Il fumetto western

A cura di Domenico Rizzi

Kit Carson
Fra tutte le escursioni nel mondo della fantasia, una delle più ricche ed interessanti rimane sicuramente quella riguardante la leggenda del West americano.
Le tavole a fumetti sui più popolari protagonisti della Frontiera – Davy Crockett, Buffalo Bill, Kit Carson, il generale Custer – circolavano già da tempo negli Stati Uniti quando soggettisti e disegnatori italiani lanciarono il loro richiamo nel nostro paese. In qualche caso si trattò semplicemente di tradurre e adattare per le esigenze del mercato nazionale fumetti che in America avevano già ottenuto celebrità, come il famoso “Daves King”, ideato dallo scrittore Zane Grey e distribuito in Italia come “Audax”.
Nel 1937 Rino Albertarelli diede vita ad una serie alquanto originale con il suo discutibile “Kit Carson”, contrapponendo al tradizionale clichè dell’eroe giovane, bello e prestante, la figura di un uomo di mezza età, calvo e baffuto, decisamente fedele all’immagine storica del vero “frontiersman”, ma poco somigliante al personaggio storico.
La provocazione venne raccolta nel 1950 dalla Esse Gesse, che si spinse oltre, lanciando “Kinowa”, un cacciatore d’Indiani barbuto e privo di capelli, capace di mimetizzarsi in azione dietro una maschera atroce con le fattezze di Satana. Questo Diavolo, rispondente al nome di Sam Boyle, scotennato dagli Indiani che hanno commesso l’errore di lasciarlo vivere, si presentò al pubblico come un terribile persecutore della razza rossa, degno della fama di Lewis Wetzel e Mangiafegato Johnson.


L’albo gigante numero 1 di Kinowa

Ma la maggior parte dei disegnatori continuava a preferire personaggi più vicini ai gusti del pubblico dell’epoca, ancora molto legato al mito dell’eroe positivo. Nacque così il celebratissimo “Tex” di Aurelio Galleppini e Gianluigi Bonelli (1948), vagamente ispirato ad attori cinematografici del calibro di Gary Cooper e John Wayne, seguito a ruota da “Pecos Bill”, di Guido Martina e Paparella (1949) liberamente adattato da una leggenda molto cara ai mandriani del Texas, con l’aggiunta di figure di fantasia (l’unico che potesse vantare una matrice storica era Davy Crockett, rappresentato come barbuto e corpulento, in una veste assai goffa e assai poco somigliante a quella dell’eroe di Alamo). Vennero poi “Capitan Miki” (1951) e “Il piccolo sceriffo” (1952) due versioni similari di giovani dall’apparenza innocua e dal temperamento alla dinamite, per fortuna al servizio della legge e dell’ordine.
Un albo di Kit Carson
Va ricordato anche che, fin dagli Anni Trenta, esistevano fumetti sulle avventure di Zorro, il fantomatico giustiziere mascherato ideato dallo scrittore Johnston Mc Culley e apparso in fascicoli a puntate fin dal 1919. Benchè il contesto non sia rigorosamente “western” – le vicende si svolgono nella California dominata dagli Spagnoli – le avventure di questo inafferrabile spadaccino sono ormai entrate a far parte del patrimonio fantastico della Frontiera.
Con “Il grande Blek” (Esse Gesse, 1954) il “western” fece un salto all’indietro nel tempo, verso la prima Frontiera, che era stata teatro della lotta per l’indipendenza americana. Il protagonista, un “trapper” biondo ed erculeo, dotato di una forza impressionante quanto di un’elevata nobiltà di sentimenti, rappresentava il prototipo dell’uomo delle foreste, perennemente impegnato contro Pellirosse ostili e Bianchi disonesti, ma soprattutto in guerra con gli Inglesi che opprimevano le tredici colonie atlantiche della nascente nazione statunitense.


Pecos Bill in formato albetto

Caratteristica comune e presenze irrinunciabili in tutte queste avventure sono i “partner” dei protagonisti principali, quasi sempre caricaturali e dotati di una forte comicità: Salasso e Doppio Rum in “Capitan Miki”, il vecchio brontolone Kit Carson di “Tex”, l’obeso “Piggie” di Kit Hodgkins, il “piccolo sceriffo”, l’onnisciente professor Occultis di Blek. Per contro, sono assenti o relegate in ruoli molto marginali le figure femminili, alle quali soltanto di rado è permesso invadere un campo d’azione ritenuto ancora dominio esclusivo del maschio.


Una scena tratta da Blueberry

Ma, a parte l’eccezione della spregiudicata “Vartàn” (scaturita nel 1969 dalla penna di Sandro Angiolini e Paolo Ghelardini, pubblicato dall’editore Furio Viano fino al 1977) anche negli anni a venire si incontreranno raramente delle donne protagoniste delle tavole “western”.
Ma gli Anni Cinquanta furono dominati anche da pubblicazioni settimanali a fumetti molto popolari, come “L’intrepido” e “Il monello”, che contenevano le avventure – oltre che di personaggi affascinanti e misteriosi quali “Il principe del sogno” e “Liberty Kid” – figure del West americano come il classico “Bufalo Bill” de “L’Intrepido” (scritto con una sola effe!) e quel “Rocky Rider” (Monello) illustrato da Mario Uggeri, la stessa penna che tratteggiò il Tommy River di Mino Milani.


Zagor

Apparvero quindi il soldato “Blueberry”, litigioso e bevitore disegnato da Jean Giraud ed una serie di fumetti comici, quali “Catfish” (1973) di Roger Bollen e Gary Peterman e l’italiano “Cocco Bill”, inventato nel 1957 da Benito Jacovitti, anticipatore ideale dello “spaghetti western”.
Dal 1960 in poi apparvero altri fumetti che non sempre riuscirono ad inserirsi in un mercato già fortemente monopolizzato dai loro precursori: “Zagor” (1961) “Falco Bianco” (1961) “Aquila d’Oro” (1962) “Il comandante Mark” (1972) e “Ken Parker” (1977). Mentre il primo resiste ancora saldamente al tempo, roteando minacciosamente la sua scure di pietra contro i prepotenti, qualche altro suo “collega” non è stato altrettanto fortunato, finendo presto nel dimenticatoio.
In molti casi, per esigenze di rinnovamento e necessità di far fronte ad una agguerrita concorrenza, gli autori non si fecero scrupolo di “tradire” le storie tipicamente “western”, per sconfinare in altri campi, quali la fantascienza, l’horror e la fantasy.


Tex Willer in un disegno di Fabio Civitelli

E’ il caso di Zagor, un uomo che agisce nelle foreste dell’Est degli Stati Uniti di metà Ottocento, costretto a cimentarsi con “uomini-lupo”, alchimisti e fantomatiche città “in capo al mondo”. Anche la “performance” di Tex, che da “ranger” alle prese con Indiani e fuorilegge si misura sempre più con stregoni come Mefisto, Yama e Zhenda, conferma questa tendenza ad evadere da una “routine” troppo sfruttata, anticipando il personaggio cinematografico di Indiana Jones.
Negli Anni Settanta, quasi parallelamente alla crisi dei film “western”, mutarono anche i gusti degli appassionati del genere e parecchi titoli famosi scomparvero quasi del tutto, venendo riproposti soltanto periodicamente come “raccolte” o “albi speciali”.


Una copertina della famosa serie dedicata a Rintintin

A poco a poco, mentre “Tex” e qualche altra idea più recente – “Magico Vento”, di Gianfranco Manfredi, pubblicato dalla Bonelli dal 1997 – sostenevano saldamente l’assalto dei nuovi concorrenti, si vennero sempre più imponendo eroi galattici, parapsicologi e detective che fecero talvolta rimpiangere, nei contenuti e nel “design”, i loro illustri antenati.

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