Roosevelt, presidente da battaglia

A cura di Domenico Rizzi

Speciale a puntate: 1) Theodore Roosevelt, il presidente a cavallo 2) Roosevelt, presidente da battaglia
Dopo lo sbarco a Cuba e qualche giorno di adattamento, mentre il Nono Reggimento (Buffalo Soldiers) rimaneva di presidio, il Decimo e i Rough Riders proseguirono, addentrandosi nella giungla, fino a raggiungere Las Guasimas, nei pressi di Sevilla, dove il 24 giugno ingaggiarono un combattimento con gli Spagnoli. Roosevelt, che indossava un’uniforme tipo sahariana di sua ideazione con i gradi di tenente colonnello, fu nominato colonnello – ruolo temporaneo e funzionale – quando Wood assunse il comando della brigata ed ebbe con i suoi uomini una parte marginale nella battaglia, nella quale gli Americani patirono 27 morti contro gli 8 degli Spagnoli.
Il 1° luglio 1898 Roosevelt trovò finalmente l’occasione che attendeva. Approfittando di un’errata valutazione della situazione da parte del comando spagnolo e protetto dal fuoco di copertura delle mitragliere Gatling, si pose alla testa dei suoi volontari e guidò due furibonde cariche contro la Kettle Hill – la collina di San Juan – alle spalle di Santiago, operazione condotta simultaneamente dal Decimo Cavalleria da un altro versante. Incautamente il generale Arsenio Linares aveva infatti tenuto 10.000 riservisti a difesa della città, schierando meno di 700 uomini nella postazione che avrebbe sostenuto il peso dell’attacco avversario: un numero decisamente insufficiente per opporsi agli 8.412 Americani e ai 3.000 insorti cubani che li appoggiavano. Al termine di una cruenta battaglia che costò molte vittime, le resistenze nemiche vennero travolte. Le fonti sono assai discordi riguardo alle perdite di ambo le parti: secondo gli Americani le loro furono soltanto 144, mentre gli Spagnoli sostennero di avere ucciso 2.000 nemici. Calcoli più precisi attribuiscono invece 205 morti e 1.180 feriti alle forze statunitensi e 215 morti e 376 feriti a quelle ispaniche.
Santiago capitolò in pochi giorni e il 12 agosto 1898 i due Stati belligeranti addivennero ad un accordo per far cessare il fuoco. Il conflitto, che, a detta dello stesso Roosevelt “non era stata una gran guerra”, terminava con l’abbandono da parte spagnola dell’isola caraibica, divenuta da quel momento una sorta di protettorato americano.
Gli Stati Uniti avevano perso complessivamente 2.446 uomini e riportato 1.645 feriti. I caduti sul campo erano stati però soltanto 385, mentre la stragrande maggioranza – 2.061- erano periti per cause diverse: incidenti, malattie, epidemie. Per gli Stati Uniti fu la guerra che costò meno morti in tutta la loro storia. Nel corso del medesimo conflitto, gli Americani scacciarono gli Spagnoli dalle Filippine e se ne impadronirono, ingaggiando poi una lunga guerriglia con gli insorti capitanati dall’indigeno Emilio Aguinaldo.
Conclusa la campagna di Cuba, il rientro di Roosevelt in patria fu trionfale e i suoi successi personali spalancarono la strada della sua fulminea ascesa politica.
Dal 1° gennaio 1899 al 31 dicembre 1900 fu eletto governatore dello Stato di New York, con Timothy L. Woodruff quale vice-governatore. Cessato l’incarico, si impegnò a sostenere il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, William Mc Kinley. Vincendo le forti resistenze di Mark Hanna, il superboss del partito, alla convention di Philadelphia, Roosevelt si guadagnò la candidatura alla vicepresidenza. Mc Kinley avrebbe vinto le elezioni presidenziali, ma il suo mandato durò soltanto fino al 14 settembre 1901, quando l’anarchico Leon Czolgosz lo assassinò a Buffalo con 2 colpi di pistola. Aveva dato grande spinta alla crescita del Paese, sostenendo il protezionismo di alcuni generi (lana, zucchero, ecc.) e favorendo il ritorno al sistema del gold standard o “sistema aureo” (circolazione dell’oro anziché della moneta; copertura integrale della moneta con l’oro depositato presso la Banca Centrale di Stato; convertibilità della carta moneta in oro, in quanto la cartamoneta emessa corrisponde, a volte solo parzialmente, alla quantità d’oro esistente presso la Banca) da molti criticato.


La guerra con gli spagnoli

Sul treno che riportava la salma di Mc Kinley a Canton, nell’Ohio, viaggiava anche il senatore Hanna, fiero avversario di Roosevelt, il quale non risparmiò una frecciata ai colleghi del Partito Repubblicano. Infatti, alludendo a Roosevelt, dichiarò senza mezzi termini: “Avevo detto a Mc Kinley che era uno sbaglio essere affiancato a quell’accidente. Gli avevo chiesto di immaginarsi cosa sarebbe successo nel caso della sua morte; ed ora ecco qua: quel maledetto domatore di cavalli è presidente degli Stati Uniti!”. Non era il solo a guardare Roosevelt con sospetto. Thomas C. Platt, un altro esponente di spicco del partito, lo detestava dal momento in cui questi si era intromesso in alcuni suoi affari. Per contro, la nazione americana sembrava entusiasta di veder insediare alla Casa Bianca l’”Eroe di Cuba”. Particolarmente lieta era la gente delle contrade occidentali, che vedeva assurgere alla massima carica istituzionale un uomo dalla mentalità apertamente western, in contrapposizione ai “piedi teneri” dell’Est. Roosevelt era l’uomo che aveva vissuto la dura esistenza dei cowboy nel Territorio del Dakota, che sapeva stare a cavallo e marchiare vitelli, dare la caccia ai puma e addentrarsi nelle regioni più selvagge del West. Benchè newyorkese di nascita, nessuno aveva difficoltà a considerarlo – così come appariva rude, duro, intransigente, tenace ed onesto – un autentico simbolo della Frontiera leggendaria.
La sua presidenza costituì una parentesi molto positiva per gli Americani, sia in politica interna che nei rapporti verso l’estero. Esponente di un partito che tradizionalmente sembrava sostenere le classi più abbienti, si affrettò a precisare: “Noi non siamo né per il ricco, né per il povero: siamo per l’uomo onesto, ricco o povero che sia”. L’azione di Roosevelt ebbe un peso notevole nella conservazione del patrimonio boschivo e faunistico nazionale: infatti preservò molte foreste facendole incamerare nel demanio nazionale, pose forti limiti alla speculazione edilizia e costrinse le ferrovie a cedere, a vantaggio della collettività, i vasti territori che, in base ad una vecchia legge, avevano espropriato senza usarle. Inoltre favorì un imponente progetto di irrigazione nella valle del Mississippi, rendendo fertili 750.000 acri di terra, ordinò di riprendere i lavori del Canale di Panama, che avrebbe permesso il collegamento via mare fra gli oceani Atlantico e Pacifico senza più costringere le navi a doppiare il Capo Horn. L’opera, già caldeggiata da ingegneri come il francese Ferdinand de Lesseps, creatore del Canale di Suez, fu portata a compimento il 3 agosto 1914, dopo molte difficoltà con la Colombia e la minaccia statunitense di un intervento militare.
In politica interna, Roosevelt si fece paladino della difesa dell’ordine pubblico e dell’incolumità dei cittadini, dichiarando guerra alla criminalità organizzata, dando il proprio appoggio a poliziotti integerrimi e motivati come l’italo-americano Joe Petrosino (1860-1909) nella lotta alla Mano Nera, organizzazione che nel tempo sarebbe diventata la mafia di Cosa Nostra. Il nuovo presidente ebbe un ruolo anche nella salvezza di specie animali minacciate di estinzione, come quella del bisonte, che negli Stati Uniti contava ormai soltanto un migliaio di esemplari. Quando nel 1905 il dottor William T. Hornaday fondò la Società Americana per la Protezione del Bisonte diventandone il presidente effettivo, Roosevelt ne fu nominato presidente onorario. In una lettera a Ernest H. Baynes, segretario della neo-costituita associazione, scrisse: “I bisonti sono incontestabilmente la specie che ha avuto l’importanza maggiore nella vita degli Indiani…Sarebbe una disgrazia irreparabile se la razza fosse lasciata scomparire.”
Come si è detto, Roosevelt era affettivamente legato alla natura del West e si battè in difesa di molte aree naturali. A proposito del Grand Canyon, che aveva visitato 2 volte per cacciare il puma, dichiarò: “Il Grand Canyon è di una bellezza e una grandiosità uniche al mondo. Lasciamolo così com’è: il tempo e l’acqua hanno già terminato il lavoro che l’azione dell’uomo potrebbe solo rovinare. Conserviamolo per i nostri figli, e per tutti coloro che verranno dopo di noi….” Nel 1908 l’intera area, di circa 5.000 chilometri quadrati, diventò monumento nazionale e un decennio più tardi assunse la denominazione di Parco Nazionale del Grand Canyon, rappresentando ancora oggi una delle massime attrattive mondiali sul suolo americano.


Un bel quadro di Roosevelt

In politica estera, Roosevelt fu l’uomo che diede agli Stati Uniti una dimensione internazionale, rendendoli protagonisti della storia del mondo. Ciò gli attirò spesso l’accusa di imperialismo per alcuni interventi che il presidente-cowboy prese risolutamente in presenza di situazioni critiche.
Rivendicando la validità della politica di James Monroe sul diritto-dovere degli Americani di esercitare poteri di polizia a livello mondiale verso quei Paesi che non si fossero comportati correttamente, egli rilanciò la “politica del bastone” (“Big stick”) che, sintetizzata, significava: “parla poco e porta con te un grosso bastone, farai molta strada”.
Questa filosofia, estremamente pratica, Roosevelt la mise in atto in occasione di un episodio marginale, allorchè, il 18 maggio 1904, il predone arabo Ahmed El Raisuli rapì in Marocco il ricco americano Ion E. Perdicaris di 64 anni, insieme al figliastro Cromwell. Senza esitare, Roosevelt inviò al console americano a Tangeri, Gummere, il seguente telegramma: “Questo governo vuole Perdicaris vivo o Raisuli morto.” La faccenda si risolse con il rilascio degli ostaggi, senza alcun combattimento nè spargimento di sangue. Il regista John Mylius avrebbe elaborato a modo suo la vicenda nel celebre film “Il vento e il leone” del 1975, nel quale Roosevelt è interpretato da Brian Keith e El Raisuli da Sean Connery, mentre la persona rapita diventa la signora Eden Pedecaris la cui parte è sostenuta dalla bellissima Candice Bergen.
In seguito alla dichiarazione di indipendenza delle Filippine nel 1899 da parte del generale Emilio Aguinaldo, gli Stati Uniti furono costretti ad intervenire, impegnandosi in una guerra durata fino al 1902. Quell’anno, con il Philippine Organic Act, venne riconosciuta una limitata autonomia alle isole, che diventeranno pienamente indipendenti nel 1916.
Rieletto alla presidenza nel 1904, Roosevelt condusse un’azione risoluta in America Latina a tutela degli interessi americani. Alla minaccia del kaiser Guglielmo II di occupare lo Stato libero del Venezuela, che non aveva tenuto fede agli impegni assunti con la Germania, Roosevelt rispose che se ciò fosse avvenuto avrebbe replicato militarmente a difesa del Paese sudamericano.
Dopo avere fatto da mediatore fra Russi e Giapponesi, inducendoli a cessare un conflitto che durava dal 1904, il presidente americano fece sentire tutto il suo peso nella Conferenza di Algeciras nel 1906, scongiurando per il momento il conflitto europeo che stava per esplodere dopo la Crisi di Tangeri, scoppiata nel 1905 allorchè la Germania si era opposta al tentativo francese di estendere il suo dominio sul Marocco. La sua mediazione gli valse il Nobel per la Pace nel 1906.


Theodore Roosevelt

Scaduto il suo secondo mandato nel 1909, nonostante il suo partito lo volesse nuovamente candidare, Roosevelt sgombrò il campo a favore di William Howard Taft, che, una volta eletto, lo deluderà tradendo molti programmi dei Repubblicani. Per questo Roosevelt cominciò a prendere le distanze dalla linea più ortodossa della sua formazione politica, dando vita ad un partito proprio denominato “Progressive Party” (“Bull Moose Party”) che si impose subito battendo alle primarie i Repubblicani (27,4% contro il 23,2%). Nonostante la popolarità di Roosevelt, l’entità delle sue opere e le grandi riforme di cui era stato promotore, le presidenziali del 1912 attribuirono la vittoria ai Democratici, rappresentati da un docente universitario di scienze politiche, divenuto governatore del New Jersey, di nome Woodrow Wilson. La campagna elettorale non si era svolta sempre pacificamente, perchè il 14 ottobre 1912, durante un comizio tenuto a Milwaukee nel Wisconsin, Roosevelt era stato ferito dai colpi di pistola sparati da John Schrank, gestore di un saloon. Anche in questa circostanza, il vecchio frontiersman rifiutò i soccorsi, continuando stoicamente a parlare alla platea fino al termine del suo discorso.

Nei suoi ultimi anni, Roosevelt non abbandonò la passione per le escursioni nei luoghi selvaggi e talvolta ancora inesplorati. Dopo essersi recato in Europa, dove a Stoccolma ritirò il Premio Nobel che gli era stato conferito, andò in Africa, partecipando anche alla caccia al leone. Nel 1913-14 prese parte, insieme a Candido Rondon, ad una rischiosa missione nel Brasile occidentale, spingendosi verso il confine con la Bolivia. Fu merito suo la scoperta del Rio Dùvida (in portoghese: Fiume del Dubbio) affluente del Madeira, che si getta nel Rio delle Amazzoni e ancora oggi il corso d’acqua viene indicato nelle mappe ufficiali come Rio Roosevelt.
La sua smisurata passione per l’avventura, gli procurò tuttavia dei problemi di salute, perché proprio in Brasile egli contrasse la febbre malarica. Nonostante l’età, gli innumerevoli rischi corsi in precedenza e la salute cagionevole, il vecchio lottatore non esitò, nel 1917, a presentare domanda di arruolamento volontario nell’armata del generale John Pershing destinata in Francia per combattere i Tedeschi. Fu il presidente Wilson ad opporgli un diniego, in considerazione della sua salute malferma.

Theodore Roosevelt morì il 6 gennaio 1919 in seguito alla malaria contratta in Sudamerica. Il suo busto è uno dei 4, alti ciascuno 18 metri, ricavati a Mount Rushmore, nel South Dakota, dallo scultore Korsczak Ziolkowsky.

L’estremo riconoscimento, attribuito tardivamente al grande politico e uomo d’azione americano, è stata la concessione delle Medaglia d’Onore del Congresso, la più alta onorificenza degli Stati Uniti d’America per i militari che si sono distinti in azioni di guerra. A Roosevelt è stata attribuita il 16 gennaio 2001, a 103 anni di distanza dalla gloriosa carica di San Juan Hill. Nella motivazione è scritto: “per il suo straordinario eroismo e la devozione al dovere”.
Per la gente del West, Roosevelt rimane un personaggio di enorme popolarità, che seppe adattarsi all’umile e faticosa vita dei mandriani, lavorando infaticabilmente nelle praterie ancora in parte selvagge, in sella ad un cavallo come un comune cowboy.

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