La musica, anima del west

A cura di Domenico Rizzi

Musica nel west
La cultura western passa attraverso tre secoli di storia della colonizzazione del continente nordamericano, la letteratura e il fumetto che ad essa si ispirarono – da “L’ultimo dei Mohicani” di James Fenimore Cooper alle opere di Owen Wister, Zane Grey e Louis L’Amour, fino al più recente “Balla Coi Lupi” di Michael Blake – e soprattutto il cinema, che nonostante l’evidente flessione degli ultimi decenni continua imperterrito a sfornare nuove trame, da “Django Unchained” di Quentin Tarantino (vincitore di 2 Oscar nel 2013) a “The Lone Ranger”, diretto da Gore Verbinski.
Oltre a ciò, vi è un’altra componente che ha mantenuto sempre elevato l’interesse verso il genere ed è la musica che va sotto il nome di “country western”, oggi riproposta sempre più frequentemente nell’ambito di feste e raduni di appassionati, che ospitano sovente conferenze e dibattiti di autori e proiezioni di film sullo stesso tema.
La “western music”, che presenta varie sfaccettature e affonda le sue radici in tempi e luoghi diversi, rimane dunque come una delle più significative rappresentazioni di questo genere avventuroso e intramontabile, iniziato letterariamente con la celeberrima opera di Fenimore Cooper nel 1826 e dal punto di vista cinematografico con il noto “Assalto al treno” di Edwin S. Porter apparso sugli schermi nel 1903.
Come si è anticipato, le melodie che oggi costituiscono il fondamento della cultura della Frontiera, nacquero in tempi remoti e furono il prodotto della massiccia e variegata immigrazione proveniente dalla vecchia Europa. Come ogni altra espressione culturale, subì tuttavia qualche discriminazione e venne talvolta guardata con sospetto in alcuni ambienti.
Gli antichi Puritani del Massachussets, per esempio, l’avevano proibita nelle loro chiese, avversavano feste e divertimenti danzanti, convinti com’erano che tutto ciò rappresentasse un espediente del demonio per minare la loro rigida moralità, perchè ritenevano che anche le epidemie di vaiolo e colera e le incursioni degli Indiani ostili fossero opera del Maligno. Eppure, fuori dai luoghi di culto, era consentito loro di apprezzarla, al pari della letteratura e della poesia.
I Pellirosse che abitavano intorno alle loro colonie nel XVII secolo praticavano invece da decenni le danze, accompagnate da canti e disciplinate da suggestivi rituali quand’erano rivolte alle loro misteriose divinità o agli spiriti che popolavano la terra e le acque, ma è noto che i cultori dell’ortodossia etica li consideravano soltanto dei pagani “figli di Satana”, difendendo la purezza dei propri costumi con rimedi spesso estremi. I massacri indiscriminati compiuti contro alcune tribù “assatanate” – come i Pequod, sterminati quasi al completo nel 1637 – ne furono soltanto una delle tragiche conseguenze.


L’immancabile sala da ballo, presente in ogni cittadina

In altre aree della Costa Atlantica, man mano che affluivano sempre più immigrati dalla vecchia Europa e la popolazione bianca degli insediamenti cresceva, arrivarono persone di Paesi diversi, di lingua inglese, gaelica e tedesca. Dal 1819 al 1855 oltre 4 milioni di persone avevano raggiunto gli Stati Uniti: il 52% proveniva da Gran Bretagna e Irlanda, il 38% da Austria-Ungheria e Prussia, il rimanente dalla Francia, dai Paesi Scandinavi, dalla Cina e, in percentuale molto più modesta – soltanto 8.000 per quel periodo – dall’Italia.
Questa gente recava con sé oltre alle proprie abitudini di vita, che si diversificavano parecchio da una regione all’altra, anche la musica delle sue aree di provenienza, le ballate popolari e le danze in uso nei propri villaggi. Molti di questi motivi si tramandarono nel tempo fino ai giorni nostri.
Mentre il Puritanesimo riusciva a mantenere in alcune aree del New England i suoi castigati costumi, in altre zone le feste da ballo avevano preso sempre più piede, portando anche agli eccessi di alcune danze “indemoniate” di certe località del Sud. In determinati luoghi, attaccati dalla stampa per la loro eccessiva libertà di costumi – come la regione della North Carolina in cui era nato Tom Dooley – gli abitanti vennero bollati dal “New York Herald” come “libertini e immorali”. La stessa opinione si scopre nelle memorie lasciate da Joseph Mc Coy, allevatore e sindaco di Abilene, del quale è nota l’avversione verso i cowboy texani, riguardo alle danze sfrenate che si tenevano in alcuni saloon: “…nelle città di frontiera si trova quell’istituzione che va sotto il nome di sala da ballo. Quando calano le tenebre della notte, per nascondere le loro orge agli occhi del pubblico queste miserande creature – uomini e donne – si danno convegno nelle sale da ballo e al suono di una musica indiavolata…trescano un’inverecondia gagliarda… Il cowboy di solito si butta di buon animo nel vortice della dissipazione”.
Ma questa severità di giudizio non riguardava la maggior parte delle persone dirette nel West a bordo dei carri colmi di provviste e di speranza. Durante le soste del lunghissimo tragitto verso l’Oregon e la California, i pionieri mettevano i Conestoga in cerchio e improvvisavano le loro feste danzanti. Data la promiscuità delle loro origini, potevano intonare le antiche ballate delle vallate dei monti Appalachi o ballare una giga o una quadriglia, muovendosi allegramente su una pista di erba o di sabbia, accompagnati da una strumentazione fondata essenzialmente sul violino, sulla chitarra e sull’armonica a bocca. Un simile spettacolo destava stupore fra i Pellirosse, che si servivano abitualmente di tamburi, zufoli e pifferi, danzando in circolo a passo ritmato.
Negli avamposti militari, come John Ford ci ha mostrato in alcuni dei suoi migliori film – “Il massacro di Fort Apache”, “I cavalieri del Nord Ovest”, “Cavalcarono insieme” – le danze sono sempre presenti, legate al rigido cerimoniale che il rango dei partecipanti richiedeva.


Anche nei forti c’era la musica che accompagnava la festa

La musica e i balli diffusi negli Stati Uniti e soprattutto nei loro territori occidentali intorno al 1870 erano i più vari e traevano le proprie origini dalla storia più remota. Mentre negli Stati nordatlantici era prevalente la componente inglese, in alcune aree del Sud le melodie recepivano l’influsso scozzese e irlandese, per accostarsi più tardi ai motivi delle minoranze afro-americane, che avevano dato vita al blues.
Fra le paludi del fiume Mississippi, in Louisiana, i Cayun discendenti dai Francesi del XVIII secolo conservano ancora canti e ballate della loro terra d’origine – l’Acadia, nel Canada meridionale – classificati come un aspetto della musica country.
Nelle aree del Sud-Ovest – Arizona, New Mexico e Texas – la fusione fra l’originario nucleo iberico-messicano e i coloni giunti dagli Stati Uniti dal 1824 in poi – specialmente da Tennessee, Kentucky, Louisiana e dalle due Caroline – portò alla creazione di nuovi generi che avrebbero costituito il patrimonio specifico del cowboy, il mandriano discendente dall’antico vaquero ispanico. A dispetto della dura filippica di Mc Coy, il ballo continuò a rappresentare uno dei principali interessi di questo solitario cavaliere delle praterie anche molto tempo dopo il tramonto dell’epopea del bestiame. Come descrisse Edgar Beecher Bronson in “Reminiscences of a Ranchman” del 1908, perfino nell’imminenza di un ciclone riversatosi su una cittadina del Kansas, “la stanza era affollatissima: una fila compatta di uomini e di donne davanti al bar, una folla di giocatori davanti a ciascun tavolo, la sala da ballo e le due panche stipate da una calca vociante e rumorosa”. Nonostante il pericolo ed alcune risse scoppiate all’esterno del locale, aggiunge Bronson “molti rimasero a parlare delle virtù degli estinti fra una quadriglia e l’altra: infatti le danze non si erano mai fermate.”


Ogni luogo era adatto a far festa

La “country western music” vera e propria ha origini abbastanza lontane e si può collocare geograficamente in un’area della North Carolina.
Nacque infatti fra i “Bianchi poveri” delle Appalachian Mountains. Dal 1925 in poi il termine per designare questi diseredati era “hillbilly” (zoticone) che si riferiva agli abitanti della vasta area del Sud compresa fra la Georgia e le Ozark Mountains, che si allungano fino alla parte meridionale del Missouri e a quella centro-settentrionale dell’Arkansas.
La “western music” incontrò facilmente il favore del pubblico, che la considerava erroneamente un’emanazione del Texas, Stato del Sud ma anche del West. A indurre nell’errore fu probabilmente Jimmie Rodgers (1897-1933) il quale, benché risulti nato a Meridian, nel Mississippi (altre fonti sostengono a Geiger, Alabama, comunque sempre nel profondo Sud) era considerato texano per avere scelto questa regione come luogo di residenza.
Fu proprio Rodgers a lanciare la figura cinematografica del “cowboy singer” che sarà assunta negli Anni Trenta da famosi attori. Ken Maynard (1895-1973) originario di Vevay (Indiana) interpretò nel 1930 il film “Sons of the Saddle” e nel 1933 “Strawberry Roan”. Fu il primo attore a recitare cantando, presto imitato da tanti altri. Fra questi Gene Autry (1907-1998) nato a Tioga, Texas; Roy Rogers (1911-1998) di Cincinnati, Ohio, Woodward “Tex” Ritter (1905-1974) di Murvaul, Texas. Ad essi si può associare qualche altro folk-singer quale Woody Guthrie (1912-1967) di Okemah, Oklahoma e Johnny Cash (1932-2003) nato a Kingsland, Arkansas.
In realtà l’accostamento fra la musica western e quella country è un po’ arbitrario e secondo alcune opinioni si tratta soltanto di due fenomeni che hanno interagito fra loro utilizzando la comune figura del cowboy come trait d’union, senza che peraltro il mandriano tradizionale – volgarmente chiamato buckaroo, termine derivato dallo spagnolo vaquero – c’entrasse qualcosa con lo sviluppo del country.
Lo scrittore Bill C. Malone sostiene infatti che “l’uso crescente della parola western per designare la country music era del tutto inesatto, in riferimento ad una musica prodotta dal cowboy. Ad eccezione di alcuni canti di cowboy registrati da certi musicisti di campagna, dell’utilizzo di titoli di canzoni da cowboy e di vestiti da cowboy per turisti, il cowboy non ha avuto alcuna influenza tangibile sulla musica popolare americana e in particolare sulla country music. Non vi ha contribuito né con uno stile particolare o strumentale, né con una forma musicale o un ritmo qualsiasi.”
La nascita del mito del cowboy, enfatizzata da leggende come quella di Pecos Bill e dal cinema, fece sì che anche la country music diventasse una sorta di background al cavaliere libero e un po’ selvaggio delle grandi praterie.
Il cinema western ha tenuto conto, in molte delle sue produzioni, delle canzoni e ballate popolari dell’epoca, a volte riadattate o arrangiate da moderni compositori. Molti di questi motivi, come si è detto, avevano derivazione europea e furono importati nel continente americano da immigrati di varie nazionalità, soprattutto inglese, scozzese e irlandese.
Alcuni pezzi hanno avuto, per merito dei film, una diffusione mondiale e conservano inalterata ancora oggi la loro carica suggestiva. Ricordiamo la celeberrima “The Girl I Left Behind Me” (La ragazza che ho lasciato a casa) che veniva cantata dai reparti militari durante le estenuanti marce nella prateria, presente anche ne “I cavalieri del Nord-Ovest” di John Ford (1949). La sua nascita risalirebbe al 1791 in Irlanda, ma secondo altre voci era già giunta nelle colonie americane intorno al 1650.
Per rimanere in tema di motivi militari, anche il “Garry Owen”, celebre inno adottato dal Settimo Cavalleria nel 1867, ha provenienza irlandese e venne assunto dal Quinto Reggimento Fanteria Reale di stanza a Limerick prima di assurgere a marcia reggimentale del Diciottesimo Fanteria britannico. Le bande dell’esercito britannico lo eseguirono anche durante la Guerra di Crimea nel 1853-56 e successivamente diventò l’inno del Sessantanovesimo Reggimento Fanteria statunitense, noto come Milizia di New York. Nel 1867 venne proposto al generale Custer dal capitano Myles W. Keogh (1840-1876) ufficiale irlandese originario di Carlow County.
“Shall We Gather at the River”, canzone dei pionieri e accompagnamento nuziale nel film “Sentieri selvaggi” di John Ford (1956) venne scritta nel 1864 da Robert Lowry (1826-1899) e figura in moltissime pellicole, fra le quali “Ombre Rosse” (1939) “Sfida infernale” (1946) e “I tre furfanti” (1948) sempre di Ford, “Sierra Charriba” (1964) e “Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah. La canzone venne usata anche per le cerimonie funebri. In “Sentieri selvaggi”, infatti, accompagna sia le mancate nozze di Charlie Mc Corry con Laurie Jorgensen, che le esequie della famiglia Edwards subito dopo il massacro compiuto dai Comanche, ripetendo la strofa: “Yes, we’ll gather at the river – the beautiful, beautiful river – Gather with the Saints at the river – that flows from the throne of God” (Si, ci ritroveremo al fiume, il bel, bel fiume- Raduniamoci insieme ai Santi al fiume-che scorre dal trono di Dio).


La banda del 7° Cavalleria suonava Garry Owen

Anche “Skip to My Lou”, presente nel medesimo film ed eseguita alla chitarra dal personaggio Mc Corry – l’attore Ken Curtis – ha origini remote: sembra che risalga all’epoca dei primi Puritani in America.
“My Darling Clementine” è una ballata folk nata ufficialmente nel 1884 per opera di Percy Montrose, ma è attribuita anche a Barker Bradford. Si ritiene comunque basata su un altro motivo più antico, “Down by the River Liv’d a Maiden”, composta da H. S. Thompson nel 1863, ma non è da escludersi che derivi addirittura da una canzone dei cercatori d’oro della California del 1849-50. Il regista John Ford ne fece il titolo e tema conduttore del suo film “Sfida infernale”, la cui versione originale è appunto “My Darling Clementine”.
Fra tutti i brani che contribuirono a caratterizzare la cultura musicale del West, “Oh, Susannah” rimane indubbiamente il più popolare.
E’ conosciuto anche come “Banjo on my Knee” (Banjo sulle mie ginocchia) da un verso della canzone stessa, composta nel 1848 da Stephen Foster (1826-1844) celebrato come “il padre della musica americana”, che fu inoltre autore di “My Old Kentucky Home” e “Old Black Joe”. Foster morì a New York, appena trentasettenne, in precarie condizioni economiche, in seguito ad un banale incidente capitatogli mentre cercava di scendere dal letto in cui giaceva febbricitante. Le parole del suo motivo più famoso sono universalmente note: “Ho lasciato l’Alabama – col mio banjo sulle ginocchia – sto andando in Louisiana, per incontrare il mio vero amore – Oh, Susannah, non piangere perché – ho lasciato l’Alabama col mio banjo sulle ginocchia”.
Il cinema western ha aggiunto, nel corso della sua lunga storia, molte colonne sonore divenute famose, quali “High Noon” (scritta da Dimitri Tiomkin e Ned Washington nel 1952 ed eseguita dal cantante Frankie Laine in “Mezzogiorno di fuoco” di Fred Zinneman) e “My Rifle, my Pony and Me” dello stesso Tiomkin, con la voce di Dean Martin, in “Un dollaro d’onore” di Howard Hawks (1959). Tiomkin ottenne una “nomination” all’Oscar e un Golden Globe per la canzone “The Green Leaves of Summer”, eseguita da Frankie Avalon nel film “La battaglia di Alamo” diretto da John Wayne.
Anche le bellissime colonne sonore di “Ballata selvaggia” (Hugo Fregonese, 1953) e “Sfida all’O.K. Corral” di Sturges scaturiscono dalla grande creatività di Tiomkin e Paul Francis Webster. In entrambi i film l’interpretazione passa attraverso l’inconfondibile voce di Frankie Laine, un cantante di origine italiana (Francesco Paolo Lo Vecchio, 1913-2007) che vanta circa 250 milioni di dischi venduti nel corso della sua lunghissima carriera.
Fra le ballate più popolari, merita di essere citata inoltre “The Ballad of Tom Dooley”, lanciata sul mercato mondiale nel 1958 ma la cui origine si colloca intorno al 1929. Dooley, come è noto, venne impiccato nel 1868 in seguito ad una condanna per l’omicidio della propria amante, sebbene in seguito siano affiorati parecchi indizi che farebbero ritenere ingiusta la sentenza.
Di Elmer Bernstein sono invece le musiche dei film “I magnifici sette” “I Comancheros” e “I 4 figli di Katie Elder” (Henry Hathaway, 1965) “Il Grinta” di Hathaway, e “Il pistolero”.
Il western italiano, ha messo le ali alla grandissima ispirazione di un musicista veramente d’eccezione: Ennio Morricone, autore di 496 colonne sonore, delle quali una trentina legate alle pellicole di Sergio Leone, Tonino Valerii ed altri registi nazionali.
L’aria che accompagna la sfida in “Per un pugno di dollari” si ispira al “De Guello” di Tiomkin, nella versione adattata per “Un dollaro d’onore”. Stupende le musiche di “C’era una volta il West” e “Giù la testa”, entrambi diretti da Leone, come geniale è la trovata di far precedere il brano che accompagna il duello finale di “Per qualche dollaro in più” dal suono ritmato di un carillon.
Morricone, nato a Roma nel 1928, ha ottenuto l’Oscar alla carriera nel 1907 e il “Polar Music Prize” dell’Accademia reale Svedese di Musica nel 2010, dopo avere ricevuto il Leone d’Oro alla carriera a Venezia qualche anno prima. Riconoscimenti giusti ma tardivi, sicuramente inadeguati alla sua vastissima produzione e all’altissima qualità delle sue composizioni.
Per concludere, si può ricordare che “Balla Coi Lupi” di Costner si è aggiudicato uno dei suoi 7 Oscar per la musica di Don Barry, dopo i 2 ottenuti in un passato più lontano dal cinema western con “Mezzogiorno di fuoco” (Dimitri Tiomkin e Ned Washington) e i 2 con “Butch Cassidy” (Burt Bacharach e Hal David).
Notevole anche l’accompagnamento musicale de “L’ultimo dei Mohicani” di Mann: la colonna sonora di Trevor Jones e Randy Edelman, basata sul motivo “The Gael” del compositore scozzese Dougie Mc Lean, ha ottenuto una candidatura all’Oscar ed una al “Golden Globe”, senza conseguire i premi che certamente meritava. L’”Academy Award” è stato comunque assegnato al film per il miglior sonoro.

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