The Hateful Eight

Il poster del film
The Hateful Eight è una sorpresa perché è il primo western dichiarato che viene sposato ad altri due generi. Non ad uno, dunque, ma a ben altri due: il giallo e l’horro-splatter. In questo senso è un film che nessuno potrebbe attribuire ad altri se non a Quentin Tarantino. Potremmo dire che è la sua quintessenza cinematografica: narrazione non lineare, attori feticcio, esplosioni impressionanti di violenza, verbosità, sangue ovunque. “The Hateful Eight” è quel tipo di film che si camuffa da western, ma che tocca ben altre corde e interessi dell’appassionato di cinema… gli offre un caffè bollente mentre gli punta il grilletto alla tempia. Ma qual è l’essenza di questo film western? L’incredibile groviglio di personaggi, di aneddoti, di storie e di circostanze, unitamente al turpiloquio, all’abbondanza di sangue, alle citazioni. Tarantino ci mette all’oscuro di tutto, usando personaggi che disquisiscono a lungo su fatti che lo spettatore ignora completamente; entrano nei particolari, divagano, sciorinano lentamente nodi focali del discorso, costringendoci a seguire il dialogo e appassionarsi alla storia.
La sceneggiatura è la chiave del successo dei film di Quentin Tarantino e questo non fa eccezione.
Nonostante le numerose critiche, l’ottavo film di Tarantino si lascia guardare.
Perché Tarantino è sempre Tarantino. Quando si parla di Quentin Tarantino l’elettricità nell’aria si avverte fin dal momento in cui comincia una sua nuova produzione o semplicemente quando esce un teaser di un suo film; quando si tratta di Quentin senti il fischiettio di “Kill Bill” che ti accompagna lungo il percorso fino alla sala cinematografica dove echi e rumori ricordano l’odore di polvere da sparo di “Django” e “Bastardi Senza Gloria”, dove i discorsi tra le persone prima del film ti rimandano ai dialoghi di “Pulp Fiction” e “Le Iene”.

Non cambia il suo stile, fedele e coerente fin dal primo film, mantiene il fascino originale, giocando sull’unità di spazio, sulla suspense, sui flashback rivelatori, dipanati attraverso una struttura narrativa peculiare e non lineare, con una divisione in capitoli, l’attenzione alla fotografia, le pistole pericolosamente incrociate tra i protagonisti.
Fondamentali sono i personaggi, otto, tutti ampiamente detestabili. Gli attori, tra cui Samuel L. Jackson, Michael Madsen, Tim Roth, Kurt Russell, vengono aggregati nello stesso luogo per via di una bufera: una situazione ideale per dare il via alla non semplice definizione dei ruoli, alla convivenza forzata ed al relativo diluvio di parole utile per ammazzare il tempo.
Che poi si ammazzi anche la gente, è quasi obbligatorio se dietro la macchina da presa c’è il regista del Tennessee. Così come appare evidente che le sofferenze non possano essere brevi o i sintomi della morte mai edulcorati. Tuttavia stavolta la misantropia prende il sopravvento e la crudeltà la fa da padrone, rubando la scena perfino alle invenzioni di scrittura, alla scenografia accattivante, alla fotografia (aiutata dalla citata Ultra Panavision) folgorante, alle musiche (Oscar al Maestro Morricone) decisamente memorabili.

“The Hateful Eight” è un film dall’intensità quasi insopportabile, sopratutto per merito del compositore italiano. Cambia spesso il registro, la voce fuoricampo istiga lo spettatore, la divisione in capitoli inneggia a nuovi scenari, ma soprattutto gli equilibri tra i personaggi cambiano di continuo, alimentando perennemente quella teoria del sospetto che mette tutti contro tutti e intima allo spettatore di schierarsi. Ma la furba organizzazione narrativa di Tarantino non può fallire (per esempio il rapporto di Minnie coi messicani è una informazione che lo spettatore non può sapere a prescindere), per cui è chiaro che il sensazionalismo non può scemare.
Probabilmente per molti appassionati del genere western classico non è un bel vedere, ma senza dubbio un’opera dell’ingegno avvincente e clamorosa, come al solito astuta e con tanto mestiere, con la farina del proprio sacco che Tarantino sparge a piene mani sul set. E questo fa passare in secondo piano il fatto che il regista è violento, misantropo, maniacale e morboso; chi ama Tarantino ama anche i suoi film.

La trama:
Qualche anno dopo la Guerra civile americana, una diligenza si fa strada nel paesaggio invernale del Wyoming. I passeggeri, il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e la latitante Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), sono diretto verso la città di Red Rock, dove l’uomo, meglio conosciuto come “The Hangman”, consegnerà la ricercata alla giustizia. Lungo la strada, incontrano due sconosciuti: il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un nero ex soldato dell’Unione divenuto un famigerato cacciatore di taglie, e Chris Mannix (Walter Goggins), un rinnegato del sud che sostiene di essere il nuovo sceriffo della città. A causa di una bufera di neve, i quattro trovano accoglienza presso un rifugio di montagna, dove ad attenderli non vi sono i proprietari ma quattro facce che non hanno mai visto prima. Bob (Demian Bichir), colui che si occupa del locale in assenza della proprietaria in visita a sua madre, è lì rintanato con il boia Oswaldo Mobray (Tim Roth), con il cowboy Joe Cage (Michael Madsen) e con il generale confederato Sanford Smithers (Bruce Dern). Mentre la tempesta divampa, gli otto viaggiatori impareranno come la loro destinazione non sia così facile da raggiungere. Tra tradimenti e inganni, dovranno cercare di sopravvivere alla situazione.

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