Chirurghi in prima linea

A cura di Luca Barbieri

Dottori in prima linea
“Chi intende dedicarsi alla chirurgia, dovrebbe unirsi a un esercito”, parole di Ippocrate, famoso, sebbene non quanto il Dr House, medico greco del IV secolo a.C. Questo sacrosanto principio si basa sull’elementare fatto che in guerra se ne vedono di tutti i colori (anche se in realtà il colore che predomina è il rosso granata…), il che rappresenta una formidabile palestra per ogni aspirante chirurgo. Fare pratica sulla pelle dei pazienti senza nessun dovere di chiedere scusa in caso di errore è in fondo il sogno proibito di moltissimi segaossa; la Frontiera americana, in questo senso, non fu certo un’eccezione!
Nel Far West, infatti, la soluzione ai problemi dei soldati feriti veniva spesso liquidata in una sola, sbrigativa maniera; ecco quale, nelle parole di un ufficiale medico riportate in un manuale dell’epoca: “Il sistema più comune per curare congelamenti, ferite di arma da fuoco, fratture e slogamenti è l’amputazione”.


Un manuale sulle amputazioni

Mutilare per far guarire, o almeno per sperarlo, ecco l’idea, ed era per questo motivo che i chirurghi militari uscivano in missione accompagnati dalla loro fedele cassettina nera contenete seghetti per ossa di varie dimensioni, lame affilate e infine trapani per le operazioni all’osso cranico. Quest’ultimo tipo di intervento, praticato già dai cerusici egizi, quasi 3000 anni dopo era ancora l’unico rimedio conosciuto per ridurre la pressione sul cervello di ferite alla testa o al volto gonfie e infette. Si agiva in questo modo: si trapanava il cranio del ferito, si disinfettava e bendava l’orribile foro che ne conseguiva e quindi si pregava. L’effetto, comunque, era quasi sempre mortale, e anche quando il ferito salvava la pelle le sofferenze erano atroci.


Attrezzi del mestiere

Il dottor Kimball, ad esempio, di ritorno da una campagna contro gli indiani (anno 1873), annottò nel suo rapporto di aver avuto “(…) un caso di frattura del cranio. Abbiamo trasportato il paziente per 350 miglia e adesso sta bene.”
Un giornalista al seguito della spedizione, però, non potè proprio fare a meno di notare che il soldato ferito, per tutto il tragitto di ritorno al forte, aveva implorato Kimball di ucciderlo a causa del dolore insopportabile. Infatti le scorte di morfina e cloroformio per alleviare il dolore (quando c’erano) finivano molto velocemente e non c’era proprio altro da somministrare durante le campagne militari.


Pazienti dopo l’intervento dei chirurghi

E’ dunque assai facile comprendere perché il cavalleggero Harry Eagan, colpito ad entrambe le cosce durante uno scontro con i Nez Percez nell’Idaho risultò nel rapporto ufficiale “morto sotto i ferri e sepolto sul posto”: il cuore non aveva sopportato lo strazio.
Anche le ferite al ventre erano quasi sempre mortali, non solo perché l’intervento era talmente complesso che il medico spesso neppure lo tentava, ma anche per l’altissima probabilità di infezione. La sepsi, infatti, era la causa della metà dei decessi avvenuti in seguito a ferite in battaglia, a volte anche leggere, come agli arti.

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