Gli oscar del cinema western – 7

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33.


IL GRANDE PAESE

Il 1958 segna nella produzione western il primo calo, che non suona ancora come campanello d’allarme, in quanto Hollywood riesce a mettere sul mercato ben 53 film. Uno di questi, “Il grande paese”, diretto da William Wyler, riesce a spuntare 2 nomination all’Oscar (miglior attore non protagonista e miglior colonna sonora) una al Golden Globe (miglior attore non protagonista) ed un’altra al premio BAFTA quale miglior film.
Tratto dal romanzo “The Big Country” dello svedese Donald Hamilton e realizzato in Technicolor nel Red Rock Canyon Park della California, viene sceneggiato da James R. Webb e corredato dall’eccellente colonna sonora di Jerome Moross. Gli attori possiedono tutti un curriculum molto ricco, da Gregory Peck (James Mc Kay) Jean Simmons (Julie Maragon) Charlton Heston (Steve Leech) Carroll Baker (Patricia Terril) Charles Bickford (maggiore Henry Terril) Burl Ives (Rufus Hannassey) al campione di baseball Chuck Connors (Buck Hannassey) che sarà anche interprete di Geronimo nell’omonimo film diretto da Arnold Laven nel 1962.
Il soggetto è avvincente e riflette una situazione frequente nella storia del West colonizzato: la spietata lotta fra allevatori di bestiame per il possesso dei corsi d’acqua, indispensabili all’abbeveraggio delle mandrie. Jim McKay, un ex ufficiale di marina, si reca a San Rafael (New Mexico) dalla fidanzata Patricia, figlia del latifondista Terril, che è in contrasto con Rufus Hannassey, un allevatore di Blanco Canyon. Il nuovo arrivato si mette subito in urto con il fattore di Terril, Steve, che è innamorato della stessa donna. Jim, di idee pacifiste e convinto che “un uomo non deve dimostrare niente a nessuno, se non a se stesso”, non fa nulla per mettersi in vista, subendo un umiliante scherzo da parte dei figli di Hannassey e rifiutandosi, ma solo apparentemente, di cavalcare un cavallo selvaggio indomabile, tanto da crearsi, anche agli occhi di Patricia, la reputazione di vigliacco. Invece, oltre a domare segretamente il focoso mustang, si batte in una memorabile scazzottata con Steve, che apostrofa ironicamente, dopo averlo sconfitto: “Adesso cosa abbiamo dimostrato?”

Intanto i suoi interessi sentimentali si spostano sulla tranquilla Jean, proprietaria a sua volta di un ranch nella vallata, allontanando la viziata Patricia, che vive nel culto del proprio padre e ne condivide in maniera del tutto acritica le scelte violente contro gli avversari. Nello scontro decisivo, mentre gli uomini del maggiore Terril assaltano in massa Blanco Canyon, dove vivono gli Hannassey, periranno i due allevatori in un duello individuale, permettendo alle fazioni opposte di riconciliarsi grazie alla mediazione di Jim McKay e alla disponibilità della sua nuova fidanzata Jean.
Il film di Wyler è importante perché sovverte la teoria della superiorità dell’uomo del West propugnata da scrittori di grido quali Zane Grey, Owen Wister, Max Brand e Frank Gruber, rispetto ai “piedi teneri” venuti dalla Costa Atlantica. In questo caso, la razionale accondiscendenza di un marinaio che, avendo navigato gli oceani conosce il mondo, prevale sull’atteggiamento chiuso e intransigente dei rudi abitanti delle pianure, che difendono i loro diritti di proprietà come un valore assoluto e non negoziabile, difendendolo con gesti di istintiva brutalità. La felice conclusione della contesa ha il sapore di una fusione fra le due tipologie di Americani, quelli dell’Est e del Midwest e i loro connazionali cresciuti oltre il Mississippi, un trionfo della civiltà sulla barbarie, tema che John Ford riesumerà pochi anni dopo nel suo “L’uomo che uccise Liberty Valance”. Molti passaggi de “Il grande paese”, oltre agli scenari delle sterminate pianure occidentali, lasciano il segno nello spettatore, così come la performance di attori e caratteristi che compongono il cast. Gregory Peck è in una delle sue migliori interpretazioni, Carroll Baker recita alla perfezione la parte della figlia unica allevata con principi spartani ma anche con molte prevenzioni. L’uomo che potrebbe essere il suo ideale è Steve (Heston) perché in grado di “domarla” (tenterà anche di violentarla) mentre McKay, legato a principi di tolleranza e rispetto verso tutti, ne sopporta fin dove gli è possibile gli sbalzi di umore e i capricci. Una nota particolare riguarda l’attore Burl Ives nel ruolo del capofamiglia degli Hannessey.


Il grande paese

Burbero, provocatorio e violento, ma legato ad un codice d’onore che lo spinge ad uccidere il proprio figlio per mantenere la parola data, impersona la fierezza dell’uomo del West, una razza purtroppo destinata ad estinguersi. I suoi comportamenti spesso estremi restituiscono dignità ad una generazione cresciuta nella violenza perché costretta ad affrontare le difficoltà di una terra ostile. L’assegnazione a Ives dell’Oscar quale miglior attore non protagonista appare dunque sacrosanta, così come il Golden Globe che gli viene consegnato per lo stesso motivo; permane semmai il rammarico per il mancato riconoscimento di tanti altri pregi del film di Wyler. Neppure l’incasso si può considerare elevato per questa lunga pellicola di 165 minuti di durata, la preferita del presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower: 4 milioni di dollari negli USA e Canada.
Ancora una volta, il valore del film supera largamente sia gli interessi commerciali che i giudizi un po’ troppo restrittivi espressi dalla critica.

FURIA SELVAGGIA

William Henry Bonney, noto come Billy the Kid, occupa un posto centrale nelle cronache criminali del West. Nato nel 1859 a New York e vissuto fino al 14 luglio 1881, quando lo sceriffo Patrick Floyd Garrett lo uccise in un’agguato a Fort Sumner, un presidio militare abbandonato del New Mexico, il personaggio trascorse l’adolescenza e la giovinezza passando da un delitto all’altro, da un furto di bestiame ad una vendetta. Al momento della sua morte, aveva 21 anni e mezzo e gli venivano imputati 21 omicidi, sebbene, ad una attenta revisione della sua storia, meno di una decina siano ascrivibili a lui direttamente.


Furia selvaggia

Il cinema gli dedicò 50 film, senza contare le pellicole in cui compare marginalmente come figura di secondo piano. Il primo, prodotto dalla Vitagraph Company nel 1911, fu un cortometraggio muto, andato perduto, diretto da Larry Trimble e interpretato da Tefft Johnson. Nel 1930 fu King Vidor a portare sugli schermi la presunta biografia del fuorilegge, con “Billy the Kid” della Metro Goldwyn Mayer, ricavato dal libro “The Saga of Billy the Kid” del celebre scrittore Walter Noble Burns. Ne erano interpreti John Mack Brown (il Kid) e Wallace Beery (Pat Garrett). Dopo un’apparizione nel film “Il mio corpo ti scalderà” di Hawks e Hughes nel 1940 – una storia manifestamente inventata – l’anno seguente David Miller ripropone il personaggio nel fantasioso e improbabile “Terra selvaggia”, affidandone il ruolo a Robert Taylor, mentre nel 1950 sarà Kurt Neumann a ripresentarlo in “Bill il sanguinario” (titolo inglese: “The Kid from Texas”) interpretato dall’eroe pluridecorato, diventato attore del cinema, Audie Murphy, affiancato da Frank Wilcox (Pat Garrett). Ma sarà soltanto nel 1958 che un film sul famoso rapinatore e pistolero, diretto da Arthur Penn, richiamerà l’attenzione della critica. “The Left Handed Gun” (“Furia selvaggia” in Italia) cerca di cogliere il carattere del personaggio e di spiegarne le intemperanze attraverso l’atteggiamento insolente e provocatorio di Paul Newman, effettivamente troppo bello per essere il Kid, ma sufficientemente anticonformista ed eccentrico per ricordarne il temperamento da vicino. Non si tratta, neppure questa volta, di una biografia attendibile se non in alcuni passaggi – la fuga dalla prigione di Lincoln dov’era in attesa dell’esecuzione, l’assassinio degli agenti Jim Bell e Robert Ollinger – ma rispetto ad alcuni film precedenti costituisce un notevole balzo in avanti, spianando la strada al successivo “Pat Garrett and Billy the Kid” di Sam Peckinpah del 1973, in pieno clima revisionista.
Il film di Penn è molto più fedele ai fatti e contiene parecchi dei personaggi storici dimenticati da altre pellicole: oltre a Pat Garrett (John Dehner) vi figurano la messicana Celsa (Lita Milan) amante del fuorilegge, i suoi compari di misfatti Tom Folliard (James Best) e Charlie Bowdre (James Congdon) l’allevatore inglese John Tunstall (Colin Keith-Johnston) alle cui dipendenze lavorò il Kid, lo sceriffo Brady (Robert Foulk) ucciso a tradimento da Bonney, Pete Maxwell (Nestor Paiva) che segnalò la presenza del bandito a Garrett e ai suoi uomini. L’uccisione di Billy viene, come al solito, modificata arbitrariamente – non si comprende a quale scopo – ma la vicenda riesce a marciare su un binario abbastanza realistico.
Considerazioni diverse sono state espresse dalla critica riguardo al personaggio interpretato da Newman. Aldo Viganò osserva acutamente che il Kid di Penn “sembra provenire più dall’inferno generazionale degli Anni Cinquanta o dal lettino dello psicanalista che non dalle aride praterie del West” (Viganò, op. cit., 121) analisi condivisa con altri: “Il suo Kid è un adolescente maleducato, confuso e nevrotico, e ha più tratti in comune con un delinquente degli Anni ’50 che con un eroe del vecchio West” (Michael Kerbel, “Paul Newman”, Milano Libri Edizioni, 1973, p. 35). Del resto è comprensibile che i critici si siano lasciati tentare dall’accostamento al James Dean di “Gioventù bruciata” e de “Il gigante”, con il quale il “ribelle” Newman sembra avere caratteristiche comportamentali in comune.
La locandina del film
Altrove si sostiene che il regista ne “dà una personalissima lettura in chiave freudiana. L’analisi psicologica delinea un giovane psicopatico…non molto sveglio, in preda a violente pulsioni distruttive e autodistruttive, alle prese con tendenze omosessuali…” (La conquista del West in oltre 101 film”, Demetra, Colognola ai Colli, 1997, p. 55). Trascurando l’ultima allusione, già fatta anche da Viganò, che sembra peraltro discutibile, pur essendo evidente che il Kid possedesse una personalità tormentata, è altrettanto vero che il cinema ne ha esagerato, accentuandone certi comportamenti, gli aspetti del carattere. Probabilmente la verità è scritta nel libro di cui fu autore lo stesso Pat Garrett, che lo descrive come un ragazzo dotato “di una grande, naturale intelligenza e di un attivo cervello” (Pat F. Garrett, “Billy the Kid. La sua storia.”, Longanesi & C., Milano, 1973, p. 37) aggiungendo che “la criminosa carriera del Kid non fu la conseguenza di un’inclinazione al male, né fu provocata da indisciplinate giovanili esuberanze, ma fu il risultato di funeste e sfortunate circostanze, che agirono sopra uno spirito ardito, inquieto, indisciplinato e indisciplinabile…” (Garrett, op. cit., p. 33).
L’impostazione data da Penn alla figura di William Bonney non deve comunque meravigliare. La visione del West che il regista dimostra in questa ed altre pellicole – fra le quali “Piccolo Grande Uomo” – è polemica e controcorrente, ma non sempre in linea con la storia. In questo senso, un attore come Paul Newman, giovane arrabbiato in quasi tutti i ruoli da lui interpretati (“Lo spaccone”, “Lassù qualcuno mi ama”, “Nick Mano Fredda”, “La lunga estate calda”, “Hombre”) sembra confezionato su misura per la parte del Kid.
Quanto a riconoscimenti, “Furia selvaggia” rimase a bocca asciutta, tranne che per il Gran Premio dell’Associazione Critici Cinematografici del Belgio ottenuto nel 1961. Gli incassi furono dovunque scarsi.

GIUSTIZIERI E COWBOY
Nel periodo 1958-59 vengono prodotti ancora parecchi western, ma nessuno riesce a spuntare candidature all’Oscar.
Ormai sono in molti gli attori qualificati che cavalcano sui sentieri del West, non soltanto John Wayne, Gary Cooper, Henry Fonda, Gregory Peck, James Stewart o Richard Widmark, ma anche tanti altri, da Robert Taylor, Robert Mitchum, Kirk Douglas, Anthony Quinn e Joel Mc Crea. Dietro di loro emergono molti interpreti di film qualificati spesso come “B movie” ma non sempre disprezzabili: Randolph Scott, Audie Murphy, Clint Walker, Guy Madison, Rory Clahoun e un giovane emergente di nome Clint Eastwood. Uno spazio particolare si conquista Scott per la continuità con cui interpreta decine di pellicole di Indiani, fuorilegge e cowboy, segnalandosi soprattutto per i film girati sotto la direzione di Boetticher.
Intanto anche le donne si sono guadagnate uno spazio sempre più consistente, facendo ascendere ai primi piani Barbara Stanwick, Debra Paget, Virginia Mayo, Anne Baxter, Angie Dickinson e perfino Marylin Monroe.

Il 1958 si può ricordare, oltre che per i lavori citati, per almeno altri 3 film: “Bravados” di Henry King, “Dove la terra scotta” di Anthony Mann e “Cowboy” di Daves.
“Bravados” (“The Bravados”) riassume la storia di una vendetta e del conflitto di un uomo con i propri principi morali quando si accorge di avere ucciso le persone sbagliate. Seppure i quattro fuorilegge inseguiti da Jim Douglas (Gregory Peck) siano dei delinquenti, non hanno commesso il delitto – l’uccisione della moglie di Douglas dopo averla violentata – ad essi addebitato. Uno dopo l’altro, il vendicatore sopprime Ed (Albert Salmi) Parral (Lee Van Cleef) e Bill, il capobanda (Stephen Boyd) fermandosi soltanto davanti all’Indio di nome Lujan (Henry Silva) che finalmente gli apre gli occhi. Accolto come un eroe al suo ritorno in città, Douglas si reca in chiesa a pregare, implorando il perdono di Dio. Gli sarà vicina la sua nuova compagna, Josefa (Joan Collins) insieme alla quale si rifarà una vita.
Apprezzato dalla stampa, in particolare dalla pagina critica del New York Times, “The Bravados” ottenne il National Board of Review Award, un premio sicuramente meritato. Nel film compare quale attore non protagonista il trentatreenne Lee Van Cleef – già presente in “Mezzogiorno di fuoco” e “Sfida all’O.K. Corral” – che dovrà più tardi al western italiano il suo improvviso e inaspettato decollo. Tema conduttore è la violenza sessuale sulle donne (oltre a quella subita dalla moglie di Douglas, vi è quella toccata a Emma, l’attrice Kathleen Gallant) che sarà il motivo scatenante della vendetta anche in “Last Train from Gun Hill” (“Il giorno della vendetta”) di John Sturges, nel quale lo sceriffo Morgan (Kirk Douglas) uccide un amico (Anthony Quinn) dopo che suo figlio Rick (Earl Holliman) gli ha stuprato e ammazzato la moglie indiana in un bosco. Invece nel cruento “Dove la terra scotta” di Mann, la giovane Billie Ellis (Julie London) riesce a scampare alla violenza del bandito Dock Tobin grazie ai sotterfugi di Link Jones (Gary Cooper) un ex fuorilegge che è stato da lui allevato. Pressochè ignorato dalla critica statunitense, che forse cominciava a stancarsi di un “vecchio” protagonista come Cooper ormai vicino ai sessant’anni, il film trovò apprezzamento in Francia da parte di Jean-Luc Godard, che lo definì addirittura “il miglior film dell’anno”.

Basato su un’autobiografia – “My Reminiscences as a Cowboy”, di Frank Harris – “Cowboy” di Delmer Daves, sceneggiato da Dalton Trumbo e interpretato, oltre che da Glenn Ford (Tom Reece) dall’attore conosciuto per le sue parti comiche Jack Lemmon (Frank Harris) insieme ad Hanna Kashfi (Maria Vidal) narra di un impiegato d’albergo di Chicago (Lemmon) che sogna di diventare un cowboy e di raggiungere l’amata Maria a Guadalupe, nel Messico. Aggregatosi ad un gruppo di mandriani capeggiato da Reece (Ford) subisce un duro svezzamento, che lo condurrà alla fine a diventare la persona forte e risoluta che aveva auspicato. Secondo alcuni critici, si tratta di uno dei migliori film di Daves, che “dimostra di essere il cantore meno drammatico e più utopista del West” (Viganò, op. cit., p. 131) Il protagonista impara, oltre alla vita dura della gente di Frontiera, alle prese con Indiani e serpenti a sonagli, a fronteggiare situazioni dolorose come l’addio dell’amata, che è già sposata ad un altro uomo. Per certi aspetti, “Cowboy” rappresenta anche la “conversione” dell’uomo dell’Est alla filosofia di vita della gente dell’Ovest, concetto assai caro a chi considera gli abitanti del West come i veri Americani.
Candidato all’Oscar per il miglior montaggio di William A. Lyon e Al Clark e al DGA Award (Director’s Guild of America) per la regia, non vinse alcun premio, ma rimane un lavoro da annoverare nella lunga e gloriosa storia del cinema western.

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