uno sconosciuto dalla faccia di pietra (Armonica) con la tragedia della vedova Jill McBain (Claudia Cardinale) privata della famiglia sterminata da Frank (Henry Fonda) e minacciata dal magnate delle ferrovie Morton (Gabriele Ferzetti) che intende far passare i binari attraverso la sua proprietà. Nel contesto si inseriscono il bandito Cheyenne (Jason Robards) appena evaso dal carcere e personaggi minori, alcuni dei quali, come Brett Mc Bain (Frank Wolff) scompaiono dalla scena all’inizio.La trama è sostenuta dalla tenacia di Jill – un’ex prostituta di New Orleans che intendeva rifarsi una vita nell’Ovest – nel rimanere ostinatamente aggrappata alla fattoria ereditata dal defunto coniuge e dalla irriducibile determinazione di Armonica a voler uccidere Frank, che molti anni prima ha fatto morire suo fratello in un modo atroce e sadico. Alla fine lo spietato affarista Morton – un uomo malato di tubercolosi ossea, il cui unico scopo sembra quello di voler completare la sua linea ferroviaria fino alle sponde dell’Oceano Pacifico – viene ucciso da Cheyenne, che esce dallo scontro mortalmente ferito, mentre Armonica sostiene il duello conclusivo con Frank, abbattendolo con un preciso colpo della sua Colt. Prima che esali l’ultimo respiro, gli infila fra le labbra la sua armonica per rammentargli l’episodio passato che ha generato la vendetta. Infatti Frank costrinse Armonica, non ancora adolescente, a sostenere sulle sue spalle il fratello legato e con un cappio al collo, fino a quando questi spinse via il ragazzino, rimanendo impiccato.
Il film, spiegato così, sembra elementare nella sua trama, ma possiede invece una quantità tale di situazioni e colpi di scena da mantenere sempre vivo – nonostante i tempi a volte eccessivamente lunghi delle scene – l’interesse dello spettatore. Forse, rispetto alla trilogia, l’azione è più statica, ma ciò consente l’approfondimento psicologico dei caratteri, facendo emergere le qualità della gente del West destinata a durare e le debolezze dei personaggi votati invece al declino. In sintesi, “C’era una volta il West” è una vittoria dell’elemento di continuità costituito dalla donna – Jill Mc Bain – così come un’amara sconfitta degli uomini che hanno fatto dell’uso delle armi una professione: Armonica, Cheyenne, Frank. Per questi ultimi non c’è più posto in un mondo ormai quasi addomesticato dal progresso, che avanza inesorabilmente verso occidente seguendo i binari della ferrovia.


Claudia Cardinale

Qualche critico ha scritto che “C’era una volta il West” è “più di ogni altra cosa un film sull’attesa della morte” (Mininni, op. cit., p. 93) e lo stesso Leone lo definisce “un balletto di morte” perché con quest’opera il regista romano “intende mettere la parola fine ad una certa epopea” (Moscati, op. cit., p. 41) ma non certo all’evoluzione del West. La scomparsa dei pistoleri lascerà infatti il posto alla gente laboriosa, ai contadini, agli impresari, sostituendo al loro nomadesimo – abitudine ereditata dalle tribù indiane e dai cowboy – una maggiore sedentarietà, della quale è promotrice la donna. “Questa è la grande novità di ‘C’era una volta il West’” osserva ancora Mininni nel suo saggio su Leone “la Donna. Per la prima volta protagonista, il personaggio femminile rappresenta il futuro dell’America, l’inizio del matriarcato e la fine di quell’universo specificamente maschile che era il Far West…Questo cambio della guardia alla guida del paese è un’autentica rivoluzione che esige le sue vittime: Mc Bain, Frank, Cheyenne e Morton muoiono, Cheyenne se ne va a morire altrove. Jill rimane, e da un momento all’altro diviene il punto di riferimento dell’intera comunità…” (Mininni, op. cit., p. 89).
Come si è già detto in precedenza, gli spaghetti western trasmettono al cinema americano una grande scossa, ma senza meritare la considerazione di vera arte, tant’è che vengono puntualmente esclusi dai riconoscimenti più prestigiosi. E’ il caso anche del film di Leone, soltanto in tempi recenti giudicato uno dei migliori di tutta la filmografia western. L’incasso, rispetto alla “Trilogia del Dollaro”, risulta in Italia sensibilmente inferiore, attestandosi su 2 miliardi e mezzo di lire, addirittura un miliardo in meno di “Per qualche dollaro in più”, ma qualsiasi accostamento tra le due pellicole è impossibile, essendo state prodotte in tempi diversi e con tematiche assai differenti.

“C’era una volta il West” è da considerare senza alcun dubbio l’opera western di maggiore impegno e pregio di Leone ed il punto più elevato mai raggiunto dal genere tra i film prodotti in Europa. A livello mondiale, l’incasso è infatti strepitoso, superando i 20 milioni di dollari a fronte di una budget investito di 5.

PREDICATORI FOLLI, DONNE OSTINATE E TURISTI ARROGANTI

Nel corso del 1968 non vi sono molti altri film da ricordare. Uno di questi potrebbe essere “Costretto ad uccidere” (“Will Penny”) di Tom Gries, da lui stesso sceneggiato con la fotografia di Lucien Ballard, il dramma di un solitario che incontra tardivamente l’amore, passando attraverso una vicenda particolarmente cruenta.
Una banda di tagliagole, capeggiata dal Predicatore Quirt (Donald Pleasence) irrompe in una casa isolata in cui hanno trovato riparo per l’inverno Catherine Allen (Joan Hackett) e il figlioletto. Con la famigliola si trova anche il cowboy Will Penny (Charlton Heston) che il padrone del ranch ha incaricato quale sorvegliante. Poiché Quirt ha motivi di attrito con il mandriano, che gli ha ucciso un figlio in un precedente scontro, il folle predicatore minaccia sia Catherine che l’uomo, costretto a subire percosse e gettato fuori dalla casa al gelo. Ripresosi dalla batosta, Will, aiutato anche dai suoi ex due compagni di lavoro Dutchy (Anthony Zerbe) e Blue (Lee Majors) avrà ragione dei fuorilegge, che verranno sterminati uno dopo l’altro. Poi viene il momento in cui Penny deve andarsene, nonostante l’invito di Catherine e del bambino – che si è affezionato al rude cowboy – di rimanere. Resistendo alla loro richiesta, l’uomo decide di allontanarsi, lasciando aperta una debole speranza di tornare un giorno da Catherine, che l’ama. E’ il destino del solitario di sempre, che in questo caso ha già cinquant’anni e non se la sente di unire la propria esistenza a quella di una donna sola.


Una scena di “Costretto ad uccidere”

Non manca di originalità, anche perché il titolo sposta ancora una volta l’attenzione sulla componente femminile del selvaggio ambiente occidentale, la commedia “La donna del West” (“The ballad of Josie”) diretto da Andrew V. McLaglen, interpretato dalla bellissima Doris Day – l’improbabile Calamity Jane di “Non sparare, baciami” di David Butler nel 1953 – questa volta in una parte più impegnata. In una remota località del Wyoming, Josie, rimasta vedova giovanissima e costretta a lavorare in un saloon per mantenersi, decide di mettere su un allevamento di ovini nell’appezzamento di terreno ereditato dal marito, ma le pecore, si sa, non erano molto gradite agli allevatori di bovini del West, per cui iniziano le rappresaglie. Uno di questi, Arch Ogden (George Kennedy) invia i suoi uomini per sterminare il gregge, ma la ragazza resiste caparbiamente, trovando un alleato in Jason Meredith (Peter Graves) e riuscendo alla fine nei suoi intenti.
Meno invitanti altre due pellicole girate nello stesso periodo: “Bandolero” e “Shalako”.
La prima, diretta ancora da Mc Laglen, rappresenta un conflitto tra fratelli, divisi dalle diverse strade che hanno imboccato fin dalla guerra di secessione, perché Dee Bishop (Dean Martin) ha militato nelle file del sanguinario guerrigliero sudista Quantrill, mentre Mace Bishop (James Stewart) ha combattuto con l’Unione. Quest’ultimo, dopo avere salvato Dee dall’impiccagione liberando lui e i suoi complici con uno stratagemma (e compiendo anche una solitaria rapina di 10.000 dollari alla banca locale) fugge insieme a lui nel Messico, portandosi dietro Maria Stoner (Raquel Welch) come ostaggio. Mentre lo sceriffo July Johnson (George Kennedy) li insegue accanitamente, fra la donna e Dee nasce una storia d’amore che sembra guidare il bandito sulla strada della redenzione, ma un gruppo di desperados messicani costringerà i fuggitivi, ai quali si aggiungono lo sceriffo e i suoi uomini, ad una sanguinosa battaglia. Morti entrambi i fratelli Bishop nella sparatoria, resteranno in piedi soltanto la bellissima Maria e Johnson che le ha dichiarato inutilmente il suo amore. Forse è il destino ad avere deciso per entrambi, quando, seppelliti i cadaveri, ripartono a cavallo verso gli Stati Uniti. Poco originale la trovata del finto boia (Stewart) già sfruttata nel film “Bravados” con finalità identiche.

Costato meno di 5 milioni di dollari, il film ne ricava oltre il doppio – probabilmente per l’invitante presenza della Welch più che per la fama dei due attempati Martin e Stewart – ma non è obiettivamente candidabile ad alcun premio.
Discutibile e tutto sommato deludente il film ricavato da un romanzo del celebre Louis L’Amour, autore solitamente preciso e attento ai dettagli al quale il cinema ha attinto molto spesso, non sempre con risultati soddisfacenti. “Shalako”, diretto da Edward Dmytryk e sceneggiato principalmente da James Griffith, con fotografia di Ted Moore, è una co-produzione anglo-tedesca che non raggiunge gli obiettivi prefissati neppure al botteghino, realizzando un incasso deludente. Narra di una spedizione di turisti europei per organizzare una battuta di caccia nel West, mettendosi sotto la guida di un esperto scout come Shalako (Sean Connery). L’arroganza di alcuni componenti del gruppo manderà in frantumi la precaria pace faticosamente ottenuta con gli Indiani dallo stesso esploratore, al quale toccherà il compito di portare in salvo gli escursionisti dopo alcuni scontri. L’imponenza del cast impiegato – Stephen Boyd, Brigitte Bardot, Woody Strode, Jack Hawkins, Peter Van Eyck, Honor Blackman, oltre a Connery – non conduce tuttavia agli esiti desiderati, perchè ne nasce un lavoro piatto, con scarso mordente e scene poco convincenti. Filmato quasi interamente in Almeria per esigenze di costi, lascia perplesso il pubblico, appannando anche il soggetto scritto da L’Amour.

Intanto però il western è giunto ad un giro di boa decisivo, perché Hollywood sta per dare fiato al revisionismo, la nuova corrente che dovrebbe fornire un’interpretazione meno scontata e retorica al vecchio genere.

IL GRINTA

Gli Anni Sessanta si concludono nella maniera più brillante per il cinema western, gettando sul mercato film destinati a raccogliere allori e giudizi favorevoli dalla critica: fra questi vi sono “Il Grinta”, “Il mucchio selvaggio” e “Butch Cassidy” Facendo scorrere tutti i 39 titoli del 1969, si incontrano lavori, per così dire, di routine (“Ultima notte a Cottonwood”, “I due invincibili”, “L’oro di Mac Kenna”, “Gli avvoltoi hanno fame”, “Il grande giorno di Jim Flagg”) ed altri, come “La notte dell’agguato”, che si prendono talvolta la nomea di film xenofobi, benché non lo siano affatto. A tenere ancora vivo l’interesse per la “questione pellerossa” vi è anche “Ucciderò Willie Kid”, crepuscolare e intenso nonostante lo svolgimento un po’ monotono dell’azione.


Il Grinta

“Il Grinta”, in questa sua prima edizione che sarà seguita nel 2010 da un celebre remake, scaturisce da un’opera letteraria di Charles Portis – già combattente della Guerra di Corea e caporedattore del “New York Herald Tribune” – che dopo averlo pubblicato a puntate sul “Saturday Evening Post” lo trasforma in romanzo nel 1968. Narra in prima persona la straordinaria vicenda di una ragazzina quattordicenne, Mattie Ross, che, per vendicare il padre, si affida ad un rude sceriffo federale avvezzo a dare la caccia ai malviventi con metodi che vengono spesso stigmatizzati dalla stessa giustizia. “La gente non riesce a credere che una mocciosa di 14 anni è capace di andarsene di casa in pieno inverno per vendicare la morte del padre, ma a quei tempi non sembrava tanto stravagante…” (Charles Portis, “Il Grinta”, Neri Pozza Editore-Giano, Vicenza, 2011, p. 7). La storia si svolge in Arkansas, terra d’origine dell’autore, e l’eroe della situazione è lo sceriffo Rooster Cogburn, detto “Grinta”, che Mattie descrive così: “un vecchiaccio con un occhio solo e una corporatura simile a quella di Grover Cleveland (presidente degli Stati Uniti, un uomo piuttosto corpulento)…Un vecchiaccio…In realtà aveva una quarantina d’anni. Ma riusciva a far scricchiolare le assi del pavimento sotto tutto quel peso…Perfino i baffi erano simili a quelli di Cleveland”. Ben presto ai due si aggiunge un Texas Ranger di nome La Boeuf, fortemente antipatico sia alla ragazzina, che in un’occasione sculaccia con eccessivo piacere, quanto allo stesso Cogburn, che detesta i Texani.
La trasposizione cinematografica, prodotta da Hal B. Wallis, è affidata a Henry Hathaway, che individua in John Wayne la figura adatta ad interpretare il curioso personaggio, concedendosi la libertà di eliminarne i baffi. L’attrice che impersona Mattie è la californiana Kim Darby, all’epoca già quasi ventiduenne e in procinto di divorziare da James Stacy dopo pochi mesi di matrimonio, ma dall’aspetto ancora adolescenziale. La parte del ranger La Boeuf spetta a Glenn Campbell, che riesce a conferire al personaggio la giusta dose di antipatia, mentre quelli dei fuorilegge sono ruoli ricoperti da vari attori, fra i quali Jeremy Slate e Robert Duvall. Il giudice Isaac Parker – personaggio storico vissuto fra il 1838 e il 1896 – è un convincente James Westerfield.

L’azione del film gravita intorno alla parte del Grinta, che combatte e uccide senza farsi troppi scrupoli, litigando a volte anche con Parker, che lo accusa – lui che veniva definito “il giudice delle impiccagioni” – di eccessiva durezza. Superata la diffidenza iniziale, Mattie scopre di avere verso Cogburn un’ammirazione sviscerata, ravvisando in lui una sorta di figura paterna o qualcosa di simile. Girato nel Colorado e in California, sulla Sierra Nevada, la fotografia è dell’abilissimo Lucien Ballard (quello di “Sfida nell’alta sierra”) e la musica di Elmer Bernstein. Benchè modificato in alcune sequenze rispetto al romanzo di Portis – soprattutto nel finale, che soltanto la riedizione del 2010 rispetterà fedelmente – il “True Grit” di Hathaway non fatica a collocarsi ai piani alti del nuovo western. Infatti nel 1970 ottiene 2 nomination all’Academy Award (miglior attore protagonista John Wayne e miglior canzone “True Grit” di Elmer Bernstein e Don Black) e 3 nomination al Golden Globe (miglior attore in un film drammatico a Wayne, miglior attore debuttante a Glenn Campbell e miglior canzone). Wayne porta a casa il tanto sospirato Oscar, che sa un po’ amaramente di tardiva compensazione per i grandi meriti di una carriera iniziata nel 1926, e vi aggiunge il Golden Globe come miglior attore di film drammatico. Per un uomo-simbolo della cinematografia western, non poteva esserci riconoscimento più giusto e meritato. Kim Darby deve accontentarsi di una nomination al Premio BAFTA quale miglior attrice debuttante e la sua carriera cinematografica si esprimerà più tardi negli impegni televisivi.
L’incasso del film è eccezionale, sfiorando i 45 milioni di dollari, dei quali più di 11 introitati durante il primo anno dalla sua uscita.

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