Gli oscar del cinema western – 9

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30.

IL DRAMMA RAZZIALE
Il 1960 presenta varie tematiche riguardanti la filmografia western. Una di queste, sempre attuale ma raramente approfondita degnamente, è la questione razziale già affrontata in alcuni film del passato, da “Sentieri selvaggi” a “L’ultima carovana”.
Il lavoro di maggiore impegno appare senza dubbio “The Unforgiven” (“Gli inesorabili”) prodotto da Burt Lancaster e dalla United Artists e derivato dall’avvincente romanzo di Alan LeMay, lo stesso autore di “Sentieri selvaggi”.
La regia viene assunta dal roccioso e un po’ scorbutico John Huston e il commento musicale è di Dimitri Tiomkin. Questa volta il problema sembra rovesciato rispetto al capolavoro di Ford, poiché la donna contesa non è una ragazza bianca, bensì la fanciulla Rachel (Audrey Hepburn) allevata dai Kiowa e successivamente adottata dagli Zachary, una famiglia di allevatori insediati nel Texas, il cui elemento di maggior spicco è Ben (Burt Lancaster) il fratello maggiore. Mathilda (Lillian Gish), madre degli Zachary, conosce il segreto, ma si guarda bene dallo svelarlo, fino a quando il vagabondo Abe Kelsey (Joseph Wiseman) lo rivela poco prima di essere impiccato. Al dramma della tremenda scoperta da parte di Rachel, che è innamorata del fratello adottivo Ben, si aggiunge un assalto dei Kiowa, guidati da Uccello Perduto (Carlos Rivas) fratello di sangue della ragazza. La disperata resistenza degli Zachary spingerà Rachel ad operare una scelta, decidendo di rimanere a vivere insieme alla propria famiglia di adozione.
Dunque, non un semplice film di scontri fra Bianchi e Pellirosse, ma un autentico dramma – seppure alcuni critici abbiano accusato Huston di non avere toccato adeguatamente, ma solo sfiorato, la profondità del problema interrazziale – che sottolinea l’incompatibilità di due culture differenti e l’impossibilità, per chi ha sangue indiano nelle vene, di tornare al popolo delle origini. Purtroppo lo stesso regista, a causa di contrasti con Lancaster, non sostenne con troppa convinzione la qualità della sua opera, dichiarando in un’autobiografia postuma: “Alcuni dei miei film mi sono indifferenti, ma ‘Gli inesorabili’ è l’unico che realmente detesto.” (“I capolavori del cinema western”, Istituto Geografico De Agostini Milano, 2001 n° 24).


Una scena tratta da “Gli inesorabili”

Ma i pregi della pellicola vanno oltre lo svolgimento della storia in se stessa: la perfetta caratterizzazione di alcuni personaggi, come il mentecatto Kelsey (Joseph Wiseman) e la madre degli Zachary, le scene di vita nella fattoria, con la mucca che pascola sul tetto della misera casa formato da zolle erbose, la festa organizzata con la vicina famiglia dei Rawlins, l’immagine di Mathilda Zachary che suona il pianoforte nella prateria, conferiscono all’opera la dignità di un grande western, pur senza guadagnargli alcun premio della critica. L’incasso supera i 3 milioni di dollari e, a distanza di oltre mezzo secolo, si può inserire fra le pietre miliari della filmografia western.
In tono minore, ma non meno drammatico, interpretato da un cantante rock di successo (Elvis Presley) è invece “Flaming Star” (“Stella di fuoco”) diretto da Don Siegel su soggetto di Clair Huffaker, che ne è anche lo sceneggiatore insieme a Nunnally Johnson. Narra la storia di Pacer Burton (Presley) nato da padre bianco e madre nativa dei Kiowa, emarginato dai Bianchi quanto dalla tribù materna, destino abbastanza frequente per i cosiddetti “sanguemisti” in un’epoca in cui il dialogo fra le due parti era affidato soprattutto alle armi.
Un’altra minoranza discriminata, addirittura schiava degli Americani per secoli, fu quella degli Africani, deportati nel Nuovo Mondo da navi negriere per essere adibiti ai lavori più pesanti nelle piantagioni. I primi schiavi giunsero in America ai tempi della fondazione di Jamestown, in Virginia, nel 1607. Fino al termine della guerra di secessione, gli Afro-americani vissero per la stragrande maggioranza in catene, ispirando libri come “La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe. Dopo il conflitto, mentre molte delle loro donne si offrirono come lavandaie o domestiche nei presidi militari – talvolta come prostitute per mandriani e truppa – parecchi uomini si arruolarono nell’esercito, nella speranza di conquistarsi una dignità. Ad essi è dedicata la storia scritta da James Warner Bellah e portata sullo schermo da John Ford con il titolo di “Sergeant Rutledge”, distribuito in Italia come “I dannati e gli eroi” (in Francia come “Le sergent noir”, in Spagna “El sargento negro” e in Argentina “El Capitàn Buffalo”).
Sceneggiato dallo stesso Bellah e da Willis Jackson, vede una magistrale interpretazione del noto caratterista di colore Woody Strode nella parte del primo sergente Braxton Rutledge, accusato di stupro e omicidio di una donna bianca e dell’uccisione di un ufficiale in un presidio del Nono Cavalleria.


La bella locandina di “Stella di fuoco”

Lo difende davanti alla corte marziale il suo comandante di plotone, tenente Tom Cantrell (Jeffrey Hunter) al quale Rutledge ha salvato la fidanzata Mary Beecher (Constance Towers) dagli Apache. Il film è a lieto fine, con l’assoluzione dell’imputato e culmina in un trionfo non soltanto del sottufficiale ingiustamente inquisito (la donna bianca era stata uccisa da un negoziante del forte, reo confesso) ma di tutti i suoi commilitoni dalla pelle scura, che, come ammette un anziano sergente nell’aula di tribunale, “non saprebbe dove andare, fuori dall’esercito.”
Di tutti i film diretti da John Ford, forse proprio questo è il più toccante. I “soldati-bisonte”, come li ribattezzarono i Cheyenne, “erano molto orgogliosi del loro reparto; avevano un grande spirito di corpo” dichiarò il regista “Mi piaceva quel film. Era la prima volta che avevamo un negro come eroe.” (Bogdanovich, op. cit., p. 92). Sfortunatamente tali considerazioni non coinvolsero la critica, che passò la pellicola in secondo piano nonostante i suoi larghi meriti, ma ciò non si deve certamente al fatto che il protagonista fosse un uomo di colore. Infatti, Hattie McDaniel, interprete della domestica nera Mamie nel film “Via col vento” (vincitore di 8 statuette più 2 Premi Speciali) aveva ottenuto nel 1940 l’Oscar quale miglior attrice non protagonista.

LA BATTAGLIA DI ALAMO

John Wayne coltivava il suo sogno nel cassetto da diversi anni, quando girò le prime riprese del suo “La battaglia di Alamo”. Che il Duca fosse un estimatore di Davy Crockett, Jim Bowie o Sam Houston, lui che era un acceso patriota e nazionalista, non sussistevano dubbi; che avesse acquisito una grande esperienza sotto la direzione di cineasti di grande successo, quali erano Ford e Howard Hawks, era altrettanto fuori discussione.
Il progetto iniziale prevedeva che Wayne interpretasse la parte di Houston, leader dell’insurrezione contro il Messico e futuro primo presidente del Texas indipendente, ma contrasti con la produzione gli fecero mutare la scelta in quella di Crockett, figura che almeno fisicamente gli somigliava e che gli era vicina anche come età, perchè quando l’eroe del Tennessee cadde ad Alamo, nel 1836, aveva quasi 50 anni, mentre il suo interprete Wayne era vicino ai 52. In parte anche i loro caratteri presentavano caratteristiche comuni, perché anche l’attore era determinato e virile e a volte esageratamente spaccone. Crockett lo superava, secondo quanto tramandato dagli storici, soltanto nei suoi eccessi. Come ho scritto in un mio libro online “Il campione del Tennessee era sfrontato e trasgressivo, formidabile bevitore, gran corteggiatore di donne, facile alle risse nelle taverne. In pratica, condensava in sé diverse qualità dell’uomo del Sud di quell’epoca: intrepido, avvezzo a misurarsi con qualsiasi tipo di avversario e manifestamente razzista.


“La battaglia di Alamo” di John Wayne

Non a caso Crockett dichiarò, nel corso di una campagna elettorale per il Congresso, di “essere un campione di urla” di possedere “ il cavallo da corsa più veloce” e di “averle sempre suonate” sia ai confinanti del Kentucky, che al proprio genitore, aggiungendo infine: “Sono la creatura più selvaggia che abbiate mai visto.” (Domenico Rizzi, “John Wayne, il gigante del western”, Farwest, 2014, p. 36).
Conquistato dall’idea, Wayne, una volta ottenuto l’appoggio della Republic Pictures, si decise a finanziare di tasca propria la produzione, sborsando qualcosa come 12 milioni di dollari. Il cast messo in campo era all’altezza dei ruoli prescelti: Jim Bowie – scelto per sostituire Charlton Heston, che aveva rifiutato la parte – veniva interpretato da un convincente Richard Widmark; il tenente colonnello William B. Travis da un Lawrence Harvey che incarnava perfettamente l’aristocrazia del Sud; il generale Houston dal cinico Richard Boone; il generale Antonio Lopez de Santa Anna, dittatore del Messico, da Ruben Padilla; il capitano Almeron Dickinson, ufficiale di Travis, da Ken Curtis. Anche Patrick Wayne, figlio di John, ebbe un ruolo nei panni del capitano Bohmam. La presenza femminile, ancorchè ridotta per le esigenze del film, comprendeva Graciela Maria Flaca de Lopez (Linda Cristal) una passeggera fiamma di Crockett-Wayne e Susannah (Joan O’Brien) moglie del capitano Almeron Dickinson. La sceneggiatura fu affidata a James Edward Grant (“Hondo”, “L’ultima carovana”) e le musiche al solito, eccezionale Dimitri Tiomkin.
La vicenda è assai nota: un gruppo di 188 volontari, che sostengono l’indipendenza della provincia del Texas dal Messico, resiste dal 23 febbraio al 6 marzo 1836 ai reiterati assalti di circa 2.000 soldati regolari comandati dal generale Santa Anna, soccombendo al termine di una difesa eroica che non lascia praticamente superstiti. Dunque, una rievocazione storica che inneggia al patriottismo, passando per un episodio diventato il simbolo dell’orgoglio americano. Così come gli abitanti delle 13 colonie della Costa Atlantica sconfissero e scacciarono gli Inglesi al termine di un durissimo conflitto durato dal 1775 al 1782, i Texani si liberano del giogo del Messico facendosi massacrare ad Alamo e Goliad – un’altra disperata battaglia nella quale i Messicani del generale Urrea trucidarono oltre 300 patrioti – ma infliggendo la batosta decisiva al nemico nella battaglia di San Jacinto.
La storia, come in altri film, viene rispettata solo a grandi linee, introducendovi divagazioni – la relazione virtuale fra Crockett e la señora messicana prima dell’inizio dei combattimenti – e qualche invenzione di sana pianta. Una di queste è il “De Guello” elaborato da Tiomkin, che ha poco a che vedere con il motivo originale fatto eseguire da Santa Anna, ma è tale da ispirare le musiche di parecchi film successivi. Howard Hawks l’aveva già utilizzata in “Un dollaro d’onore”. Molto successo riscuoterà anche la canzone “The Green Leaves of Summer” dello stesso Tiomkin, con testi di Paul Francis Webster e cantata da Frankie Avalon, un altro attore italo-americano che riveste una parte marginale.


Una scena tratta da “La battaglia di Alamo”

Durante le riprese, svolte in massima parte a Brackettville, nel Texas, in un luogo ribattezzato ad hoc Alamo Village nel quale sarebbero stati girati in seguito moltissimi altri western, Wayne si avvalse dell’esperienza di John Ford, che, pur non figurando nei titoli di testa, diede il suo inestimabile contributo. Il regista di origine irlandese avrebbe definito “La battaglia di Alamo” come “il più grande film che io abbia mai visto”. La sua durata, secondo le varie versioni messe in distribuzione, oscillava da 167 a 203 minuti. Gli incassi all’inizio non furono esaltanti, tanto da far dubitare che la produzione riuscisse a coprire le ingenti spese sostenute. In seguito, però, il film superò i 17 milioni di dollari soltanto in USA e Canada.
Come c’era legittimamente da aspettarsi, un lavoro del genere non poteva lasciare indifferente la critica. Infatti piovvero le nomination all’Academy Award, che furono 7: miglior film, miglior attore non protagonista a Chill Wills, miglior fotografia a William H. Clothier, miglior montaggio a Stuart Whitmore, miglior colonna sonora a Dimitri Tiomkin, miglior sonoro a Gordon Sawyer e Fred Hynes, miglior canzone (“The Green Leaves of Summer”) a Dimitri Tiomkin e Paul Francis Webster. In definitiva “La battaglia di Alamo” ottenne soltanto 1 Oscar per il miglior sonoro, mentre Tiomkin si aggiudicò il Golden Globe per la miglior colonna sonora. Intanto il National Board of Review Award l’aveva già inserito fra i 10 migliori film per l’anno 1960.
Il western tornava dunque ai fasti del massimo premio cinematografico. Soltanto per John Wayne, che aveva avuto il coraggio di realizzarlo nonostante gli enormi costi, i tempi di attesa sarebbero stati ancora lunghi.

CELEBRI REMAKE

Nel 1960 uscirono un paio di film che attingevano, in modi diversi, ad opere cinematografiche già esistenti. L’uno era “I magnifici sette”, liberamente ispirato a “I sette samurai” di Akira Kurosawa; l’altro costituiva il rifacimento, con maggiore impiego di mezzi, del film “Cimarron” (1931) di Wesley Ruggles, vincitore di 3 premi Oscar.
“The Magnificent Seven”, diretto da John Sturges, avrebbe dovuto rappresentare il top per il genere dedicato ai pistoleri e probabilmente la produzione si aspettava qualcosa di più di quanto il film non ottenne dalla critica, avendo assemblato un cast davvero d’eccezione. Oltre al notissimo Yul Brinner (“I dieci comandamenti” di Cecil B. De Mille, 1956) vi figuravano infatti Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn, Eli Wallach, Robert Vaughn, Horst Buchholtz e una sfilza di caratteristi. La trama, ispirata come si è detto ad un lavoro di Kurosawa, era sceneggiata da William Roberts, con la fotografia di Charles Lang jr. e le musiche di Elmer Bernstein. La vicenda è quella di un povero villaggio di contadini messicani vessati dalla banda di Calvera (Wallach) che puntualmente li depreda di tutto quanto posseggono, scorte alimentari incluse, fino a quando gli oppressi non si decidono ad ingaggiare dei professionisti per difenderli.


La locandina del film “The Magnificent Seven”

La vittoria sarà ottenuta a caro prezzo, perché soltanto 3 dei 7 uomini ingaggiati resterà in piedi. Girato praticamente tutto nel Messico – a Cuernavaca, Durango e Tepoxtlàn, salve le riprese in studio a Churubusco – venne definito da qualche giornale americano un film con eccessive pretese, che non reggeva comunque il confronto con quello giapponese a cui si ispirava. Il vero trionfo de “I magnfici sette” fu la colonna sonora, composta da Bernstein, che ebbe un certo successo discografico e ottenne la nomination all’Oscar, pur senza vincerlo. Un’altra nomination, al Golden Globe, la ebbe Robert Vaughn (Lee) come attore più promettente. Neppure ai botteghini il film di Sturges andò benissimo, compensando comunque i costi sostenuti.
Discorso analogo, dal punto di vista dei riconoscimenti, riguarda il remake del celebre “Cimarron” di Ruggles, riproposto sotto la regia di Anthony Mann, uno che di western se ne intendeva, che affidò le parti principali di Yancey Cravat e Sabra rispettivamente a Glenn Ford e Maria Schell, completando il cast con Anne Baxter (Dixie Lee) Arthur O’Connell (Tom Wyatt) Mercedes Mc Cambridge (Sarah Wyatt) e Russ Tamblyn (William Hardy). Negli intenti della produzione doveva trattarsi di un colossal del genere, con una durata di 147 minuti, la sceneggiatura di Arnold Schulman e le musiche di Franz Waxman. In realtà, la spesa di 5 milioni e mezzo di dollari venne a stento recuperata con i noleggi negli Stati Uniti e in Canada ed anche la critica si dimostrò piuttosto avara. “Cimarron” ebbe sì 2 nomination all’Oscar (miglior scenografia di George W. Davis e Addison Hehr e miglior sonoro di Franklin Milton) ma in entrambi i casi non conquistò il prestigioso premio.

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