La Battaglia di Canyon Creek

A cura di Cesare Bracchi

Come è noto, l’epica fuga dei Nimipu. (nome originale dei Nasi Forati, da leggersi “all’italiana” o Nez Perces) fu costellata di battaglie e scontri a fuoco con l’esercito, più o meno importanti. La battaglia di Canyon Creek non viene normalmente considerata tra quelle più significative per durata e numero di vittime, tuttavia è un evento che merita un approfondimento non fosse altro per il fatto che si trattò dell’ultimo scontro tra l’esercito e gli indiani in fuga, prima dell’epilogo alle Bear Paw Mountains, già ampiamente descritto in un altro articolo su questo stesso sito.
Siamo quasi a metà settembre del 1877, quello che rimaneva della tribù dei Nimipu, dopo una fuga di ormai quasi 1000 km iniziata alla fine di maggio e con alle spalle una lunga serie di battaglie e conflitti a fuoco, procedeva verso nord in direzione del fiume Yellowstone.
Solo pochi giorni prima le forze riunite del generale Howard, inseguitore degli indiani fin dall’inizio, e del colonnello Sturgis, a capo del riorganizzato settimo cavalleria, erano state nuovamente beffate dai Nimipu., che avevano eluso la trappola preparata a Clarks Fork.
A seguito di ciò Howard, con le sue truppe ormai stremate, rimase alle spalle degli indiani mentre al loro inseguimento si gettarono il colonnello Sturgis e i suoi soldati.
Le forze a sua disposizione erano le seguenti: 6 compagnie della rinato settimo cavalleria ( F, G, H, I, L, M) per un totale di 360 tra ufficiali e soldati, suddivise equamente in 2 battaglioni da 3.
Le compagnie G, H e M erano comandate dal capitano Frederick Benteen, di “custeriana” memoria, mentre le restanti compagnie F, I e L erano sotto il comando del maggiore Lewis Merril.
Sturgis poteva contare inoltre su due cannoni Howitzer, sui 50 uomini della compagnia K del primo fanteria e su 50 scout del tenente Fletcher.
Il 12 settembre gli indiani attraversarono lo Yellowstone all’altezza dell’attuale cittadina di Laurel. Dal grosso della banda si staccarono alcuni piccoli gruppi per esplorare i dintorni e assicurarsi che non ci fossero soldati nelle vicinanze. In qualche caso queste operazioni si trasformarono in raid contro le fattorie della zona: ci furono alcuni fienili incendiati, una diligenza sequestrata (senza i passeggeri) e poi abbandonata nella prateria insieme alla posta che trasportava e due coloni uccisi.
Di seguito il racconto di Yellow Wolf che partecipò direttamente a quest’ultimo episodio.


Guerrieri Nez Perces

“Io e Otskay eravamo in perlustrazione quando avvistammo un uomo su un cavallo baio seguito poco dopo da un altro su un cavallo grigio e ci gettammo al loro inseguimento sparando… il primo cavaliere fu colpito e cadde da cavallo, così proseguimmo l’inseguimento al secondo. Il mio cavallo era più veloce, ma quando stavo per raggiungerlo, lui cadde da cavallo. Smontai anch’io e facemmo fuoco entrambi con i fucili. Non sapevo se l’avessi colpito o mancato. Il suo proiettile invece mi colpì di striscio alla testa. Mi ritrovai in ginocchio, accecato, quasi privo di sensi. Il mio avversario cercò di spararmi di nuovo, ma in quel momento arrivò Otskay e lo uccise. A quel punto capii come mai quell’uomo non era riuscito a sparare: la mia pallottola aveva infatti colpito il suo fucile, rendendolo inservibile…”
Per meglio interpretare questi episodi, al fine di evitare di tacciare gli indiani come freddi assassini di uomini innocenti, occorre inquadrare questi eventi in un contesto specifico e fare uno sforzo di immedesimazione. Affermare che lo stato d’animo dei Nimipu, a quel punto della vicenda, fosse esacerbato è quanto meno ovvio. Arrivavano da mesi di fuga in territori aspri e sconosciuti a molti di loro. Avevano combattuto numerose battaglie e contato molte vittime, soprattutto tra donne e bambini. Si erano illusi di trovare aiuto e solidarietà dai loro amici Crow, per poi invece trovarseli contro in battaglia a supporto dei soldati. A questo si aggiunga che per gli indiani i nemici erano i bianchi, senza sottilizzare sul fatto che portassero una divisa da soldato o meno.

La battaglia

L’avvistamento da parte degli scout dell’esercito della diligenza guidata dagli indiani che scorazzava nella prateria segnò, di fatto, l’inizio della battaglia di Canyon Creek.
La notizia fu riportata al colonnello Sturgis che, spingendosi a nord dopo l’attraversamento dello Yellowstone, giunse con le sue truppe ad avvistare la retroguardia dei Nimipu.
Il raggiungimento degli indiani in fuga costituiva di per sé già un notevole risultato per il comandante visto che questa impresa era stata tentata per settimane dai suoi colleghi, senza successo.
Il grosso della tribù si trovava ormai all’ingresso del canyon che non era, per la verità, molto profondo ma che garantiva una buona copertura dei fianchi e una volta raggiunto con un buon vantaggio sui soldati, avrebbe offerto ottime possibilità di proseguire la fuga verso nord.
Tuttavia, come detto, le truppe del settimo cavalleria erano ormai a ridosso della retroguardia indiana che fu costretta a fermarsi e ingaggiare lo scontro.
Il colonnello Sturgis mandò all’attacco il battaglione di Merril con circa 150 uomini mentre le compagnie di Benteen furono mantenute di riserva.


Mappa degli eventi che hanno portato alla battaglia di Canyon Creek

Quando i soldati arrivarono in vista degli indiani, questi si erano già posizionati su un’altura che correva lungo il Canyon Creek, in quel momento in secca, e da quella posizione di vantaggio iniziarono un fuoco mirato verso le truppe.
Naturalmente lo scopo era quello di bloccare o perlomeno rallentare i soldati per dare tempo alle donne e ai non combattenti di organizzare la fuga. Operazione, questa, non semplice visto che si trattava di smontare un accampamento e organizzarne lo spostamento, senza dimenticare la mandria di centinaia e centinaia di cavalli.
I primi ad arrivare furono gli scout che però al sopraggiungere delle truppe di Merrill si trovarono tra le due linee di fuoco e quindi si spostarono immediatamente su un fianco.
L’attacco dei soldati perse ben presto di intensità a causa del fuoco dei cecchini indiani che dall’alto tenevano a distanza i soldati senza soverchie difficoltà.
Poco dopo l’inizio del combattimento arrivò per i soldati l’ordine di smontare e proseguire a piedi. Questo ordine suscitò un certo disappunto in molti in quanto venne interpretato come segno di debolezza e comunque come una errata strategia militare. Effettivamente le truppe, già in difficoltà a causa del fuoco dei cecchini, rallentarono ulteriormente a causa del terreno particolarmente accidentato.
A quel punto, Sturgis prese la decisione di utilizzare le compagnie di Benteen, sino a quel momento tenute di riserva, per un attacco incrociato che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto separare la nutritissima mandria di cavalli dei Nimipu e consentire alle truppe di Merrill di riprendere la carica e cercare di impedire la fuga degli indiani attraverso il canyon.
Il risultato non fu quello sperato in quanto le truppe di Merrill erano composte per lo più da reclute che, nella concitazione della battaglia, non compresero bene gli ordini. Addirittura scambiarono una banda di Crow per Nimipu, creando ulteriore confusione.
Dal canto suo, Benteen riuscì solo parzialmente nell’intento di tagliare fuori la mandria e solo una minima parte di questa rimase separata dal grosso.
Per le truppe il risultato era desolante. Fu allora dato l’ordine di portare sul campo di battaglia il pezzo di artiglieria Otis. In realtà i cannoni avrebbero dovuto essere due, ma uno di questi era andato miseramente perduto nell’attraversamento del fiume Yellowstone.
La vicenda assunse aspetti tragicomici quando gli addetti al cannone presero a discutere e litigare tra loro senza trovare un accordo sul posizionamento del pezzo lasciandolo, di fatto, inutilizzato.
Dal canto loro gli indiani ne approfittarono per completare l’ingresso nel canyon di tutta la tribù e di buona parte dei cavalli. Le alte pareti del canyon stesso garantirono loro la sicurezza di non poter essere attaccati ai fianchi. Di conseguenza fu sufficiente mantenere un fuoco di retroguardia per contrastare ogni residua velleità di inseguimento da parte dei soldati.
Sturgis prese allora la decisione di rinunciare ad ulteriori azioni e diede l’ordine di accamparsi, utilizzando i cavalli uccisi come carne per la cena.
Al tramonto del 13 settembre 1877, la battaglia di Canyon Creek poteva considerarsi conclusa.

Dopo la battaglia

Quella notte il pensiero dominante di molti dei soldati era quello che avevano perso una grande occasione. In definitiva, i Nimipu avevano compiuto con successo una manovra per sfuggire all’attacco delle truppe, così come era già capitato numerose volte in precedenza.
Come spesso accade dopo ogni battaglia, il computo delle vittime dell’una e dell’altra parte si rivela difficile a causa di differenze spesso sostanziali a seconda delle fonti dalle quali provengono le informazioni a questo riguardo.
Il New York Times del 24 settembre 1877, citando un dispaccio ricevuto il giorno precedente dal Gen. Sheridan, scrive: “…il Col. Sturgis riferisce di aver trovato 20 guerrieri uccisi e ritiene che ce ne siano altri, oltre a circa 60 feriti. Le sue perdite sono 3 ufficiali feriti leggermente, 4 soldati uccisi e 12 feriti. Parecchi morti e feriti tra gli scout…” Pochi giorni dopo lo stesso quotidiano correggeva al ribasso le cifre precedenti riguardo le vittime indiane che venivano indicate in 5 o 6.
Yellow Wolf, rispettato guerriero Nimipu, nelle sue interviste allo storico McWorther, sostiene che gli indiani contarono solo 3 feriti, citandone i nomi e descrivendone le ferite. Anche altre fonti “bianche” sostennero che nella battaglia di Canyon Creek gli indiani non contarono guerrieri uccisi.
Anche riguardo il numero dei cavalli uccisi e rubati, elemento non trascurabile per le conseguenze che ne derivavano, le stime divergono significativamente. Nello stesso articolo, il New York Times parla di 900 cavalli recuperati dai soldati e dai Crow. Il generale Howard, che raggiunse Sturgis il giorno seguente la battaglia, stima in 400 il numero dei cavalli recuperati, molti di questi feriti e azzoppati e quindi inutilizzabili. La fonte indiana ritiene che non più 30 o 40 cavalli sani siano stati presi dai bianchi e dagli scout Crow, mentre i rimanenti furono deliberatamente abbandonati lungo la pista dagli indiani in quanto feriti, non prima di averli volutamente azzoppati definitivamente per non favorire le truppe che li avrebbero recuperati.


Alcuni pannelli esplicativi nella zona della battaglia

Negli anni a seguire, gli storici non furono teneri nei giudizi riguardo il comportamento tenuto dal colonnello Sturgis durante e dopo il combattimento.
L’accusa più reiterata fu quella di non aver saputo approfittare di una favorevole opportunità per sconfiggere definitivamente i Nimipu e porre fine ad una campagna militare che durava da mesi, durante i quali l’esercito aveva subito smacchi a ripetizione oltre a consistenti perdite umane ed economiche.
Il comandante fu accusato di scarso decisionismo e troppa prudenza nell’azione militare come nel caso delle truppe di Benteen, tenute troppo tempo di riserva e utilizzate tardi e male.
Alcuni vollero individuare la ragione di questa eccessiva cautela da parte di Sturgis nella perdita del figlio, capitano del settimo cavalleria, solo un anno prima a Little Big Horn.
Secondo questa tesi, la tragedia della morte in battaglia del figlio avrebbe a tal punto condizionato il colonnello da indurlo ad una condotta oltremodo prudente e rinunciataria.
Tuttavia, da un’altra angolazione, l’esercito poteva comunque considerare in qualche modo positivo l’esito della battaglia e di questo doveva ringraziare i Crow. Infatti la cattura da parte degli scout indiani, avvenuta durante l’episodio di Canyon Creek e nei giorni immediatamente seguenti, di un significativo numero di cavalli appartenenti alla mandria dei Nimipu, mise questi ultimi in seria difficoltà nel prosieguo della loro fuga verso la salvezza in Canada.
Furono quindi costretti a rallentare la loro marcia, che prevedeva lo spostamento di uomini, donne, bambini, anziani, feriti e masserizie, a causa di una ridotta ” forza motrice “, oltre che, ovviamente, alla evidente stanchezza e frustrazione che tutta la tribù provava, dopo mesi e mesi di fughe e battaglie.
Non è azzardato sostenere che questo ritardo nella fuga abbia consentito alle truppe del generale Miles di completare l’inseguimento e raggiungere gli indiani proprio a poche miglia dal confine canadese, nella zona delle Bear Paw Mountains, dove si sarebbe consumato l’epilogo della grande fuga.

Oggi

L’area del campo di battaglia vede oggi la presenza di ranch e fattorie.
Una curiosità è data dal fatto che in questa zona, poco dopo la battaglia, venne a prendere dimora Martha Jane Canary, meglio conosciuta come Calamity Jane.
La famosa pistolera acquistò nel 1882 230 acri di terreno e andò a vivere, seppur saltuariamente, in una capanna di legno, già esistente.
La zona, seppur registrata come sito archeologico, è stata fatta oggetto, negli anni, di esplorazioni con il metal detector da parte di privati. E’ certo che questi abbiano rinvenuto e portato via oggetti relativi alla battaglia, tipicamente: proiettili, bossoli, punte di frecce, etc.
Di molti di questi oggetti si è persa ogni traccia, tuttavia qualcuno di questi “ricercatori” ha poi donato il frutto delle proprie ricerche alla Montana State Historical Society.
Il quotidiano Billings Gazette, anni fa, segnalava il ritrovamento da parte di alcuni lavoratori, nel 1915, di 2 resti umani vicino alla riva del Canyon Creek. Oltre ai resti umani furono rinvenuti stivali e bottoni di divise militari. Si potrebbe pensare a 2 dei caduti tra le truppe durante la battaglia.
Un’associazione di appassionati denominata: “Friends of Bear Paw, Big Hole and Canyon Creek Battlefields” (www.friendsnezpercebattlefields.org) porta avanti una interessante iniziativa. Questa organizzazione no-profit lavora in collaborazione con il National Park Service allo scopo di preservare il patrimonio storico e culturale dei 3 siti sedi di battaglie. L’organizzazione si fa inoltre promotrice e organizzatrice di iniziative didattiche volte a trasmettere alle scolaresche informazioni sulla storia dei Nimipu.

BIBLIOGRAFIA

  • Cheryl Wilfong, Following the Nez Perce Trail, Oregon State University Press, 1990
  • Lucullus V. McWorther, Yellow Wolf: His Own Story, The Caxton Printers, 1940
  • Alvin N. Josephy, Jr., The Nez Perce Indians and the opening of the north-west, University of Nebraska Press, 1979
  • Materiale reperito sul sito: www.friendsnezpercebattlefields.org
  • Marc H. Abrams, Newspaper Chronicle of the Indian Wars (vol. 9, Sep.1, 1877 – Dec. 30, 1877)

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