Wounded Knee: viaggio nell’altra faccia dell’America

A cura di Giuseppe Danovaro

La riserva, oggi
Ed eccomi finalmente a Billings (Montana), sede iniziale di un viaggio che ci avrebbe portato a percorrere le grandi pianure americane, consentendoci di visitare alcune tra le più caratteristiche Riserve indiane, attraverso il Whyoming, il Nebraska ed infine il South Dakota.
Già all’Aeroporto di Washington avevo provato una sensazione di indescrivibile, quasi infantile emozione.
Non ero mai stato negli Stati Uniti, anche se questo paese era sempre stato nei miei sogni.
Ultimamente stavo per rinunciare, per arrendermi davanti alle difficoltà che inevitabilmente si presentavano, quando proponevo alle varie Agenzie di Viaggio il mio itinerario. Un simile percorso era infatti troppo al di fuori dai consueti parametri turistici, per cui non esistevano punti di riferimento certi sui quali fare affidamento.
La notizia che esisteva a Genova, proprio nella mia città di appartenenza, una associazione, l’Hunkapi, che, dopo aver nello scorso anno effettuato un viaggio in queste zone, ne stava programmando un altro, molto più mirato, per il prossimo mese di Giugno, rappresentò la insperata soluzione dei miei problemi.
Dopo i primi contatti, abbandonai ogni indugio: rapidamente concordai la mia adesione al programma e finalmente partii.
Come ho già detto, l’aver messo piede a Washington, sia pure per il breve periodo di tempo necessario per attendere il volo interno, mi aveva dato una emozione particolare: quando poi giungemmo a destinazione, dopo svariate peripezie conseguenti ad uno sciopero in Italia dei controllori di volo, il tumulto delle mie sensazioni aumentò progressivamente.
A quel punto metabolizzai, con la più assoluta naturalezza, stanchezza e disagi per godere appieno la realizzazione del mio sogno.
Il piccolo aereo, dopo aver sorvolato un breve tratto di prateria, si stava portando alla pista di atterraggio.
In lontananza si potevano distinguere piccole mandrie di cavalli, che stavano caracollando nella pianura, per nulla intimoriti dal rumore del vicino Aeroporto.
Non appena toccato il suolo, il rumore dei freni si aggiunse a quello dei motori, portati al massimo dei giri. Dopo una breve corsa, ci fermammo.
Scattata la rituale fotografia di gruppo, frenetica corsa per recuperare i bagagli ed infine trasferta in pullman all’albergo.
Fin da questo momento desidero ricordare un personaggio, che ci avrebbe accompagnato lungo tutto il nostro itinerario, elargendo consigli, sorrisi, battute in puro stile yankee: mi riferisco a Mr. Ralph, l’autista messoci a disposizione dell’organizzazione del viaggio, da noi poi eletto come nostro indiscusso nume tutelare.
Come ripeto, un personaggio simpaticamente unico nel suo genere, al quale rivolgo da queste pagine un caro saluto ed un sentito ringraziamento: avrò comunque modo di menzionarlo anche in seguito.
Dopo un pranzo assolutamente americano, ci recammo a visitare Billings.
Città sicuramente gradevole, ma priva di particolari caratteristiche, Billings si presenta col tipico disegno a quadrilatero, attraversato da strade, che si intersecano l’un l’altra, per poi confluire nel viale principale.
Di rilievo la pulizia e l’ordine nelle strade, così come estremamente composta e ligia alle regole la circolazione dei veicoli.
Di sicuro effetto invece il Museo locale, con quadri e sculture dove vengono riprodotti momenti particolari della vita lungo la frontiera, nella prateria, sui monti, nei ranchs.
Impressionante la varietà di colori su alcune tele, quasi a voler evidenziare una molteplicità di sfumature, che, in tutta franchezza, mi sembrava abbastanza forzata. Ebbi poi modo di verificare che mai la natura e l’ambiente erano stati descritti in modo così realistico e veritiero.
Concludemmo poi la giornata con un ulteriore, ma breve, giro per la città ed infine ci ritirammo per il tanto sospirato riposo.


Una vecchia mappa di Billings, nel Montana

Quella prima notte dormii poche ore, ma nonostante ciò mi alzai la mattina successiva galvanizzato e in perfetta forma.
La giornata era splendida, con un cielo di un azzurro intenso ed un sole particolarmente caldo.
Dopo la solita abbondante colazione, partimmo per Hardin, località dove si sarebbe tenuta una rievocazione della battaglia del Little Big Horn.
Prima ci recammo però nel luogo dove si era effettivamente verificato lo scontro tra le truppe del Generale Custer ed i guerrieri di Toro Seduto e Cavallo Pazzo.
Fin dai primi momenti della breve ascesa, notai le piccole lapidi, delimitanti le tombe dei caduti, sparse lungo le pendici della collina, a testimonianza di un terrore sempre più crescente, che avrebbe poi indotto i militari ad una fuga disordinata nelle più svariate direzioni. Il punto dove sarebbe caduto il Generale Custer si trova quasi sulla sommità del rilievo.
In lontananza, un ritmato battito di tamburi dava la sensazione di rivivere in prima persona, con un balzo a ritroso nel tempo, quei momenti, che, in tanti film e romanzi, erano stati descritti con infinite variazioni.
Di altissima intensità l’atmosfera che avvertivo in questo luogo, dove le persone si muovevano in un quasi totale e rispettoso silenzio. Qualche scambio di impressioni a bassa voce, brevi richiami per far rilevare questo o quel particolare, ma tutto in un clima di estrema compostezza e totale partecipazione emotiva.
Tralasciando ogni giudizio, dettato da una innegabile simpatia nei confronti di chi difendeva la propria identità offesa e la propria terra, resta comunque indubbia la tragicità di quell’ episodio, tanto cruento nell’immediato e così drammatico per la conseguenze che, di lì a poco, ne sarebbero derivate.
Purtroppo ancora una volta gli interessi e le ambizioni dei potenti scrivevano le pagine della storia.
Personalmente mi muovevo come in trance: ne ero perfettamente conscio, ma non potevo agire diversamente. Per quanto ci provassi, non riuscivo ad assumere un atteggiamento naturale e distaccato.
D’altra parte l’emozione era troppo forte ed aumentava in concomitanza col sibilo del vento ed il rullare dei tamburi.
Uscii dal mio stato di assoluta partecipazione, solo quando, più tardi, scesi dalla collina.
In quel momento non sapevo che tanti altri luoghi mi avrebbero, in seguito, riservato momenti ancora più toccanti.
Come da programma, ci portammo sul posto dove si sarebbe tenuta la rievocazione della battaglia.
A questo punto mi sia consentito aprire una breve parentesi, magari peccando di obiettività.
Ci trovavamo nella Riserva dei Crow, come è noto nemici storici dei Lakota (Sioux), al punto che alcuni tra i più validi scouts delle giacche azzurre erano stati reclutati in questa tribù.
I motivi di tanta arrendevolezza e collaborazione col Governo degli Stati Uniti potevano essere diversi: non esclusa una maggiore saggezza e lungimiranza nel valutare gli sviluppi futuri degli avvenimenti, una certa capacità diplomatica tendente a salvaguardare il proprio futuro e quello dei propri figli.
Tante potrebbero essere state le ragioni, che avrebbero indotto queste popolazioni a schierarsi a favore dell’invasore.
Fatte tali doverose considerazioni, resta però inspiegabile che proprio i Crow rievocasero la battaglia del Little Big Horn.
Lo rappresentazione, già fin dall’inizio osteggiata da un improvviso temporale, si è poi svolta in modo abbastanza rabberciato, dilettantesco e questo nonostante la buona volontà dei protagonisti, impegnati in splendide evoluzioni su cavalli decisamente nervosi per le condizioni atmosferiche non propriamente favorevoli.
Al termine, le note dell’inno americano chiamarono a raccolta l’intero gruppo dei protagonisti, che molto diligentemente salutarono il pubblico, ricevendo in cambio un coro di ovazioni ed applausi: nel nostro gruppo molti non riuscivano a nascondere le proprie perplessità.
Sicuramente una simile linea di condotta portava indubbi vantaggi, visto che le condizioni di vita, in questa riserva, apparivano sostanzialmente buone.
Questa almeno fu la mia prima impressione: non avendo altri termini di paragone, temevo però di non aver colto esattamente l’effettivo significato di una simile realtà.
Come potei verificare in seguito, avevo visto in modo esatto: ben diverse, ma in senso nettamente peggiorativo, le condizioni nelle riserve dove erano stati relegati gli Cheyenne e i Lakota.
Tornati in albergo decidemmo di accantonare, almeno per il momento, i vari argomenti dibattuti nel corso della giornata: optammo quindi per una buona cena, che consumammo in un ristorante caratteristico. Gradevole variante, la presenza di un gruppo musicale, formato da tre elementi.
Al suono di una chitarra, non proprio in stile country, concludemmo la serata, guadagnando le nostre stanze.
Non sentendomi particolarmente stanco, azzardai un primo bilancio di questa mia trasferta sul suolo americano.
A livello paesaggistico, quanto si era presentato davanti al mio sguardo era addirittura superiore alle più ottimistiche aspettative.


Ricostruzione storica al Little Big Horn

Appena usciti dalla città, una pianura infinita, verdeggiante, ricca di infinite sfumature, si sviluppava fino all’orizzonte.
Piccole dune imprimevano a questo spettacolo naturale un movimento ondeggiante, che dava un senso di totale calma e serenità.
L’ambiente, nel quale ci muovevamo, era quanto di più coinvolgente potessi immaginare.
Il mio sguardo, abituato a spazi ben definiti e delimiatati, si muoveva come smarrito davanti a una simile immensità, a una tale variazione di colori.
L’orizzonte, lontanissimo, legava cielo e terra, stretti come in un abbraccio.
L’aria era pervasa da un intenso profumo di fiori, salvia ed erba, che ci avvolgeva in una composita miscellanea di odori.
Tutto sommato le premesse erano buone.
Sentii le palpebre improvvisamente appesantirsi: mi addormentai percependo ancora l’atmosfera ovattata della prateria.
La mattina successiva Mr. Ralph decise di assumere il comando delle operazioni.
Avuto sentore dei nostri obiettivi, mentre ci stavamo dirigendo verso Sheridan, si fermò nel bel mezzo della riserva Cheyenne, raccogliendo informazioni, che si rivelarono paricolarmente utili. Era infatti nostra intenzione visitare questo posto, ma, trovandoci in un’area non particolarmente frequentata e quindi poco conosciuta anche a livello locale, non avevamo potuto predisporre una linea operativa attendibile.
Con Mr. Ralph ogni ostacolo era però superabile.
Dopo un breve colloquio con l’addetto ad una stazione di Servizio, Mr Ralph ci avvertì che un indiano si sarebbe messo a nostra disposizione, per farci vistare i luoghi più significativi della riserva.
Incredibile!. Ci trovavamo in una landa estrema degli Stati Uniti, chiusa nella proprio evidente povertà, dove solo sporadicamente si incontrava qualche persona, mentre frettolosamente spariva in qualche baracca: all’improvviso, e neppure tanto metaforicamente, ci venivano aperte le porte del villaggio.
In effetti la cosa ci meravigliò non poco. Come è noto, gli abitanti delle riserve non gradiscono la presenza di visitatori.
A ciò aggiungasi che, come ho appena detto, la zona si trovava ben al di fuori da qualsiasi circuito turistico: ragionevole supporre quindi che la nostra improvvisa sosta avesse suscitato una certa curiosità, tanto più accentuata quando dichiarammo di essere italiani.
Il pullman si era arrestato in un’area di servizio.
A questo punto entrò in scena James, uno Cheyenne del Nord, dallo sguardo limpido e dai modi gentili.
Pur mantenendo immutata la riservatezza tipica della sua gente, si dimostrò subito interessato a noi, quasi desideroso di illustrarci i vari argomenti che, come aveva intuito, intedevamo sottoporgli.
Improvvisamente scattò un meccanismo, che ancora a distanza di tempo, mi meraviglia.
Entrammo in piena sintonia con questa persona, come se questo incontro fosse stato concordato da tempo. Lui stesso dichiarò di aver avvertito la nostra presenza, ancor prima di averci visto e di essersi sentito attirato verso di noi.
Sicuramente la concretezza tipica del mondo occidentale, affinata da approfonditi studi e dotte lezioni di logica, sentenzierà che il nostro gruppo era evidentemente caduto vittima di un fenomeno di autosuggestione e che comunque il furbo “selvaggio” stava sfruttando la situazione per il proprio tornaconto.
Dico subito che, come ebbi modo di vericare in seguito, tale seconda ipotesi si rivelò completamente infondata: sulla prima ritengo superfluo esprimere un qualsiasi giudizio.
Ognuno, d’altra parte, è libero di pensare ciò che vuole: il problema nasce nel momento in cui ci si sente unici depositari della verità e, come tali, autorizzati ad imporla a tutti gli altri. E su questo argomento penso che gli Indiani d’America potrebbero ampiamente disquisire, con piena cognizione di causa.
Ma torniamo a James. Con la massima disinvoltura, richiamò la nostra attenzione, per sottolineare che ci avrebbe fatto visitare il cimitero della riserva, ed in particolare il posto dove erano ricordati due capi di chiara fama, Little Wolf e Dull Knife.
Dopo aver ricordato che saremmo entrati in un luogo sacro, James si diresse verso un’area abbastanza circoscritta, adagiata sul fianco di una collina.
Vidi allora tante tombe, alcune contraddistinte da croci cristiane, altre da simboli di diverso e svariato genere.
Nastri ornamentali dai colori vivaci erano posati o sulla nuda terra o su rudimentali appoggi, in una sorta di variopinto insieme.
Ancora una volta percepii il canto del vento disperdersi nel silenzio.
Ci arrestammo quindi davanti ai simboli funerari dei due Capi guerrieri ed ascoltammo le parole di James, mentre descriveva alcuni degli episodi più significativi della loro breve vita.
Un discorso molto sintetico, ma intenso nelle descrizioni e, in alcuni momenti, estremamente particolareggiato.
Potevamo captare, nel tono caldo e profondo della voce, una commozione particolarmente sincera e sentita.
Dopo brevi attimi di raccoglimento, tornammo percorrendo lo stesso sentiero ed uscimmo.
Davanti a noi si parò una vettura grossa, decisamente malandata: scesero due uomini, che cominciarono a parlare intensamente con la nostra guida.
Venimmo poi informati che uno di loro, lo Sciamano del villaggio, ci avrebbe portati in una località abbastanza vicina, dove avremmo potuto vedere qualcosa di estremamente sacro.
La proposta fu accolta all’unanimità..
Il nostro pullman, sul quale erano saliti James ed il nuovo personaggio, Philip, si portò su una strada sterrata, abbastanza angusta, che si snodava ai piedi di un monte.
In alcuni punti Philip chiedeva di poter scendere, dovendo eseguire ben precisi rituali.
Giungemmo infine in un’area non particolarmente ampia, delimitata da una roccia massiccia, a forma di piramide frastagliata.
Guidati da Philip, aggirammo la base e guardammo il lato aperto verso l’immensa vallata sottostante.
La roccia presentava una fitta serie di disegni, di graffiti, con riproduzioni di figure umane e di altre di non facile interpretazione. Potevamo però distinguere chiaramente la rappresentazione di alcune figure a testa in giù, a simboleggiare una caduta dal cielo.
Si trattava, come stava spiegando Philip, della visione che Toro Seduto aveva avuto in quel luogo, in epoca antecedente la battaglia del Little Big Horn: le figure che stavano cadendo erano quelle dei soldati.


I soldati cadono a testa in giù

Anche in questo caso ognuno è libero di manifestare le proprie perplessità. Resta comunque il fatto che certi posti, di così rara e quieta bellezza, trasmettono messaggi ben distintamente percepibili: di secondaria importanza disquisire su tempi, modalità, provenienze di quanto poi riportato a livello grafico.
Abbandonata questa area sacra, tornammo al villaggio.
Dopo una breve sosta , passata ad acquistare oggetti-ricordo dell’artigianato locale, riprendemmo il nostro itinerario.
Fino a a un certo punto della riserva ci avrebbe accompagnato James: anche la moglie e le due piccole figlie si aggregarono alla comitiva, seguendoci in macchina, per consentire alla nostra guida di tornare poi a casa.
Ovviamente ne approfittammo, sottoponendo il nostro interlocurtore alle più svariate domande, alle quali rispose sempre con pazienza e moderazione.
Solo una volta ebbe un attimo di incertezza e noi ci sentimmo veramente imbarazzati: fu quando gli domandammo quale futuro la sua gente si attendeva. La nostra curiosità, ci aveva fatto perdere il senso della misura e di questo ce ne remmaricammo: avevamo agito in buona fede, ma questa era solo una ben misera attenuante.
Come dirò più avanti, la risposta arrivò comunque, poco tempo dopo, al momento del commiato, sotto forma di una semplice richiesta.
A parte questo poco simpatico incidente di percorso, James si prodigò nel modo più esauriente, rispondendo a tutte le nostre domande con dovizia di particolari, attendendo pazientemente il tempo necessario per la traduzione dall’italiano all’inglese e viceversa.
A questa impegnativa incombenza provvedeva la Coordinatrice- Responsabile del nostro gruppo, la quale doveva cercare di rendere il discorso tra le parti quanto più possibile intelleggibile e fluido.
Il compito non era semplice, visto che in alcuni casi sia le domande sia le risposte presentavano una componente di notevole complessità.
Tutto filò comunque bene e di questo non posso che complimentarmi con la nostra Coordinatrice.
Il pullman ancora una volta abbandonò la strada principale, per portarsi su una sterrato, che percorse per un breve tratto, dopodichè si fermò.
James ci portò davanti ad una piccola area di terreno recintato, dove una stele ricorda il grande capo Two Moon.
Qui erano conservati i corpi di alcuni guerrieri e bambini Cheyenne, uccisi durante le guerre indiane. I resti erano stati in precedenza sepolti in un’altra località, ma, in epoca abbastanza recente, erano stati riesumati per incarico del Governo, allo scopo di effettuare una serie di esperimenti medici. Immediata la protesta della collettività indiana, con conseguente restituzione e definitiva sepoltura nel luogo davanti al quale ci trovavamo in quel momento.
Mentre James raccontava questi episodi, guardai sua moglie e le due bambine. All’improvviso lo sguardo della donna si indurì, sia pure per un breve attimo, poi riprese la propria severa, pacata compostezza.
Dovevamo a questo punto accomiatarci.
Fu a questo punto che James rivolse a noi la sua richiesta. Solo poche semplici parole:”Quando sarete tornati nella vostra terra, raccontate ai vostri parenti, ai vostri amici, ai vostri figli quello che siamo noi oggi”.
Il sole stava lentamente scendendo all’orizzonte, mentre il vento della prateria stava soffiando con sempre maggiore intensità.
I lunghi capelli dei due indiani si scompigliarono per un attimo, ma subito, ad un leggero cenno del capo, si ricomposero, scendendo fluenti sulle spalle: marito e moglie si allontanarono verso la loro vettura.
Per diverso tempo nessuno del nostro gruppo riuscì a proferire parola.
La sera raggiungemmo Sheridan (Whyoming), dove ci sistemammo per la notte.
L’emozione delle ore percedenti era ancora evidente: troppi gli interrogativi destinati a rimanere senza risposta.
La giornata successiva si decise di passarla nel più assoluto disimpegno: ci concedemmo quindi una visita panoramica ancora nella zona del Big Horn, ma solo con intento turistico.
Dopo il solito abbondante pranzo, rivolgemmo la nostra attenzione ai tanti oggetti dell’artigianato locale, esposti sulle varie bancarelle, disseminate lungo il percorso e nei numerosi negozi presenti nei piccoli villaggi della zona.


La famosa vista della collina con i cippi

Come nella prateria era padrona assoluta la natura con le sue più lussureggianti e variopinte sfumature, così anche nei lavori artigianali regnava incontrastato il colore, spesso intenso altre volte tenue, tale comunque da imporsi in modo ben visibile all’occhio del visitatore.
Collane e bracciali, finemente lavorati, abiti femminili in pelle, sui quali erano stati riprodotti i più svariati disegni, facevano bella mostra ovunque.
I prezzi purtroppo non erano da meno, ma, come mi spiegarono, si trattava di lavori “a mano”, che richiedevano la massima attenzione ed una considerevole perdita di tempo.
Fortunatamente altri articoli erano decisamente più convenienti: mi tolsi quindi qualche soddisfazione, ma non potei trattenere un sorriso quando vidi al mio polso un bracciale variopinto ed al collo una collana multicolore, la quale mi dava un’aria abbastanza insolita. Chissà se avrei far potuto far combinare il tutto con giacca e cravatta? Qualche dubbio in proposito mi sembrava perfettamente legittimo: la cosa poteva essere però divertente.
Ci avrei pensato nella sede opportuna: per il momento decisi di godermi anche questa parte di libertà.
Sulla via del ritorno, ci avvertirono che avremmo dovuto rinunciare alla visita, programmata per l’indomani, alla Medicine Wheel: la strada d’accesso era stata infatti chiusa per l’abbondante nevicata caduta all’improvviso nella zona.
Non potendovi accedere e poco documentato, chiesi informazioni sul significato della Medicine Wheel.
Si tratta di una sequenza di tante rocce, predisposta a forma di ruota, che, secondo la tradizione indiana, dovrebbe simboleggiare il sole.
Come è noto, al cerchio vengono annessi ben precisi significati e la Ruota di Medicina, richiamata in molti documenti da studiosi di questa cultura, raffigurerebbe la proiezione dell’insieme spazio – temporale, nel quale ogni creatura si muove.
Non mi sento di soffermarmi oltre su tale argomento, per evitare di elencare solo semplici nozioni, acquisibili consultando un qualsiasi manuale specializzato. Resta il fatto che tale contrattempo ci aveva precluso la possibilità di una visita, a detta di molti, dai contenuti e dai riflessi ineguagliabili.
Per vincere il nostro intuibile rammarico, ci concentrammo sui nostri prossimi obiettivi, Fort Kearny e la Devil’s Tower, dove ci portammo nella giornata successiva.
Il primo, come estremo avamposto della linea di frontiera, legò il proprio nome a tanti episodi delle guerre indiane: questa non mi sembra però la sede più indicata per citarli.
Altri sono invece gli aspetti, che, a mio avviso, meritano ben precise annotazioni.
Anzitutto, contrariamente a quanto pensavo, il Forte non era circoscritto da una palizzata: l’area rettangolare si presentava aperta e delimitata, ai lati, da postazioni, rivolte verso la prateria.
Sicuramente la stessa conformazione del luogo aveva suggerito di adottare un simile disegno: lo spazio circostante era infatti davvero enorme e dava la possibilità di individuare tempestivamente l’amico o il nemico, che si stava avvicinando.
La mia attenzione venne poi richiamata da due tubi fissi, appoggiati su appositi basamenti, del diametro di un comune cannocchiale, che erano rivolti verso precise direzioni: appresi, leggendo l’apposito foglio illustrativo, che si trattava di strumenti predisposti per l’avvistamento, puntati verso le piste usualmente battute da cacciatori, allevatori, militari.
All’interno del perimetro si trovavano il Quartier Generale, la Chiesa, l’Ospedale, gli alloggiamenti dei militari, lo spaccio, le stalle: separata la zona riservata ai civili.
In sostanza si trattava di un piccolo villaggio, perfettamente autosufficiente, immerso in un’area senza confini.
La prima impressione, per coloro che da sempre e ben a ragione si erano considerati i signori incontrastati delle pianure, sarà stata sicuramente di totale meraviglia e magari di fastidio. Questo ad una prima sommaria valutazione.
A ciò aggiungasi l’effetto dirompente, che ne sarebbe derivato, quando da questa e da altre simili postazioni avrebbero poi visto uscire i militari, per qualche missione di guerra, o successivamente, quando tali fortificazioni avrebbero dato asilo a quella numerosa schiera di cacciatori, il cui unico intento era quello di arricchirsi facilmente, vendendo le pelli degli animali abbattuti in una assurda carneficina.
Purtroppo simili episodi, oltre a contribuire ad annientare un’intera etnia, alterarono per sempre anche l’equilibrio di un ambiente, dove tutto era rigidamente disciplinato dalle severe regole della natura.
Nessuno infatti intende negare la ostilità e la durezza di posti tanto selvaggi, ma altresì deve riconoscersi la crudeltà di uno scempio tanto assurdo ed arbitrario, perpetrato nei confronti di un simile eco-sistema.
Ci spostammo quindi verso la zona dove si erge la Devil’s Tower, che raggiungemmo intorno al mezzogiorno: all’improvviso davanti ai nostri occhi si presentò questa mastodontica struttura naturale, frutto di una continua sedimentazione, prodottasi nei secoli, ma tanto omogenea e compatta da sembrare opera di un geniale architetto.
La leggenda vuole che sette sorelle, inseguite da un orso gigantesco, trovassero rifugio su questa grande roccia, alla quale tuttora i Nativi americani si rivolgono con la devozione riservata ai luoghi sacri.
Gradualmente cominciavo a capire il profondo significato di questa cultura, tanto affascinante, ma altrettanto misteriosa.
Per quali ragioni queste popolazioni avevano un’idea tanto elevata del sacro, da cosiderarlo una costante del vivere quotidiano?
Il concetto di esistenza tra l’altro riguardava non solo gli esseri animati e i vegetali, ma anche tutto ciò che era inanimato, come le montagne, le rocce, i sassi. In questa miriade di manifestazioni, l’uomo si muoveva come semplice parte di un tutto, creatura tra le creature, privo di un qualsiasi connotato, che lo elevasse al di sopra di quanto lo circondava.
Potevo solo in parte rispondere a tali domande, ma inevitabilmente ricorrevo ad un ragionamento. La spiegazione, come già in altre occasioni, mi sarebbe arrivata più tardi, solo quando finalmente riuscii a limitarmi alla semplice osservazione, filtrando le immagini attraverso il sentimento, dimenticando i passaggi e le argomentazioni dell’intelletto.
Per il momento comprendevo solo che davanti a me si alzava un blocco granitico, omogeneo, plastico, tanto maestoso da schiacciarmi con la sua imponenza.
Non lo sapevo, ma anche quella sensazione stava contribuendo a farmi entrare in un diverso grado di conoscenza.
Improvvisamente mi trovai a pensare che mai l’uomo avrebbe potuto immaginare un qualcosa in grado di competere con una simile meraviglia: se è vero che la costruzione artistica rappresenta il pensiero del proprio artefice, allora, in quel momento, mi trovavo ad osservare un’opera decisamente superiore alla abilità e alla sensibilità umana.
Ci riportarono alla realtà i cani della prateria, che, lungo la via del ritorno, ci intrattennero con piroette , salti, ammiccamenti di ogni genere.
Poi una rapida corsa verso Rapid City, dove ci saremmo fermati per due giorni.
Ho sempre ritenuto, sbagliando, che tale città fosse la capitale del South Dakota: da tanta stampa specialiazzata sulla frontiera americana, è sempre stata infatti indicata come il centro principale, attraverso il quale passavano le strade, che collegavano zone remote della prateria con i vari centri abitati.
La capitale era invece Pierre, dove ci saremmo portati nella parte finale del viaggio.
Decisi comunque una breve visita di Rapid City.
Come altre viste in precedenza, la città si sviluppa su un quadrilatero molto ampio: la variante è costituita da ampie strade, che intersecano i principali vialoni di scorrimento. Ne ricavai l’impressione di una graduale crescita a raggiera, la quale lentamente aveva modificato la struttura originaria.
Eleganti negozi, alberghi e ristoranti si offrono ai visitatori, ai turisti, incuriositi ed attirati dalle tante opportunità, che un simile complesso urbano presenta.
Se non temessi di essere smentito da qualche raffinato esteta, definirei Rapid City una cittadina elegante, dal livello di vita decisamente buono: il vicino aeroporto la pone inoltre in una posizione di sicuro vantaggio, rispetto ad altri centri ed alla stessa capitale.
Eravamo ormai entrati nella parte più significativa del nostro itinerario: da questo punto ci saremmo mossi per raggiungere quelli che, fin dall’inizio, consideravamo i principali obiettivi del viaggio.


La Devil’s Tower

Prima tappa, la visita alle Black Hills, le famose colline tuttora oggetto di contenzioso tra i Nativi ed il Governo degli Stati Uniti.
A priori, riesce concettualmente difficile comprendere le ragioni di tanta ostinazione da parte degli Indiani: se ci si limitasse infatti ad una pura analisi dei fatti, non si vede a quale titolo un complesso montuoso debba costituire un simile pomo della discordia, intorno al quale, da tempo immemorabile, si battono i due opposrti schiaramenti.
Anche in questo caso, bisogna però calarsi in un’ottica profondamente diversa da quella cui siamo abituati.
Le Colline Nere si differenziano notevolmente dagli altri gruppi montuosi e questo non tanto per la ricchezza del sottosuolo, aspetto questo di trascurabile importanza per la cultura indiana, ma piuttosto per tutta una serie di caratteristiche, percepibili solo dopo un attento esame, che consentono di annoverare questo luogo tra le indiscusse meraviglie del nostro pianeta.
La fitta vegetazione, di cui tali rilievi risultano, quasi uniformemente, coperti, contribuisce a dare, con la sua compattezza, una tonalità molto scura, nera appunto, la quale ricopre e avvolge l’intero complesso.
Piccoli torrenti, fiumi e ruscelli scendono a valle disegnando nel sottobosco anse, che armoniosamente rallentano la discesa delle acque, spesso convogliandole in dighe naturali o incanalandole verso cascate, originate dalla continua erosione del terreno.
Habitat ideale di una serie svariata di animali, le Colline Nere a buona ragione venivano e vengono tuttora considerate dai Nativi come uno dei luoghi di maggior culto.
Come ho appena detto, abituati, dal nostro punto di vista, a misurare ogni cosa col metro del puro interesse economico, non avremmo sicuramente remore ad accettare l’offerta pecuniaria del Governo Americano. Tutt’al più proveremmo a giocare al rialzo, però mai rinunceremmo ad un sicuro vantaggio, specie se si considera che la linea di assoluta coerenza, finora tenuta, non ha portato ad alcun risultato.
Stiamo però trattando di un popolo, che ha sempre considerato la terra come Madre, in quanto tale sacra e quindi non assoggettabile ad alcun vincolo o ad alcuna costrizione: impensabile che possa essere oggetto di frazionamento o, nel caso delle Black Hills, di vendita.
Come può il Governo pretendere di ridurre il discorso in termini di esclusiva priorità finanziaria?
Ancora una volta il pragmatismo tipico della cultura occidentale si scontra con le esigenze di un popolo, che ha fatto della spiritualità il motivo dominante della propria esistenza.
Proseguendo nel nostro itinerario, giungemmo al Crazy Horse Memorial, dove potei finalmente rendermi conto di quest’opera formidabile, tuttora in corso di lavorazione, che, fino a quel momento, avevo potuto osservare solo in alcuni documentari e di cui avevo sentito parlare in diversi resoconti giornalistici, anche recenti.
La costanza di una famiglia, quella di Korczac Ziolkowski, artista della East Coast trasferitosi a suo tempo nell’West e morto sedici anni or sono, sta contribuendo a conservare il ricordo di un grande personaggio, Cavallo Pazzo, il quale, segnalatosi per la sua indiscutibile abilità guerriera, ma anche per la sua ritrosia, mai volle farsi fotografare, quasi a voler sdegnosamente ribadire la propria totale estraneità al mondo dell’invasore.
Giusto quindi che, a poco distanza dal Monte Rushmore, dove campeggiano, intagliati nella roccia, i volti dei quattro Presidenti, Washington, Roosevelt, Jackson, Lincoln, venga scolpita l’effige di Crazy Horse.
Essendomi documentato sul suo carattere schivo, non so quanto avrebbe gradito un simile atto di indiscutibile riconoscimento: resta comunque il fatto che in questo modo si è almeno cercato di dare un giusto tributo ad uno dei più validi esponenti della propria etnia, strenuo difensore di quella terra, sulla quale, in caso contrario, avrebbero campeggiato solo le figure dei Presidenti Americani, rappresentanti del popolo invasore.
Proprio guardando questa immane opera, per la quale riesce difficile anche solo ipotizzare la data di effettiva conclusione, mi sono trovato a pormi diversi interrogativi.
La cultura indiana appare del tutto priva di una qualsiasi raffigurazione, quantomeno nei termini cui siamo abituati.
Disegni, ornamenti, motivi di diverso genere ricorrono frequentemente, ma non esiste un discorso artistico di ampio respiro: tutto si riduce all’artigianato o a semplici disegni, più frequentemente impressi su vestiti o addobbi.
Manca in sostanza l’opera che si imponga, rimanendo nel tempo, e contribuisca a identificare un certo orientamento o un determinato periodo storico.
Questo appare tanto più singolare, se si pensa che si sta parlando di un cultura estremamente legata ai valori dello spirito.
Mi stavo appunto ponendo queste domande, quando all’improvviso mi giunse la risposta.
Non era necessario alterare con opere o costruzioni un ambiente, che, di per sè, rappresentava il più alto tributo al Grande Spirito.
La natura si era già espressa nel modo più completo, con sculture ed architetture, alle quali l’uomo doveva solo rivolgersi, quando desiderava mettersi in contatto con l’Essere Supremo. Qualsiasi opera umana sarebbe apparsa solo secondaria e avrebbe comunque avuto un ben modesto significato.
A ciò aggiungasi che, secondo questa cultura, l’individuo come tale rappresenta ben poca cosa davanti al profondo mistero dell’esistenza. A quale scopo quindi ritrarlo per conservarne l’immagine? Molto più importante invece mantenerne il ricordo, raccontandone le gesta o citando semplici episodi della sua vita.
Potevo ora più compiutamente comprendere i diversi motivi, che avrebbero indotto Cavallo Pazzo a non farsi ritrarre o fotografare.
Altri Capi furono più indulgenti, ma, ritengo, più per spirito di adattamento che per intima convinzione.


Il Crazy Horse Memorial in una vista notturna con i fuochi

Finora mi sono soffermato sui tanti aspetti della cultura indiana, sia per un mio specifico interesse sia per un doveroso tributo nei confronti di un’ etnia, che, a tutti gli effetti, deve essere considerata la più titolata rappresentante del continente americano.
Nel corso dei miei spostamenti, ho potuto però osservare anche la popolazione bianca, formata da coloro che, da generazioni, si trovano in queste zone.
Il ritratto che ne deriva è, a dir poco, singolare.
Ad un comportamento estremamente aperto e gioviale, corrisponde una determinazione estrema, che traspare dai movimenti e dallo stesso modo di interloquire.
Inequivocabilmente presenti le caratteristiche del pioniere, di colui che, dopo aver conquistato la terra tanto desiderata, vi si sente indissolubilmente legato, pronto a rivendicare con ogni mezzo il proprio predominio, la propria autorità.
Coscienti dei grandi spazi in cui si trovano immersi e della bellezza che li circonda, questi personaggi hanno dell’esistenza un concetto in un certo senso mistico.
Portati a trascorrere buona parte della giornata nei silenzi delle grande pianure, a contatto con un mondo sicuramente meraviglioso, ma altrettanto difficile, hanno gradualmente assorbito una sorta di sereno fatalismo, molto simile a quello degli indiani: inutile pretendere di resistere alle forze della natura, troppo potenti per l’uomo, al quale non resta che adattarsi.
Pronti comunque a pagare le estreme conseguenze delle proprie scelte, pur di non abbandonare queste lande estreme, simbolo della loro insaziabile sete di libertà.
Grati all’Onnipotente per questi doni e sicuri che il poter condividere un simile ambiente sia già di per sè ampiamente gratificante.
Indicativa a questo proposito la “Preghiera del cow boy”, sincera testimonianza, sia pure in termini poetici, di un certo stato d’animo.
Eccone il testo:

O Signore, io non ho vissuto
dove crescono le chiese, (ma) amo
la Creazione con maggiore intensità,
in quanto immutabile fin dal giorno
in cui tanto tempo fa,
Tu l’hai conclusa
e guardando il Tuo lavoro lo hai
definito buono.
So che altri ti trovano nella luce.
Essi si siedono e questa luce filtra
attraverso i vetri colorati delle chiese.
Ed ancora mi sento
vicino a Te questa notte,
in questa luce calma
delle pianure.
Ti ringrazio, Signore, perchè
sono sistemato così bene.
Grazie perchè mi hai dato
una libertà così completa,
perchè non sono schiavo di fischi,
orologi o campanelli.
Non inerme prigioniero
di muri e strade.
Lasciami vivere la mia vita,
così come l’ho iniziata
e dammi un lavoro
che sia all’aperto,
sotto il cielo.
Fai di me un compagno del vento
e del sole ed io non chiederò
una vita più o meno facile.
Rendimi disponibile
verso il debole.
Rendimi aperto e generoso
con tutti. Io qualche volta
sono carente, Signore, quando
sono in città.
Ma non lasciare mai che di me
si dica che sono insignificante
o piccolo.
Rendimi onesto.
Pulito come il vento,
che soffia dietro alla pioggia,
libero come il falco, che si libra,
in cerchi, nella brezza.
Dimentica, Signore, se qualche volta
io mi dimentico.
Tu sai le ragioni di ciò,
sai le cose che succedono.
Tu mi conosci più
di mia madre.
Guarda le mie azioni e le mie parole
e correggimi quando sbaglio,
guidami sempre nel cammino,
che ancora devo precorrere
fino al momento del Grande Passaggio.

Commoventi queste righe, dalle quali traspare un senso di profonda riconoscenza e di assoluta devozione verso l’Altissimo, per quella maraviglia e per quella inebbriante libertà di cui il protagonista è partecipe.
Solo ad un certo punto, un piccola autocritica, un lieve accenno ai propri limiti, per poi chiudere, invocando l’aiuto dell’Altissimo nel vivere quotidiano, fino al momento conclusivo dell’esistenza.
Pur simile, ma di altro tenore la preghiera Lakota, anch’essa caratterizzata da un profondo senso di gratitudine nei confronti del Grande Spirito, ma, rispetto alla precedente, pervasa da una umiltà più intima, più consapevole.
Questa la sua versione:

O Grande Spirito, la cui voce
sento nel vento e il cui respiro
dà vita a tutto il mondo,
ascoltami.
Vengo a Te, ( come ) uno dei
Tuoi molti figli.
Sono piccolo e debole,
ho bisogno
delle Tue forze e del Tuo coraggio.
Lasciami camminare
nella bellezza
e rendi i miei occhi
aperti verso il rosso
e purpureo tramonto.
Cerco la forza non
per essere superiore
ai miei fratelli, ma per essere in grado
di combattere il mio
più grande nemico,
me stesso.
Fà che io sia in grado
di imparare le lezioni
che Tu hai insegnato
al mio popolo, le lezioni che Tu hai
impresso in ogni pietra, in ogni roccia.
Fà che io sia sempre pronto
a venire aTe
con occhi limpidi
e mani pulite, così,
quando la vita si spegnerà
come si spegne un tramonto,
il mio spirito potrà
venire a Te
senza vergogna.

Sicuramente diversa la impostazione, pur se le posizioni iniziali appaiono somiglianti: ancora una volta infatti l’ambiente assume il ruolo di indiscusso protagonista, al punto da indurre l’uomo a un sentimento di assoluta riconoscenza, di serena consapevolezza ed accettazione del proprio destino. Le due etnie, in questo, risultano molto simili.
Evidente invece la differenza, quando si passa all’ interpretazione dei ruoli.
Pur nella sua devozione, l’atteggiamento del cow boy appare sicuro e, ad un certo punto, quasi irriverente in quel desiderio di superiorità così apertamente conclamato: ben diversa invece l’impostazione del Lakota, estremamente umile e cosciente delle proprie umane debolezze.
Questi erano i selvaggi , i miscredenti, che dovevano essere o annientati o “rieducati”. Quanti errori sono stati commessi per puro spirito di sopraffazione e per cieca ignoranza!
Secoli di studi, di cultura classica, di dotte disquisizioni hanno avuto, come unica conseguenza, l’imposizione violenta dell’Occidente nei confronti di un popolo, unico proprietario indiscusso di questi territori, il quale aveva il solo torto di rivendicare la propria libertà.
Le cose in questi ultimi anni sono sicuramente migliorate, anche se esiste pur sempre una tenace discriminazione: le riserve ne sono l’esempio più emblematico.
Fortunatamente, all’inizio del secolo, qualche spirito illuminato, superando ottuse preclusioni, si è avvicinato a questa cultura e lentamente ha comiciato a divulgarne i concetti.
Si è trattato di uno sforzo immane, dovendosi non solo superare la naturale diffidenza di queste popolazioni, ma anche la difficoltà di comprendere un pensiero tramandato solo oralmente, in una lingua ovviamente ai più sconosciuta, ricca di sfumature, difficilmente interpretabili.
Solo quando si riuscì a tradurla in inglese, fu possibile iniziare a comprenderere il pensiero di questo popolo.
Bisogna però tener presente che le prime traduzioni erano infarcite di errori, che in parte si riflettevano nelle successive.
Solo in questi ultimi anni si è potuto disporre di una serie di informazioni attendibili: il cammino appare comunque ancora lungo ed irto di difficoltà.
Purtroppo le nuove generazioni hanno quasi totalmente smarrito i contatti con le vecchie tradizioni, di cui sono depositari e tenaci ambasciatori solo personaggi ormai anziani: d’altra parte questa non poteva che essere la logica conseguenza di quell’azzeramento di certi valori, imposto, come si è detto, da una ben precisa linea governativa.
La speranza è che, proprio ora, non si perdano definitivamente i frutti di tanti sforzi, compiuti da una schiera, purtroppo esigua, di persone, il cui unico intento è, da sempre, finalizzato allo scopo di preservare un mondo, il quale appare tra l’altro depositario di un messaggio ben preciso ed utile per il futuro.
Dopo questa pausa di riflessione, ripresi contattto col gruppo.
Stavamo procedendo verso la Bear Butte, montagna sacra, alla cui vetta si poteva accedere percorrendo un sentiero, che si inerpicava nel bosco.
Diversi cartelli indicavano le caratteristiche e il significato di questo posto, invitando i visitatori ad un comportamento adeguato.
Nel più assoluto silenzio cominciammo l’ascesa, mantenendo un passo quanto più possibile veloce e leggero.
La mia attenzione fu immediatamente attirata da una serie di variopinti ornamenti, in genere nastrini in tessuto, che si trovavano posati o sui cespugli, che delimitavano il sentiero, o sui rami bassi degli alberi circostanti.
Niente di ricco o di ostentato, ma solo il segno di una profonda deferenza.
Alle nostre spalle si delineava intanto uno scenario di rara bellezza per fantasia di colori e profondità di spazi.
Impegnato nell’ascesa, potevo intravedere un simile spettacolo, solo quando il sentiero curvava seccamente su se stesso, per portarsi su un nuovo e più impegnativo livello.
Proprio mentre riflettevo su tanta merviglia, scorsi davanti a me due persone, un uomo ed un ragazzo indiani. L’uomo trascinava faticosamente una gamba, offesa evidentemente da una malattia o da un infortunio, appoggiando il peso del corpo sull’altra.
Mi avvicinai e, quando giunsi alla loro altezza, potei scorgere sul viso dell’uomo una espressione di intensa soffrenza.
Il ragazzo osservava il lento procedere del padre, cercando di mantenere un atteggiamento disinvolto e quasi distaccato, come a voler celare la propria evidente apprensione.
L’uomo ci salutò con un sorriso stanco.
All’improvviso, dopo un brevissimo rettilineo, la strada terminò: eravamo giunti al culmine della salita.
Una corta scala infissa nella parete ci consentì di accedere ad una terrazza, costituita da travi, una sorta di belvedere. Ci affacciammo alla balconata e lasciammo che il nostro sguardo si perdesse nell’infinito.
Mi riesce estremamente difficile descrivere quello che stavo provando.
Dal nostro punto di osservazione, tutto, nell’immensa vallata sottostante, appariva piccolo, modesto, vago, indeterminato.
Davanti a noi, l’azzurra trasparenza del cielo si proiettava fino all’orizzonte, riflettendo sulla pianura una varietà di scintillanti sfumature. I raggi del sole disegnavano sui fianchi della montagna le più svariate figure, alternando giochi in chiaro-scuro, che continuamente mutavano.
Il vento, accarezzando le cime degli alberi, modulava una sorta di canto, che lentamente si perdeva nella valle.


Bear Butte e il perché del suo nome indiano

Sembrava che il tempo si fosse fermato o quantomeno avesse perso il suo normale significato.
Mi ricordai all’improvviso di una frase , pronuciata da James, lo Cheyenne che avevamo incontrato nella parte iniziale del viaggio: “Buttate via l’orologio”.
Quado la sentii non vi prestai molta attenzione, scambiandola per una semplice battuta: in questo momento ne compresi il vero significato.
Tutti i parametri, ai quali avevo uniformato la mia vita stavano lentamente cadendo: nulla di drammatico, solo la progressiva consapevolezza di un diverso grado di conoscenza.
In quel momento giunsero accanto a noi l’uomo e il ragazzo, che avevamo superato poco prima.
L’uomo si appoggiò alla balaustra, guardando davanti a sè.
I linamenti del viso si distesero, mentre gli occhi, prima stanchi, ripresero la loro naturale luminosità. Un’espressione quasi di ringraziamento comparve per un brave istante su quella maschera di sofferenza.
Dopo qualche istante di intenso raccoglimento, si rivolse al figlio con poche parole. Il ragazzo sorrise e guardò le cime ondeggianti degli alberi: poi, con la massima delicatezza, aiutò il padre a scendere, per guadagnare la via del ritorno.
Dopo una breve pausa, li imitammo.
Se attraversando la prateria avevo avuto la percezione della sua vastità, della sua potenza, della nostra umana modestia, da quella terrazza tale sensazione si era manifestata in termini ancora più evidenti, più marcati.
Comprendevo pienamente gli indiani.
Era questo il motivo di una così alta forma di deferenza nei confronti di un mistero, del quale si avvertiva la presenza, davanti al quale l’uomo non poteva che prostrarsi.
Per lunghi momenti anch’io fui partecipe di una simile emozione, poi quasi dolorosamente, la sentii sfuggire.
Avevo però avuto il privilegio di poter condividere sensazioni uniche e rare, all’unisono con tutto quanto i miei sensi avevano percepito, senza la mediazione di astruse alchimia della ragione.
Durante il ritorno, ognuno preferì serbare le emozioni nel proprio intimo: poche parole e poi l’arrivo in albergo.
L’indomani era in programma una visita al Custer State Park e alla Wind Cave National ParK: ci ritirammo quindi di buon’ora.
Un cielo azzurro salutò il nostro risveglio.
Ultimati i consueti preparativi, partimmo per un giro questa volta essenzialmente naturalistico, che ci avrebbe poratato in un o dei più noti parchi del Nord America e nelle profondità di caverne, ove ancora si potevano trovare le tracce di ere preistoriche.
Durante la prima parte della giornata, incontrammo il bisonte o , per meglio dire, un gruppo di bisonti.
Mr. Ralph ci raccomandò di stare alla larga da questi animali, abbastanza diffidenti e pericolosi.
Ci limitammo quindi a qualche foto-ricordo, da prudente distanza.
Non potei fare a meno di riflettere che davanti a me si trovava quello che gli indiani consideravano il simbolo stesso della loro esistenza.
Come è noto, la quasi totale scomparsa del bisonte, esposto, nel secolo scorso, ad una caccia assurda e spietata, aveva determinato il crollo di un’intera etnia.
A questa tragedia umana, si aggiungeva lo squilibrio prodottosi nell’intero territorio, non più attraversato da quel costante flusso di mandrie, che con le loro periodiche peregrinazioni, regolavano e determinavano l’armonia di un intero ambiente.
Fortunatamente, dopo aver rischiato la totale estinzione di questa specie , si era provveduto alla salvaguardia degli ultimi esemplari viventi, col risultato che, in questi ultimi anni, il numero dei bisonti è notevolmente aumentato.
La prateria potrà ancora una volta contare sulla sua presenza.
A metà pomeriggio scendemmo nella Wind Cave.
Le grotte non mi hanno mai particolarmente affascinato, probabilmente per una mia idiosincrasia nei confronti del buio e di tutto ciò che impedisce il contatto con l’aria aperta. Sincero estimatore dei grandi spazi, avverto, nella grotta, il limite di anfratti angusti, quasi soffocanti.
Mi limitai quindi a seguire il gruppo, guidato da una donna Ranger, estremamente gentile e professionale. Finalmente uscimmo alla luce del sole.
Passai quindi a concentrarmi su quelli che sarebbero stati i più suggestivi appuntamenti, previsti per l’immediato futuro.
Tra questi, primo in ordine di tempo, il trasferimento alla riserva di Pine Ridge.


Il bisonte

Alcuni del gruppo mi avevano informato delle pessime condizioni di vita a Pine Ridge.
Mai avrei però immaginato tanta miseria e desolazione.
Ci trovavamo in un vero ghetto, dove persone simili a fantasmi si trascinavano stancamente, con gli occhi dilatati, privi di espressione. Alcuni sedevano agli angoli delle strade, apostrofando i passanti con frasi seza senso, altri bevevano a garganella un intruglio di colore bruno- rossastro: probabilamente una miscela di birra, liquore ed alcool puro.
Purtroppo a tutto questo si aggiungevano improvvise vampate di violenza. Non era raro vedere nascere all’improvviso una zuffa , che gradatamente coinvolgeva diverse persone.
In effetti Mr.Ralph si era inizialmente rifiutato di fermarsi in quell’inferno: noi avevamo insistito ed eravamo stati accontentati. Il nostro autista decise comunque di non abbandonare il pulman, temendo atti anche di semplice vandalismo: si limitò quindi a gironzolare nella zona.
Per parte nostra entrammo in un Tavola Calda, che almeno apparentemente si presentava in condizioni accettabili.
L’interno non disattese le nostre aspettative: dopo un rapido pranzo, a base di panini e salse di diverso genere, uscimmo, dirigendoci verso il centro dell’abitato.
Vetture sgangherate, sporche, rumorose percorrevano, in continuazione, le strade, spesso svoltando su tratti sterrati poco più larghi di un sentiero, per poi tornare indietro.
Cani magri e denutriti si aggiravano tra i rifiuti accatastati negli angoli o lungo i muri.
Questo era il mondo nel quale ora vivevano gli Oglala, razza guerriera dei Lakota.
Incapaci di adattarsi alle nuove regole imposte dalla modernità, di trovare valide alternative, di superare il degrado in cui erano caduti, passavano il loro tempo vagabondando senza meta.
Prigionieri di un sistema governativo che, elargendo un sussidio ai limiti della sopravvivenza, inevitabilmente trasformato da questi relitti umani in alcool e droga, in realtà li relegava in una sempre più avvilente emarginazione.
Avevamo visto abbastanza.
Decidemmo quindi di proseguire fino alla tomba di Nuvola Rossa, famoso capo Lakota, segnalatosi, nel periodo delle guerre indiane, per la sua innata perspicacia e per la sua diplomazia. Vicino sorge una Missione di Frati Francescani.
Ci accorgemmo subito che stavamo respirando un’aria totalmente diversa, tanto era differente questa zona da quella appena lasciata.
Evidentemente l’opera di Nuvola Rossa continuava a dare i suoi frutti.
Questo capo fu la prima personalità di rilievo, che avvertì la necessità di adeguarsi al sistema di vita portato dall’uomo bianco.
Pur mantenendo inaltererata la propria dignità, cominciò ad intrattenere buoni rapporti con gli Agenti Governativi, dimostrando non comuni doti di lungimiranza e saggezza.
Visitammo il cimitero, dove sostammo davanti alla tomba di tanto illustre personaggio.
Anche in quasta occasione, notai diversi motivi ornamentali colorati, ma in numero inferiore riaspetto ai precedenti.
La maggior parte delle tombe presentava la croce cristiana, a testimonianza della nuova fede, che lentamente era stata accettata da una parte di queste popolazioni. Lo stesso Nuvola Rossa aveva scelto il credo cattolico, rinunciando alla religione dei padri.
Sicuramente influente ed incisiva l’opera svolta dai Missionari, in particolare dai Gesuiti: secondo alcuni studiosi ne era però derivata una sorta di sincretismo, sui cui esatti connotati tuttora si discute.
La Missione è costituita da un gruppo di costruzioni, ognuna destinata ad un preciso scopo. Potevamo distinguere la scuola, il complesso dove risiedono le persone, quasi essenzialmente giovani, che erano riuscite ad uscire dalla riserva, la mensa ed infine un piccolo centro commerciale, ove vengono esposti diversi oggetti, di produzione artigianale.
Fui colpito dalla pulizia che regnava in ogni ambiente: tutto era curato nei minimi e più nascosti particolari.
La Chiesa, in puro stile moderno, presenta un esterno molto sobrio, mentre l’interno, pur nella sua semplicità, era stato arricchito da qualche disegno, in tono però molto leggero e sfumato.
In quest’oasi avevamo temporaneamente dimenticato le spaventose condizioni della riserva.
Per quanto tempo avrebbero potuto sopravvivere quei poveretti? E a quale prezzo? Domande destinate purtroppo a rimanere senza risposta.
Era comunque abbastanza evidente che, nel cieco tentativo di opporsi al nuovo stile di vita, avevano finito per smarrire le loro stesse radici, le loro tradizioni.
L’unico aiuto avrebbe potuto giungere dallo loro stessa etnia o, per lo meno, da quella parte di essa, che meglio aveva saputo interpretare le moderne esigenze.
Siamo però nel campo di ipotesi accademiche: nessuno al momento può formulare una qualsiasi congettura.
Ci aspettava ora Wounded Knee, località dove venne consumato l’orrendo massacro di una sparuta banda di Minniconju, appartenenti sempre ai Lakota, guidati dal capo Piede Grosso, tenace ambsciatore di pace, anche lui spazzato da una cieca ed assurda violenza.


Nuvola Rossa aveva abbracciato il cattolicesimo

Una modesta entrata, sormontata da un semplice arco, immetteva nel cimitero di Woundeed Knee, piccola area, delimitata da un basso recinto circolare, adagiata su un lieve rialzo del terreno.
Nel centro una stele dove sono riportati i nomi di Piede Grosso e di altre vittime del massacro. Intorno, diverse tombe, alcune abbastanza recenti.
In ognuno di noi una sensazione di commossa paretecipazione, accentuata da un silenzio quasi irreale.
Ancora una volta udii il vento e mi sembrò che il suo caldo alito suggerisse parole, articolasse suoni soffusi, come canti maliconici.
Mi fermai a leggere le parole impresse sulle lapidi.
Su una, queste annotazioni: “Lawrence La Monte, Dicembre 1941-Aprile 1973″. Mi informarono che si trattava di un giovane, il quale aveva perso la vita nella sommossa del 1973, a Wounded Knee, quando un certo numero di indiani si scontrarono con alcuni rappresentanti delle forze govarnative. Ricordai che ne avevano parlato i giornali.
Sotto il nome, una scritta.” Egli andò via, viaggiando solo. Noi lo incontreremo nella nostra dimora finale”.
Il passato e il presente indissolubilmente legati, senza soluzione di continuità.
Sentii gli occhi inumidirsi, ma, sia pure con un certo sforzo, riuscii a controllarmi.
Non potevo accettare che rischiasse l’estinzione un popolo, il quale era riuscito a mantenere inalterata la propria spiritualità e in termini così elevati, nonostante le innumerevoli crudeltà, prevaricazioni, umiliazioni perpetrate nei suoi confronti.
Alzai gli occhi verso il cielo.
Piccole nubi si stavano addensando, disegnando svariate figure geometriche: i raggi del sole vi si insinuarono, creando tante cascate di luce.
Mi diressi verso il pulman, proprio mentre Mr. Ralph accendeva il motore.
Girai ancora una volta lo sguardo verso il piccolo cimitero: non era possibile che tutto dovesse considerarsi finito.
Secondo il programma, il giorno successivo, ci saremmo recati nella riserva di Rosebud: questa volta ci avrebbe accompagnato Gilbert, del gruppo Brulè, personaggio gentile e simpatico, che, lo scorso anno, avevo avuto modo di conoscere durante una sua visita a Genova.
Pine Ridge aveva lasciato in tutti noi un segno negativo indelebile: l’indomani avremmo potuto accertare se quella era una realtà comune alle altre riserve.
Con questo interrogativo, partimmo di prima mattina.
Proprio per poter meglio osservare una zona poco conosciuta, ma dagli splendidi paesaggi, operammo una variazione, rispetto a quanto avevamo inizialmente deciso.
Ancora una volta il South Dakota ebbe modo di meravigliarci con i suoi immensi scenari.
Il pullman stava ora procedendo in un territorio ancora in buona parte selvaggio, attraversato da sterrati, che confluivano nelle arterie principali, per poi riprendere la loro corsa nella prateria. Rare le abitazioni e del tutto eccezionali gli incontri con altre persone.
All’improvviso, senza che nessuno ne avesse previsto la presenza, si parò davanti a noi un paesino o, per meglio dire, un gruppo di case in legno, affacciate sull’unica strada. Mr. Ralph manifestò un certo disappunto, che aumentò in modo ben visibile quando, esaminando la cartina, comprese dove eravamo finiti.
Anche in questa occasione, come a Pine Ridge, notammo sul suo viso una certa apprensione, che si accentuò non appena ottenne da un passante precise informazioni.
Ci trovavavamo a Scenic, un vero villaggio di frontiera, con personaggi poco rassicuranti, dallo sguardo duro e con l’espressione di chi è abituato a creare o ad evitare guai.
Sembrava una ambientazione tipicamente hollywoodiana: il problema era che non esisteva finzione.
Decidemmo allora di mantenere un atteggiamento del tutto naturale. Entrammo quindi in quello che poteva essere un bar, un ristorante o, magari , molto più semplicemente, un saloon.
Il pavimento non esisteva, visto che stavamo camminando sul nudo terreno: qualche manciata di segatura avrebbe dovuto isolare gli avventori dall’umidità.
Nella parte laterale del locale faceva bella mostra un enorme bancone di legno massiccio, dietro al quale troneggiava una donna inequivocabilmente robusta, dai lineamenti marcatamente indiani, dallo sguardo severo e deciso.
Tipica persona che sicuramente avrebbe dato del filo da torcere anche al più ruvido dei cow boy.


Scenic in uno scorcio caratteristico

Alle sue spalle un cartello, dove si avvertiva la clientela che, qualsiasi cosa fosse accaduta, nessuno avrebbe chiamato la polizia.
Mi guardai intorno e vidi un gruppo di persone, che stavano giocando a biliardo: tra queste, anche una rappresentante del gentil sesso, la quale di “gentile” aveva ben poco, ma, in compenso, ostentava una bellezza vistosa e selvaggia, accentuata da un cappellone nero, calato su uno sguardo duro e sprezzante.
L’ambiente era tutto un programma.
Con la massima disivoltura, chiedemmo di poter mangiare qualcosa.
E a questo punto la situazione migliorò sensibilmente.
Mi vidi servire un enorme panino, che traboccava delle più svariate leccornie: carne morbida e squisita, salsa piccante, verdure di ogni genere, condite con gradevoli aromi, di cui non sono purtroppo ( o per fortuna ) riuscito ad appurare la provenienza: dopo il primo assaggio prenotai il bis.
Contemporaneamente mi fu portato un enorme bicchiere di birra: in questa occasione, la truce matrona accennò ad un rapido sorriso, poi, come temesse di avermi dato tropppa confidenza, si rifugiò in una espressione estremamente distaccata, aggrottando, per maggiore incisività, la fronte.
Beatamente rilassati pagammo ed uscimmo. Devo aggiungere che, anche il trattamento, per così dire, economico risultò ottimo: per fortuna, anche perchè sarebbe stato estremamente problematico contestare il conto.
Ralph ci guardò, scrollando la testa, noi lo ricompensammo con un’ allegra risata.
Riprendemmo il viaggio verso Rosebud, questa volta senza operare varianti e seguendo attentamente la vettura di Gilbert.
Per dovere di cronaca, devo precisare che il nostro precedente cambio di itinerario, ci aveva fatto perdere quasi immediatamente contatto col nostro amico, il quale, pur al corrente, in linea di massima, dei nostri programmi, mai avrebbe potuto immaginare in quale angolo del territorio eravamo poi finiti.
Dopo una lunga perlustrazione, ci aveva recuperato proprio all’uscita di Scenic. Per nulla contrariato da questo contrattempo, si era messo davanti al nostro pullman, invitandoci a seguirlo.
Arrivammo finalmente a Rosebud.
La riserva si presentava sicuramente in condizioni migliori di Pine Ridge.
Le strade erano pulite e le abitazioni decorose. Più che evidente lo stato di povertà, ma almeno si notava nelle persone una certa vivacità, un certo interesse per le attività, pur umili e modeste, alle quali si stavano in quel momento adoperando.
L’intervento del Governo non si differenziava da quello attuato a Pine Ridge: la sovvenzione però era evidentemente usata in ben altro modo.
Questo lo si rilevava anche osservando le stesse persone, curate nel portamento e nel vestiario.
La Chiesa e la scuola occupavano la parte centrale del villaggio e costituivano, specie per i giovani, i centri propulsori del villaggio.
Come ci venne spiegato, questa era la riserva dei Brulè, appartenenti sempre ai Lakota e, come tali, guerrieri, ma portati, come indole, alla riflessione, alla meditazione.
Questo gruppo aveva quindi operato una scelta profondamente diversa da quella degli Oglala, cercando di utilizzare al meglio le poche risorse a disposizione.
Anche per loro il futuro si presentava estremanente incerto, ma quantomeno non si erano a priori preclusi la possibilità di affrontarlo.
La giornata stava ormai volgendo al termine: decidemmo di ripartire prima che calasse l’oscurità.
La sera in albergo ripensai a quello che avevo finora visto, sentito, immaginato, alle tante emozioni vissute. Il bilancio era decisamente positivo.
Mi sentivo tranquillo, felice, lontano anni-luce da tutti quei condizionamenti, che, specie negli ultimi tempi, mi riusciva sempre più difficile sopportare.
Questo era ciò che mi premeva e, per il momento, tanto mi bastava.


L’ingresso della riserva del Rosebud

La mattina successiva mi svegliai di buon’ora, in preda ad una certa agitazione. Sapevo che quel giorno ci saremmo recati a Fort Robinson, luogo indissolubilmente legato alla figura di Cavallo Pazzo.
Penso che tutti conoscano, più o meno, questo personaggio, se non altro per aver letto qualcosa delle sue imprese o per aver assistito a qualche proiezione cinematrografica, quasi sempre poco attendibile.
Personalmente, l’ho sempre annoverato tra le figure più rappresentative della storia, e non mi riferisco solo a quella riguardante le popolazioni indiane. Probabilmente il mio giudizio è di parte, pecca di obiettività: in questo caso spero non me ne vogliano i dotti rappresentanti della cultura ufficiale.
Sulla base di tali premesse, non deve meravigliare che, durante tutto il percorso, mi domandassi quali sensazioni avrei provato una volta giunto sul posto.
Arrivammo finalmente a Fort .Robinson, antico avamposto di frontiera, teatro di tanti episodi, rinnovato e portato a nuova vita da attenti restauri, che ne avevano conservato l’integrità, pur mantenendone invariate le originali caratteristiche.
Ci fermammo ai margini di una strada sufficientemente ampia, che divideva due campi prospicienti
In uno di questi, mi venne indicato il monumento dedicato a Cavallo Pazzo. Contrariamente a quello che avevo immaginato, si trattava di una piramide massiccia, alta circa due metri, dalla base ampia.
Sulla parte anteriore erano impressi alcuni dati, riferiti a questo grande guerriero.
Poco oltre, ad una certa distanza, alcune costruzioni in legno, ben conservate, di stile antico.
Qualcuno azzardò che, in una di queste, sarebbe stato condotto e ucciso Crazy Horse: anche questa ipotesi risultò però errata.
Quando le speranze erano ormai ridotte al lumicino, entrò in scena, con un intervento risolutivo, Mr. Ralph. Breve conciliabolo con un addetto governativo ed infine la risposta.
Ci venne indicata una misera baracca, che stranamente aveva retto alle offese del tempo. Qui si sarebbe compiuto il destino di Cavallo Pazzo.
Non mi sentii di approfondire l’argomento con domande inutili. Una cosa era comunque certa: quest’area aveva assistito ad un episodio drammatico e risolutivo nella storia della frontiera americana. Superfluo indagare sul punto esatto in cui si era effettivamente verificato.
Avvertii allora tutta l’emozione del momento.
Immaginai questo personaggio, dal fisico, secondo quanto riportano le cronache, non esattamente marziale, mentre si incamminava verso la baracca. Per la prima volta si era imposto di credere alle parole dell’uomo bianco e ben presto si sarebbe accorto del proprio errore.
L’epilogo è abbastanza noto: colpito alle spalle dalla baionetta di un soldato, mentre uno dei suoi lo tratteneva, morì, dopo una breve agonia, tra le braccia del padre.
Una ben triste fine per chi infinite volte aveva sfidato la morte, a viso aperto, in battaglia.
Ancora una volta però, non smentì la propria fama di persona semplice e coraggiosa.
In un soffio, mentre la vita lo stava abbandonando, si rivolse al padre, pronuciando queste poche parole: “Dì al popolo che non potrà più contare su di me”.
Anche nel momento supremo, l’uomo dimenticava se stesso, per ricordare la propria gente.
Tuttora si ignora dove sia stato sepolto, ma la cosa non mi sembra rivesta particolare importanza. Il suo corpo riposa comunque in quella terra, che tanto aveva amato e alla quale era tornato per il riposo eterno.
Tragico destino per un uomo che, nel corso della sua breve esistenza, morì infatti a circa 35 anni, aveva subito tribolazioni di ogni tipo. Mai del tutto compreso dalla sua stessa gente, come testimonia il fatto che proprio uno dei suoi lo abbia bloccato nel momento fatidico, fu colpito anche nei suoi affetti familiari più profondi, quando perse, per malattia, moglie e figlia.
A tutto questo stavo pensando, mentre mi aggiravo intorno a quella baracca, cercando non so bene cosa. All’improvviso mi parve di comprendere.
La Madre Terra conservava tutti i ricordi. Gli uomini vi passavano la loro esistenza, lasciando comunque una traccia: alcuni in modo più evidente, altri in misura più sfumata.
Non era importante il tempo trascorso, ma il modo in cui lo si era vissuto. Questo il messaggio, che certi personaggi hanno lasciato alle nuove generazioni, senza distinzioni di cultura e di razza.
Meditando su questi concetti, tornai al pullman.
In quel momento non sapevo quali altre emozioni mi avrebbe riservato la tappa successiva, programmata per la visita alle Bad Lands, nome abbastanza ricorrente nella storia della frontiera americana e come tale noto agli appassionati della materia.
Alle Bad Lands sono collegati alcuni tra i più significativi episodi delle guerre indiane: da queste lande deserte passò ad esempio Piede Grosso, prima di giungere al tragico appuntamento di Wounded Knee.
Secondo quanto mi risulta, non è invece sufficientemente conosciuto l’aspetto paesaggistico delle Bad Lands.
Quando il nostro pulman si fermò sull’immenso piazzale, che guardava il primo tratto di questa distesa, potei solo marginalmente avvertire quello che di lì a poco si sarebbe offerto ai miei occhi: solo in un secondo momento e gradualmente ne avrei apprezzata la sconfinata bellezza.
Come può rilevarsi dal nome stesso, su queste terre esistono ben poche forme di vita: insetti, serpenti e pochi ciuffi di erba riarsa. Impensabile quindi inoltrarvisi, se non accompagnati da una guida esperta e mettendo comunque in preventivo una notevole percentuale di rischio.
Questi gli aspetti non esattamente tranquillizzanti.
Tutt’altro discorso se si guarda alla scenografia del posto.
L’occhio spazia su una serie continua di dune cristallizzate, formate da una composizione di argilla e sabbia, che si alternano in successione, ora sprofondando in scoscesi dirupi ora ergendosi in torri stilizzate, arcaiche, sapientemente rifinite.
L’accostamento con un qualcosa di molto simile ad un paesaggio lunare è immediato, ma questo se ci si limita ad una superficiale visione d’insieme.
Osservando meglio si notano infatti diverse gradazione di colori, mirabilmente distribuiti alla base di rocce e torrioni, mentre le sommità dei rilevi, armoniosamente ondulati, appaiono uniformemente chiare, quasi bianche.
La sensazione che in quel momento più intensamente avvertivo era quella di un profondo, ma anche distaccato rispetto per questo immenso scenario.
Era come se mi trovassi davanti ad una creatura sconosciuta, bellissima ed affascinante, ma di cui al tempo stesso captavo la pericolosità e la spietatezza.
Tornati sul pullman, proseguimmo nel nostro itinerario, alternando ripidi tornanti ad improvvise, brevi discese.
Una sottile striscia d’erba stava intanto comparendo nei pianori delimitanti la carreggiata, segnalando inequivocabilmente la ormai prossima presenza dell’acqua.
Poco dopo avvistammo un piccolo ruscello, che scendeva pigramente a valle: sui margini, una vegetazione bassa e continua contribuiva a dare un tocco di tonalità nuova.
Giugemmo infine ad un piccolo agglomerato di costruzioni, tra le quali scorgemmo una Tavola Calda.


Le Badlands

Dopo esserci rifocillati, riprendemmo la nostra perlustrazione.
Qualcuno del gruppo aveva intanto avvistato un piccolo elicottero, che compariva all’improvviso, per poi rapidamente sparire dietro le rocce. Rapida consulatazione dei tanti depliants raccolti durante la varie soste ed infine la risposta: i turisti potevano visitare le Bad Lands godendosi lo spettacolo dall’alto, in volo.
A questo punto si verificò quello che era facile immaginare: una buona parte di noi decise di approfittare di una simile opportunità, mentre una ristretta minoranza, nella quale era anche il sottoscritto, manifestò qualche perplessità.
Il problema era che quel velivolo si presentava di ben modeste dimensioni e non sembrava dare molta sicurezza.
Come sempre avviene in questi casi, anche i dubbiosi si lasciarono convincere: tutti decidemmo di provare quasta esperienza.
Mentre aspettavo il mio turno, mi ritrovai a riflettere.
Solo pochi giorni prima ero intento al mio quotidiano lavoro, rigidamente seduto ad una scrivania, rigorosamente in giacca e cravatta: come da tempo mi succedeva, non avvertivo il benchè minimo entusiasmo, ma almeno mi trovavo al sicuro, in un ambiente asetticamente provvisto di ogni comodità.
Nel giro di poche ore, la mia vita era stata stravolta da una serie di nuove esperienze, di nuove conoscenze, che mi avevano imposto un cambio di ritmo da lasciare senza fiato.
Eppure tutto questo lo stavo vivendo col più assoluto e totale entusiasmo.
Ora mi accingevo a salire su quel piccolo velivolo, che, solo un mese prima, mai avrei preso in considerazione, anche solo per un volo di pochi metri.
Salii e sorrisi al pilota, come per cercare un minimo di garanzia. Fui contraccambiato con un cenno di misurata gentilezza. Poi ci staccammo da terra.
Sotto di noi si profilò un immenso tavoliere irregolare, punteggiato da canali, rilievi ed anfratti: disponevamo di una visuale pressochè totale, valorizzata dalla stessa trasparenza della cabina.
Ogni timore, ogni iniziale riserva era caduta.
Non mi meravigliai. Questo viaggio mi aveva ormai abituato alle sorprese, avevo scoperto lati del mio carattere, che ignoravo e che mai avrei immaginato di possedere.
Ignoravo cosa mi avrebbe riservato il futuro, ma non me ne preoccupai: per scoprirlo dovevo solo proseguire, lasciandomi trasportare dagli eventi. Il segreto era proprio questo.
Tornati sulla terra ferma, ci dirigemmo verso l’albergo per una meritata cena.
La giornata non era però finita.
La Bad Lands ci richiamarono ancora per mostrarci un ennesimo capolavoro: il tramonto.
Tornati sulla terrazza dove ci eravamo fermati nella mattinata, prendemmo posizione, volgendo lo sguardo al sole, che lentamente stava calando all’orizzonte.
Una nuvola ne ostruiva parzialmente la visuale, ma questo creava un’alternanza di luci, che si irradiavano sulle dune sottostanti.
Vicino a noi diversi turisti, tra i quali molti tedeschi e giapponesi, stavano armeggiando, puntando telecamere, macchine fotografiche e quant’altro fosse possibile immaginare.
All’improvviso, come al comando di un invisibile regista, calò il silenzio: tutto l’ambiente circostante si cristallizzò, bloccandosi per un tempo indefinito.
I raggi del sole, obliqui sull’orizzonte, stavano saettando sui rilievi, colpendoli con scintille sempre più violente. Questo immenso plastico naturale allora si accese con una fantasia di colori brucianti, intensi, che ci costrinsero a socchiudere gli occhi: poi col passare dei minuti le tonalità si affievolirono e la quiete tornò sovrana.
Il vento stava intanto scendendo su quei contrafforti, fischiando negli anfratti, con una serie infinita di modulazioni.
Fu proprio in questo momento che si avvertì un ululato lontano, cui seguirono altri sempre più vicini, più intensi, più malinconici: era il canto dei coyotes, che salutavano il levarsi della luna.
Nel più totale e assoluto silenzio stavamo assistendo ad uno dei tanti spettacoli, che la natura mette quotidianamente in scena. Purtroppo l’uomo solo in rare occasioni se ne avvede: per noi era una di quelle e non l’avevamo sprecata.
Il misterioso regista decise di chiudere la scena.
Lentamente tornò ad alzarsi nell’aria prima un sommesso brusio, poi un sempre più distinto alternarsi di richiami.
Noi tutti, semplici spettatori, ci ritirammo, mentre sul palcoscenico sottostante gli invisibili attori si accomiatavano.
Il sipario si stava inesorabilmente abbassando.
L’indomani, mentre ancora la nostra memoria indugiava sui ricordi del giorno precedente, ci dirigemmo verso Pierre, capitale del South Dakota.


Un coyote ulula

Premetto che, secondo il mio personale parere, l’aspetto più suggestivo di questa città è rappresentato dal Missouri, fiume maestoso, che, in alcuni tratti, crea anse naturali, tanto ampie da apparire come laghi autonomi, intercomunicanti.
Quanto al resto, Pierre presentava le tipiche attrattive di ogni grande centro.
Alberghi, negozi, ristoranti e tutto quello che il cittadino medio solitamente chiede.
Notai anche un centro medico, un ambulatorio dentistico ed altre strutture sanitarie sicuramente utili, alle quali però mi sentivo di rivolgere solo una minima attenzione.
In quei giorni noi tutti avevamo dimenticato i soliti pensieri, i timori, le paure e tutti quei problemi che, nel nostro recentissimo passato, quotidianamente ci avevano accompagnato, inaridendo i nostri cuori e svuotando di significato ogni giornata, sempre uguale, monotona, assurda.
Storditi, nelle nostre comode città, dai rumori, avvelenati da un’aria sempre più mefitica, ci eravamo, col tempo, abituati a trovare rifugio nel nostro guscio, incapaci di intrattenere un qualsiasi amichevole e disinteressato rapporto col nostro prossimo.
In questo viaggio era tornato il piacere delle cose semplici, della compagnia, delle risate per una battuta, anche banale..
Ribaltati quindi tutti quei modelli negativi, ai quali avevavamo passivamente conformato il nostro comportamento, e riscoperti valori e parametri, da sempre conosciuti, ma poi, più o meno consapevolamente, ignorati, vittime della nostra continua rincorsa alla sicurezza, al benessere, alla potenza, tipici stereotipi dell’uomo moderno, perfettamente integrato nella società, nel lavoro.
In un silmile contesto, indispensabili naturalmente una moglie altamente rappresentativa, un moderato interesse per spettacoli televisi alla moda, rigorosamente scelti tra i più mediocri, un aspetto fisico estremamente curato, robusto conto in Banca, più o meno millantato. Ai più vivaci sono altresì consentite estemporanee relazioni extraconiugali: agli altri, solo barzellette da angiporto.
A tutto questo stavo pensando, mentre mi sfrecciavano accanto Cadillac ultimo modello, Fuoristrada ultimo grido, con a bordo signore imbellettate, ultime anch’esse nella scala dei valori, ma sicuramente prime nell’ostentazione.
E quei silenzi delle pianure, quelle atmosfere, quei paesaggi dove erano finiti? Solo a poca distanza, ma come sembravano lontani.
Entrammo in una pizzeria ordinando, da buoni italiani, la specialità del locale.
Devo dire che la pizza era decisamente gustosa: il problema erano le dimensioni davvero enormi.
Forse per vincere quel sottile velo di tristezza, che lentamente si stava insinuando dentro di me, mangiai la mia porzione, inaffiandola con un altrettanto abbondante boccale di birra.
D’altra parte era inutile arrovellarsi o guardare con disgusto quella schiera di varia umanità, così simile a quella che, nel corso dell’anno, solitamente incontravo Dovevo semmai considerarmi fortunato, per aver potuto vivere certi scenari, avvertire certe emozioni, realizzare il mio sogno.
Uscimmo dal locale dirigendoci verso il centro.
Un ragazzo fermo al semaforo, stava dando gas alla sua potente moto, imprecando contro i pedoni, che in quel momento stavano attraversando: allo scattare del verde, liberò tutta la potenza del suo scintillante veicolo, urlando selvaggiamente ed allontanandosi.
Suggerii a me stesso di riabituarmi abbastanza rapidamente a questi tanto edificanti spettacoli: tra poco sarebbero tornati a far parte del mio quotidiano.
Mi consolai pensando che l’indomani avremmo visitato la riserva di Standing Rock, dove era situata la tomba di Toro Seduto.
Il panorama stava cambiando, mentre salivamo verso il nord, diretti alla riserva di Standing Rock.
Questo nome evoca immediatamente la figura di Toro Seduto, del gruppo Hunkpapa, capo carismatico della Nazione Lakota, morto in questa zona e le cui spoglie dovrebbero riposare in una tomba, che era nostra intenzione visitare.
Toro Seduto, descritto fino ad epoca abbastanza recente, come un feroce combattente, naturale oppositore del Generale Custer, non era un Capo guerriero, come ad esempio Cavallo Pazzo, ma un “Medecine Man”, un condottiero spirituale, cui invece deve essere riconosciuto il merito di essere riuscito a riunire le etnie più forti e rappresentatative della propria gente, per fronteggiare lo strapotere dell’invasore bianco.
Sicuramente non fu una cosa semplice e in questo giocò il grande ascendente di cui godeva questo personaggio .
Le varie tribù non avevano infatti l’abitudine di allearsi tra loro: ogni gruppo affrontava il pericolo o l’emergenza, fidando solo nella propria forza.
Bisogna però aggiungere che questa etnia non conosceva la guerra totale, che si protraeva nel tempo, fino allo sterminio di intere popolazioni.
Gli scontri tra bande rivali molto spesso determinavano una minima perdita di vite e non era assolutamente pensabile una lotta a oltranza, senza quartiere.
La riprova si ha dal fatto che, dopo la schiacciante vittoria ottenuta al Little Big Horn, i gruppi si divisero per tornare ognuno alle proprie abitudini.
L’esercito degli Stati Uniti ebbe quindi buon gioco quando a Washington venne decisa la repressione.
Toro Seduto capì il mutare e l’evolversi della situazione: pur non del tutto convinto, decise di adeguarsi alle nuove regole.
Per meglio capire gli svariati aspetti del nuovo mondo, accondiscese ad aggregarsi al Circo di Buffalo Bill, nella tournè che portò l’intera troupe in giro per l’America.
Mi chiedo cosa possa aver pensato l’anziano Capo, davanti ad una manifestazione così diversa da quelle cui era abituato.
Canti e musiche assordanti in un carosello di uomini e cavalli, solo accomunati da un’unica grande finzione, che l’uomo bianco pomposamente definiva “spettacolo”.
Tornato nella propria terra , cercò di ritrovare il proprio mondo, aderendo ad un nuovo movimento, che assicurava la prossima rivincita delle popolazioni indiane.
Per evitare focolai di rivolta, il Governo aveva però intanto deciso di mandare nelle riserve l’Esercito, formato in buona parte da soldati indiani.
Durante una sommossa nella riserva di Standing Rock, Toro Seduto venne colpito a morte, proprio da un militare indiano.


La storica agenzia di Standing Rock

Davvero singolare il fatto che grandi personalità come Toro Seduto e Cavallo Pazzo, dopo aver conosciuto il sapore della vittoria e dopo essersi sempre sottratti alla cattura, siano poi caduti per mano dei loro stessi fratelli.
Sembra quasi che il destino abbia voluto, accomunandoli nella morte, preservarli da ogni forma di interferenza e contaminazione straniera.
Il Pulman entrò in una grande area, coperta da un soffice tappeto d’erba rigogliosa: a poca distanza, davanti a noi, la Tomba di Toro Seduto.
L’effige del Grande Capo campeggiava su un un massiccio basamento: lo sguardo rivolto verso l’ampia vallata sottostante..
Pochi semplici nastrini colorati e qualche fiore posato a terra. Nient’altro, se non le verdi colline circostanti e l’azzurra volta di un cielo limpido e terso.
Superflua ogni forma di umana ostentazione, per ricordare questo grande personaggio.
Mentre tornavamo in albergo, nubi livide, lontane si stavano profilando all’orizzonte: la pianura e le colline stavano cambiando aspetto, i colori sfumavano in un grigio uniforme.
Distolsi lo sguardo e concentrai la mia attenzione sul programma previsto per il giorno successivo: la riserva di Cheyenne River.
La visita alla riserva di Cheyenne River si rivelò particolarmente istruttiva, mostrandoci come le indubbie remore e penalizzazioni di questi luoghi possano essere, se non altro, attenuate con l’iniziativa e la autodeterminazione.
Nonostante il nome, ci trovavamo in un’area appartenente alla Nazione Lakota, assegnata ai gruppi Minniconju, Two Katle, Black Feet e Sans Arc, questi ultimi distintisi, anche nel passato, per il carattere estremamente mite ed equilibrato.
Entrati in un negozio, dove era esposto un variopinto campionario di oggettistica artigianale, facemmo immediatamente conoscenza con Jim, un giovane dal fisico massiccio, da lottatore, ma dai lineamenti gentili e simpatici.
Dopo un primo scambio di battute, capiti, non senza una certa meraviglia, i motivi della nostra visita, ci condusse in una vicina costruzione, la cui facciata si presentava decorata con gusto particolarmente raffinato.
L’interno, ampio e luminoso, si divideva in varie stanze, le cui pareti erano abbellite da pitture, riproducenti aspetti e momenti della vita nella prateria o nei villaggi. La nostra attenzione fu però attirata da una stanza molto ampia, circolare, che ci ricordò immediatamente l’aula di un istituto scolastico: alle pareti, una serie di dipinti, dal significato abbastanza esplicito.
Come ci venne immediatamente spiegato, ci trovavamo in uno dei più rappresentativi Centri culturali della Nazione Lakota.
Dopo pochi minuti, un uomo, molto distinto e dall’aspetto sicuro, ci venne incontro, presentandosi e facendo, per così dire, gli onori di casa.
Il nuovo arrivato era un giornalista, molto noto in quel territorio, che collaborava con diverse riviste, nelle quali venivano sviluppate le più svarite tematiche ed affrontati i più ricorrenti problemi della riserva.
Con molto tatto e signorilità lasciò comunque la parola al nostro giovane amico, il quale nel frattempo si era seduto al tavolo, che usualmente doveva essere riservato agli insegnanti o a quanti dovessero prendere la parola. Noi ci sistemammo ai banchi, situati ad emiciclo davanti al nostro conferenziere.
Cominciò quindi una serie di domande, cui Jim rispondeva con la massima cortesia, soffermandosi anche su quei particolari, che riteneva di non facile ed immediata acquisizione.
Esaurita questa prima fase , passò ad illustrare il significato delle pitture sulle pareti.
La prima rappresentava l’avvistamento delle navi di Cristoforo Colombo: da una collina, un sparuto gruppo di nativi guardava l’approssimarsi delle tre caravelle.
“L’inizio della fine”, articolò Jim, in tono molto asciutto, quasi distaccato.
Poco oltre, scene con svariate tematiche, per poi giungere ai due pannelli finali: nel primo era raffigurata la Danza del Sole, nel secondo, il corpo ormai senza vita di Piede Grosso, durante il massacro di Woundeed Knee.
Uno dei riti più tradizionali della cultura indiana, cui faceva immediatamente seguito la fine cruenta di un’etnia , di una cultura.
Della Danza del Sole si è parlato in diverse occasioni, sia a livello cinamatografico, sia narrativo.
Tutti ricordiamo le scene di alcuni film, ove vengono raffigurati i corpi dei guerrieri, trafitti da ganci all’altezza del petto e della schiena, appesi nel vuoto ad una impalcatura circolare. Il momento conclusivo era raggiunto con la lacerazione della carne, che i partecipanti facilitavano dibattendosi nel vuoto, e la conseguente caduta al suolo.
A quanto sembra, il rito, un tempo, si svolgeva effettivamente in questo modo.
Proprio per la sua crudezza, il Governo americano lo vietò: non so se per spirito umanitario, ma ne dubito, o semplicamente per evitare il perpetuarsi di certe tradizioni, troppo radicate nella natura indiana e come tali pericolose.
In questi ultimi anni ne è stata autorizzata la celebrazione, a condizione che vengano rispettate alcune elementari norme igieniche. Lo scopo è quello di evitare, per quanto possibile, il diffondersi di alcune malattie contagiose, conseguenti alla perdita di sangue.
I partecipanti si fanno tuttora trafiggere da ganci, legati a funi che sono assicurate ad oggetti fissi o particolarmente pesanti: il corpo non viene comunque sollevato da terra. Dopo due giorni di stretto digiuno, senza possibilità di bere neppure una goccia d’acqua, incominciano a tendere i legacci, fino a determinare la lecarazione della propria carne.
Tutti noi ci eravamo chiesti il motivo di un simile sacrificio e questo dipinto poteva fornirci l’opportunità per formulare una simile domanda.
Rinunciammo però, in quanto ci sembrava di violare una sfera troppo intima, troppo personale.


Cheyenne River

Avremmo avuto la risposta, qualche giorno dopo, da Gilbert, in modo semplice e spontaneo. Ne parlerò quindi in seguito, anche perchè tale spiegazione ci sarebbe stata fornita in un momento particolare, di estrema commozione: la sera antecedente il nostro rientro in Italia.
Ancora una volta guardammo la scena, ove era raffigurato il massacro di Woundeed Knee. Non chiedemmo nulla: era sufficiente quello che già sapevamo.
Per contraccambiare Jim della disponibiltà manifestataci, lo invitammo a pranzo. Ringraziò, ma chiese se vi poteva partecipare la propria moglie: al nostro cenno di assenso, sorrise ed uscì.
L’appuntamento era fissato davanti all’unico ristorante della riserva. Non potevamo sbagliare.
Dopo pochi minuti, ci sedevamo ad una grande tavolata. Alla comitiva si erano aggiunti Jim e sua moglie.
I modi gentili e una certa vivacità nel comportamento lasciavano intuire in questa donna una certa abitudine alla conversazione, ai rapporti con le persone: era infatti responsabile di un ufficio addetto all’amministrazione della riserva, attività che veniva svolta sotto il diretto controllo del Consiglio Tribale.
Come il marito, si dimostrò immediatamente affabile, propensa al sorriso ed al dialogo. I suoi occhi neri in alcuni momenti guizzavano all’improvviso su quel viso sereno e composto, quasi non volessero lasciarsi sfuggire anche il più nascosto significato di ogni battuta , di ogni discorso.
Ben presto l’atmosfera diventò quella tipica di un normale pranzo tra amici.
Era singolare come fosse estremanente facile entrare in immediata confidenza con queste polazioni, così intensamente provate, eppure tanto aperte nei confronti dello straniero.
In questo non smentivano il comportamento dei propri progenitori, inizialmente ospitali e privi di una qualsia si forma di diffidenza. Sappiamo quale bel risultato in compenso ottennero.
Jim, a seguito di nostre precise richieste, ci accompagnò in un maneggio, situato a pochi chilomentri, dove avremmo potuto vedere e magari montare i famosi pony, i cavalli indiani.
Dopo un primo esame decidemmo comunque di non sfidare troppo la fortuna.
Abituati alle cavalcature nostrane, non potevamo immaginare tanto nervosismo ed irrequietezza in animali abituati alla sella e al morso.
Il problema era però, come sempre, l’uomo.
Accortisi della nostra titubanza, mostrarono un repertorio particolarmente assortito di giravolte , salti, impennate, nitriti, sicuramente allo scopo di dissuaderci da eventuali idee a carattere sportivo. Riuscirono perfettamente nel loro intento, specie quando uno di questi pony urtò con una certa veemenza il ragazzo indiano, che gli si era avvicinato.
Il ragazzo però non si scompose più di tanto.
Impugnato saldamente il pomo della sella, con una agile giravolta si sistemò saldamente in groppa, senza prestare la minima attenzione agli orgogliosi e forsennati volteggi della sua cavalcatura, che alla fine , visto inutile ogni tentativo, si calmò, rivolgendo la propria attenzione ad un ciuffo d’erba particolarmente verde ed appetitoso.
Questa bella esibizione fugò comunque le nostre ultime velleità.
Dopo aver girovagato per il maneggio ed aver ammirato un gruppo di cavalli al galoppo serrato in un ampio recinto, ci accomiatammo da Jim, ringraziandolo e garantendo che, in un prossimo futuro, avremmo imparato a cavalcare.
Jim sembrò fortemente dubbioso.
Tornati a Pierre, ci sedemmo al ristorante dell’albergo, per la cena.
Stavamo, quasi inconsapevolmente, tornando alle nostre abitudini. Da tempo non scendevamo direttamente dalla nostra stanza alla sala ristorante.
Una varietà di piatti, estremamente curati, lentamente ci reinseriva nel nostro sistema di vita.
Avvertii questa sensazione, ma, almeno per il momento, preferii non pormi troppe domande.
L’indomani, rientro a Rapid City, dove si sarebbe concluso il nostro itinerario: da questa città saremmo poi partiti per rientrare in Italia.
Tuttora mi chiedo per quale ragione sia stato colpito così favorevolmente da Rapid City, centro non molto diverso da Pierre, eppure a mio modo di vedere più genuino, meno artificioso.
Probabilmente in tali miei giudizi pecco, ancora una volta, di obiettività.
Come ho già sottolineato, questa città viene costantemente richiamata in tutte le riviste e nei libri, che trattano della cultura indiana. L’avevo quindi così intensamente immaginata, che il modello reale non poteva aggiungere alcunchè di nuovo.
Era comunque indubbio che vi si avvertiva un clima diverso da quello tipico dei grandi centri.
Anzitutto i segni della cultura indiana erano presenti ovunque: ogni vetrina esponeva oggetti, vestiti, ornamenti di ogni genere.
Individuammo addirittura un negozio di ceramica, con annesso laboratorio, dove venivano preparati e poi venduti piatti, vassoi, anfore e composizioni di svariato tipo. Doveva sicuramente trattarsi di un centro molto noto, vista la notevole affluenza di persone.
Ed ecco immancabile la sorpresa della giornata.
Sulla targa di una voluminosa Berlina, posteggiata all’altezza del marciapide, campeggiva una scritta “Orgoglioso di essere indiano”.
Mentre stavamo commentando questa frase, notammo una donna ed un uomo dai lunghi capelli brizzolati, aprire la portiera delle vettura, per riporvi un involucro abbstanza voluminoso. Vicino a loro, un bambino biondo.
La signora si rivolse a noi, con voce incerta, in un italiano piuttosto stentato, ma sufficientemente comprensibile.
Appurato che eravamo “veramente” italiani, scoppiò in lacrime, abbracciando la persona più vicina del nostro gruppo.
Ci spiegò poi che sua nonna, della quale conservava tuttora un affettuoso ricordo, era originaria di Latina e in diverse occasioni, si rivolgeva a lei, ancora bambina , in italiano. Ricordava quindi perfettamente alcune parole e un certo modo di interloquire, tipico dellla nostra lingua.
Superati questi attimi di intensa commozione, ci presentò il figlio ed il marito, rispettivamente le due persone, che poco prima avevano attirato la nostra attenzione.
L’uomo presentava i tipici caratteri anglosassoni: carnagione chiara, occhi azzurri, conformazione slanciata. Immaginabile quindi il nostro stupore, non solo nel momento in cui dichiarò di essere meticcio, ma soprattutto quando aggiunse di sentirsi a tutti gli effetti indiano.
Come per dare maggior peso a questo concetto, aprì l’involucro, che aveva appena posato, mostrandoci una lunga pipa, scomposta nei tre pezzi classici.
La alzò, con entrambe le mani, al cielo e si raccolse per brevi attimi: poi la ripose accuratamente.
Era davvero straordinario che una persona, nella quale erano presenti due etnie tanto diverse, avesse optato per quella più umile, più modesta, più perseguitata.
Ci doveva pur essere una ragione: personalmente mi sembrava di averla capita.
Salutammo questa famigliola e ci dirigemmo nel cuore della città: la nostra meta era “The Journey”, museo totalmente gestito ed organizzato dai Lakota. Una vera attrazione.
In effetti, chi pensasse di vedere un qualcosa di usuale, sarebbe costretto a cambiare immediatamente idea.
Un elegante ingresso, presidiato da una zelante e graziosa ragazza indiana, immetteva in uno stanzone, dove facevano bella mostra diversi quadri.
Un altoparlante stava però avvertendo che, entro pochi minuti, si sarebbe tenuta nella sala cinematografica attigua, una proiezione di notevole interesse.
Qualcuno del nostro gruppo, che, lo scorso anno, vi aveva assistito, mi suggerì di non perderla.
Incuriosito, entrai nell’ampio salone, sistemandomi nelle file centrali più alte, in modo da poter usufruire di un’ampia panoramica.
Le luci si abbassarono e all’improvviso ci trovammo calati nella fantasia di un popolo.
Accompagnate da un commento in pura lingua Lakota, si susseguivano sulla schermo le immagini di un bisonte, dal galoppo lento e potente, delle BlacK Hills, di mandrie di cavalli. All’improvviso un serpente dal movimento sinuoso, poi un gruppo di soldati.
Tutto questo con un sottofondo di musiche e canti tribali, mentre la figura di una ragazza dai lunghi capelli corvini, accennava misurati passi di danza, sfumando poi e dissolvendosi in una varietà di colori sempre più caldi.
La voce profonda del commentatore descriveva le varie scene: il tono era fermo ed uniforme.
Un falco e poi un’aquila disegnavano nel cielo ampie volute, sorvolando vette innevate e paurosi dirupi.
Poi ancora un gruppo di soldati e quindi il massacro di Wounded Knee: poveri corpi, bloccati dal gelo in pose scomposte e grottesche, buttati, senza alcuna pietà, in un’ampia fossa comune.


Rapid City, nel cuore delle Black Hills

Infine la figura di un vecchio, stagliata sulla collina, mentre rivolgeva il proprio canto al cielo, invocando il Grande Spirito.
Mi riesce difficile ricordare l’esatta sequenza di tutte le scene, ma tuttora conservo il ricordo di quei momenti.
Sembrava di essere entrati in un sogno magnifico, sublime, dal quale si era come ipnotizzati.
Non so dire quanto duri in effetti la proiezione, ma l’accendersi delle luci mi fece provare la sensazione di un fastidioso risveglio.
In quel film avevo rivisto, visualizzate, le sensazioni, che mi avevano accompagnato in quei giorni: erano tutte condensate in quei fotogrammi, in quella colonna musicale, in quel commento, che, pur articolando parole a noi sconosciute, risultava del tutto chiaro e comprensibile.
La nostra visita proseguì attraverso altre sale, ognuna riservata a precisi argomenti, che spaziavano dal campo geologico, naturalistico e faunistico a quello più tipicamente d’ambientazione.
In una serie di stanze si muovevano infatti figure perfettamente automatizzate, di grandezza naturale, che interpretavano alcuni dei momenti più tipici della vita di frontiera, riproponendo anche quei famosi scontri epici tra personaggi, oramai entrati nel mito.
Mi riferisco in particolare alla raffigurazione della sparatoria avvenuta all’O.K. Corral e a quella riguardante l’uccisione di Wild Bill Hickcook : entrambe le scene rappresentate con un realismo ed una attenzione ai particolari davvero notevole.
Quando uscii, nel mio cuore era però rimasto soltanto il ricordo di quella fantastica proiezione.
Visto che il giorno successivo saremmo partiti, decidemmo di recarci al “Prairie Edge”, negozio particolarmente fornito, per uno shopping conclusivo.
Avendo ormai completato la mia serie di acquisti, non mi sentivo particolarmente interessato: tra l’altro, nel precedente soggiorno a Rapid City, avevo avuto modo di visitare questo locale e ricordavo molto bene i prezzi, decisamente elevati.
Mi accodai comunque al gruppo ed in breve giunsi a destinazione.
Avevamo percorso una strada diversa da quella che conoscevo ed infatti sbucammo su un crocevia a me sconosciuto: nel centro, la statua di un guerriero, col capo abbassato, le braccia aperte lungo i fianchi , le gambe leggermente divaricate.
E allora mi ricordai di quando, bambino, vidi per la prima volta la raffigurazione di un guerriero indiano.
Era una domenica mattina e, con mio padre, stavo tornando a casa.
Passando davanti all’edicola dei giornali, guardai distrattamente le diverse riviste ed i settimanali posti in esposizione, soffermandomi in particolare sulle letture per ragazzi.
La mia attenzione fu però immediatamente attirata da un fascicolo, sulla cui copertina era disegnato un gruppo di cavalieri al galoppo, vestiti in modo inconsueto.
Chiesi a mio padre se poteva comprarmelo. Venni accontentato e cominciai a scorrere, incuriosito, le prime pagine.
Rimasi come folgorato.
Davanti ai miei occhi era apparsa la figura di uno strano personaggio, dai capelli lunghi, sciolti sulla spalle, lo sguardo fiero, il portamento altero.
Intorno al capo un semplice fascia, sul torace una lunga collana, che scendeva quasi fino alla cintola. Giaccone e larghi pantaloni in pelle completavano quel singolare vestiario.
Fu come se una scossa elettrica mi avesse attraversato il corpo.
Non sapevo assolutamente alcunchè di indiani , nè feci alcun collegamento con le nozioni, acquisite a scuola, sulla scoperta dell’ America: ero ancora nel periodo in cui, quanto veniva appreso dagli insegnanti, poteva solo servire a meritare un buon voto.
Provai una sensazione del tutto nuovo e inspiegabile: nulla da spartire comunque col fascino, che una qualsiasi novità può destare in un bambino.
Fu proprio in quell’occasione che, inconsapevolmente, cominciai ad interessarmi di questo popolo, di questa cultura. Dopo tanto tempo, avevo dimenticato l’episodio, ma davanti a quella scultura ricordai tutto.
Guardai ancora la statua: in basso, un basamento massiccio, sul quale campeggiava la scritta “Mitakuye Oyasin”. In lingua Lakota: E’ tutto correlato. Ogni evento ha una sua precisa spiegazione.
Era la chiosa finale, il commento definitivo.
Nel corso di quella precedente proiezione cinematografica, aveva potuto “vedere” le mie emozioni, ora mi sembrava di averne compreso il significato.
La sera in albergo venne a trovarci Gilbert, come sempre gentile, simpatico ed ora anche generoso. Per ognuno di noi aveva infatti riservato un oggetto-ricordo, con tanto di dedica. Questo popolo non mancava mai di stupirmi.
Dopo qualche scambio di battute, si passò ad argomenti più seri ed inevitabilmente si tornò su certi riti, certe tradizioni, inaccettabili per la nostra mentalità..
Gilbert ci spiegò, con assoluta semplicità, che la sofferenza ed il dolore facevano parte della loro cultura: a giorni, lui stesso avrebbe partecipato alla Danza del Sole.
A questo punto ci sentimmo autorizzati a chiedere quali motivazioni fossero alla base di un simile sacrificio.
Dopo una breve riflessione, Gilbert esaudì la nostra richiesta: la sue parole ci lasciarono stupefatti ed in preda ad un forte senso di disagio.
Noi, rispose il nostro amico, ci riteniamo molto fortunati e dobbiamo essere grati al Grande Spirito per tutti doni, che ci ha elargito. Non ci manca nulla. Come possiamo ringraziarlo, contraccambiare tanta magnanimità? Non avrebbe senso sacrificare animali o altri esseri, che sono sulla terra come noi. Dobbiamo invece dare qualcosa di veramente nostro: la nostra carne , il nostro sangue. Non temiamo eventuali malattie, la fede può vincere qualsiasi possibilità di contagio.
Mi sentii annichilire.
Se loro, dopo aver subito persecuzioni e violenze di ogni tipo, si sentivano ad un tal punto fortunati da dover ringraziare, col sacrificio del proprio corpo, il Grande Spirito, noi, uomini moderni, immersi nelle nostre comodità, vezzeggiati e curati ad ogni minimo cenno di debolezza, ad ogni minimo malessere, come dovremmo considerarci? Ed il credente, cosa dovrebbe offrire a Dio?
Guardai Gilbert mentre si stava accomiatando. Pochi concetti semplici, lineari erano stati più esaurienti di tanti assurdi giri di parole.
Gli stesi la mano, ringraziandolo.
Sorrise salutandomi, ma non credo abbia capito l’effettivo significato del mio ringraziamento.
La mattina successiva, la sveglia suonò alle h.4. Era il giorno della partenza,
Puntuale come sempre, Mr. Ralph si presentò all’albergo, aspettando che l’intera comitiva fosse al gran completo: vista l’ora era inevitabile che qualcuno ritardasse.
Dopo aver rapidamente sistemato i bagagli, accese il motore, quindi, accertato che tutti fossimo presenti, imboccò la strada principale, dirigendosi verso l’Aeroporto.
Le prime luci dell’alba cominciavano ad illuminare il paesaggio. Continuavo a guardare dal finestrino, cercando di memorizzare quante più immagini possibili, così da conservarne il ricordo.
Una breve corsa ed arrivammo all’Aeroporto.
Mr. Ralph ci accompagnò nella grande sala d’aspetto, scambiando con alcuni di noi qualche parola: l’atmosfera non era però delle più allegre.
Quando chiamarono il nostro volo, anche il duro, l’ironico Mr. Ralph ebbe un attimo debolezza. Si passò una mano sulla fronte, calando la visiera del suo impossibile cappello: gli occhi azzurri per un attimo si inumidirono, mentre sul viso compariva un sorriso forzato.
Fu solo un attimo. Il personaggio rientrò rapidamente nel suo ruolo: salutò calorosamente ognuno di noi, poi, mentre ci stavamo allontanando, alzò ancora una volta la mano in un cenno di commiato.
Il piccolo aereo decollò in perfetto orario, giungendo rapidamente in quota.
Ben presto comparvero sotto di noi le Black Hills, poi le valli, la prateria. Infine solo un sottile tappeto di nuvole bianche.
Cercai di trovare la giusta sistemazione in quel sedile stretto ed angusto, per vedere se mi era possibile dormire.
Niente da fare.
Continuavo a pensare a tutto quello che avevo visto, alle svariate emozioni, che avevo provato, ai luoghi che avevo visitato.
Un’immensa galleria di personaggi, colori, ambienti sflilava nella mia mente, riproponendo scene appena vissute.
Il sole era ormai alto nel cielo.
Ripensai a quell’incredibile filmato, alle parole di Gilbert, alla scritta sul basamento, dove poggiava la statua del guerriero.
Mitakuye Oyasin. Tutto è correlato.
Quel senso di oppressione, che mi aveva aggredito fin dal primo mattino, si stava lentamente attenuando, lasciando gradualmente il posto ad una sensazione di intensa serenità.
Mi guardai intorno.
La signora accanto a me si era appena appisolata, mentre gli altri componenti del gruppo erano, in ordine sparso, a ragguardevole distanza.
A questo punto non feci più nulla per frenare la mia commozione.

Giuseppe Danovaro
Milano 26 Agosto 1998

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