Gli oscar del cinema western – 1

A cura di Domenico Rizzi
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Il western è un genere che, dal punto di vista cinematografico, ha ormai superato abbondantemente il secolo di vita. I tempi in cui la gente di New York commentava nei caffè le sequenze de “L’assalto al treno”, scritto, prodotto e diretto da Edwin S. Porter nel 1903, sembrano ormai abissalmente lontani, così come le opere realizzate quasi artigianalmente da Porter, da Wallace Mc Cutcheon (“Kit Carson”, 1903) e dal francese Joe Hamman, in arte “Arizona Bill”, che dopo avere svolto realmente il lavoro del cowboy in America girò nel 1907 “Le Desperado”, facendolo seguire nel 1909 da “Les Adventures de Buffalo Bill”.
Per quanto oggi possa sembrare esagerato, dal 1909 al 1915 furono prodotti 700 western, nella stragrande maggioranza cortometraggi e classificati per la maggior parte di “serie B”. Soltanto nel 1909 ne furono distribuiti circa 200 e l’anno successivo 150.
Non è neppure possibile stabilire quanti western movie siano stati prodotti dalle origini del genere fino ad oggi, perché moltissime pellicole sono andate smarrite o distrutte senza che ne siano state conservate delle copie.
Ne sono un esempio parecchi lavori di John Ford, che iniziò a lavorare dietro la macchina da presa nel 1917, fra i quali “Straight Shooting”, medio metraggio di 57 minuti miracolosamente ritrovato, interpretato da Harry Carey, divenuto popolare fra la gente con il nome del personaggio che interpretava, “Cheyenne Harry”. Peraltro, degli altri 25 film interpretati da questo bravo attore del muto fra il 1917 e il 1921, se ne sono salvati pochissimi.
Volendo azzardare una stima, si può supporre che nell’arco di un secolo siano stati girati e distribuiti almeno 3.500 film. Di questi, circa 450 sono di marca europea.
Va precisato che agli inizi e per un periodo abbastanza lungo, i film di cowboy, esploratori, mountain men, Pellirosse, sfide e duelli, non vennero ricompresi sotto la comune denominazione di western movie, ma figurarono, di volta in volta, come ascrivibili a categorie diverse. Lo scrittore Frank Gruber, autore di una sessantina di romanzi sulla Frontiera, inquadrò le varie storie in 7 sottogeneri separati, che includevano: La conquista del West, L’epopea del bestiame, L’avanzata delle ferrovie nell’Ovest, Le Guerre Indiane (“The Cavalry and Indian Storie”) e il Banditismo (“The Outlaw Story”) ma il cinema continuò ad ispirarsi a 13 categorie diverse, definite da tempo da William K. Everson, docente di storia del cinema all’Università di New York. Non tutti gli autori, comprendendo anche quelli letterari, condivisero tali nomenclature e comunque i film ambientati all’epoca della conquista coloniale, della guerra d’indipendenza o del conflitto secessionista rimasero ai margini dello schema, se non ne furono proprio esclusi e catalogati semplicemente come film d’avventura.


Moving Picture World
Il termine “western”, quale identificativo di un certo genere, figura probabilmente per la prima volta nel 1911 sulla rivista “Moving Picture World”, che definisce “Western and Indian Pictures” una serie di pellicole prodotte dalle compagnie Selig e Biograph girate nei dintorni di Los Angeles, in un’area che apparteneva ad un’ex azienda agricola fondata nel 1887 e destinata a diventare in pochi anni Hollywood, la mecca del cinema.

L’EVOLUZIONE DEL GENERE

Trainato da “L’assalto al treno”, il genere ancora indefinito iniziò a riscuotere successo fin dalle sue primissime apparizioni. Dal 1905 cominciarono a sorgere i cosiddetti nickel odeon, sale teatrali trasformate in locali per le proiezioni cinematografiche, abbinando l’antica parola greca odeon, che stava ad indicare un luogo di rappresentazione di drammi e commedie, e nickel, equivalente a 5 centesimi di dollaro, prezzo del biglietto d’ingresso. In poco tempo, negli Stati Uniti esistevano già 10.000 di tali ritrovi, nei quali spesso le proiezioni si susseguivano non-stop anche per 16 ore al giorno. L’avvento del sonoro, i progressi della tecnica e l’evoluzione del genere, fecero salire sensibilmente la produzione di film western negli anni fra il primo e il secondo conflitto mondiale, tanto che nel 1940 essa occupava il 30% dell’intero mercato cinematografico.
Nonostante la Grande Depressione degli Anni Trenta, il western non registrò sensibili flessioni, tanto che dal 1930 al 1941 realizzò e distribuì oltre 1.200 pellicole. Poco prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, si susseguirono, per la gioia degli appassionati, film quali “Ombre rosse” (1939) “La più grande avventura” (1939) “Giubbe Rosse” (1940) “Passaggio a Nord-Ovest” (1940) “Arizona” (1940) e “La storia del generale Custer” (1941). Essendo ormai superate le distinzioni tipologiche relative a luoghi e periodi storici delle vicende descritte – guerre coloniali anglo-francesi, rivoluzione americana, conflitti fra polizia a cavallo canadese e movimenti insurrezionali indigeni – tutti rientravano ormai a pieno titolo nel filone western.


La più grande avventura
Inoltre, stante la difficoltà di separare nettamente i vari contesti e di attribuire loro una classificazione rigida, film quali “L’assedio delle sette frecce” (1953) o “Sierra Charriba” (1964) nei quali compaiono sia gli Indiani che Nordisti e Sudisti, vennero considerati dei western. Sarebbe d’altronde un errore riferire il significato di “western” esclusivamente al West americano, cioè alle regioni degli Stati Uniti delimitate ad oriente dal fiume Mississippi e ad occidente dalla costa del Pacifico. Il West dei primi colonizzatori era rappresentato dai territori che si estendevano dall’entroterra della Costa Atlantica dapprima fino ai Monti Allegheny, poi agli Appalachi e successivamente fino al Mississippi. L’Ovest propriamente detto, costituito dalle Grandi Pianure, dalle Montagne Rocciose, dai deserti e delle montagne comprese fra questa catena e la California entrò nel vocabolario degli Americani soltanto dopo l’acquisto della Grande Louisiana nel 1803.
Partendo da tale premessa, si ritiene più attinente, per definire il campo d’azione del western, il concetto di “Frontiera”, cioè di un ideale divisorio fra le aree colonizzate e le regioni selvagge, spesso addirittura inesplorate. Per l’immigrato europeo del XVII secolo la Frontiera era il confine del mondo civilizzato, che non si spingeva oltre i pochi insediamenti costieri, al di là dei quali abitavano soltanto tribù indiane frequentemente ostili. Nel 1840 tale limite era avanzato di migliaia di chilometri verso occidente, attestandosi fra il Minnesota e il Texas, mentre nel 1870, ormai conquistata e colonizzata la California e completata la prima linea ferroviaria intercontinentale, la Frontiera riguardava i centri che si affacciavano sulle immense praterie e sui deserti occidentali, regioni nelle quali erano ancora all’ordine del giorno sia gli scontri con i Pellirosse che i conflitti a fuoco nelle turbolente città del bestiame e nei centri sorti per effetto della corsa all’oro e l’argento. Sul finire degli Anni Settanta e nel decennio successivo erano città di frontiera sia Deadwood nel South Dakota, fondata nel 1876, che Tombstone, in Arizona, nata l’anno dopo.
Nel 1896, quando si aprì la corsa all’oro nel Klondike, essendo ormai pacificate le Grandi Pianure e le aree desertiche del Sud-Ovest, la nuova Frontiera degli Americani diventò la cittadina canadese di Dawson, al confine con l’Alaska statunitense, cresciuta da 50 a 30.000 abitanti in pochi mesi, ma destinata più tardi a trasformarsi in ghost town come tante altre.

OLTRE I CONFINI DEL WEST

Superate le distinzioni all’interno del territorio degli Stati Uniti, anche i confini geo-politici del western si allargheranno ai Paesi confinanti, specialmente il Messico e il Canada. In questo senso, sono oggi da considerarsi western sia le storie ambientate a sud del Rio Grande – come ad esempio Vera Cruz – che riguardino rivoluzioni o scontri a fuoco fra esercito, Rurales e Pellirosse o banditi messicani e yankee, che le avventure compiute nel Grande Nord da esploratori, cacciatori di pellicce e meticci o tribù in rivolta, spesso con l’intervento delle famose Giubbe Rosse, che ebbero un peso rilevante nella rivolta dei métis nel 1885.


Vera Cruz
In epoca più recente, il genere ha ulteriormente esteso le proprie frontiere, abbracciando regioni del Sudamerica, del Sudafrica o dell’Australia. “La carovana dei coraggiosi”, girato nel 1961 in una colonia boera dell’Africa meridionale e imperniato sulle peripezie di un gruppo di emigranti alle prese con tribù ostili, si può definire un western, alla stregua di “Carabina Quigley”, “The Tracker” e “Ned Kelly”, di ambientazione australiana. Sono parimenti assimilabili al western “La furia degli implacabili” (1962) che si svolge nel Transvaal sudafricano e “Verdi dimore” (1959) la cui vicenda ha luogo nella giungla venezuelana. Per analogia, si possono assimilare al genere anche i film che riguardano l’aspra contesa fra gli Inglesi e gli Zulu nella colonia del Natal, in particolar modo “Zulu” di Cy Endfield (1964) – ricostruzione della battaglia di Isandlwana del 1879, la Little Big Horn britannica in Sudafrica – e “Zulu Dawn” diretto da Douglas Hickox su soggetto scritto dallo stesso Endfield (1979) prodotto nel centenario della disperata resistenza inglese nella missione di Rorke’s Drift.
Si tratta senza dubbio di accostamenti abbastanza audaci, ma se si considerano western i film sulle Giubbe Rosse nel Canada britannico, non vi è ragione per escludere che lo siano anche questi ultimi, nei quali il ruolo dell’esercito statunitense viene assunto dalle truppe della regina Vittoria e quello dei Pellirosse dagli Zulu africani. In entrambi i casi, come pure avviene in Australia con le tribù aborigene, i popoli indigeni resistono alla colonizzazione portata dai Bianchi, infliggendo loro anche brucianti sconfitte.
Un posto importante occupa, fra questi film definibili “di frontiera”, il contemporary western, che ha spesso dato vita ad autentici capolavori, più volte destinatari di premi Oscar, de quali si parlerà in seguito. L’esperienza del genere non si è comunque arrestata ai classici di Hollywood.
Negli Anni Sessanta fecero irruzione sugli schermi una serie di film che un critico inglese avrebbe definito spaghetti-western per la loro provenienza prettamente italiana. Soltanto alcuni di questi – diretti da Sergio Leone e da pochi altri – richiamarono l’attenzione della critica e si aggiudicarono premi nei vari festival del cinema, ma nessuno venne gratificato con la consegna dell’Oscar, che rimane tuttora un’esclusiva delle produzioni americane.
Con l’intento di ravvivare un filone che si andava ormai spegnendo, qualche regista sconfinò nell’horror western, ricalcando un solco già tentato varie volte anche nel lontano passato (ricordiamo ad esempio “Riders of the Whistling Skull”, di Mack V. Wright, 1937 e un curioso “Billy the Kid vs. Dracula” di William Beaudine, 1966) e nel science fiction western, abbinando i canoni tradizionali agli spunti della hot science fiction, la fantascienza orrorifica popolata di mostriciattoli piovuti dallo spazio, come nel recente Cowboys and Aliens di Jon Favreau del 2011. Al riguardo è opportuno rammentare che lo scrittore Edgar Rice Burroughs, creatore di Tarzan, scrisse nel 1911 un romanzo – “Sotto le lune di Marte” – iniziato come western in una località dell’Arizona per proseguire e concludersi sul Pianeta Rosso.


Un’immagine tratta da Riders of the Whistling Skull
Il tema ha ispirato il film di fanta-azione “John Carter” di Andrew Stanton nel 2012, accolto assai tiepidamente dal pubblico.
I riconoscimenti della critica sono comunque andati sempre al western tradizionale e la maggior parte degli esperimenti menzionati sono transitati come meteore, spesso finendo nel dimenticatoio in brevissimo tempo, nel firmamento della tradizione più pura del genere classico.

ASCESA E MATURAZIONE

Il western delle origini deve la propria popolarità e gli apprezzamenti ricevuti ad un ristretto numero di registi che coniugarono mirabilmente la storia della Frontiera con gli spunti letterari di autori che sapevano attingere dalla leggenda.
Una delle pietre miliari del western fu considerato per molto tempo il celeberrimo romanzo di James Fenimore Cooper “L’ultimo dei Mohicani”, pubblicato nel 1826. In esso confluivano, sullo scenario della Guerra dei Sette Anni tra Francesi e Inglesi, tutti gli elementi salienti che avevano caratterizzato la Vecchia Frontiera, presentando molti stereotipi delle future realizzazioni letterarie in materia. Natty Boompo, Chingachkook, suo figlio Uncas, il perfido Magua, l’arrogante ufficiale britannico Duncan Heyward e diversi altri personaggi formarono infatti un canovaccio a cui avrebbero attinto per decenni parecchi scrittori, trasferendo l’azione dalle foreste nord-orientali alle selvagge praterie del West.
Fra gli iniziatori della leggenda vi era stato sicuramente William Frederick Cody, che già nel 1869 figurava in una pubblicazione del “New York Weekly Times” come “Il re degli uomini della Frontiera” a cura dell’avventuriero-giornalista Ned Buntline. In seguito Buffalo Bill, coadiuvato da Texas Jack Omohundro, da sua moglie Giuseppina Morlacchi, danzatrice e attrice di origine milanese e per un certo periodo dallo sceriffo Wild Bill Hickok, ritiratosi presto perché insofferente del palcoscenico, aveva fatto il giro degli Stati Uniti con uno spettacolo teatrale organizzato dallo stesso Buntline, bollato dalla stampa come un pessimo commediografo e un modesto attore. Dal 1883 in avanti, l’eroe del West si era lanciato in un’avventura ancora più grande allestendo lo spettacolo itinerante del Wild West Show, che negli anni successivi avrebbe più volte compiuto tournèe in Europa. Le sue rappresentazioni riguardarono anche l’Italia nel 1890 e nel 1906. Il famoso colonnello si sarebbe lasciato tentare anche dalla macchina del cinema, producendo un western dagli scarsi risultati nel 1913.
Intanto in America si erano affermati scrittori come Owen Wister, giudicato il vero innovatore della narrativa western. L’uscita del suo romanzo “Il Virginiano” nel 1902, rappresentò una rivoluzione della cultura letteraria sul West, affrancandosi definitivamente dagli influssi che Cooper aveva creato con “L’ultimo dei Mohicani”. Da quel momento, protagonista dell’azione diventava il cowboy emigrato dalla Costa Atlantica al Wyoming per svolgere il difficile compito nella prateria e trasformarsi, alla fine, in un imprenditore del bestiame. La crescita dell’uomo procedeva dunque di pari passo con lo sviluppo economico del Paese, scavando un solco che diversi autori avrebbero ricalcato in futuro.
Fino alla metà dell’Ottocento, la letteratura western era stata ritenuta di scarsa importanza. Nella seconda metà del secolo fecero la loro apparizione le dime novel , pubblicazioni a fascicoli a prezzi stracciati, che narravano le immaginarie imprese di uomini audaci impegnati nella conquista di un continente selvaggio e in buona parte disabitato. Fra le prime ad avere una certa diffusione vi fu “Malaeska: the Indian Wife of the White Hunter”, scritta da Ann Sophia Stephens nel 1860 e seguita di lì a poco da “Seth Jones. The Captives of the Frontier” di Edward S. Ellis, che realizzerà poi un’opera biografica sul personaggio di Davy Crockett. Le dime novel avrebbero avuto poi larghissima diffusione negli ultimi decenni del XIX secolo e nei primi del Novecento, conquistando una fetta sempre più larga di appassionati lettori.
La letteratura western si era diffusa anche in Europa, passando per la penna del francese Gustave Aimard, del tedesco Karl Friedrich May, dell’irlandese Mayne Reid e dell’italiano Emilio Salgari, autore di una celebre trilogia sulla Frontiera.
Intanto il cinema, dopo “L’assalto al treno”, aveva fatto passi da gigante. Il merito era soprattutto dei neo-registi Thomas H. Ince, David Wark Griffith e Cecil B. De Mille. Ince curò soprattutto la credibilità dei suoi lavori, utilizzando scenari naturali e arruolando come comparse molti fra gli autentici protagonisti della storia del West, come fece in “Custer’s Last Fight” del 1912, dedicato alla battaglia di Little Big Horn.


Custer’s Last Fight
Per le opere di fantasia, creò una serie di pellicole che ponevano in primo piano la tragedia del popolo pellerossa, come “Il cuore di un’Indiana”. Griffith si mise parimenti in evidenza con lavori di sicura presa sugli spettatori, tipo “La nascita di una nazione” (1914) – lungometraggio di 160 minuti – “Il massacro” e cortometraggi strappalacrime quali “Iola’s Promise” (1912) che ha ancora come protagonista una squaw indiana abbandonata dal marito europeo.
E’ senz’altro condivisibile l’opinione critica che il western maggiorenne sia nato proprio nel 1912, soprattutto per merito della qualità della sua produzione, che negli anni successivi sarebbe stata posta in secondo piano da una serie di film più commerciali, dopo l’apparizione di attori come Tom Mix e più tardi dai cowboy cantanti Roy Rogers, Gene Autry Tex Ritter e Bob Baker, che avrebbero consolidato il sottogenere del singing-western.
Cecil B. De Mille si impose all’attenzione generale per la faraonicità delle scene e l’impressione visiva che esse potevano trasmettere al pubblico, ma anche per l’aria da tragedia greca che seppe conferire ad alcuni suoi film, quale “The Squaw Man”, girato nel 1913 e distribuito nel febbraio dell’anno seguente, con un elevato incasso di 245.000 dollari. De Mille portò sullo schermo anche la prima versione cinematografica del romanzo di Wister, mediometraggio di 55 minuti ultimato nel 1913. Attivo alla regia fino alla metà degli Anni Cinquanta, avrebbe poi diretto alcuni dei più classici western della tradizione: “La conquista del West” (1936) “La via dei giganti” (1939) “Giubbe Rosse” (1940) e “Gli invincibili” (1947).
Mentre in letteratura emergevano scrittori del calibro di Zane Grey, lungo il solco tracciato dai pionieri del western cinematografico si facevano strada i registi James Cruze (“I pionieri”, 1923) Victor Fleming (“Il Virginiano”, nella riedizione del 1929) King Vidor (“Billy the Kid”, 1930) “Raoul Walsh (“Il grande sentiero, 1930) Wesley Ruggles (“Cimarron”, 1931) e John Ford (“Ombre rosse”, 1939).


Un’immagine tratta da Il Virginiano
Nel 1931 il western si era già aggiudicato i suoi primi 4 Academy Award, ma molti altri ne sarebbero arrivati in seguito, qualificando sempre più il genere e conferendogli una dimensione universale.

I PRIMI OSCAR

L’Academy Award, meglio noto come Oscar, venne istituito da un’associazione denominata Academy of Motion Picture Arts and Sciences, composta da membri del mondo dello spettacolo e della critica ed è rappresentato da una statuetta placcata in oro 24 carati del valore commerciale che sfiora i 300 dollari. Il suo valore simbolico è però assai più elevato, trattandosi del maggiore riconoscimento assegnato ad un film, un regista, un attore, uno sceneggiatore o per altri meriti di una pellicola. La premiazione può riguardare sia film di produzione americana che straniera.
La sua prima assegnazione, in una cerimonia svoltasi all’Hollywood Roosevelt Hotel di Los Angeles, risale al 16 maggio 1929, da una commissione presieduta dal famoso attore Douglas Fairbanks, interprete, fra le tante pellicole in cui recitò, de “I banditi del West” nel 1916 e “Il segno di Zorro” nel 1920.
In quella sessione venne conferito anche il primo Oscar a Warner Baxter, quale miglior attore protagonista del film “Notte di tradimento” (titolo originale “In Old Arizona”) diretto da Irving Cummings e Raoul Walsh l’anno precedente. Il lungometraggio, della durata di 95 minuti, fu anche il primo film sonoro della storia del cinema western. Narrava di un fuorilegge soprannominato Cisco Kid (Baxter) antesignano degli eroi “negativi” celebrati anni più tardi da John Ford, Delmer Daves e Clint Eastwood, che dopo aver fallito una rapina alla diligenza della Wells & Fargo, va incontro ad una serie di peripezie e di avventure amorose prima di dileguarsi nella sconfinata estensione della prateria, anticipando anche la leggenda del cavaliere solitario di cui il western si sarebbe nutrito diverse volte. La pellicola ebbe altre 4 nomination per il miglior film, la miglior regia di Cummings e la fotografia di Arthur Edeson.


In Old Arizona
Forse, se il premio fosse stato istituito prima, qualche riconoscimento sarebbe toccato inevitabilmente a più di un lavoro di Ince, Griffith e De Mille, ma, come si dimostrerà nel corso degli anni, non sempre la bravura, la capacità e l’originalità avrebbero assicurato adeguate gratificazioni ad un film, ai suoi produttori e registi, agli interpreti e all’abilità tecnica dimostrata da scenografi, fotografi o compositori di colonne sonore.
Trascorsero soltanto tre anni prima che il western cinematografico si aggiudicasse nuovi premi. Nel 1932 fu infatti la volta di un’opera imperniata sulla biografia di un uomo – Yancey Cravat – che si costruisce un futuro nell’Oklahoma aperto alla colonizzazione nel 1889, per terminare nel 1915, quando il protagonista muore in Europa nel corso della Prima Guerra Mondiale. “Cimarron”, diretto da Wesley Ruggles e distribuito nel 1931, ottenne 7 nomination e si assicurò 3 Oscar: per il miglior film in concorso, la miglior sceneggiatura a Howard Estabrook e la miglior scenografia di Max Rèe. La storia, adattata da un romanzo di Edna Ferber del 1929, ebbe un importante remake nel 1960, sotto la regia di Anthony Mann e l’interpretazione di Glenn Ford (Cravat) e Maria Schell (la moglie Sabra) ottenendo 2 nomination – miglior scenografia di George W. Davis e Addison Hehr e per quello miglior sonoro – ma nessun Academy Award.
Il western si era comunque seduto in cattedra, affrancandosi finalmente dall’accusa di costituire un genere minore o semplicemente una variante dei film d’avventura. Per aggiungere nuovi allori sarebbero dovuti trascorrere 8 anni, quando “Ombre rosse” (“Stagecoach”, 1939) di John Ford, candidato a 7 nomination, avrebbe portato a casa 2 Oscar per il miglior attore non protagonista – Thomas Mitchell, l’indimenticabile medico ubriacone Josiah Boone, bandito dalla città per le sue continue intemperanze – e la miglior colonna sonora a Richard Hageman, coadiuvato da altri tre collaboratori. Il film diventerà presto un’icona del western e viene tutt’oggi ritenuto il punto più alto mai raggiunto dal genere. Un anno dopo, altre due pellicole, “Giubbe Rosse”, diretto da Cecil De Mille e “L’uomo del West”, di William Wyler, entrambi interpretati da Gary Cooper, ottennero il medesimo riconoscimento: il primo per il montaggio assegnato a Anne Bauchens; il secondo per la parte interpretata magistralmente da Walter Brennan, miglior attore non protagonista.
Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, molte altre soddisfazioni avrebbero sostenuto e stimolato la creatività e l’impegno degli operatori del genere, sempre più amato da bambini, ragazzi e adulti.

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