La storia di Olive Oatman

A cura di Massimo Bencivenga


Olive Oatman
I racconti e la cinematografia, i fumetti e i libri, le canzoni e le ballate ci hanno abituato ad immaginare un bianco, bambino o adulto, che vive pacificamente con i Nativi.
Ma le cose non andavano sempre così lisce, né tantomeno così pacificamente. Andremo un po’ a vedere la storia di Olive Oatman.
Una storia che parte dalla visione nel 1823 di Joseph Smith, che a suo dire ricevette un libro e l’incarico di fondare una nuova religione da un Angelo di nome Moroni. Era l’alba del mormonismo, o della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Ora, gli Oatman erano mormoni, una religione che ha in somma considerazione il passato e una terra promessa, un luogo edenico dove vivere in armonia.
I primi mormoni guardarono a Ovest, verso lo Utah.


Una carovana di mormoni diretta verso lo Utah

Intorno al 1851, la famiglia di Olive, composta da nove persone, s’incamminò, a partire dal Missouri, alla volta dello Utah.
Giunti nell’odierno New Mexico, ci fu una scissione. J.C.  Brewster mise in dubbio lo Utah come “terra promessa e indicata dai libri”, ritenendo la California la meta indicata dall’Angelo e dalle scritture. La carovana si divise e la famiglia Oatman si ritrovò a seguire Brewster lungo la strada che portava a Santa Fe e poi più a sud ancora verso Tucson.
Una parte dei “dissidenti” scelse di rimanere dalle parti di Maricopa Wells, l’attuale Maricopa County, in Arizona. La scelta era dettata da ragioni pratiche; mancanza di cibo e terre poco coltivabili da un lato; tribù bellicose e ostili da un altro.
In molti scelsero di rimanere aspettando tempi migliori.
Royce Oatman, sua moglie Mary, e i loro sette figli, di età compresa da tra un anno e i 17, spinti da un forte fervore religioso, scelsero di andare ancora più a sud, attraversando, o perlomeno costeggiando, il deserto di Sonora.


I mormoni in un momento di riposo lungo il viaggio

A circa 90 miglia ad est di Yuma, sulle rive del fiume Gila, la famiglia entrò in contatto con una tribù di nativi. A distanza di decenni, nessuno sa con esattezza cosa successe, forse i nativi chiesero solo alimenti e un po’ di tabacco, o forse furono sin da subito ostili, in ogni caso l’incontro sfociò in una carneficina. I nativi uccisero tutti gli Oatman tranne il quindicenne Lorenzo, in quanto lo ritennero morto. Riavutosi, Lorenzo non trovò tra i familiari trucidati Mary Ann di 7 anni e Olive di 14. Lorenzo riuscì a ricongiungersi con i mormoni lasciati più a nord, tornò indietro, ma solo per seppellire i cari, e neanche secondo i dettami dei mormoni.


Classica posizione difensiva delle carovane

La tribù di nativi, probabilmente, Tolkepayas (Yavapai), non usò molti riguardi nei confronti delle bambine. Incatenate e bastonate, le poverine attraversarono parte del deserto, per arrivare al villaggio distante circa 60 miglia, solo per veder peggiorata la loro condizione: le Oatman per un anno furono trattate alla stregua di schiave, usate per per cercare cibo e raccogliere legna da ardere, subirono anche sevizie e ferite dagli altri bambini della tribù, che si divertivano a bruciacchiarle con tizzoni e a picchiarle. Olive raccontò in seguito di aver temuto per la propria vita. Come darle torto?
La condizione delle Oatman migliorò per una casualità.
Un bel giorno arrivarono al villaggio Yavapais alcuni membri della tribù Mohave, i rapporti commerciali tra le due tribù non erano affatto infrequenti, ma questa volta i Mohave espressero apprezzamento per le due bianche, che furono scambiate, meglio ancora vendute, per alcuni cavalli, qualche coperta, un po’ di verdure e un assortimento di bigiotteria.


L’attacco degli indiani alla carovana

Altro viaggio nel deserto per Olive Oatman e la sorellina, verso nord questa volta, alla volta del villaggio dei Mohave, dalle parti dell’attuale Needles, in California.
Con somma sorpresa di Olive, ormai scoraggiata e pronta al peggio, le condizioni presso i Mohave migliorarono significativamente; il capotribù Espanesay, al pari degli membri della comunità, prese a benvolere le ragazze, che, secondo la tradizione, vennero anche tatuate al mento e alle braccia. Gli Europei vennero a conoscenza dei tatuaggi attraverso i viaggi di James Cook, che ne vide il primo nel Pacifico; James Cook fu forse anche il primo europeo a vedere la pratica del surf. Ma torniamo ai tatuaggi. Le tribù native usavano gli stessi durante dei riti di passaggio, e quasi sempre gli stessi servivano a instaurare o rinsaldare un legame con gli antenati. Ma altresì come segno di appartenenza ad una determinata tribù nel giorno dell’ingresso al Sil’aid, nella terra dei morti, nelle verdi praterie di Manitou come tante volte abbiamo letto. I tatuaggi venivano eseguiti utilizzando una polvere di pietre blu.
Insomma, i Mohave non tatuarono le ragazze per marchiarle, quanto piuttosto per includerle ancor di più nella vita, terrena e non, dei Mohave, al punto che alle Oatman fu anche assegnata della terra e un nome clan: le Oatman divennero il clan Oach.
Le due sorelle crebbero protette dall’amicizia e dalle premure delle donne di casa Espanesay, ossia la moglie Aespaneo e la figlia Topeka. In seguito, Olive non avrebbe mai mancato di dire che Aespaneo aveva trattato da figlia lei e Mary Ann. E la cosa avrebbe salvato almeno una vita, come vedremo.


Le sorelle Oatman catturate dagli indiani

La consapevolezza di essere sole (nessuna delle due era al corrente che Lorenzo fosse ancora in vita), la vita felice presso i Mohave aiutò la totale integrazione, al punto che quando, e siamo nel mese di febbraio del 1854, tecnici ferroviari appartenenti alla Whipple Expedition trascorsero una settimana con i Mohave, a nessuna delle due passò per la testa di palesarsi come bianche. Men che meno chiedere aiuto.
Sia come sia, quando Olive aveva circa 19 anni cominciò a circolare la voce di una ragazza bianca tra i Mohave. Ma prima la nostra Olive ebbe un altro trauma. In un periodo di particolare siccità, diversi membri Mohave morirono di fame. Tra questi anche l’adorata sorellina Mary Ann; e in seguito Olive troverà modo di dire di essere sopravvissuta solo grazie alle premure di Aespaneo, che la nutrì di nascosto mentre la tribù soffriva la fame.
Sia come sia, un bel giorno arrivò una guida nativa da Fort Yuma, un certo Francisco della tribù Quechan, con un messaggio da parte del governo federale degli Stati Uniti. Le autorità di Fort Yuma avevano sentito voci su una giovane donna bianca tra i Mohave, e il comandante aveva deciso di vederci chiaro. In un primo momento i Mohave negarono, poi cercarono di nasconderla, infine, anche per timore di rappresaglie, scelsero di mandarla a Fort Yuma facendola accompagnare dalla sorella “di fatto” Topeka. Il Governo degli Stati Uniti decise di riscattare Olive in cambio di un cavallo e alcune coperte e perline ai Mohave.


Olive Oatman

Aespaneo pianse la partita di Olive come la morte di una figlia. Il viaggio verso Fort Yuma, nel febbraio del 1856, durò 20 giorni. Quando arrivò fu accolta da una folla festante, le furono donati abiti occidentali, e lei disse di essere stata rapita a 11 anni e non 14. Non fu che la prima bugia. Disse di essere stata rapita da Apache e sentenziò che i tatuaggi che la marchiavano erano un segno di schiavitù. E abbiamo visto che avevano ben altro significato. E tacque, a quanto si dice, di essere madre. Poco dopo s’incontrò con il fratello in un momento che commosse tutti gli Stati Uniti.
La religione in questa storia entra di nuovo in ballo.
Nel 1857, un anno dopo il ritorno di Olive tra i bianchi (passatemi il termine), un pastore metodista di nome Royal B. Stratton intervistò a lungo la ragazza e ne scrisse un libro molto romanzato che vendette 30000 copie, una enormità per l’epoca.
Tra gli indiani, era questo il titolo.
Olive partecipò alla promozione dello stesso. Il libro aveva una forte carica anti-nativi, descritti come feroci, selvaggi, bestiali, privi di morale. Va detto che Olive negò sempre di aver subito violenze o coercizioni sessuali sia dai Yavapais che dai Mohave.
Ma, come si dice, la smentita non è mai come la notizia. E il libro di Stratton fece ed eccome notizia.
Un’amica d’infanzia di Olive, Susan Thompson, tirò fuori una possibile maternità di Olive, che negò. Va detto che il comportamento di Olive dopo il reinserimento fu sempre abbastanza ondivago.
Lorenzo Oatman
Si trasferì in Oregon con il fratello, che spesso la sorprese a piangere sommessamente nel buio della notte. Rimpiangeva la vita con i nativi? Di certo, nel 1864, andò a New York per incontrare un importante Mohave di nome Irataba, che le riferì di come Topeka aspettasse sempre il suo ritorno.
La vita di Olive fu segnata dal ritorno tra i bianchi. I tatuaggi, una possibile promiscuità con i selvaggi nativi, in un momento dove anche le semplici amicizie interraziali erano considerate sconvenienti, la resero per certi versi estranea ad entrambi i mondi. E come dimenticare di essere oggetto di sguardi, come un animale o un freak da circo durante le conferenze con il pastore?
La notizia del salvataggio della “giovane e bella ragazza americana” fece vendere molti giornali, ma rovinò la vita di Olive, con persone e giornalisti che sembravano concentrarsi solo sui tatuaggi.
Nel novembre del 1865, Olive sposò John B. Fairchild, un ricco allevatore e banchiere, a Rochester, nello stato di New York; lo aveva incontrato in una delle conferenze promozionali per il libro di Stratton.
La coppia si stabilì a Sherman, in Texas, non ebbero dei figli e adottarono una bambina di nome Mamie. L’umore di Olive fu sempre cupo e malinconico, e in ogni occasione pubblica cercò da moglie di coprire con creme e veli i suoi tatuaggi tribali.


Un gruppo familiare di indiani Yavapai

Olive Oatman morì per un attacco cardiaco nel 1903, all’età di 65 anni. Le lettere trovate dopo la sua morte raccontano il disagio psicologico che soffrì, e che se spesso viene attribuito ai fatti sanguinosi della sua famiglia, non possiamo non pensare che potrebbe anche essere altrettanto ragionevolmente attribuirlo al fatto che la povera Olive di famiglie ne ha perse due. Forse anche tre, se aveva marito e figli tra i Mohave.
La storia di Olive Oatman è stata citata en passant nel 1965, in episodio di Death Valley Days, con Shary Marshall nei panni di Olive e con Ronald Reagan, il futuro presidente degli Stati Uniti d’America, nelle vesti del colonnello dell’esercito di stanza a Fort Yuma.
Nel 2009, la biografia The Blue Tattoo: The Life of Olive Oatman di Margot Mifflin racconta la sua odissea in maniera molto più fedele.
In suo onore è stata chiamata Oatman una cittadina in Arizona, nelle vicinanze della Route 66, nei pressi del fiume Colorado, ossia nei luoghi che segnarono, nel bene e nel male, la sua adolescenza.


Tatuaggi rituali tra gli indiani Mohave

Disse alcune inesattezze, ne ritrattò alcune, ma ammise sempre di sempre conservato e portato con sé un barattolo di nocciole, a ricordo della sua vita passata con la tribù Mohave.
Che evidentemente, almeno per lei, non erano i selvaggi tratteggiati nel libro di Royal. B. Stratton.

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Commenti

Una risposta a “La storia di Olive Oatman”

  1. Gian Carlo Benedetti, il 22 dicembre 2017 09:01

    Secondo J.P.Dunn (Massacres of the Mountanis – pag.155), autore che scrisse solo circa 30 anni dopo i fatti nonché grande esperto di nativi, il tatuaggio blu sotto il mento veniva praticato dai Mohave alle loro spose. Olive affermò sempre che il suo, invece, aveva altro significato ed era differente da quello delle spose Mohaves e che non era mai stata trattata come moglie dai nativi.
    Ai contemporanei parve, comprensibilmente, reticente poiché, come in altri analoghi casi, non credevano ai racconti delle donne rapite e riscattate quando asserivano di non essere divenute, loro malgrado mogli o concubine.

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