La battaglia del Rosebud

A cura di Sergio Mura


Nel corso dei primi mesi del 1876 fu chiaro a tutti, ad eccezione degli indiani considerati ostili dal governo degli stati Uniti, che si stava muovendo la più grande forza militare contro gli ultimi resistenti delle pianure del nord-ovest.
L’ingiunzione a tutte le bande ancora fuori dagli stretti ambiti delle riserve, a farvi rientro (o ad entrarvi se era la prima volta) abbandonando la vita libera, fu la mossa decisiva.
Una pretesa che considerava solo l’esigenza della gente bianca e del governo americano, ma assai poco rispettosa delle usanze e delle necessità delle tribù indiane.
L’ordine, infatti, fu emanato intimando tempi molto ristretti e imponendo l’obbedienza degli indiani in pochissime settimane, cosa impossibile con l’inverno alle porte.


Il trattato di Fort Laramie del 1868

In aperta contraddizione con il Trattato di Fort Laramie, furono inviati i soldati nella Grande Riserva Sioux per dare la caccia a coloro che “si ostinavano a non ascoltare la voce della ragione rifiutando 5.000.000 di dollari”, in particolare agli Hunkpapa di Toro Seduto, agli Oglala di Cavallo Pazzo ed alle altre bande che con questi due grandi guerrieri volevano condividere la vita libera di sempre.
Cavallo Pazzo unì le sue forze a quelle di Toro Seduto il quale, senza alcun timore, in seguito ebbe a dire al Governo: “Se avete un uomo che dice la verità, mandatemelo ed io l’ascolterò.”


Fort Laramie

La risposta dei militari non si fece attendere a lungo. Secondo il Generale Sherman l’uomo che corrispondeva ai requisiti richiesti dagli indiani era George Crook, il più grande avversario dei nativi nella storia americana ma anche l’unico capo bianco a cui gli indiani credevano. Egli, tuttavia, fu mandato non per trattare la pace ma per combatterli. Di ritorno da una grande campagna contro gli Apache, alla domanda se non fosse duro iniziare un’altra campagna contro gli indiani, così rispose: “Sì, è duro! Ma la cosa più dura è andare a combattere coloro che sono nel giusto.”


Capi Cheyenne e Sioux a Fort Laramie (da sinistra: Spotted Tail, Roman Nose, Old-Man-Afraid-of-His-Horses, Lone Horn, Whistling Elk, Pipe e Slow Bull)

Il piano predisposto dall’esercito era semplice: dispiegare una schiacciante forza militare, imbattibile, metterla agli ordini di ufficiali di grande valore, esperti di guerre indiane e di comando delle truppe in tempo di battaglia. Questa forza radunava le migliori guarnigioni della frontiera. Fu divisa in tre imponenti colonne che avanzavano verso l’obiettivo indiano convergendo da tre diverse direzioni, da est, da sud ed ovest. Così gli “ostili” al seguito di Toro Seduto e Cavallo Pazzo non avrebbero mai avuto alcuna possibilità di fuga o di salvezza. Avrebbero incassato la più sonora sconfitta della loro storia ed il loro destino finale sarebbe stato il mesto ingresso nelle tristi riserve del Dakota.
Questo almeno era nelle intenzioni degli strateghi militari. E l’occasione era favorevolmente unica! La fortissima spinta derivante dall’ennesima crisi dei mercati finanziari, la perdita di un’enorme quantità di posti di lavoro, i ritardi nell’avanzata delle ferrovie e delle strade, tutto questo rappresentava un validissimo motivo per la conquista delle Black Hills (dove era stato trovato l’oro e tra le quali era in corso una continua guerriglia tra gruppi organizzati di minatori abusivi e guerrieri indiani che difendevano i confini dei loro territori sacri e di caccia). La giustificazione a queste azioni avrebbe avuto rilievo specialmente nei confronti di un’opinione pubblica che era – almeno all’est – poco propensa a nuovi atti di forza contro gli indiani, che tutti sapevano essere nei loro diritti. Diversa era invece la posizione dell’opinione pubblica dell’ovest, specialmente nei luoghi prossimi alla frontiera. Queste persone non tolleravano che bande di indiani armati potessero circolare liberamente in quell’immensa ricchezza che erano le Black Hills, impedendo ai minatori ed alle loro famiglie di tentare la via per l’arricchimento individuale e del paese. La voglia di rompere i trattati e “farla vedere” agli indiani era tale che persino l’esercito – dopo qualche debole tentativo – non riuscì più ad impedire ai bianchi di penetrare nelle grande riserva Sioux, per avventurarsi alla ricerca dell’oro.


Toro Seduto

Tutto era pronto per l’azione, mentre le altre 2 colonne militari procedevano verso il luogo dell’incontro (e dello scontro che si presumeva finale…), quella del Generale Crook era accampata in attesa degli ultimi rinforzi.
Dopo una lunga marcia a tappe, le forze al comando del Generale Crook giunsero presso le rovine di Fort Reno, ad almeno 150 km da Fort Fetterman, dove erano convinti di trovare i volontari indiani provenienti da varie riserve, in particolare dal Montana.
Crook, in seguito, descrisse il disappunto che lo colse quando scoprì che sul luogo dell’appuntamento non c’era ancora nessuno. Furono perciò mandati alcuni esploratori verso il Montana, alla ricerca degli indiani “amici”, nella speranza, a questo punto, si riuscisse a coinvolgerne il maggior numero possibile. In fondo per loro sarebbe stata una ghiotta occasione di rivalsa nei confronti degli eterni nemici Sioux.
Fatto ciò, Crook si mosse verso la tappa successiva, il torrente Praire Dog (Cane della Prateria), un piccolo corso d’acqua tributario del più famoso Tongue. In quei giorni si erano aggiunti ai soldati numerosissimi minatori diretti verso le Black Hills, tutta gente esperta della vita di frontiera, ottimi uomini d’armi.
Furono proprio quei giorni (tra il 3 e l’11 giugno 1876) presso il Praire Dog, che costarono cari a Crook.


Il Generale George Crook

Erano di passaggio da quelle parti alcuni cacciatori Cheyenne – tra questi anche il famoso Wooden Legs (Gambe di Legno) – che stavano recandosi all’accampamento di “ostili” presso il fiume Rosebud. Furono loro, da sempre coi sensi attenti a cogliere qualunque segnale di presenza umana o animale, a notare la presenza dei soldati bianchi. Dalla cima di una gobba collinosa ebbero la certezza di quanto avevano intravisto: c’era proprio un grande campo militare laggiù!
In quel momento, dal campo di Crook, si stavano allontanando degli indiani che i Cheyenne avrebbero voluto assalire. Per loro fortuna Wooden Legs e gli altri “lupi” non si lasciarono tentare dall’occasione, preferendo una rapidissima marcia verso il Rosebud, per avvisare gli amici. A conti fatti questa decisione fece la differenza, perché l’accampamento di Toro Seduto e Cavallo Pazzo in quel momento non era molto popolato, non superava le 400 tende. Moltissimi altri indiani, gruppi interi di cacciatori o di guerrieri che svernavano nelle riserve, si sarebbero aggiunti in tempo per lo scontro finale, a partire dal 17 giugno.
Dal campo indiano partirono alcune decine di guerrieri incaricati di vigilare su quanto avveniva nell’accampamento di Crook. Alcuni però non si limitarono a sorvegliare i movimenti dei soldati. Non sapendo resistere alla tentazione rappresentata dalle centinaia di cavalloni americani chiusi nei corral, tentarono un paio di razzie che diedero vita a scaramucce con i militari.


Il guerriero Cheyenne Wooden Leg

La svolta si registrò il 14 giugno quando i soldati vennero raggiunti dagli attesi rinforzi indiani provenienti dal Montana. Erano Absaroka (Crow) e Shoshoni convinti dagli esploratori di Crook a combattere contro i Sioux.
I primi erano 176, i secondi 86 ed erano assai meglio armati dei Crow. Non solo! Gli Shoshoni erano stati addestrati da un ex-ufficiale dell’esercito confederato ed erano in grado di combattere esattamente come un reparto di soldati bianchi. Tra gli Shoshoni vi era anche un gruppo al seguito del famosissimo capo Washakie che da sempre si era mostrato amico dei bianchi.
Il loro arrivo suscitò l’entusiasmo dei militari. Ci furono feste ed esibizioni, oltre che sfilate e dimostrazioni di abilità. Gli indiani erano giunti al raduno con i loro vestiti migliori, completamente truccati, con le armi addobbate alla maniera degli indiani delle pianure. Alcuni tra loro spiegarono il motivo del grande odio per i Sioux ed i loro alleati. “Queste sono terre che ci appartengono per diritto ereditario – dissero i Crow – ed i Sioux ce le hanno rubate con la forza. Nessun bianco ci ha mai trattato male e nessuno scalpo di bianco orna le nostre tende o le nostre armi!”
La forza militare guidata dal Generale Crook rimase accampata fino al 15 giugno. Quel giorno egli decise di muovere le truppe in direzione del Rosebud, dove pensava che si fossero accampati i molti indiani “ostili”. Già nel primo mattino del 16 giugno gli scout trovarono tracce fresche di indiani, e queste puntavano dritte verso il Rosebud. Dunque la direzione era quella giusta! Ogni uomo portava con sé scorte per soli 4 giorni, un periodo di tempo che si riteneva più che sufficiente per sconfiggere gli indiani e fare rientro al campo base ove erano rimaste le salmerie con tutti i carri.


Capo Washakie degli Shoshone

Quando i soldati furono ormai prossimi alle sorgenti del Rosebud, alcuni scout indiani si accorsero della presenza di una notevole mandria di bisonti che era stata disturbata da qualcuno. Fu subito evidente che quel “qualcuno” erano i cacciatori Sioux e che il loro campo doveva essere vicino.
In quel momento la grande forza militare comandata dal Generale Crook ammontava a circa 1000 soldati regolari, circa 260 volontari Absaroka e Shoshoni e quasi 100 tra civili e minatori del Montana. Un numero più che rassicurante per i soldati che ne facevano parte e che ringalluzziva gli indiani alleati, smaniosi di battersi nella “grande battaglia”.
Si moltiplicarono gli avvistamenti tra “ostili” e gli scout di Crook, cosa che parve confermare che il campo nemico – quello guidato da Toro Seduto e Cavallo Pazzo – doveva essere vicino.
La realtà era invece leggermente diversa, perché il campo, che era tenuto costantemente informato dai propri esploratori sulle mosse dei soldati, si trovava lungo il Torrente della Cenere, un affluente del Little Bighorn. Proprio quel giorno il consiglio dei capi aveva deciso la sua mossa: i guerrieri sarebbero andati incontro al nemico.
Nell’accampamento erano nel frattempo confluiti circa 800 guerrieri, di questi ben 700 seguirono Cavallo Pazzo e Toro Seduto contro Crook. La guida dei guerrieri era affidata a Cavallo Pazzo, perché Toro seduto, debilitato dalla recente Danza del Sole in cui si era sacrificato distribuendo decine di pezzetti della sua carne dopo essersele tagliate dalle braccia, era impossibilitato a combattere. Gli indiani non erano solo Sioux. Con loro c’erano anche Cheyenne e rappresentanti di altre Nazioni alleate.
I guerrieri si mossero dal loro grande accampamento divisi per gruppo di appartenenza e, all’interno dei gruppi, suddivisi anche per congregazioni guerriere. Il modo di approssimarsi al campo di battaglia, denotava che qualcosa era cambiato nell’approccio degli indiani al metodo di scontro coi soldati. Nessuno usciva dalle file (anche per via di un forte controllo degli Akicita, i guerrieri incaricati di vigilare sul gruppo) e a nessuno passò per la mente di avventurarsi in un’azione solitaria, volta alla conquista di un “colpo”. Tutti restarono concentrati sull’obiettivo finale e nella notte tra il 16 ed il 17 giugno, dopo ore ed ore di marcia ininterrotta, la rete era ormai stesa attorno alle truppe di Crook.


Cavallo Pazzo

Fu allora che l’istinto dei Crow e degli Shoshoni li rese consapevoli della vicinanza dei Sioux e i loro alleati. Perciò gli esploratori, per non cadere in un’imboscata, rifiutarono di allontanarsi troppo dal campo.
Nelle primissime ore del mattino Crook diede l’ordine di marcia alla sua colonna. Dalle 3 in poi percorsero alcuni chilometri lungo il Rosebud. Una parte dei soldati attraversò il fiume e si dispose a ridosso di una zona molto accidentata, mentre il resto delle truppe restò sulla sponda opposta. Era lo schema tattico ideato dal Generale per dar battaglia non appena ebbe sentore che questa stava per scatenarsi.
Quella disposizione – dopo la battaglia – non mancò di suscitare commenti poco positivi, per via della difficoltà ad approntare una buona difesa. Però, in quella zona non c’era effettivamente di meglio e, più indietro c’era anche il gruppo di Cavallo Pazzo che attendeva impaziente.
La battaglia del Rosebud si svolse il 17 giugno 1876.
L’ordine di attacco fu dato da Toro Seduto e Cavallo Pazzo all’alba. I guerrieri aggredirono immediatamente i Crow e gli Shoshoni provenendo da nord, venne coinvolta nella battaglia anche parte della fanteria di guardia al campo. Per quasi mezz’ora i guerrieri Sioux e Cheyenne imperversarono senza sosta, costringendo i nemici a rifugiarsi all’interno dell’accampamento, dove trasportarono con enorme difficoltà anche i molti feriti.


Lo scenario della battaglia del Rosebud

In questo frangente si verificò un episodio che sarebbe poi stato riportato da tutti i presenti. All’attacco portato dai Sioux partecipò anche il figlio diciottenne del grande capo Nuvola Rossa. Il suo nome era Nuvola Rossa Jack. Era sempre vissuto nella riserva senza avere mai partecipato ad alcuna azione guerresca. Perciò, quando si presentò in battaglia, pavoneggiandosi con il serto di piume del padre – adorno di decine di penne attestanti altrettanti episodi eroici -, si rese ridicolo agli occhi di tutti i guerrieri. Durante l’attacco, fu subito disarcionato e costretto ad una poco eroica fuga precipitosa, nel corso della quale gli furono sottratti il copricapo ed il fucile winchester del padre. Lui stesso venne frustato da un Crow. Per sua fortuna Cavallo Pazzo si avvide di quanto stava succedendo e accorse con un gruppo di Sioux per salvarlo dal peggio.
La cavalleria di Cavallo Pazzo attaccava con grande veemenza e decisione, senza concedere respiro agli avversari. Crook fece subito intervenire i soldati della fanteria e parecchi tra i minatori, tutti armati con fucili a lunga gittata. Riparandosi ovunque fosse possibile, i nuovi arrivati presero di mira gli indiani all’attacco degli alleati Crow e Shoshoni. Quando le pallottole presero a fischiare tra i Sioux essi decisero che era ora di abbandonare quel primo fronte.


Ancora una vista sulla zona del Rosebud

La tattica adottata dai pellirosse era abbastanza semplice, eppure innovativa per gli indiani delle pianure. Si trattava di attaccare senza tregua, correndo da una parte all’altra, attendendo ogni momento di sosta tra gli spari per evitare inutili perdite. Gli indiani ricevettero anche la raccomandazione di non lasciarsi cogliere dalla smania della ricerca di singoli atti di eroismo, che nella loro cultura erano i più ambìti e ammirati. Dovevano solo combattere decisamente, uccidere gli avversari e, nella semioscurità dell’alba, terrorizzarli con urla terribili e le facce truccate. Ai soldati parve di avere di fronte migliaia di avversari, coraggiosi e organizzati come mai in passato. Erano abituati a combattere con degli avversari sempre in cerca di gesti eroici o di bottino; mai sottoposti all’inquadramento di alcun capo perché ognuno era autorizzato a comportarsi in battaglia come meglio credeva. La svolta data da Cavallo Pazzo con questa strategia ebbe enorme peso nella battaglia, anche se non tutti i guerrieri lo seguirono. Un gruppo preferì tenersi fuori dalla mischia e si accese il fuoco in cima ad un colle, per fare colazione in tutta tranquillità sotto gli occhi dei combattenti indiani e soldati.


La battaglia del Rosebud

Vennero aperti numerosi altri fronti di battaglia ed i guerrieri Sioux e Cheyenne sciamarono intorno al campo, aggredendo i soldati ed i loro alleati e inseguendoli fin dentro l’accampamento. Crook reagì molto duramente schierando i suoi soldati su più file e comandando alcune cariche di cavalleria che fecero indietreggiare i nemici.
La battaglia infiammò tutta la valle in mille sacche di combattimento. I soldati restarono sottoposti al fuoco indiano per lunghe ore, mentre questi organizzavano gli attacchi a ondate, il che consentiva ai guerrieri di alternarsi in un breve turno di riposo.
Verso le 11 del mattino un famoso capo di guerra Cheyenne, Arriva in Vista, fu sbalzato da cavallo rimanendo esposto all’attacco degli Absaroka. Quando aveva ormai la vita appesa ad un filo sottile, sua sorella, Donna della Pista del Bisonte, fece un ingresso spettacolare sul campo di battaglia. Tra spari e volare di frecce cavalcò in aiuto del fratello salvandogli la vita, mentre altri indiani si affrettarono a coprire la loro ritirata.
Del caos in cui si era trasformata la battaglia furono i soldati a risentirne maggiormente. Non erano abituati a combattere in maniera disordinata né gli era mai capitato di scontrarsi con indiani che non si ritiravano di fronte a forze preponderanti dell’esercito. Fu quello il momento dei gesti eroici degli scout indiani amici di Crook e dei gruppi di Absaroka e Shoshoni. Tra gli ultimi si distinsero quelli di capo Washakie. Questi salvarono innumerevoli vite e combatterono eroicamente spalla a spalla coi bianchi.
Ogni tanto, agli spari si sostituiva il cozzo delle mazze e dei fucili usati nel corpo a corpo, molti soldati e guerrieri trovarono la morte in questo modo.
La tattica degli attaccanti, risultò la più redditizia perché consentiva di avere guerrieri sempre pronti ad approfittare di ogni distrazione o pausa degli avversari. Alcune compagnie di soldati si trovarono isolate in mezzo a nugoli di guerrieri urlanti e rischiarono la decimazione. I morti venivano talvolta scalpati sul posto ed anche qualche ferito subì lo stesso trattamento.
Solo verso mezzogiorno si registrò una breve tregua nei combattimenti, una pausa che consentì allo stato maggiore di Crook di fare il punto della situazione e di concludere che, se gli indiani combattevano in modo così diverso dal solito e così accanitamente, era di sicuro perché stavano tentando di proteggere il loro accampamento che, presumibilmente, doveva essere nelle immediate vicinanze. Perciò una parte della cavalleria venne comandata per una rapida sortita lungo il Rosebud, alla ricerca del campo nemico. La battaglia si riaccese immediatamente su tutti i fronti, con gli indiani “ostili” acquattati dietro ogni possibile riparo, ben decisi a sparare su tutti i soldati che entravano nel loro mirino.
La sparatoria ed il rischio di lasciare la fanteria senza alcuna protezione spinsero Crook a richiamare i soldati che erano usciti dal campo. Quando questi fecero ritorno erano ormai quasi le 13. Gli indiani continuavano a fare sortite per aggredire i soldati fino nel loro campo. La cavalleria, improvvisamente si trovò per caso alle spalle dei Sioux che, tra l’altro, erano ormai a corto di munizioni. Ne seguì una carica molto violenta che costrinse i guerrieri di Cavallo Pazzo a cercare prima riparo e subito dopo, una veloce via di fuga.
A nulla valse inseguire i guerrieri che riuscirono a sganciarsi, perché si sparpagliarono in moltissimi piccoli gruppi difficili da scovare e combattere se non a rischio di continue imboscate in quel territorio accidentato.


Guerrieri Shoshone

Con quest’ultimo episodio, alle 14:30 finì la battaglia del Rosebud.
Crook decise di avviare la sua colonna lungo il Rosebud ma il rifiuto di tutti i suoi alleati lo indusse a desistere. Rientrò al campo base ponendo definitivamente le tende presso il Goose e sospendendo la sua partecipazione alla campagna del 1876.
Crook parlò di una decisiva vittoria dei soldati e degli indiani alleati, lamentando perdite assai ridotte (circa 10 morti e 21 feriti) a fronte di decine di indiani dati per uccisi. Naturalmente si tratta di una fonte di parte che va posta in relazione e confrontata con quanto sostenuto dagli indiani guidati da Cavallo Pazzo e Toro Seduto che ebbero a loro volta modo di vantare una grande vittoria.
Cifre contrastanti e versioni chiaramente differenti non alterano un dato di fatto: con la battaglia del Rosebud, una punta del tridente di attacco pensato dai grandi capi dell’esercito americano era ormai fuori uso, attestata ben lontano dall’azione che ci sarebbe stata di lì a poco nei pressi del Little Big Horn.
A fare la differenza sull’esito dello scontro fu Cavallo Pazzo. Il suo fortissimo ascendente e la grande capacità di offrire agli altri il suo personalissimo esempio di disciplina e di valori tipici indiani, furono in grado di trasformare una marea disordinata di guerrieri individualisti in una cavalleria leggera in grado di rendere inoffensiva la colonna di Crook.


Un guerriero Sioux vittorioso

Suo fu il merito di organizzare gli indiani in maniera compatta e sua fu l’idea di condurre l’attacco come fu poi condotto, ad ondate successive e senza esporsi in maniera inutile, disponendo e utilizzando abilmente le proprie forze sul campo.

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