I campi di prigionia della Guerra Civile

Grazie a Sergio Bonelli Editore

Dedichiamo questo articolo ad una delle pagine più oscure e tremende della Guerra di Secessione: i campi di concentramento.
I prigionieri di guerra vennero rinchiusi al principio in alcuni Forti, poi in prigioni normalmente riservate ai criminali o in edifici adattati allo scopo di contenere un numero crescente di prigionieri nemici.
Ma il loro numero cresceva di continuo e in maniera esponenziale e così si finì per ammassarli in desolati appezzamenti di terreno, spesso senza particolari ripari, circondati da palizzate.
In uno di questi veri e propri campi di concentramento (Camp Douglas, Chicago), nel solo mese di Febbraio 1863, morirono 387 prigionieri su 3.884 (cioè circa il dieci per cento).
E in meno di un anno ad Andersonville, forse il campo più malfamato dei campi “sudisti”, un terzo dei più di 30.000 prigionieri che vi erano stipati morì di stenti, di malattie infettive o venne ucciso nel corso di disperati tentativi di fuga.


Camp Douglas, nei dintorni di Chicago


Alcuni prigionieri confederati rinchiusi a Camp Douglas

Il dottor Kerr, membro dello staff medico del campo, scrisse: “Causa affollamento, sporcizia, denutrizione e sconforto, la condizione fisica dei prigionieri era così precaria che la più piccola abrasione della pelle, per un graffio, per gli effetti del sole, o per la puntura d’un insetto, poteva degenerare rapidamente in spaventose ulcerazioni e cancrena”.
Le guardie (poco più di duemila) vivevano nell’incubo di una sollevazione e aprivano il fuoco al minimo pretesto.


Prigionieri nordisti rinchiusi ad Andersonville

Un sentiero cintato, detto “La linea della Morte”, correva intorno al campo. Si sparava su chiunque tentasse di superarlo, ma ciò non bastava a dissuadere i prigionieri: molti preferivano correre verso l’inevitabile fine, piuttosto che sopravvivere in quelle disperate condizioni.


Il campo di prigionia sudista di Andersonville

Le uccisioni raggiunsero l’incredibile cifra di centoventisette morti al giorno, cioè uno ogni undici minuti!
Ma anche l’orrore più cupo lascia qualche spazio alla speranza, che in questo caso si chiama fuga: una delle evasioni più celebri fu quella del generale confederato John Morgan, rinchiuso nel penitenziario di Columbus, Ohio.


Il numero di Harper’s Weekly che parla di John Morgan

Morgan scavò con sei compagni un lungo tunnel sotterraneo dopo aver aperto un buco in un pavimento di cemento con dei normali coltelli da pranzo sottratti alla mensa ufficiali! E prima di andarsene, da vero gentiluomo del Sud, lasciò beffardamente ai carcerieri un messaggio nel quale illustrava la sua tecnica di scavo e si congedava da loro con “gentili saluti”.
Le drammatiche condizioni di Andersonville
Un mezzo forse meno ingegnoso, ma senz’altro più sorprendente, fu escogitato da un detenuto nordista della prigione confederata di Salisbury (anche il Sud aveva naturalmente i suoi luoghi di detenzione, ma molto meno spietati di quelli nordisti): l’uomo, addetto alle sepolture, sfruttò la sua abilità di ventriloquo facendo parlare un cadavere e provocando così la fuga delle guardie atterrite.
Anche ad Andersonville avvenne un’evasione simile: un gruppo di detenuti scavò un tunnel troppo corto, ma questo errore fu la sua fortuna. Sbucarono, tutti sporchi di fango, proprio dietro un fuoco posto nel bel mezzo dell’accampamento delle guardie che schizzarono via in tutte le direzioni credendoli diavoli infernali.

Dal che si deduce che a volte la paura salva la vita… specie se si tratta della paura degli altri!

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