Schermaglie al Warbonnet Creek

A cura di Isabella Squillari

All’inizio del luglio 1876, i soldati del 5° Cavalleria del colonnello Wesley Merritt, stanchi e disperati, maledicevano il caldo, la polvere e la loro sfortuna. Per un mese avevano camminato attraverso i deserti del Wyoming e del Nebraska, sopravvivendo con gallette dure e acqua torbida, alla ricerca continua degli Indiani ostili che pare fossero confluiti a nord come un’orda assetata di sangue, desiderosi di unirsi ai Sioux e agli Cheyenne sotto la guida di un grande uomo di medicina chiamato Toro Seduto. Il 5° non trovò Indiani, e certamente nemmeno la gloria, soltanto una successione senza fine di terrapieni sabbiosi e spinosi arbusti di artemisia.
Anche i soldati, inviati da Merritt in un’inutile ricerca di acqua, inseguirono solo fantasmi attraverso una distesa desolata che si estendeva all’infinito.
Il 7 luglio, un corriere che indossava una maglietta rossa, arrivò all’accampamento cavalcando a rotta di collo. La sua sacca conteneva notizie che avevano dell’incredibile, parole che fecero sussultare più di un soldato.
Il messaggio, e l’uomo che lo portò, erano ambedue destinati ad entrare nella storia Americana. Il dispaccio informava del peggiore disastro che la U.S.Cavalry avesse mai conosciuto; il messaggero era il trentenne William Frederick Cody, già noto in tutto il West come “Buffalo Bill”.

Buffalo Bill
William Frederick Cody, Buffalo Bill

Esattamente 10 giorni dopo, quando il 5° Cavalleria finalmente incontrò gli Indiani vicino ad un piccolo e lento torrente nel Nebraska del nord-ovest conosciuto come Warbonnet Creek, Buffalo Bill Cody, su quella distesa solitaria, avrebbe dato la spinta definitiva alla sua fama.
Le premesse alla battaglia di Warbonnet Creek avevano preso avvio già anni prima, quando i geologi avevano trovato tracce di oro nelle Black Hills in Dakota. La notizia si sparse immediatamente in tutto l’est, accompagnata da fantastiche esagerazioni che affermavano come le Black Hills fossero letteralmente montagne d’oro, dalle quali ognuno avrebbe potuto, già solo con un coltellino, estrarre il prezioso minerale raschiandolo come burro.
L’amministrazione di Ulysses S. Grant, minata dagli scandali e costretta a fronteggiare una grave crisi economica, intravide nell’oro delle Black Hills la possibilità della sua salvezza politica.


Ulysses S. Grant

Naturalmente c’era un piccolo problema. Le Black Hills si trovavano entro i confini di un territorio, la Grande Riserva Sioux, che il governo degli Stati Uniti aveva assegnato con la firma del trattato di Laramie nel 1868, a quei membri delle tribù Sioux che avevano scelto di seguire il tradizionale stile di vita dei cacciatori nomadi.
Nonostante gli impegni presi, nessuno a Washington accettava seriamente l’idea di sacrificare i propri interessi per lasciare un pugno di selvaggi che rifiutavano la civiltà e qualche bufalo a occupare quel nuovo, immenso paradiso di ricchezze. Semplicemente i Sioux dovevano andarsene, essere allontanati senza possibilità di replica.
Fu così che, nel 1875, il Commissario per gli Affari Indiani emanò la disposizione che impediva l’uso delle Black Hills agli Indiani, ordinando che tutte le tribù nomadi attualmente accampate in quella zona, entrassero immediatamente entro i confini della Grande Riserva Sioux, oggi Sud Dakota. Le autorità fissarono il 31 Gennaio 1876 come termine ultimo per il trasferimento definitivo dei Lakota nella riserva.
La risposta dei Sioux, e degli Cheyenne loro alleati, fu immediata. Essi radunarono la loro gente, raccolsero le armi e si allontanarono, determinati ad opporre una strenua resistenza, per la difesa dei loro diritti sanciti dal trattato e delle loro amatissime Black Hills.
All’esercito degli Stati Uniti andò l’ingrato compito di stanarli.


Le Black Hills

Il generale Phil Sheridan, comandante della Divisione del Missouri, aveva un piano per farlo subito, una reiterazione della riuscita campagna contro i Comanche. Il piano comportava l’invio di un certo numero di colonne militari dentro il territorio dove si sapeva nascosto il nemico, quindi farle convergere lentamente rastrellando e perlustrando a tappeto. Contemporaneamente vigilare con attenzione che gli Indiani non se la svignassero prima della chiusura completa della rete.
Fin da quando ogni singola colonna venne ritenuta abbastanza forte da riuscire a sconfiggere il nemico da sola, pareva sicuramente logico che i Sioux sarebbero stati spinti in un angolo, costringendoli alla sottomissione senza doversi impegnare troppo.
Nel 1876 una colonna guidata dal generale Alfred Terry, comprendente anche il 7° Cavalleria del colonnello George Armstrong Custer, iniziò a marciare verso ovest da Fort Abraham Lincoln in Dakota; il generale George Crook prese la direzione nord muovendosi da Fort Fetterman, nel Wyoming; e la piccola forza di fanteria del colonnello John Gibbon, rafforzata da una batteria di mitragliatrici Gatling, puntò a est da Fort Ellis nell’ovest Montana. Queste furono le prime mosse.


Custer nelle Black Hills

Più lontano, a sud, le altre forze stavano per muoversi. Sheridan venne a conoscenza di un flusso di rifornimenti, che toccando le agenzie indiane di Red Cloud e Spotted Tail del Nebraska, si snodava verso le Black Hills. Uomini, armi e munizioni confluivano a nord attraverso questa pista, infiltrandosi con un gettito continuo di rinforzi per i nemici.
Bisognava spezzare questa linea di rifornimenti, perciò Sheridan mobilitò il 5° reggimento della U.S. Cavalry. Per più di un decennio il “Dandy Fifth” detenne orgogliosamente il record di uccisione di Indiani, e il suo comandante, colonnello Eugene A.Carr, era un veterano con l’esperienza di molte campagne.
Carr, descritto dalla stampa come un “Cosacco barbuto”, ricevette l’ordine di piazzare il 5° “all’attraversamento della pista sul Main Powder River”, conducendo le truppe dalle vicinanze della Red Cloud Agency verso ovest, fino ai fiumi Powder e Yellowstone.
Mentre il 5° si stava organizzando per la spedizione, eventi memorabili stavano verificandosi dall’altra parte del continente.


Il Generale Sheridan

Il Generale Crook aveva richiesto una guida per condurre i suoi uomini attraverso le zone desertiche del Montana. Di conseguenza, uno dei suoi ufficiali telegrafò per chiedere l’aiuto del più famoso scout d’America, Buffalo Bill Cody, ex Pony Express a cavallo, celebre cacciatore di bufali, eroe di numerosi romanzetti e, in quel momento, attore di teatro.
Nel melodramma di fantasie e d’avventura “Scouts of the Plains”, rappresentato nei teatri stracolmi dell’est, Cody narrava sé stesso. Ma quello non era un buon momento per lui, il giovane figlio Kit era morto quell’aprile, quindi Cody aveva perso interesse anche alla vita di teatro. Il telegramma di Crook fu lo stimolo giusto di cui aveva bisogno per risollevarsi.
La stessa sera in cui il telegramma arrivò, egli attese la fine dello spettacolo, poi, quando il pubblico plaudente lo ebbe richiamato alla ribalta annunciò orgogliosamente che, da subito, sarebbe stata sospesa la serie delle rappresentazioni; il suo Paese lo aveva chiamato e Buffalo Bill obbediva avviandosi a una campagna per combattere i “selvaggi pellerossa”, insieme all’esercito degli Stati Uniti. Con gli applausi della folla ancora nelle orecchie, Cody corse fuori dalla porta del teatro e si recò alla stazione ferroviaria.
Quando il suo treno passò per Chicago, in qualche modo Cody apprese che il 5° Cavalleria si stava muovendo nella regione di Powder River. Immediatamente egli rinunciò a qualsiasi pensiero di unirsi con Crook. Il Dandy Fifth era lo stesso reggimento che Cody aveva scortato nella ritirata del 1869, quando una battaglia contro il capo Tall Bull a Summit Springs, Colorado, per prima portò alla ribalta il nome di Buffalo Bill.
Secondo quanto narravano gli uomini del 5° Cavalleria, fu Cody da solo ad uccidere Tall Bull, sbalzando da cavallo il capo a 30 yarde di distanza. Sette anni dopo Cody era deciso a sfidare nuovamente la sorte col 5°.
Ufficialmente Cody firmò il libro paga come scout in territorio Cheyenne, Wyoming, il 10 giugno 1876. Un soldato ricordò che “tutti i ragazzi del reggimento guardavano il generale Carr e Cody che dimostravano di trovarsi bene insieme, scambiarsi confidenze, esprimersi amichevolmente…”. La moglie di un soldato ebbe un’impressione simile riguardo a Buffalo Bill: “Ricordo la sua bella figura di fronte al magazzino delle vivande, dritto e snello, con la sua maglietta scarlatta dentro la cintura e i lunghi caratteristici capelli…”.
Nel ’69 indossava una pelle di daino datagli da un uomo di confine, in quei giorni egli sfoggiava una maglietta rosso acceso; i pantaloni di velluto nero erano bordati di scarlatto, adornati con campanelle d’argento ed elaborati ricami. Evidentemente questa tenuta era l’idea che qualche direttore di scena dell’est si era creata su come vestissero i vaqueros messicani, e fu adottata da Cody per le rappresentazioni teatrali.


Buffalo Bill

Quando a Philadelphia qualche burlone scortese scherzò sul fatto che un vero scout, il cui lavoro spesso lo obbligava a nascondersi, sarebbe stato poco adatto con una maglietta rossa e campanelle, Buffalo Bill si infuriò.
Egli giurò che avrebbe indossato quei panni durante una campagna militare. Così avvenne, per tutta la durata del lungo impegno del 5°, Cody non si separò dai suoi pantaloni di velluto, dalle campanelle e da tutto il resto.
Quell’originale abbigliamento fu l’oggetto di parecchie risate e sarcasmo, anche fra i militari del campo.
Le truppe lasciarono il territorio Cheyenne diretti a Fort Laramie, dove a loro si aggiunse un altro scout, Baptiste “Little Bat” Garnier.
Quest’uomo, sebbene non si fossero mai conosciuti in precedenza, in un seguito molto prossimo, avrebbe dato un grosso contributo, anche se con obiettività strettamente personale, a quella che sarebbe divenuta la leggenda di Cody.
La notte precedente alla partenza del reggimento da Fort Laramie, Bill spedì una lettera a sua moglie, Louisa, esprimendo i propri primi dubbi circa la prospettiva di come cimentarsi contro gli Indiani. “Sono sempre stato terrorizzato dall’idea di uccidere donne e bambini” scrisse. “Poveretti, io non li biasimo per il fatto di combattere accanto ai loro mariti e padri, giusto o sbagliato che sia. Molte donne bianche dovrebbero fare lo stesso”
Il 5° lasciò Fort Laramie all’alba del 22 giugno, dirigendosi verso Custer City. Erano presenti le Compagnie A, B, C, D, G, I, K e M, per un totale di 350 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa.
La Compagnia C, con Little Bat come scout, era in perlustrazione davanti alla colonna principale, alla ricerca di tracce degli Indiani. Due giorni dopo la partenza fu trovata una larga pista. Il luogotenente Charles King ricordò in seguito: “Sembrava come una grande strada, deserta e silenziosa, che partiva dal folto bosco della Cheyenne Valley …e spariva nella nebbiosa prateria in direzione delle riserve di Red Cloud e Spotted Tail”.
Il reggimento si accampò vicino al South Cheyenne River, nella speranza di tendere un’imboscata agli Indiani che avessero usato la pista per andare verso nord. Per nove giorni il 5° rimase in attesa ma avvistò soltanto piccoli gruppi di Indiani che, con i loro piccoli e agili pony, si sottraevano abilmente ai loro appostamenti.
Il 1° luglio, mentre erano ancora accampati, Ufficiali e soldati appresero con sorpresa che Carr non sarebbe stato il loro comandante ancora per molto tempo. Alla guida del 5° era stato assegnato un nuovo comandante, il generale Wesley Merritt. Lo stesso giorno, Merritt e tutto il suo staff si presentarono al campo.


Wesley Merritt

Allo stesso modo di Custer, Merritt era stato un leader di successo della Union Cavalry durante la Guerra Civile, per cui era diventato Generale Maggiore onorario. Dopo la Guerra, egli aveva comandato la cavalleria in Texas, con la quale aveva combattuto contro i Comanche. Quando fu promosso colonnello del 5° Cavalleria, apprestandosi a prenderne il comando quel 1° luglio 1876, egli era davvero pronto a combattere ancora.
L’alba del 3 luglio, mentre quasi tutti i soldati erano ancora avvolti nelle loro coperte, una dozzina o forse più di guerrieri Cheyenne coi colori di guerra dipinti sul volto, sbucando dalla foschia mattutina si ritrovarono improvvisamente a cavalcare i loro pony proprio nel bel mezzo dell’accampamento nemico. Bastò loro un attimo per realizzare in quale pericolo si erano cacciati e fuggire all’impazzata verso la prateria dove mettersi in salvo.
Cody guidò immediatamente due compagnie del 5° all’inseguimento, in una corsa durata tutto il giorno, che lasciò gli uomini esausti e scoraggiati perché non aveva portato ad alcun risultato.
Realizzato che i nemici sparsi in ogni angolo del Nebraska erano ormai venuti a conoscenza della presenza dell’esercito, alla fine Merritt tolse l’accampamento e divise le forze al suo comando in compagnie separate, per poter portare avanti un ampio rastrellamento del territorio. Il 6 luglio il 5° si radunò nuovamente al promontorio di Sage Creek, nei pressi di una piccola prigione militare .
Il giorno dopo, al mattino presto, Cody piombò nell’accampamento portando notizie terribili.


Buffalo Bill

La colonna del generale Crook, oltre due settimane prima a Rosebud Creek, era entrata in contatto con Sioux e Cheyenne, e in una violenta battaglia aveva subìto una grave batosta. Ma la notizia peggiore era che il 25 giugno, a Little Big Horn nel Montana, George Armstrong Custer e metà del 7° Cavalleria erano stati sterminati.
Era la ridottissima colonna di Gibbon che in quel frangente si stava occupando della sepoltura dei morti. L’intero piano di Sheridan era fallito miseramente.
Gli Indiani stavano dimostrando di essere molto più combattivi di quanto ogni giubba blu, e sopratutto gli strateghi degli alti comandi, avessero mai potuto immaginare. Stabilito che “comunque” la reputazione dell’esercito degli Stati Uniti doveva essere salvata, gli sfiniti ed esausti soldati del 5°, erano l’ultimo gruppo rimasto sul campo a doversene occupare. Per quanto riguarda Cody, il massacro del 7° e lo shock per la morte di Custer avevano scatenato il lui un forte desiderio di rivalsa.
Cody e Custer si erano conosciuti abbastanza bene durante le campagne contro gli Indiani.
Il 14 luglio giunsero altre cattive notizie. Il comandante di Camp Robinson affermava che centinaia di Cheyenne, forse più di mille, si stavano preparando ad abbandonare la Red Cloud Agency per raggiungere Toro Seduto. Immediatamente Merritt ritornò verso Rawhide Creek attraversando la pista tra Fort Laramie e Camp Robinson. Avrebbe intrapreso una lunga marcia forzata per intercettare gli Cheyenne. Venne ordinato ai carri dei rifornimenti, che viaggiavano più lentamente, di seguire la colonna sotto il comando del luogotenente Hall.
Il 16 luglio Meritt giunse ad una piccola postazione militare lungo la strada per Custer City, dove fece una breve tappa. Questo luogo isolato, che si trovava all’incirca alla stessa distanza dalla Red Cloud Agency e da Fort Laramie, metteva in grado il 5° di poter rispondere prontamente agli allarmi provenienti da ogni direzione. Sorprendentemente, l’instancabile Hall giunse con i rifornimenti appena due ore dopo la colonna principale.
Uomini a cavallo e carri procedevano quindi attraverso la prateria verso il punto dove la pista indiana attraversava Warbonnet Creek.
Il 5° giunse al bivacco finale a tarda notte, dopo aver coperto 85 miglia in poco più di 30 ore. Durante tutto quel tempo i soldati non avevano mangiato nulla ad eccezione di qualche galletta estratta dalla bisaccia e consumata frettolosamente durante la marcia.
Mentre il resto delle truppe bivaccava in una conca sul lato ovest di Warbonnet, alla Compagnia K venne assegnato lo sgradito compito di ordinare ai suoi uomini il servizio di sentinella notturna. King dispose la maggior parte delle sue sentinelle nascondendole nelle gole, mentre lui e pochi altri si erano appostati in cima a una vicina collina per poter sorvegliare meglio il territorio alle prime luci del giorno. Al soldato Christian Madsen, un giovane uomo vigile e attento, venne affidato un telescopio e l’incarico di posizionarsi su una piccola collina a nord.
Il 17 luglio si presentò con un’alba rosso sangue iniziata poco prima delle 4. Quindici minuti più tardi, mentre i soldati appena svegli stavano facendo bollire il caffè nelle loro tazze di metallo, un caporale balzò in piedi all’improvviso e indicò verso sudest. Egli urlò a King “Tenente, guardi! Ci sono i suoi Indiani!”.
A poche miglia di distanza, fu avvistato tra la lieve foschia e il controluce, stagliarsi nettamente un piccolo gruppo di Cheyenne che cavalcava lentamente su di un crinale prima di discendere in un’ampia e poco profonda gola, puntando giù verso Warbonnet Creek.
Merritt e Cody corsero a raggiungere King nel suo punto di osservazione sulla collina. In quelle prime luci dell’alba, dozzine di Cheyenne, raggruppati in piccoli gruppi di cavalieri, furono visti scendere giù lungo la gola. Straordinariamente, i guerrieri parevano ignari dei soldati appostati sul loro cammino; al contrario, erano attirati da qualcosa che scorgevano guardando verso ovest, in direzione del vecchio campo di Sage Creek.


Guerrieri Cheyenne

Un momento più tardi, Merritt realizzò che gli Cheyenne stavano guardando là intenzionalmente: proprio in quel momento iniziavano a spiccare le sagome dei carri rifornimento di Hall. Il convoglio di carri era abbastanza al sicuro, una guardia di fanti era nascosta sotto i teloni dei carri; ma due militari, che procedevano davanti ai carri, erano totalmente all’oscuro dell’arrivo degli Cheyenne, che stavano già spronando i loro pony verso quel bottino inaspettato. Immediatamente sette guerrieri si staccarono dagli altri cavalcando velocemente per intercettare la carovana. Merritt si trovò di fronte a un vero dilemma. Egli doveva avvicinarsi il più possibile agli Cheyenne prima di sferrare l’attacco per evitare un altro inutile inseguimento a cavallo ma per salvare i suoi corrieri avrebbe dovuto fare qualcosa immediatamente. Senza però mettere in allarme il grosso del nemico. Gli venne in aiuto Cody esponendogli la sua idea. Egli ipotizzò che pochi uomini scelti, naturalmente includendo sé stesso, cavalcassero per ingaggiare i sette Cheyenne, consentendo al resto del 5° di caricare a sorpresa con tutta la sua potenza. Cody, un altro scout e sei soldati della Compagnia K furono assegnati a questo incarico.
Merritt corse giù dalla collina per ricongiungersi con il 5° che stava attraversando Warbonnet Creek e radunare la sua truppa sul lato est del torrente, proprio sotto una ripida altura che li nascondeva agli Cheyenne. Obbedendo ai comandi sussurrati, i soldati inserirono le cartucce nei loro Springfield e restarono in attesa di quello che i successivi fatidici minuti avrebbero portato.
Mentre i due scout e i soldati stavano sellando i cavalli, King non smetteva di tenere sotto osservazione i sette guerrieri. Egli attese finchè si trovarono a non più di 100 yarde da Warbonnet Creek, allora balzò fuori e agitò il suo cappello, urlando: “Ora ragazzi, insieme!”
Immediatamente, Cody e il resto del suo piccolo gruppo galopparono intorno alla collina e si lanciarono sui sette Cheyenne. Il soldato Madsen, ancora appostato sulla cima della collina a nord, godeva una chiara visione di tutto quel che avveniva nei dintorni, così come il sergente John Powers della Compagnia A, che era anche corrispondente dal fronte per l’Ellis County Star.
Cody, che cavalcava un potente cavallo, era in vantaggio rispetto agli altri, così distante da essere solo quando, sorpassata la collina, egli si buttò a capofitto contro il capo dei guerrieri, Mano Gialla (Yellow Hand), un giovane uomo che sfoggiava una magnifica acconciatura di penne, così lunga da strisciare sul terreno.


Il momento del duello

Cody e il Cheyenne fecero fuoco quasi simultaneamente. Cody con il suo Winchester e l’Indiano rispondendo con un pesante revolver. La mira di Cody fu migliore: il primo proiettile attraversò la gamba dell’avversario uccidendo il suo pony.
In quello stesso momento il cavallo di Cody inciampò in un avallamento della prateria, scaraventando Buffalo Bill al suolo. Lo scout si rialzò prontamente, proprio mentre l’avversario ferito faceva sibilare un altro proiettile vicino al suo orecchio.
Inginocchiatosi, Cody prese con cura la mira ed esplose il suo secondo colpo, che colpì il giovane Cheyenne in pieno viso e lo lasciò senza vita sull’erba secca della prateria.
Mentre i suoi compagni mettevano in fuga gli altri sei Cheyenne, egli corse verso il caduto e con un coltello da caccia strappò lo scalpo al nemico. Sollevando il macabro trofeo oltre la sua testa gridò in segno di trionfo: “Il primo scalpo per Custer!”. Probabilmente si espresse così pensando che nessuno dei presenti sul campo in quel momento avrebbe ricordato le sue drammatiche parole.


“Il primo scalpo per Custer”

Il grosso dei guerrieri, che stava proseguendo il cammino in ordine sparso, iniziò ad avvicinarsi al luogo della contesa per vedere cosa fossero quegli spari. Le Compagnie B, I e K del 5° formarono linee affiancate e caricarono direttamente verso gli Cheyenne, accompagnati dal suono delle trombe. Gli Indiani, il cui numero era nettamente inferiore ai presunti mille, voltarono immediatamente le cavalcature e fuggirono precipitosamente nella direzione opposta, fermandosi solo alla Spotted Tail Agency.
Fuggendo, abbandonarono sul terreno coperte, vettovaglie e provviste.
La sola “perdita” subìta dal 5° quel giorno, si ebbe quando un cavallo fece crollare una massicciata, lasciando un soldato di nome Jeffers seriamente contuso. Più tardi, Merritt guidò l’intera truppa all’inseguimento dai fuggitivi, fermandosi unicamente quando fu certo che tutti gli Cheyenne fossero tornati entro i confini dell’agenzia. La battaglia a Warbonnet Creek, così come era iniziata senza gloria, finì.
In seguito, il 5° fu mandato a nord di rinforzo a Crook ma non prima che Merritt avesse inviato a Washington un lungo rapporto della sua campagna. Del combattimento vero e proprio, Merritt scrisse soltanto “…un gruppo di sette Indiani è stato scoperto vicino al comando, mentre si stava muovendo con l’intenzione di isolare due corrieri che stavano giungendo da Sage Creek. Un gruppo è stato mandato per fermarli, uccidendo uno di essi….”
In seguito Carr, recriminando dolorosamente per la destituzione dal suo comando, si dichiarava disgustato dall’intera questione. Scrisse del suo stupore nel prendere atto di come un lungo e dettagliato rapporto sulle circostanze, descrivesse essenzialmente il nulla! Questa era la realtà riportata “Non c’erano più di 30 Indiani a prima vista e noi disponevamo di oltre 400 uomini”. Il vittorioso bottino totale del 5° si esauriva con un Cheyenne morto, l’acquisizione di una dozzina di pony e pochi sacchi di farina.
A est invece la gente vedeva le cose in modo molto differente. Warbonnett Creek era per loro un trionfo glorioso, una giusta vendetta sui selvaggi traditori. I quotidiani ingigantirono i meriti di Cody; ad esempio, il New York Herald si dilungò con le notizie del lontano evento. Per la gente dell’est, desiderosa di sapere di più dell’avvincente combattimento, lo scout Little Bat Garnier “infiorò” il duello con una “piccola” serie di dettagli: l’Indiano morto era Yellow Hand, un importante capo Cheyenne; la sua morte per mano di Cody era stata sufficiente a mettere in fuga tutti gli altri nemici.


Il cippo che ricorda lo scontro tra Buffalo Bill e Yellow Hand

Ahimè per la concretezza storica, Garnier non era uno che seguiva molto la verità pur di ricavarne un buon racconto. In realtà, il nome della vittima di Cody era Hay-o-wei, che tradotto diventò Yellow Hair, così chiamato per uno scalpo biondo preso tempo prima. Yellow Hair era il figlio di un capo chiamato Cut Nose ma non era particolarmente famoso, perlomeno non lo era finchè gli capitò la discutibile occasione per essere ricordato, ed entrare così nella leggenda, venendo ucciso da Buffalo Bill Cody.
Cody il giorno dopo scrisse a Louisa : “Abbiamo combattuto. Ho ucciso Yellow Hand, un capo Cheyenne, affrontandolo da solo. Sto andando a spedire il mio bottino di guerra, il distintivo, la briglia, la frusta, le armi e il suo scalpo… Ho soltanto uno scalpo. Posso dire a me stesso: quel tipo che ho combattuto da solo in nome del comando e le acclamazioni che sono arrivate quando egli è caduto erano assordanti…”
Sfortunatamente il pacco spedito da Cody giunse a sua moglie prima della lettera. Pensando che il marito avesse mandato qualche nuovo regalo, ella l’aprì con impazienza. Tirando fuori lo scalpo rancido, la povera Louisa svenne. In seguito si fece promettere da Cody che non avrebbe mai più scalpato un Indiano. L’attrezzatura di Yellow Hand, compresa la sua perduta capigliatura, è oggi esposta al Buffalo Bill Museum a Cody, Wyoming.
Il famoso combattimento di Cody fu, naturalmente, portato avanti da solo per modo di dire. Egli aveva avuto diversi piccoli aiuti dal 5° Cavalleria. Tuttavia, un uomo può venire perdonato per essersi vantato con la propria moglie. In ogni caso, poichè tutte le sue azioni e le sue parole erano un invito a nozze per i giornali, l’utilità economica della leggenda superava di gran lunga quella della sterile realtà.
Entro pochi mesi Buffalo Bill Cody calcava nuovamente la scena con una produzione teatrale intitolata “The Red Right Hand; or Buffalo Bill’s First Scalp for Custer”. Lo spettacolo fu un successo pressoché dappertutto. Negli anni, la storia venne ancora arricchita di particolari. Il combattimento divenne non soltanto un’azione solitaria di Cody, ma anche un violento corpo a corpo durato ore, titanico, senza esclusione di colpi, una lotta per la sopravvivenza con coltello e ascia contro un capo Cheyenne che aveva un seguito di almeno 29.000 uomini.
Il binomio Cody-Custer divenne indissolubile nell’immaginario delle persone, come in parecchie leggende popolari. In “Buffalo Bill with General Custer”, un fantasioso lavoro di Prentiss Ingraham, il coraggioso scout Cody faceva credere di essere l’unico bianco sopravvissuto all’ultima resistenza di Custer. Dello stesso stampo era “Buffalo Bill’s Grip”; o “Oath-bound to Custer”. Cody non partecipa alla battaglia ma giunge sul luogo dello scontro prima che il corpo di Custer sia freddo. Dopo essere stato catturato dai Sioux, e soccorso da una fanciulla Indiana in una situazione simile a Pocahontas, Cody attua la sua vendetta contro Yellow Hand con quella che ormai è la versione “ufficiale” del duello, il corpo a corpo.


Ancora un quadro che riprende il famoso duello

Cody stesso mostrava di preferire la rappresentazione di “ Custer’s Last Stand” piuttosto che il suo stesso “First Scalp.” Quando, nel 1883, iniziò le rappresentazioni con il suo “ Wild West show”, Cody ripetè innumerevoli volte la scena dell’ultimo abbraccio a sostegno del corpo inanimato di Custer. “ The Last Stand” divenne il culmine di ogni spettacolo. Un attore di nome Buck Taylor interpretava Custer.
Dopo che Taylor e i suoi colleghi attori erano ormai tutti caduti, appariva Buffalo Bill, toglieva il suo vistoso cappello e rimaneva inchinato a lungo sul corpo dell’amico George. Le parole “Too Late” venivano proiettate su uno schermo, una fine adeguata per lo show.
Fino al 1904 c’erano poster che raffiguravano gli ultimi istanti di Custer e recavano la scritta “Custer’s Last Stand presentata da Buffalo Bill’s Wild West.” Non dobbiamo però lasciarci andare a credere che Cody avesse deciso di tacere il suo eroismo a Warbonnet Creek. Non era il tipo.
Dopo vent’anni di ripetizioni, la storia aveva raggiunto particolarità talmente strane che gli scettici, nuovi e anche quelli di vecchia data, ripresero a sostenere che fosse tutta fantasia, che Cody non avesse mai realmente visto un Indiano selvaggio. Tuttavia, per il governo degli Stati Uniti, la battaglia di Warbonnet era considerata un avvenimento importante. I funzionari di Washington consideravano la scaramuccia alla stregua di una seconda Gettysburg.
Così, alla fine, ognuno continuò a tenersi la sua opinione vedendo a modo proprio la leggenda di Buffalo Bill e l’Indiano. Nel 1930 il Congresso invitò l’ormai anziano Chris Madsen, in qualità di funzionario della legge di considerevole fama, pur se ormai in pensione, a tornare fra quelle colline per individuare il luogo dove si era svolta la battaglia di Warbonnet.
Madsen, la cui memoria era intatta anche dopo 54 anni, lo fece senza difficoltà. Nel 1934, vennero eretti due monumenti. Un obelisco in pietra commemora l’eroismo del 5° Cavalleria; l’altro segna il punto in cui Buffalo Bill uccise il suo avversario.
Ci sono ancora tutti e due. Essi garantiscono che, anche se qualsiasi altra cosa potrà essere dimenticata, gli americani avranno come ricordare Warbonnet Creek e l’uomo che prese il primo scalpo per Custer.

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Commenti

3 Risposte a “Schermaglie al Warbonnet Creek”

  1. fooleydad, il 22 aprile 2011 10:22

    Bello,
    Alle “Storie del West” dovrebbe sempre essere affiancata la “Storia del West”.
    Questo episodio, con la sua descrizione delle situazioni e dell’ambiente in cui operavano i militari, nonchè della loro mentalità, è anche un piccolo aiuto per cercare di capire meglio l’ingloriosa fine di Custer.
    Grazie,

  2. DOMENICO RIZZI, il 22 aprile 2011 15:02

    Un ottimo articolo, con una precisa descrizione dell’evento. Soltanto un breve appunto per Isabella: togliere quel “caporalmaggiore” all’inizio della seconda parte. L’esercito americano non ha mai avuto caporalmaggiori, ma solo caporali (corporals) nè marescialli (questi ultimi gradi sostituiti da alcuni gradi di sergente, come il “master sergeant” e il “first sergeant”.
    Domenico Rizzi

  3. Omar, il 25 aprile 2011 18:31

    Per inciso, Chris Madsen è la stessa persona che qualche anno dopo acquisterà notorietà come uno dei tre guardiani del giudice Parker. Gli altri due erano Bill Tilghman e Heck Thomas. Madsen arrivò a vivere sino al 1944.

    Omar Vicari

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