Gli oscar del cinema western – 6

A cura di Domenico Rizzi
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18.

CACCIATORI PENTITI E PACIFISTI

Ragionando con la logica di oggi, dopo “Sentieri selvaggi” sarebbe stato arduo per qualsiasi regista dirigere un western che potesse almeno stargli alla pari, ma, come si è spiegato, il lavoro di Ford non riscosse consensi se non dopo molto tempo tanto negli USA quanto in Europa.
Peraltro, il 1956 fu uno degli ultimi a registrare una grande quantità di western sul mercato: 56 film, pari al 31% dell’intera produzione cinematografica dell’annata. Non potendoli prendere tutti in considerazione, è necessario ricordare almeno “L’ultima caccia” di Richard Brooks, “La legge del Signore” di William Wyler, “L’ultima carovana” di Delmer Daves e “La tortura della freccia” di Samuel Fuller.
“L’ultima caccia” di Brooks è quello che contiene le maggiori scene di violenza, prima sugli animali – lo sterminio scriteriato degli ultimi bisonti da parte di due cacciatori – e poi sugli esseri umani (l’uccisione di Jimmy, la squaw sequestrata e ripetutamente violentata dal paranoico Charlie Gilson, per l’occasione un Robert Taylor in versione “cattivo”). Ne sono interpreti, oltre a Taylor, Stewart Granger (Sandy Mckenzie) Russ Tamblyn (il giovane Jimmy O’Brien) e Debra Paget (l’Indiana).


Immagine tratta da “L’ultima carovana”

La trama, scritta da Milton Lott, narra di un’amicizia virile fra due cacciatori di bufali, tramutatasi dapprima in avversione e poi in odio feroce, anche a causa del trattamento riservato da Gilson alla squaw, costretta a subire controvoglia le sue attenzioni ogni notte. Alla fine, il “buono” McKenzie riesce a portare via la donna all’ex socio, rifugiandosi in una caverna mentre sta per scatenarsi una tormenta di neve. La scena finale, che dovrebbe preludere al regolamento di conti definitivo fra i due rivali, riserva invece una sorpresa agghiacciante: Gilson, che per proteggersi dal freddo ha abbattuto il suo ultimo bisonte, scuoiandolo e avvolgendosi nella sua pelle, viene trovato all’alba assiderato da McKenzie, che potrà andarsene indisturbato insieme alla donna di cui si è innamorato.
“L’ultima caccia” è un film crudo – l’immagine conclusiva del trapper congelato è decisamente impressionante – che stigmatizza la distruzione dei bisonti da parte di cacciatori senza scrupoli, mettendo in risalto il loro disprezzo dei Pellirosse e della loro principale risorsa alimentare. E’ dunque marcatamente antirazzista e positivo nelle conclusioni, perché le persone di buona volontà prevalgono sulla follia di certi elementi. “Brooks ha sempre ben chiara la distinzione fra il Bene e il Male. Sa che Robert Taylor è un individuo spregevole: violento, razzista e sanguinario; che Stewart Granger è ormai in cammino sulla strada della redenzione; che i bisonti e gli Indiani sono state le vittime dell’arroganza dell’uomo bianco.” (Viganò, op. cit., p. 117). La critica non concede troppa attenzione a questo film, che invece ne avrebbe meritata.
“La legge del Signore”, ispirato al romanzo “The Friendly Persuasion” di Jessamyn West che dà anche il titolo originale alla pellicola, ottiene una messe di nomination – addirittura 6 all’Oscar e 3 al Golden Globe – e lascia una viva impressione per i suoi contenuti anti-militaristi. La regia è di William Wyler, di origine alsaziana, la sceneggiatura di Michael Wilson e la colonna sonora del solito Tiomkin, che otterranno le candidature al massimo riconoscimento insieme al regista, al miglior attore non protagonista Anthony Perkins e a Gordon Glennan e Gordon Sawyer per il miglior sonoro. La sesta nomination è per Wyler (miglior film).
Narra di una famiglia di Quaccheri, movimento religioso contrario alle guerre, alle prese con la difficile scelta di impugnare o meno le armi per difendere le proprie terre dalla minaccia portata dai Confederati, che all’inizio del conflitto secessionista, sembrano prevalere sui Nordisti. Il tranquillo agricoltore Giona (Gary Cooper) incontra le sue difficoltà a tenere unita la propria famiglia, soprattutto quando il figlio Giosuè (Perkins) corre ad arruolarsi nelle file dell’Unione. La moglie Eliza (Dorothy Mc Guire) si comporta amichevolmente verso i Sudisti quando un loro reparto invade la sua fattoria, situata nell’Indiana meridionale e il marito Giona riuscirà a riportare a casa il figlio arruolato, che nel frattempo si è reso conto, sul campo di battaglia, quanto sia contrario alla sua coscienza uccidere degli uomini.

Sebbene designato a diverse gratificazioni, “La legge del Signore” non vince alcun Oscar e neppure porta via un Golden Globe, al quale era stato designato tre volte (miglior film, miglior regia a Wyler, miglior attore non protagonista a Perkins). Si rifarà soltanto al Festival di Cannes nel 1957, con la Palma d’Oro consegnata a Wyler, mentre il National Board of Review ha inserito il film fra i 10 migliori titoli dell’anno precedente, designando Dorothy Mc Guire miglior attrice non protagonista. Inoltre in quattro anni “La legge del Signore” incassa 8 milioni di dollari, dopo averne spesi meno di un terzo.

RINNEGATI

“La tortura della freccia” e “L’ultima carovana” hanno come protagonisti due squaw-man, uomini che hanno scelto di vivere con i Pellirosse per motivi molto differenti. Il primo intreccia le vicende della Guerra Civile con l’invasione del West a scapito degli Indiani.
L’ex caporale sudista O’Meara (Rod Steiger) dopo aver rifiutato la resa della Confederazione firmata dal generale Robert Lee nel 1865, si trasferisce ad occidente, dove finisce nelle mani dei Sioux che sottopongono lui e il suo amico indiano Coyote Che Cammina (Jay C. Flippen) alla prova della freccia: i due prigionieri dovranno scappare senza essere trafitti dai dardi scagliati dai guerrieri della tribù. O’Meara riesce a scampare e viene assimilato dalla tribù, dove si innamora di Mocassini Gialli (Sarita Montiel). L’arrivo delle truppe americane e gli scontri con i Sioux, nonostante la vittoria indiana, convinceranno alla fine il rinnegato a tornare alla civiltà. Molti anni dopo, un altro film – “Balla Coi Lupi” – attingerà in qualche misura al film di Fuller, conquistando il pubblico di tutto il mondo.

“L’ultima carovana” è uno dei lavori migliori di Delmer Daves ed è fondamentalmente basato, come altri precedenti, sul tema della discriminazione razziale.
Il suo protagonista, “Comanche” Todd (Richard Widmark) è guardato male dai componenti di una carovana, non soltanto perché accusato di omicidio plurimo, ma anche perché ha vissuto fra i Pellirosse sposando una donna indiana che i Bianchi hanno barbaramente ucciso; la mezzosangue Jolie (Susan Kohner) è emarginata e disprezzata dalla sorellastra Valinda (Stephanie Griffin) per le sue origini e il colore della pelle. Jenny (Felicia Farr) e il fratellino Billy (Tommy Rettig) non nutrono invece alcun pregiudizio e la ragazza non impiega troppo tempo ad innamorarsi di Todd. Su tutti incombe la misteriosa e occulta presenza degli Apache, che hanno distrutto la carovana uccidendone quasi tutti i componenti e che, come in alcuni film di John Ford, finiscono per mostrarsi soltanto alla fine.
Il film, che si avvale dell’ottima fotografia di Wilfred M. Cline, si ispira ad una storia di James Edward Grant, che ne è anche lo sceneggiatore insieme al regista. Lineare e senza troppi colpi di scena, descrive la fuga per la salvezza dei pochi superstiti del convoglio – oltre ai personaggi citati, vi sono i giovani Clint (Ray Stricklyn) e Ridge (Nick Adams) – che infine incontreranno un distaccamento di cavalleria. Nell’assalto finale degli Apache, Todd fa valere, come già in un duello precedente in cui ha ucciso due guerrieri nemici per salvare i suoi compagni, l’abilità acquisita presso i Comanche, salvando anche il reparto militare dalla distruzione. Il generale Oliver Howard (Carl Benton Reid) terrà conto, nel giudicarlo, di tutto il suo operato, perdonandogli le colpe (l’omicidio di uno sceriffo e di alcuni suoi assistenti per vendicare la moglie) e consentendogli di vivere in pace insieme a Jenny. Sarebbe il caso di commentare “dal possibile capestro all’altare”, ma nella filosofia di Daves ciò non deve meravigliare.
Secondo qualche critico, il meglio della sua produzione (Daves diresse anche film di altro genere: il suo maggior successo fu “Scandalo al sole”, del 1960) è concentrato nel western e “L’ultima carovana”, dopo “L’amante indiana” e “Rullo di tamburi”, ne è una conferma. A proprio agio quando deve raccontare storie di emarginazione e discriminazione razziale, riesce ad offrire al pubblico, pur toccando tematiche scabrose, trame convincenti e mai appesantite, utilizzando sapientemente gli scenari naturali e una recitazione snella ed essenziale. Senza trascurare l’azione, egli approfondisce l’indagine psicologica dei personaggi facendone dei protagonisti credibili delle vicende narrate. Inoltre egli “avvia la corrente pro-indiani del cinema di Hollywood” (Maurizio De Benedictis, “Il cinema americano”, Newton & Compton Editori, Roma, p. 231).
Girato a Sedona, in Arizona, nei pressi dell’Oak Creek Canyon, “L’ultima carovana” non ebbe però i riscontri che si aspettava dalle sale, compensando a malapena la cifra di oltre 1.600.000 dollari investita, segnale preoccupante per tutto il genere, che di lì a poco tempo sarebbe sprofondato in una profonda crisi. Neppure la critica gli fu troppo favorevole, ma a dispetto di ciò “L’ultima carovana” si può ancora oggi considerare uno dei racconti più efficaci sulle imprese dei pionieri diretti nel lontano West.

PISTOLE CALDE E CELEBRI SFIDE

Sono moltissimi i film western in uscita nel 1957, addirittura 62. L’anno successivo supereranno di poco i 50, ma al decremento quantitativo non si accompagna, almeno per un po’ di tempo, una diminuzione della qualità.
Un argomento che affascina più di un regista è la famosa sfida all’O.K. Corral di Tombstone, avvenuta il 26 ottobre 1881 fra i tre fratelli Virgil, Morgan e Wyatt Earp, fiancheggiati da John “Doc” Holliday, e la banda dei Clanton-Mc Lowery, ai quali si era aggiunto il bravaccio Billy Claiborne, sedicente “Billy the Kid” redivivo.

John Ford ne aveva dato una personalissima interpretazione nel 1946 con “Sfida infernale”, giurando che i fatti si fossero svolti realmente in quel modo, sebbene fosse certo di mentire spudoratamente. John Sturges ne cura una riedizione con “Gunfight at the O.K. Corral”, mettendo in campo un cast d’eccezione, da Burt Lancaster (Wyatt Earp) a Kirk Douglas (Doc Holliday) e da John Ireland (Johnny Ringo) a Dennis Hopper (Billy Clanton). I ruoli femminili sono affidati alla rossa Rhonda Fleming (Laura Denbow, personaggio immaginario) e Jo Van Fleet (Kate Fisher, amante di Holliday anche nella realtà storica). Con la bella fotografia di Charles Lang, la sceneggiatura scorre facilmente sotto la sapiente mano di Leon Uris (scrittore di grido, autore di “Exodus”) mentre Dimitri Tiomkin si supera ancora una volta componendo il motivo conduttore del film, cantato dal notissimo Frankie Laine, che venderà, con le sue interpretazioni di motivi western, milioni di dischi.
Soltanto la storia, pur presentandosi maggiormente fedele rispetto al film di Ford, non è affatto rispettata, se non in qualche passaggio. Il motivo scatenante della cruenta sfida viene attribuito all’assassinio, da parte dei Clanton, di James Earp, fratello di Wyatt, mentre nella vicenda reale fu determinata da altre cause (per inciso: James C. Earp sarebbe morto nel 1926, all’età di 84 anni).
Essendo ancora lontani dall’era del revisionismo, Sturges si permette di inserire nel film la figura della giocatrice Laura, che alla fine si innamora di Wyatt, mentre si sa che il marshal dagli occhi di ghiaccio ebbe due relazioni a Tombstone, una con la prostituta Mattie Blaylock, compagna abituale da tempo, e l’altra con l’attrice Josephine Sarah Marcus, che sarebbe diventata sua moglie.
A dispetto dei molti pregi della pellicola – particolarmente le interpretazioni di Lancaster e Douglas, la fotografia e la colonna sonora – la critica si dimostra avara, non designandolo ad alcuna nomination. Meritevole dell’Oscar sarebbe stato invece Kirk Douglas, che recita forse la miglior parte della sua lunghissima carriera. Il Doc Holliday da lui interpretato, doppiato in Italia da Paolo Stoppa, rimarrà infatti per decenni il più perfetto e attendibile che si potesse concepire. La produzione si rifà comunque ai botteghini, realizzando 11 milioni di dollari dopo essere partita con un budget di 2.
Nello stesso periodo si rifa vivo Delmer Daves con il magistrale “Quel treno per Yuma” (“Three Ten to Yuma”) un capolavoro che la riproposizione di James Mangold nel 2007, nonostante l’ottima interpretazione di Russell Crowe e Christian Bale, non riuscirà a far dimenticare.


Quel treno per Yuma

Su soggetto di Elmore Leonard – nel romanzo i nomi dei personaggi sono però diversi – e sceneggiatura di Hallsted Wells, Glenn Ford è il bandito Ben Wade, che il contadino Dan Evans (Van Heflin) bisognoso di guadagnare 200 dollari per salvare la propria campagna messa a dura prova dalla perdurante siccità, deve scortare fino al treno per Yuma. La parte femminile principale è affidata a Felicia Farr, una cameriera di nome Emmy di cui il fuorilegge si invaghisce, mentre la moglie di Evans, Alice, viene assegnata a Leora Dana, che reciterà in numerosi altri film, fra cui “Tora,tora, tora!” I ruoli ulteriori sono praticamente di contorno, dal momento che tutta la vicenda poggia sul duello di nervi tra il bandito e il suo guardiano. Nel finale, dopo che Evans è riuscito a far salire sul treno il prigioniero, viene aiutato a montare sul vagone proprio da quest’ultimo, ammirato dal suo coraggio. La conclusione assume i contorni del lieto fine, anche perché in quel momento si aprono le cateratte del cielo, salvando i campi dalla distruzione ormai imminente.
Per quanto riguarda la colonna sonora, è ancora Frankie Laine a cantare il motivo che ha lo stesso titolo del film, composto da George Duning. Il film, girato in bianco e nero, ottiene apprezzamento da parte degli estimatori di Daves e del cinema western, ma resta a secco per quanto concerne eventuali Oscar. Soltanto la British Academy of Film and Television Arts lo designa alla nomination quale miglior film dell’anno. Neppure gli incassi sono entusiasmanti, essendo inferiori ai 2 milioni di dollari. Anche questa pellicola rientra così nel novero di quelle rivalutate a distanza di anni.
In tema di pistoleri e banditi, lasciando in secondo piano “La vera storia di Jess il bandito”, che vera non è affatto, diretto da Nicholas Ray, Anthony Mann presenta “Il segno della legge”, con Henry Fonda, Betsy Palmer e Anthony Perkins, nel quale un cacciatore di taglie offre i suoi preziosi servigi ad un giovane e inesperto sceriffo. Un altro pezzo forte, oltre ai film citati di Sturges e Daves, è senz’altro “Quaranta pistole”, diretto e sceneggiato da Samuel Fuller su soggetto di sua ideazione. Ne è protagonista, una volta tanto, una donna dalle caratteristiche marcatamente maschili: Jessica Drummond (Barbara Stanwyck) ricca proprietaria terriera che tiranneggia una cittadina dell’Arizona. La contrastano gli agenti Barry Sullivan (Griffin Bonnell) Gene Barry (Wes Bonnell) e Robert Dix (Chico Bonnell) questi ultimi due nel ruolo dei fratelli di Griff. Questa volta si tratta di una vicenda di amore-odio, perchè Griffin, pur innamorandosi della donna, ne sgomina la banda, infrangendo per sempre il suo potere. Alla fine, però, Jessica si allontanerà insieme a lui.


Quaranta pistole

Paolo Mereghetti definì questo western cruento – pienamente in linea con quelli diretti da Fuller – “energico e fiammeggiante, con un diffuso senso di morte”, in quanto le scene agghiaccianti (l’assassinio di uno sposo il giorno delle nozze, la sinistra immagine dello sceriffo Logan, interpretato da Dean Jagger, che oscilla appeso ad un cappio) non mancano. Commercialmente si rivelò un terribile flop, non arrivando neppure a mezzo milione di dollari alla sua prima uscita, ma la Stanwyck – già interprete in “Le furie” di Anthony Mann, sceneggiato da Niven Busch nel 1950 – si farà notare lo stesso anno in “Schiava degli Apaches” (“Trooper Hook”) di Charles Marquis Warren nella parte della squaw-bianca Cora Sutliff, liberata e infine sposata dal coraggioso sergente Hook (Joel Mc Crea) dopo aver superato il difficile reinserimento in una società che la disprezza per il suo passato.

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