La battaglia dei cassoni dei carri

A cura di Sergio Mura

La disfatta di Fetterman (dicembre 1866) lasciò i militari annichiliti. Nessuno pensava che gli indiani potessero riuscire in un’operazione di tale portata, anche se non mancavano precedenti di maggiore rilevanza a danno dei civili. Il Colonnello Carrington, allora a capo di Fort Phil Kearny, venne destituito. Sul versante dei Nativi, la battaglia ebbe una vasta eco e la fama dei combattenti si diffuse rapidamente in tutte le pianure del nord-ovest, penetrando dentro ogni tenda e diventando argomento di discussione davanti ai fuochi di ogni campo nelle rigide notti invernali. Da ogni dove arrivavano bande pronte ad unirsi a Nuvola Rossa ed i suoi Sioux nella guerra all’uomo bianco. I forti sembravano fantasmi spersi in una frontiera dove nessuno osava più circolare liberamente. Le guarnigioni erano costrette a rimanere dove si trovavano, a volte senza neppure ricevere aiuti e rinforzi.

Nuvola Rossa (Red Cloud)

Certamente nessuna carovana o carro di emigranti osava addentrarsi nelle terre indiane usando le piste conosciute. Il pericolo di fare brutti incontri ed una brutta fine era troppo concreto per allontanarsi dalle città della frontiera. Passarono i mesi invernali e quelli primaverili senza che a Fort Phil Kearny riprendessero le normali attività. Fino al luglio (1867)…

Capi indiani a Fort Laramie (1867)

Il 31 di quel mese ripresero i lavori di disboscamento. I taglialegna vennero affidati alla protezione di un gruppo di soldati comandati dal Maggiore Powell. In quel periodo i soldati di stanza a Fort Phil Kearny avevano ricevuto 700 fucili Springfield a ripetizione, un’arma moderna e temibile, della cui esistenza Nuvola Rossa ed i suoi guerrieri non avevano alcuna notizia.
Man-Afraid-of-his-Horses (1867) Nuvola Rossa venne a sapere che i bianchi stavano nuovamente tagliando gli alberi, rifornendosi di legna per l’inverno successivo e per rinforzare le postazioni militari con le solite palizzate appuntite. La notizia lo rallegrò perché in piena estate gli indiani erano in grado di esprimere al meglio la loro capacità di combattere. Erano tantissimi, forti, dotati di cavalcature robuste, veloci e ben nutrite dall’erba alta che ricopriva le pianure. Decise dunque di ritentare il colpaccio con una manovra come quella che aveva segnato la fine di Fetterman:sarebbero andati a provocare i soldati assalendo i taglialegna; i soldati avrebbero inseguito il gruppetto di indiani, addentrandosi nella trappola predisposta nel luogo in cui avrebbero subìto l’attacco in forze dei guerrieri di Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo.


W. T. Sherman incontra gli indiani a Fort Laramie (1867)

Come già accaduto, Cavallo Pazzo aveva il compito di attaccare i taglialegna, mentre gli altri 800 guerrieri avrebbero atteso nascosti l’immancabile pattuglione di soldati provenienti dal forte. Il campo dei taglialegna era stato sistemato a Piney Island, in piena foresta, ad oltre 10 chilometri dal forte, guardato a vista da 12 soldati. Gli altri soldati, 26 uomini guidati personalmente dal Maggiore Powell, erano accampati nei pressi di un corral composto di 14 carri, di quelli in uso all’esercito, disposti in cerchio per custodire i muli. Questo campo era in una radura a circa 1 chilometro e mezzo dal campo dei taglialegna. Ulteriori 13 soldati, gli ultimi, venivano usati per la scorta ai convogli dei taglialegna. Tutto era calmo quando, il 2 agosto 1867, nelle prime ore del mattino (erano appena le 9) un gruppo di indiani si avvicinò ai bianchi e gli sottrasse alcuni muli. Un altro gruppo, con un urlo lacerante, si lanciò all’attacco del campo dei boscaioli. I soldati furono costretti dalla sortita ad abbandonare il campo, subendo anche gravi perdite. Dovettero correre continuando a sparare contro gli indiani nel tentativo di raggiungere il rifugio tra i carri, mentre i boscaioli riuscirono a scappare ed a dirigersi in tutta fretta verso Fort Phil Kearny o, in qualche caso, al corral di carri dell’esercito.
Cavallo Pazzo (Crazy Horse)
Nella fuga verso il campo i soldati ed i taglialegna furono sostenuti da Powell che, accortosi dell’attacco, aveva organizzato una sortita verso la foresta. La manovra organizzata dagli indiani però non raggiunse il risultato sperato da Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo. Nessuno si aspettava una determinazione a resistere come quella mostrata dai soldati, né stavolta vi era un ufficiale imprudente a dirigere le operazioni. L’attacco, dunque, pareva andato male visto che non potevano bastare pochi muli e qualche soldato morto a giustificare una manovra con 800 guerrieri. Valutarono anche di non essere nemmeno in grado di raggiungere i boscaioli in fuga perché fra loro e i taglialegna vi era il corral dei militari e, in ogni caso, la distanza dal forte era così esigua che il rumore degli spari avrebbe presto richiamato altre truppe in zona. Per questo decisero di rivolgere l’attenzione ai soldati rimasti tra i cassoni dei carri. I 36 militari si erano subito dati da fare per organizzare la migliore difesa possibile in quelle condizioni. Tutti i cassoni dei carri, poggiati a terra, erano stati rinforzati con pali di legno, terra, sacchi di sabbia e coperte ammucchiate. Alcune piccole trincee erano state scavate nella prateria per consentire ai tiratori scelti di infilarvisi dentro e sparare restando abbastanza protetti. Ogni soldato, in grado di sparare con abilità e precisione, era aiutato da quelli meno pratici che si occupavano di ricaricare i fucili. Ogni tiratore disponeva infatti di 3 o 4 fucili, è stato riportato il fatto di un caso in cui, un esperto di guerre indiane, ne aveva con sé ben 8! Erano i temibili Springfield a retrocarica, un’arma capace di moltiplicare il volume di fuoco attraverso la velocità di ricarica, aumentando così la capacità difensiva di un manipolo di soldati.


Il luogo in cui si svolse la battaglia

Sulle colline ricoperte di vegetazione, intanto, erano accorsi altri guerrieri ed ora Nuvola Rossa poteva disporre di quasi 1000 combattenti tra Sioux e Cheyenne, tutti pronti a lanciarsi all’attacco non appena fosse stato comandato.


Il cippo che ricorda la battaglia e un cassone di carro

Gli “Akicita” (una sorta di corpo di guardia indiano con l’incarico di far rispettare l’ordine e le disposizioni dei capi di guerra) trattenevano a stento i giovani guerrieri, ansiosi di dimostrare a tutti il proprio valore. Persino le donne erano accorse sulle colline per incoraggiare i guerrieri e osservare l’attacco da una posizione sicura.


Il momento dell’attacco

Nuvola Rossa, orgoglioso dei propri guerrieri ed anche di sé stesso per essere riuscito – ancora una volta – ad organizzare una coalizione così potente, si incaricava di trasmettere gli ordini tramite una coperta colorata che veniva agitata in maniera convenuta affinché tutti potessero comprendere rapidamente, e con sicurezza, cosa fare. A dire il vero non si trattava di una manovra particolarmente elaborata. Al comando del capo, un gruppo di 500 cavalieri guidato da Cavallo Pazzo e Cavallo Americano (noto come Scudo di Ferro – Iron Shied), si lanciò all’attacco. Gli indiani galopparono lungo i sentieri nella foresta gridando come forsennati ed agitando le loro armi, lance, scudi, archi, frecce ed i fucili (che avevano sottratto nell’attacco vittorioso a Fetterman). I loro copricapo ondeggiavano al vento, le facce erano dipinte, i cavalli galoppavano vigorosi ed agili. La velocità aumentava man mano che si avvicinavano al corral difeso dai soldati. Questi ultimi, pur spaventati dalla gran massa di indiani che stava volando loro addosso, attendevano l’ordine di Powell per iniziare a sparare. Quando l’ordine del Maggiore arrivò gli indiani erano quasi a ridosso del “fortino”, mancavano solo poche decine di metri. Iniziò una fitta sparatoria che disorientò gli indiani, perché non si trattava della solita scarica di fucileria ma di un fuoco continuo. Un muro di fuoco! Era merito dei fucili Springfield, le cui canne già scottavano per i troppi colpi sparati. Alcuni si incepparono, ma intanto gli indiani cadevano come birilli sotto i colpi dei soldati. Rotolavano uno sull’altro, trascinati dalla loro stessa velocità e foga, senza mai riuscire a raggiungere le sponde dei carri dietro i quali si riparavano i soldati.


Gli indiani sono a ridosso dei cassoni dei carri

Gli indiani si resero immediatamente conto che qualcosa di nuovo stava accadendo. Non era mai successo prima che i soldati riuscissero a sparare in quel modo, ad infliggergli così tante perdite nonostante l’incredibile disparità numerica. Presero quindi a cavalcare creando un anello intorno ai soldati, lanciando frecce e sparando contro il loro riparo che appariva sempre più invalicabile ed irraggiungibile. Attendevano, galoppando in cerchio, che si affievolisse la sparatoria dei difensori, ma questi mantenevano inalterato il volume di fuoco in un caos infernale che alla fine convinse Cavallo Pazzo ad ordinare il ritorno tra gli alberi della foresta per discutere con Nuvola Rossa un nuovo piano d’attacco. Nuvola Rossa decise di sospendere temporaneamente l’attacco in massa, scegliendo di fare avvicinare al corral gruppi di guerrieri appiedati che, strisciando, avrebbero approfittato del riparo offerto da ogni asperità del terreno, di ogni sasso o tronco. L’intenzione era di riuscire ad arrivare a distanza di tiro per prendere di mira i soldati da più direzioni con un’attività di “cecchinaggio”. I guerrieri si avvicinarono sparando sporadicamente contro i soldati, ma questi non risposero finché non furono certi di essere in grado di colpire gli attaccanti.


Uno strepitoso diorama della battaglia dei cassoni di carro

Per controbattere ancor più efficacemente la manovra di accerchiamento, i soldati presero la discutibile decisione di sparare nel mucchio dei guerrieri feriti che erano caduti in prossimità dei carri. Di fronte a questa situazione gli indiani decisero di concentrarsi sul salvataggio dei propri compagni. Gli lanciarono dei “lazos” perché vi si aggrappassero e li trascinarono al sicuro. I canti di morte in onore dei caduti si levarono alti nel cielo, dolorosi, lenti ed agghiaccianti, come sembrarono ai soldati nascosti al riparo delle sponde dei carri. Si trattò di una tregua abbastanza breve perché subito dopo altri 700 indiani, quelli che ritenevano di essere più valorosi, si lanciarono in un nuovo rabbioso attacco in massa. Evitarono, però, di stare uno a ridosso dell’altro sparpagliandosi in un semicerchio. A guidarli era un nipote di Nuvola Rossa.


I soldati si difendono stando al riparo

Anche stavolta i soldati attesero di avere gli indiani a tiro per iniziare a sparare. Anche stavolta l’impeto degli attaccanti si infranse contro uno sbarramento micidiale di metallo rovente, inesauribile, inaspettato. Le munizioni parevano non finire mai ed i guerrieri perdevano la vita senza riuscire ad avvicinarsi agli assediati. Lo stesso nipote di Nuvola Rossa morì colpito da una pallottola sparata dal Maggiore Powell. Gli indiani si ritiravano pochi minuti per riordinare le file e ritornare all’attacco con rinnovato vigore, ma non riuscivano minimamente a intaccare la solidità difensiva dei soldati.


Ancora gli indiani all’attacco

Improvvisamente risuonò una detonazione molto più rumorosa delle altre. Era un colpo di artiglieria sparato dal cannone al seguito dei 100 soldati inviati in soccorso dal forte. A Nuvola Rossa non restò che richiamare i suoi guerrieri. Subito dopo aver provveduto al recupero dei corpi di caduti e feriti, si dileguarono tra il folto degli alberi delle foreste che ricoprivano le colline. Dopo 3 ore di assalti i soldati avevano perso 6 uomini, dei quali 3 erano morti fuori dal recinto prima che iniziasse l’assedio. Altri 2 soldati rimasero feriti. Ben più dolorose furono le perdite nella coalizione di Nuvola Rossa! Il Maggiore Powell sostenne di poter stimare le perdite indiane in una sessantina di morti e almeno 120 feriti. Considerate le testimonianze raccolte in seguito all’attacco e negli anni successivi, gli storici concordano nel considerarla una stima sufficientemente precisa. Assolutamente ridicole furono le spacconate, messe in giro da alcuni tra gli assediati, che vantarono l’uccisione di 1000 guerrieri.


Il classico girotondo indiano

Con la battaglia delle Sponde dei carri, i bianchi videro confermata una certezza per loro sacrosanta, cioé che un piccolo gruppo di uomini ben addestrati, motivati, ben armati ed in posizione vantaggiosa, era in grado di respingere forze di gran lunga superiori di indiani, qualora avessero combattuto nella loro maniera tradizionale. Un altro aspetto, non meno importante, fu che la guarnigione di stanza a Fort Phil Kearny recuperò un po’ del prestigio perso, dopo il disastro che l’aveva vista precedentemente protagonista. Si concluse così la battaglia delle sponde dei carri, un capitolo doloroso della “Guerra di Nuvola Rossa”.

Condividi l'articolo!

Commenti

Vuoi scrivere qualcosa? Usa i commenti!

Devi eseguire il log-in per inserire un messaggio.