La storia di Metacomet, Re Filippo

A cura di Pietro Costantini

Metacomet
Metacomet, capo dei Wampanoag, fu il solo Indiano in America cui i colonizzatori inglesi diedero il titolo di “Re”. Il perché a nessun altro dei Nativi fosse stato assegnato questo titolo, o come avvenne che venisse attribuito proprio a Metacomet – “Re Filippo” – non è dato saperlo.
I Wampanoag erano una Nazione indiana stanziata in quello che è ora il Massachusetts sud orientale e nel Rhode Island, ad est della Narragansett Bay. Qualcuno di loro viveva anche a sud, nelle grandi isole di Nantucket e Martha’s Vineyard. Quattro secoli fa, Massasoit, il padre di Metacomet, era il grande sachem dei Wampanoag. Il suo popolo non era costituito da un’unica tribù unita, e non aveva stati, città e paesi con governatori, sindaci e consiglieri, come abbiamo noi. E neanche vivevano in stretta relazione reciproca o votavano per funzionari comuni. Avevano infatti villaggi molto piccoli.
Poche famiglie riunivano i loro wigwam e vivevano approssimativamente allo stesso modo della gente che vive in campeggio d’estate.
Generalmente, tra i Wampanoag, ogni wigwam era occupato da una singola famiglia. I capi famiglia dei diversi wigwam si riunivano occasionalmente e si consultavano su determinati argomenti che sembravano loro importanti. Tutti coloro che erano presenti a questi incontri avevano diritto ad esprimere la propria opinione sull’argomento in discussione, ed ogni volta che l’avessero desiderato. Tutti parlavano con calma, senza retorica e senza preparare il discorso. Parlavano di ogni argomento fosse loro aggradato e per quanto tempo avessero voluto.
La persona più illustre del villaggio era chiamata ”capo” del villaggio. Il suo consiglio e la sua opinione erano generalmente seguiti, ed egli governava il popolo in maniera non invasiva.
Gli Indiani di diversi villaggi erano qualche volta riuniti in una piccola tribù ed erano governati da un sachem. Questo capo non aveva potere su una parte rilevante del territorio. Generalmente nessuno degli individui sotto la sua giurisdizione viveva a più di otto – dieci miglia di distanza dalla sua sede. Il suo governo durava finché a lui fosse piaciuto e non era soggetto a costituzione o parlamento di alcun genere. Infatti egli era più un comandante che un governante. Ciononostante, un capo saggio non faceva nulla di rilevante senza consultarsi prima con i vari capi-villaggio della sua tribù. Nella tribù il capo occupava una posizione leggermente più alta di quanto aveva nel suo gruppo il singolo capo-villaggio. Egli dirimeva le dispute, e dirigeva una rudimentale forma di tribunale, dove la giustizia era accordata in ciascun caso secondo i meriti. Inoltre mandava e riceveva messaggeri dalle altre tribù.


Le tribù algonchine del Massachusett, con le loro suddivisioni in sotto tribù

Poiché diversi villaggi erano uniti in una singola, piccola tribù, così anche diverse di queste piccole tribù erano liberamente e blandamente riunite insieme, sotto la guida di un grande sachem.
Le differenti tribù Wampanoag che prestavano fedeltà a Metacomet e a suo padre, Massasoit, erano in numero di cinque, oltre le piccole bande delle isole di Nantucket e Martha’s Vineyard. Il villaggio dove viveva il grande sachem era chiamato Pokanoket.
Massasoit aveva parecchi figli. Il primogenito si chiamava Wamsutta, mentre il secondo era Metacomet. Negli anni seguenti gli Inglesi attribuirono loro i nomi di Alessandro e Metacomet rispettivamente, per avere minori difficoltà di pronuncia.
Non conosciamo la data esatta della nascita di Metacomet: gli Indiani non davano al tempo l’importanza che diamo noi, e neanche si preoccupavano di chiedere a nessuno la sua data di nascita. E’ probabile, comunque, che Metacomet fosse nato prima del 1620, l’anno in cui i Pellegrini si stabilirono vicino ai Wampanoag.
La giovinezza di Metacomet passò nei giochi con fratelli e sorelle, e con i figli dei suoi vicini; sebbene fosse il figlio di un grande sachem, non aveva nessun privilegio speciale nei confronti degli altri bambini che giocavano con lui.
Mentre la mamma è al lavoro…
A quel tempo si era abituati a pensare ad un principe come ad una persona che lavorava molto poco; ci si aspettava che fosse occupato in banchetti, che indossasse un’uniforme militare con una bella spada al fianco e molte medaglie sul petto, sempre circondato da servitori, e con tutti che si inchinavano di fronte a lui, pronti ad eseguire i suoi ordini. Nel caso di Metacomet era molto diverso. Egli non viveva in modo migliore rispetto agli altri membri della sua tribù. Aveva un’abitazione non migliore né peggiore delle altre del villaggio.
Il suo cibo era della stessa qualità, la quotidianità era la stessa di tutti gli altri. Non indossava uniformi, non aveva mai sentito nominare medaglie o mostrine, non aveva servitori. Suo padre differiva dagli altri Indiani solo perché era il loro capo in tempo di guerra e perché veniva cercato ogni volta che i capi della tribù tenevano incontri o consigli. Nella sua casa non c’erano giocattoli, carriole o dolciumi. Non vi erano smancerie con i genitori, perché gli Indiani erano un popolo quieto e sobrio e raramente mostravano l’affettività verso i figli. Fin da quando era piccolo il bambino non riceveva mai molta attenzione da parte del padre. Se ne prendeva cura la madre. Non fu mai fatto oscillare nella culla, ma posto in una specie di borsa di larghi pezzi di corteccia, con all’interno della morbida pelliccia. Qualche volta veniva trasportato sul dorso della madre, quando lei andava al lavoro, e talvolta veniva appeso al ramo di un albero.
La piccola casa in cui viveva era il wigwam. Era di forma circolare oppure ovale, fatta di corteccia o di pelli adagiate su un’impalcatura di piccoli pali. Questi pali erano fissati sul terreno ad un’estremità. E venivano legati insieme alla sommità, formando una copertura in qualche modo somigliante ad una tenda. Due aperture agli opposti lati del wigwam servivano da porte. Queste erano chiuse da pelli quando era necessario, rendendo così il luogo caldo e accogliente. Il wigwam aveva una sola stanza. Nel centro c’erano alcune pietre che servivano da caminetto. Non esisteva il camino di tiraggio, ma il fumo usciva da un’apertura praticata alla sommità dell’abitazione. Su un lato del caminetto stava un grande “letto”, fatto con ruvide assi sollevate di circa 30 centimetri dal terreno e coperte con stuoie o pelli. Il letto era molto largo, di modo che Metacomet e gli altri bambini di notte potessero dormirvi stesi fianco a fianco. Nella stanza non vi erano altri accessori. Alle pareti erano appesi alcuni canestri pronti per l’uso. Come ornamenti erano piazzate alcune stuoie. I piatti destinati a contenere il cibo erano rudimentali vasi fatti di creta cotta, pezzi di corteccia o di pietra incavata, quando non di legno. Vi era poca voglia di tenere il wigwam pulito e ordinato: era usato solo per pochi mesi, e poi abbandonato per uno nuovo che era stato edificato nelle vicinanze. In estate era usuale erigere il wigwam in uno spazio aperto. In inverno veniva eretto in un fitto bosco a protezione da venti e tempeste.
Simile a quella descritta era l’abitazione nella quale crebbe Metacomet. Differiva ben poco da quelle dei suoi compagni di gioco, perché non vi era aristocrazia fra gli Indiani. In generale il posto dove Massasoit viveva assieme alla sua famiglia si trovava nelle vicinanze dell’odierna Bristol, su una stretta striscia di terra che si proietta nella Narragansett Bay. La zona oggi ha il nome di Mount Hope, a circa quindici miglia a sud est di Providence, Rhode Island.
A prima sera, nei giorni della sua giovinezza, Metacomet era lieto di sedersi vicino al campo attorno al fuoco, dove i membri della tribù erano soliti radunarsi. Lì ascoltava avidamente le storie d’avventura raccontate dagli anziani, e desiderava essere abbastanza grande da partecipare alle attività che essi descrivevano in modo così interessante. Sebbene non ci si aspettasse che i bambini prendessero la parola in presenza degli anziani, Metacomet dimostrò spesso il suo interesse per i loro racconti, facendo molte domande riguardo ai luoghi visitati dagli Indiani più anziani.
In quei giorni, le notizie viaggiavano lentamente da un villaggio all’altro: non vi erano strade, e anche i sentieri attraverso i boschi erano così poco usati che era difficile trovare la direzione da un posto all’altro. In quei luoghi gli Indiani non tenevano animali di nessun tipo, e da un posto all’altro si spostavano sempre a piedi. In una piacevole serata del giugno 1620, il piccolo Metacomet rilevò che c’era meno interesse del solito per i soliti racconti, e che gli Indiani sembravano grandemente interessati ad una lunga storia che uno di loro stava raccontando. Egli non poteva capire il racconto, ma udì spesso le parole Squanto e Inglese. Queste per lui erano parole nuove. La sera dopo, mentre Metacomet e suo fratello erano seduti accanto al fuoco, chiesero a loro padre quale era il motive per cui gli Indiani erano così seri nel loro parlare, e di che cosa trattava quel lungo racconto.
Il padre rispose:«Squanto è tornato a casa».
«E chi è Squanto?» chiese Metacomet.


Villaggio Wampanoag arcaico

Allora il padre gli raccontò una storia, che può essere riassunta così:
molti anni prima della nascita di Metacomet, era arrivata una nave dal mare. Era più grande di qualunque natante gli Indiani avessero mai visto.
Le sole imbarcazioni di cui Metacomet sapesse qualcosa erano piccolissime, ed erano chiamate canoe. Erano fatte sia di cortecce di betulla legate ad una leggera incastellatura di rami d’albero, o di tronchi che erano stati incavati bruciandoli col fuoco. Ma la barca che era arrivata attraversando il mare era più grande di molte volte rispetto a qualunque di quelle – così spiegò Massasoit ai ragazzi – ed era predisposta per trasportare molte persone. Invece di essere spinta in avanti da pagaie, era guidata dai venti per mezzo di grandi pezze di stoffa, distese tra lunghi e forti pali di legno. Gli Indiani non si recarono sulla spiaggia, ma osservarono questa imbarcazione dalle colline situate nell’interno, ad una certa distanza dal mare. Alla fine il vascello si fermò ed alcuni degli uomini scesero a terra. Gli Indiani, attoniti, guardavano gli stranieri: la loro pelle era di un colore pallido, biancastro, molto diverso da quello dei Nativi, che era di un color argilla rame o rossastra. Gli uomini bianchi, o visi pallidi, quando Massasoit li chiamò, fecero segni di amicizia verso gli Indiani e dopo pochi minuti li convinsero a scendere sulla spiaggia. Così i due popoli cominciarono a commerciare tra loro. Gli Indiani davano pellicce e pelli, ricevendo in cambio perline e bigiotteria di vario genere.


Ricostruzione del primo contatto fra i Pellegrini e gli Indiani

Quando la nave se ne andò portò con sé cinque Indiani che erano stati attirati a bordo, senza permettere che potessero tornare a terra. Da allora, di questi Indiani non si era più avuta notizia, ed erano ormai passati quindici anni. Gli occhi del piccolo Metacomet si sgranavano, ed istintivamente stringeva i pugni al pensiero dell’errore che era stato commesso dal suo popolo con le facce pallide. Suo padre continuò con la storia, e raccontò di come gli Indiani avessero giurato vendetta contro gli uomini bianchi; infatti era costume dei Nativi punire chiunque avesse commesso un atto ostile nei confronti di uno dei loro.
Di tempo in tempo, altre navi visitarono quelle spiagge, ma nessun Indiano poté mai più essere indotto a salire a bordo di una di esse. Nove anni dopo venne commesso un altro oltraggio. Mentre commerciavano con gli Indiani, improvvisamente i Visi Pallidi si impadronirono di ventisette di loro, li portarono sul vascello e salparono portandoseli via, prima che potessero essere salvati. C’è da meravigliarsi se Metacomet era convinto che i Bianchi fossero i suoi nemici naturali? Dopo quella volta, disse Massasoit, gli Indiani avevano rifiutato ogni trattativa coi Bianchi. Ogni volta che giungeva in vista una nave degli uomini bianchi, gli Indiani si preparavano a colpire chiunque sbarcasse sulla spiaggia. E adesso era arrivato sulla costa un altro vascello dei Bianchi, e molti membri dell’equipaggio erano sbarcati a terra a dispetto di tutto ciò che poteva essere fatto per impedirlo. Con grande sorpresa degli uomini di Massasoit, c’era un Indiano con quei Visi Pallidi. E quell’uomo si rivelò esse Squanto, uno dei cinque rapiti di quindici anni prima. Questo è solo un accenno di quello che Massasoit disse ai suoi figli. Ai ragazzi sembrava come una favola, e per giorno essi non parlarono d’altro che di questa strana storia.
Nel corso dell’estate seguente il giovane Metacomet udì più di una volta storie interessanti riguardo agli Inglesi. Lo stesso Squanto si recò parecchie volte a trovare Massasoit e da lui Metacomet udì la storia delle sue avventure attraverso il mare. All’inizio dell’autunno, ben prima che Metacomet avesse perso interesse alle storie di Squanto, un’altra nave inglese arrivò sulla costa della patria degli Indiani. L’undicesimo giorno di novembre 1620 la nave si ancorò vicino a Cap Code. Ne sbarcarono sedici Facce Pallide. Essi non si comportarono come gli altri che li avevano preceduti. Non fecero alcun tentativo di fare conoscenza con gli Indiani, ma passavano il tempo a guardarsi attorno ed esaminare il paese.
Gli uomini sbarcati trovarono alcuni contenitori con del mais che erano stati immagazzinati per l’inverno da un Indiano, e li portarono sulla nave. Questo contrariò gli Indiani e possiamo immaginare ciò che passò per la mente al ragazzo Metacomet quando egli udì che gli Inglesi avevano rubato il mais che apparteneva a un povero Indiano, uno degli amici di suo padre. Gli Indiani parlarono del fatto attorno al fuoco dell’accampamento e il piccolo Metacomet ascoltò la storia con altrettanta ansia di quando aveva ascoltato la storia di Squanto, sei mesi prima. Circa una settimana più tardi arrivarono nuove notizie a Mount Hope. I Visi Pallidi avevano visitato la spiaggia una seconda volta e in questa occasione avevano rubato una borsa di fagioli e ancora del mais. La rabbia di Metacomet crebbe nell’udire suo padre parlare del nuovo furto a danno di Indiani.
Nei giorni seguenti Metacomet udì ulteriori notizie sugli Inglesi. Erano sbarcati una terza volta. Gli Indiani li avevano controllati a distanza. Finalmente, quando capitò l’occasione buona, trenta o quaranta Nativi circondarono silenziosamente le Facce Pallide e, al segnale convenuto, ciascuno di loro cominciò a lanciare urla al massimo delle sue possibilità vocali e a tirare frecce contro gli odiati visitatori. Per un certo tempo sembrò che i Visi Pallidi sarebbero stati respinti in acqua. Ma presto reagirono con i loro fucili, e gli Indiani fuggirono, spaventati dal rumore di quelle armi. Metacomet fu grandemente interessato dalla descrizione che fu fatta del fucile. Non ne aveva mai sentito parlare prima e pensò che fosse molto strano che tutti potessero essere spaventati da piccoli pezzi di piombo. Non poteva sapere perché non era facile schivare le pallottole come era facile scansare le frecce.
Una o due settimane dopo ulteriori nuove notizie arrivarono al villaggio di Massasoit. Le Facce Pallide avevano lasciato Cape Cod e avevano navigato attraverso la baia fino a Patuxet (che gli Inglesi battezzarono Plymouth). Qui erano sbarcati e avevano costruito alcune capanne, con l’evidente intenzione di fermarsi per qualche tempo.
Questa era una cosa che gli Indiani non potevano capire. Ogni giorno qualcuno di loro andava sulla sommità della collina che sovrastava il piccolo insediamento per vedere che cosa gli Inglesi stessero facendo. Poi tornavano a Mount Hope con sempre qualcosa di nuovo da raccontare sui Visi Pallidi, e Metacomet ascoltava con attenzione qualunque racconto fosse riferito. Nell’inverno gli Indiani tennero numerosi Consigli, ai quali Metacomet era sempre presente, ed infine uno di loro, di nome Samoset, venne mandato a Plymouth per chiedere agli Inglesi il perché si fossero insediati in quella terra che apparteneva, di diritto, agli uomini rossi.
Samoset ritornò pochi giorni dopo. Fece la sua relazione attorno al fuoco del campo; il piccolo Metacomet, come sempre, poneva grande attenzione a ciò che veniva detto. Samoset disse che I Visi Pallidi erano stati molto gentili con lui, e gli avevano comunicato di essere giunti in questo paese per abitarvi, di voler vivere nella massima amicizia con gli uomini rossi, e che era loro desiderio pagare non solo per il mais e i fagioli che avevano portato via, ma anche per la terra sulla quale avevano costruito il loro villaggio. Alla fine di questo racconto gli Indiani espressero soddisfazione per il comportamento delle Facce Bianche; Metacomet cominciò a pensare che forse gli Inglesi non erano così cattivi come egli aveva pensato che potessero essere. Samoset fu di nuovo inviato dai coloni per comunicare loro che Massasoit e alcuni suoi amici avrebbero avuto piacere di incontrarli per un colloquio sulle molte cose che altrimenti sarebbero potute diventare causa di disaccordo fra di loro. Il messaggero ritornò portando la notizia che gli Inglesi avevano accolto caldamente l’opportunità di incontrare gli Indiani e si erano offerti di incontrarli già il giorno seguente.
Il giorno dopo, Massasoit e sessanta dei suoi guerrieri si recarono in visita dagli Inglesi. Essi non entrarono nel villaggio inglese, ma si fermarono sulla cima della collina che si trovava nelle vicinanze. Con loro non c’era Metacomet: a quel tempo era ancora troppo giovane per allontanarsi tanto da casa. Comunque possiamo immaginare i suoi sentimenti quando vide suo padre partire per il viaggio con i guerrieri.


Gli Inglesi accolgono Massasoit

I guerrieri erano vestiti con costumi che apparivano davvero strani. Il loro abbigliamento era costituito dalla ruvida pelle di animali selvatici. I piedi erano protetti da mocassini di pelle di daino. Ognuno di loro era alto, eretto, dinamico, con lunghi capelli neri che ricadevano sul dorso. Nessuno aveva deformità fisiche, perché era costume delle tribù uccidere ogni bambino che fosse nato sordo, cieco, zoppo o ritardato. Tutti erano ornati con decorazioni personali, che non consistevano in oro, argento, pietre preziose, perché non conoscevano queste cose. I loro ornamenti erano orecchini, anelli da naso, bracciali e collane, costruiti con conchiglie, ossa di pesce o pietre luccicanti, che nei dintorni erano molto comuni. Le facce erano impiastricciate da pesanti strati di colore. Tutti avevano un mantello attorno alle spalle, e indossavano copricapi formati da piume o aculei. A Metacomet sembrava di non aver mai visto nulla di così imponente. Possiamo immaginare con quale entusiasmo Metacomet ascoltò la storia che suo padre raccontò quando tornò a casa: come i coloni uscirono ad incontrarlo sulla collina, e gli regalarono tre coltelli, una cintura di rame e un orecchino, oltre a molte buone cose da mangiare, molto diverse da qualunque cosa egli avesse assaggiato fino a quel momento.
Poi Massasoit descrisse il trattato che aveva concluso con i visi pallidi, con il quale i coloni e i Wampanoag si erano accordati per restare amici e per aiutarsi a vicenda in ogni modo che avessero potuto. Per rendere il trattato il più forte possibile, le facce pallide lo avevano scritto sulla carta e vi avevano scritto i propri nomi. Gli Indiani non sapevano leggere e scrivere. Era qualcosa di cui non avevano mai sentito parlare. Ma essi disegnarono rozze figure alla fine dello scritto e affermarono che quei dipinti erano i loro nomi.
Metacomet non si stancava mai di ascoltare storie sui visi pallidi. Egli era ancora troppo giovane per essere accettato negli insediamenti dei Bianchi, ma aspettava un’occasione per entrare in contatto con loro.
Un giorno di mezza estate dell’anno 1621, circa quattro mesi dopo la stipula del trattato fra gli Indiani e i Visi Pallidi, nel piccolo villaggio nativo di Mount Hope arrivarono sei guerrieri con due uomini, che Metacomet riconobbe subito come uomini bianchi. Non erano alti come gli Indiani, erano più grassi e avevano le facce coperte dalla barba. Massasoit li riconobbe immediatamente, perché erano stati parte del gruppo che lui aveva incontrato a Plymouth. Erano venuti a fargli una visita amichevole, e gli avevano portato un mantello di cotone rosso e una cintura di rame. Metacomet era molto felice di vedere le facce pallide, delle quali aveva sentito così tanto parlare. Ascoltò le loro storie, rispose alle loro domande riguardo alle usanze indiane, imparò tutto quello che poté circa le loro case e i loro costumi. Dopo questo, i coloni invitarono gli Indiani molte volte, e presto Metacomet divenne ben conosciuto fra loro.
Nel corso dei mesi successivi arrivarono molti uomini bianchi dall’Inghilterra, che si stabilirono a Weymouth, poche miglia a nord di Plymouth. Questi nuovi coloni non erano così onesti come quelli che si erano stabiliti a Plymouth. Essi derubavano gli Indiani e li offendevano in altri modi, suscitando il loro malcontento contro i Bianchi in tutta la regione. Ma prima che passassero all’azione, Massasoit si ammalò. Venne chiamato l’uomo della medicina. Questi era il medico della tribù e aveva imparato le virtù mediche di poche semplici erbe. Sapeva come fasciare strettamente le ferite con certe preparazioni di foglie, ed era anche in grado di curare la febbre. Egli eseguiva molte cerimonie magiche a base di grida, gemiti e ululati di vario genere. Se il malato guariva, l’uomo di medicina prendeva tutto il merito; se il paziente moriva, l’uomo della medicina asseriva che se ne era impadronito totalmente il cattivo spirito. Ma l’uomo di medicina non poté aiutare Massasoit. Metacomet, al capezzale di suo padre, lo osservava aggravarsi di giorno in giorno. Ricordava come, solo pochi anni prima, il vaiolo si era portato via un gran numero di Indiani, e ora cominciava a pensare che anche i giorni di suo padre fossero contati.


Il vaiolo tra gli Indiani

Ma un giorno un viso pallido, uno dei capi della colonia di Plymouth, arrivò al villaggio degli Indiani. Allontanò l’uomo della medicina e si prese cura di Massasoit egli stesso. Gli diede medicine, lo nutrì con alimenti prelibati e lo portò lentamente a ristabilirsi in salute. Massasoit fu così grato per la gentilezza dimostratagli che disse alle Facce Pallide che c’erano Indiani che tramavano contro di loro. I Bianchi di Weymouth furono mandati via e i visi pallidi di Plymouth continuarono a vivere nell’amicizia più salda con i Wampanoag.
Negli anni che seguirono Metacomet acquisì grande familiarità con i Bianchi e, benché non li avesse mai amati, aveva grande rispetto per la loro saggezza. Nei vent’anni successivi arrivarono molti altri uomini bianchi a stabilirsi nelle terre dei Wampanoag o nelle vicinanze. Nel frattempo, Metacomet era cresciuto fino alla maggiore età e riceveva la stessa educazione riservata agli altri giovani della tribù. L’educazione era molto differente da quella che davano i Bianchi ai loro giovani. Non imparò l’”abc” e nemmeno le tabelline; non imparò mai a leggere e scrivere; non sapeva nulla della scienza, non sapeva tener di conto o avere un’idea del tempo come lo intendiamo noi. La sua educazione aveva caratteristiche differenti, e mirava a renderlo valoroso, forte, coraggioso e capace di sopportare il dolore, perché gli Indiani pensavano che queste cose fossero della massima importanza. Gli venne insegnato a sopportare le più orribili torture senza un lamento o un segno di angoscia. Si batteva le gambe con bastoni, e correva attraverso rovi spinosi in modo da abituarsi alla sofferenza. Poteva correre molte miglia in un giorno e, senza fermarsi, tornare nei due giorni successivi. Giunto all’età adulta, venne bendato e portato nei boschi lontano da casa, in un posto dove non era mai stato prima. Lì fu lasciato con nient’altro che un’accetta, un coltello, arco e frecce. L’inverno gli stava davanti, e ci si aspettava che lui lo avrebbe superato. Se non fosse stato in grado di farlo, sarebbe stato meglio per lui morire subito.


Accampamento Wampanoag

Metacomet passò un inverno solitario lontano da casa. Molte volte desiderò di tornare al wigwam di suo padre, dove poteva discorrere con i suoi genitori, i fratelli e gli amici e venire a conoscenza delle mosse delle facce pallide. Ma egli sapeva che se fosse ritornato al piccolo villaggio prima della fine dell’inverno, sarebbe stato bollato come codardo, e non sarebbe mai stato considerato degno di succedere a suo padre come sachem. Non aveva paura, ma sentiva la solitudine e avrebbe desiderato di parlare ogni tanto con qualcuno. Con l’accetta tagliava piccoli alberi, li trasformava in pali e li conficcava nel suolo. Con il coltello staccava le cortecce dalle piante tagliate e le poneva sopra i pali, in modo da procurarsi un confortevole riparo dai venti e dalle tempeste che egli sapeva sarebbero presto arrivati. Quindi passò diversi giorni a cacciare gli uccelli e gli animali selvatici. Fece lavorare l’arco e le frecce abbastanza da procurarsi sostentamento per tutto il corso dell’inverno, anche se gli occorsero avventure di ogni genere: più di una volta si coricò la sera senza essere riuscito a toccare cibo per tutto il giorno. Incontrò molti animali selvatici e pericolosi, per cui in diverse occasioni scalò alberi, si rifugiò in grotte o corse più velocemente che poteva per allontanarsi il più possibile dalla loro strada. Ma egli aveva una volontà di ferro. Sapeva che il figlio del grande sachem dei Wampanoag poteva fare ogni cosa che tutti gli altri Indiani avevano fatto. Così passò il lungo, freddo inverno, coraggiosamente e senza lamentarsi.
In primavera, quando il padre e gli amici andarono a cercarlo, lo trovarono forte e in buona salute. Il lavoro invernale lo aveva reso robusto e vigoroso. Così fu portato a casa e venne preparata una festa in onore del figlio di Massasoit che era tornato a casa più forte di quando era andato via, l’autunno precedente. Nel corso delle due lune seguenti, secondo il conteggio mensile indiano, Metacomet condusse una vita indolente, non facendo lavori di alcun genere. Si prendeva una vacanza dopo la dura vita invernale che aveva condotto da solo nei boschi.
Ma l’educazione non era ancora completa. Il suo corpo era divenuto forte, ma era necessario ora rinforzare la sua costituzione contro i malefici effetti dei veleni. Allora andò di nuovo nella foresta, dove raccolse giornalmente erbe e radici amare e velenose. Poi le tagliava per ricavarne succhi che versava nell’acqua, e beveva la mistura. Poi bevette altri succhi, che agivano come antidoti, prevenendo le malattie o la morte. Faceva questo giorno dopo giorno, finché il suo fisico si abituò ai veleni ed egli riusciva a berli liberamente senza subire alcuna conseguenza. Quindi tornò a casa. La gente diede per lui un’altra grande festa, e cantò e ballò. Ora era considerato un uomo, pronto per sposarsi e avere un suo proprio wigwam. La cerimonia del matrimonio fu estremamente semplice. Non c’erano regali, fiori, invitati, banchetto. Semplicemente Metacomet chiese a una certa donna di andare a vivere con lui. Lei accettò e dal quel momento divenne sua moglie, la sua squaw. Non abbiamo notizia della data del matrimonio, gli Indiani non registravano tali avvenimenti. Possiamo solo dire che esso avvenne subito dopo il suo ritorno dalla battaglia contro i veleni nei boschi.
Dal nostro punto di vista la vita quotidiana di Metacomet era molto monotona. Era sempre la stessa, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Il piccolo villaggio in cui viveva conteneva poco più di cento abitanti, e ognuno di loro conosceva a fondo tutti gli altri. La vita sociale consisteva solo in visite reciproche. Quanto alla religione, i Wampanoag credevano che ci fossero uno spirito buono e uno cattivo, ma non avevano templi né sacerdoti. Non si facevano attività che istruissero la mente, si aveva cura solo di quelle che servivano a rafforzare il corpo, aumentandone la resistenza, o a sviluppare i muscoli o la scaltrezza. Si praticavano il gioco della palla, il lancio degli anelli, la lotta, la corsa e il salto. In qualche occasione si organizzava una danza di guerra, che era condotta in maniera molto solenne: rappresentava una campagna di guerra o una finta battaglia. Dapprima gli Indiani si riunivano, provenendo da varie direzioni. Poi avanzavano furtivamente e in silenzio, come a preparare un’imboscata e aspettando l’arrivo del nemico, infine saltavano fuori, precipitandosi sul nemico, poi si ritiravano e tornavano a casa. La danza terminava con l’accoglienza a casa e la “tortura” e l’”uccisione” dei prigionieri.


Danza rituale – stampa riferita all’anno 1585

In quel periodo le occupazioni di Metacomet erano la caccia e la pesca. Nelle stagioni dell’autunno e della primavera egli passava a caccia almeno tre mesi. In compagnia del fratello o di qualcuno degli amici più intimi, andava alla ricerca di provviste di carne per la famiglia, e di pelli da vendere ai Bianchi o da usare per farne abiti. Raggiunti i territori di caccia, i cacciatori costruivano un grande wigwam per il ricovero durante la notte. Lì venivano anche immagazzinate le pelli degli animali che avevano ucciso. I boschi del New England ospitavano molte alci e altri animali selvatici e generalmente Metacomet tornava al suo piccolo villaggio con carne sufficiente per tutto l’inverno. Di frequente si presentava a casa con almeno cento pelli di castoro. Ma talvolta Metacomet, come tutti, non aveva fortuna. Di quando in quando perdeva la strada nelle foreste, e in una o due occasioni la zattera sulla quale attraversava un fiume trasportando le pelli si era rovesciata, con il risultato di perdere il frutto di tanta fatica. Catturava le sue prede con l’arco o con le trappole, oppure facendole cadere nelle buche che aveva preparato. Finita la stagione della caccia, cominciava quella della pesca. In genere i pesci venivano presi con la rete, sebbene occasionalmente si usassero ami e lenze. Quando non era impegnato in queste attività, o in incontri con Indiani di altre tribù, se ne stava vicino al suo wigwam, dormendo o osservando i lavori della sua squaw. Infatti tutti i lavori che riguardavano il wigwam venivano svolti dalle squaw che, dal punto di vista indiano, erano praticamente delle schiave. Esse rivestivano e foderavano il wigwam, intrecciavano le stuoie e i canestri; piantavano il mais e le verdure e se ne prendevano cura, occupandosi anche del raccolto; cucinavano il cibo, ma ne mangiavano gli avanzi, e dormivano nel lato più freddo del wigwam.
Nel New England molti Indiani non si preoccupavano molto delle loro squaw, e rendevano loro la vita difficile trattandole in malo modo e non mostrando verso di loro né affetto né amore. Ma viene riferito che Metacomet, dal quel punto di vista, era migliore di altri. Egli amava la moglie e la trattava come una compagna di vita, piuttosto che una schiava.
Le donne arrostivano la carne ponendola sulla punta di un bastone sopra il fuoco, oppure la cuocevano su carboni ardenti o pietre calde. La carne bollita si preparava in rudimentali vasi di pietra, terra o legno, contenenti acqua che veniva portata a ebollizione introducendovi pietre roventi. Il solo attrezzo da giardino conosciuto era una specie di zappa, fatta con una grande conchiglia o con l’osso della spalla di un alce, assicurato a un manico di legno. Gli Indiani avevano anche una rudimentale scure fatta con un pezzo di pietra, arrotata preventivamente per mezzo di un’altra pietra, e legata a un manico di legno. Le frecce e le lance avevano punte d’osso o fatte con pezzi triangolari di selce. Tutto questo era fabbricato personalmente dal guerriero a casa sua. Le donne coltivavano il mais, le zucche e i cocomeri, mentre gli uomini andavano a caccia e a pesca. Questi, insieme a nocciole, radici e bacche, erano tutti i cibi di cui l’Indiano necessitava, e Metacomet non faceva eccezione.
Così si svolgeva la vita di Metacomet, anno dopo anno, con qualche piccolo cambiamento ogni tanto. Qualche volta egli incontrava le facce pallide nei boschi o al villaggio di suo padre. Ogni tanto si recava a Plymouth per commerciare con loro e parecchi li considerava suoi amici personali. Lui, suo padre ed altri Wampanoag continuarono a mantenere relazioni di amicizia con gli Inglesi, sebbene diverse altre tribù non lo facessero. Tra gli anni 1628 e 1640 molti Bianchi si stabilirono a quaranta o cinquanta miglia a nord di Plymouth, nei luoghi che oggi si chiamano Boston e Salem, e in altre città e paesi nei pressi della Massachusetts Bay. Altri occuparono l’interno, sul fiume Connecticut, a circa settantacinque miglia ad ovest di Mount Hope, la sede di Metacomet. Vi erano anche nuovi insediamenti a Providence e altri ancora a Rhode Island, a circa ventI miglia a sud di Mount Hope.


La colonizzazione del New England nel XVII secolo

I coloni del Connecticut avevano problemi con i Pequot, una tribù che viveva ad ovest dei Wampanoag. Nella guerra che seguì tutti Pequot vennero uccisi. Anche con i Narragansett, che abitavano vicino a Providence, c’erano contrasti, con scontri che si verificavano ogni uno o due anni e che si prolungarono molto a lungo. Nel corso di questi anni Metacomet e suo padre non fecero nulla che fosse in certo qual modo offensivo verso i coloni. Si rifiutarono di supportare gli altri Indiani nelle guerre contro gli Inglesi, preferendo restare fedeli al loro primo trattato con i Bianchi; e costoro rimasero nei più grandi rapporti di amicizia con loro.
Metacomet non sapeva nulla della religione cristiana. Furono fatti molti tentativi da parte dei Bianchi per convertire gli Indiani alla cristianità. Nel 1646 John Eliot tradusse la Bibbia in lingua indiana, insegnò ai Nativi l’organizzazione inglese dell’industria manifatturiera e dell’agricoltura, e fondò vicino a Boston due paesi abitati interamente da Indiani convertiti. Nello stesso momento, Thomas Mayhew predicava ai Wampanoag di Matha’s Vineyard, convertendone in gran quantità. Nell’anno 1675 quattromila Indiani erano stati convertiti al cristianesimo. Ma i missionari non ebbero successo con Metacomet e i Wampanoag di Mount Hope, che si rifiutarono decisamente di ascoltare i predicatori. Essi preferivano il loro primitivo modello di vita e pensavano che ci fossero molte buone ragioni per effettuare questa scelta. Metacomet notava come molti uomini bianchi che si definivano “cristiani” avevano l’abitudine di derubare gli uomini rossi, e di imbrogliarli ogni volta che potevano. In questo modo non era senz’altro indotto a pensare che la religione cristiana rendesse più felici, più onesti o migliori di quanto egli stesso non fosse. Ancora, egli aveva notato che, non appena gli Indiani erano convertiti, abbandonavano il precedente modello di vita, i loro amici, e si univano agli Inglesi. Ciò tendeva a diminuire il controllo dei capi sulle tribù, e ridurre così il loro potere. Egli comprese così i rischi che potevano derivare da un cambio di religione. Nonostante questo, Massasoit e i suoi figli rimasero fortemente amici della gente di Plymouth fino al 1661, quando lo stesso Massasoit morì, all’età di quasi ottant’anni.
Secondo l’usanza indiana, Wamsutta, il primogenito di Massasoit, succedette a suo padre come Grande Sachem dei Wampanoag. Una delle sue prime iniziative fu di andare a Plymouth, dove fece alcune richieste ai coloni, che le accolsero subito. Poi richiese che gli fosse attribuito un nome inglese, ricevendo l’appellativo di “Alessandro”. Si compiacque tanto di questo nome che ne chiese uno anche per il fratello più giovane, Metacomet. Gli Inglesi lo chiamarono “Filippo”, nome con il quale venne chiamato per il resto della sua vita. Pochi giorni dopo, dieci uomini armati apparvero improvvisamente nel luogo dove Wamsutta e diversi dei suoi seguaci stavano tenendo una festa, e li arrestarono tutti. Wamsutta venne subito portato a Plymouth e accusato di complottare contro gli Inglesi assieme ai Narragansett. Essere catturati con la forza nel loro stesso territorio e costretti ad andare a Plymouth a rispondere ad accuse basate solo su voci, era una nuova esperienza per i Wampanoag. Era una cosa molto diversa dai modi amichevoli con cui essi erano stati trattati in precedenza. Comunque a Plymouth gli Inglesi trattarono Wamsutta molto bene. Non potevano provare nulla contro di lui e perciò ben presto lo rilasciarono. Sulla strada del ritorno, Wamsutta morì.
Poiché Wamsutta non aveva lasciato figli, gli succedette il fratello Filippo. Non ci fu nessuna cerimonia di incoronazione, né cortei, né discorsi, perché in effetti non si trattava di un monarca. Semplicemente gli altri Indiani obbedivano a Filippo come in precedenza avevano obbedito a suo padre e a suo fratello. Filippo e tutti i membri della tribù Wampanoag credevano che la morte di Wamsutta fosse dovuta ad un veleno che gli era stato propinato dai Bianchi quando si trovava a Plymouth. Secondo l’uso indiano, era dovere di Filippo esercitare il diritto di vendetta su coloro che avevano causato la morte di suo fratello. Tuttavia Filippo non fece alcun tentativo di recare offesa in alcun modo alle facce pallide. Ma i Bianchi divennero sospettosi, probabilmente perché sapevano di aver agito male: ben presto convocarono Filippo a Plymouth per rispondere all’accusa di complotto contro di loro.


Morte di Wamsutta

Nella circostanza Filippo agì in maniera molto leale. Invece di nascondersi nella foresta, come avrebbe potuto fare facilmente, si recò a Plymouth. Là ebbe un lungo colloquio con i Bianchi, negando di aver complottato contro di loro. Dimostrò che era contro il suo stesso interesse avere qualunque contrasto con loro e, come prova delle sue buone intenzioni nei loro riguardi, offrì di lasciare in ostaggio il suo fratello più giovane. Si stipulò un accordo, nel quale Filippo assicurò di continuare a rispettare il trattato che Massasoit aveva firmato quarant’anni prima. Ma egli andò oltre, riconoscendosi fedele suddito del Re d’Inghilterra e promettendo anche di non fare guerra ad alcuna tribù indiana senza che prima gli Inglesi avessero dato il loro consenso. Per molti anni Filippo fu grande sachem dei Wampanoag e tenne fede al trattato con grande fedeltà. In questo periodo i suoi doveri furono simili a quelli che aveva avuto suo padre e la sua vita fu priva di eventi eclatanti.

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