Apache vuol dire nemico

A cura di Luca Cazzetta

Un guerriero Apache
L’Apache era di aspetto attraente: testa ben fatta, collo perfetto, zigomi alti, naso proporzionato, occhi neri e vivaci, mandibole forti, labbra né sottili né tumide (carnose, sporgenti). Aveva i capelli lunghi e neri che gli scendevano lungo le spalle. La poca barba veniva tolta con delle pinzette di stagno.
Snello, agile e muscoloso, l’Apache possedeva una resistenza straordinaria. Ben conformato, aveva la schiena robusta, il petto ampio e la vita sottile. Raramente superava, in altezza, il metro e ottanta.
Il dottor John B. White, nel 1873, esaminò un centinaio di Apache dell’Arizona, uomini e donne. “Gli Indiani sono stati scelti casualmente e, mediamente, gli uomini avevano una statura di un metro e sessantotto centimetri, le donne di un metro e mezzo.
Gli uomini più alti misuravano un metro e ottanta centimetri e le donne un metro e cinquantacinque centimetri. L’uomo più basso era di un metro e cinquantacinque centimetri, la donna, invece, di un metro e trentanove centimetri”.
Gli studiosi dell’epoca scrivevano, spesso, della notevole intelligenza degli Apache. Disponevano di un istinto e di un’astuzia quasi animale. Dotati di grande perspicacia e capacità riuscivano a superare le difficoltà del clima e della natura del territorio in cui vivevano. Erano abili nel prevedere le azioni del nemico e nel coordinare le proprie, pur operando in piccoli gruppi su vasta regione.
Spiritosi, intelligenti, allegri, non si lasciavano travolgere dalle difficoltà della vita. Sempre pronti ad agire, nulla poteva coglierli di sorpresa.
E’ stato un errore credere che gli Apache fossero privi di principi morali. Le loro regole di vita erano fermamente osservate. Ovviamente il loro modo di intendere la vita era profondamente diverso da quello osservato dai Bianchi. Un Apache era degno di rispetto se primeggiava nelle battaglie e nelle scorrerie. La donna apache veniva considerata esemplare per le fatiche che sopportava e per la fedeltà. Per gli Apache gli altri popoli rappresentavano il nemico.
L’unica ambizione di un ragazzo apache era di diventare un grande guerriero, un abile predone e di catturare molti scalpi di nemici.
Un fatto d’armi, fine a se stesso, non aveva molta rilevanza. Anzi, veniva considerato una sciocchezza. Ma il sorprendere e annientare l’avversario con l’astuzia era un atto degno di lode.
L’Apache più corteggiato era quello che possedeva il maggior numero di cavalli e di bestiame razziati e che poteva offrire alla giovane apache l’oggetto più bello sottratto al nemico. Il modello da seguire era lui anche se l’ammirazione veniva riservata ai guerrieri e ai capi che, per la loro superiorità nelle battaglie e nelle trattative, sapevano come proteggere e condurre l’intera tribù nei momenti difficili. Oltre all’abilità nel compiere una scorreria, un capo doveva possedere altre doti: l’intelligenza, la capacità strategica e una volontà ferrea. Cochise, Victorio e Mangas Coloradas incarnavano queste prerogative.
La pietà era un sentimento sconosciuto agli Apache e la crudeltà era una loro caratteristica. Si deve però ammettere che gli Apache non commisero mai le atrocità che invece subirono dai loro nemici cristiani. L’Apache era coerente al suo credo di crudeltà e di avidità; l’Uomo Bianco invece ostentava con ipocrisia la misericordia e l’onestà per poi superare gli stessi Apache in azioni indegne e spietate.


Uno splendido ritratto di un Apache

L’Apache aveva un comportamento totalmente diverso con la sua gente. Manteneva immutato il suo atteggiamento nell’adempimento dei propri doveri nei confronti della famiglia, del suo clan o gruppo. Tradire i modelli comportamentali del suo popolo gli procurava dolori e sanzioni severe quanto quelle che reggono una società civile. L’Apache osservava il codice sociale più di qualsiasi Uomo Bianco. Considerava una virtù il dire sempre la verità, non derubava mai i membri della sua tribù e non mancava di pagare i propri debiti. Era generoso e divideva con i compagni ciò che possedeva. I genitori amavano teneramente i loro bambini e avevano cura anche per gli altri componenti della famiglia. Anche a costo della propria incolumità e del proprio benessere esigevano soddisfazione per i torti fatti ad amici e parenti. Il lavoro e le spese richiesti per le cerimonie del matrimonio o di sepoltura dei morti erano divisi tra le famiglie. Le donne erano fedeli e pazienti nell’espletare i compiti domestici.

La lingua e le origini
Gli etnologi concordano solo su un fatto: gli Apache appartengono alla famiglia athapasca, il più diffuso ceppo linguistico degli Indiani del Nord America. Anticamente, era sparso nella maggior parte del continente. Le diverse tribù popolavano le coste dell’Artico e del Pacifico e si estendevano, a sud, fino alla parte settentrionale del Nuovo Messico e, a est, sino al Rio Grande. Sono tali le caratteristiche della lingua athapasca che si possono distinguere, senza esitazione, da quelle degli altri Indiani d’America anche se, nel tempo, sono nate differenze linguistiche e fisiche fra i gruppi della famiglia athapasca.
Le particolarità degli idiomi della famiglia athapasca sono descritte dal Dr. Frederick W. Hodge: “La fonetica è per gli europei aspra e difficile, per una serie di suoni gutturali, di consonanti continue e di frequenti pause e aspirazioni. Per quanto riguarda il punto di vista morfologico i linguaggi athapaschi sono caratterizzati da verbi di notevole complessità, dovuta in gran parte alla caduta di prefissi e a variazioni della radice che indicano il numero e la natura del soggetto e oggetto. Tra le varie lingue compaiono diversi cambi fonetici regolari, specialmente di vocali e, mentre certe parole sono comuni, ogni idioma, indipendentemente dagli altri, ha dato origine a molti nomi composti e ha trasformato la struttura dei suoi verbi”.
Il reverendo Frank Uplegger di San Carlos (Arizona), un glottologo eminente, che ha vissuto tra gli Apache per 13 anni e ha predicato nella loro lingua, mi ha gentilmente offerto un compendio dello spirito e delle caratteristiche del linguaggio apache: ” La caratteristica principale dell’ apache, come di altri linguaggi della grande famiglia athapasca, consiste nell’essere una lingua accentata nel senso stretto del termine. Possiede i suoni vocali degli spagnoli, ma timbro, modulazione, lunghezza e intensità portano il loro numero a 60 e concorrono tutti a creare immagini mentali, grazie alla combinazione di consonanti e transizioni della voce dai toni medi ai più alti o ai più bassi, irriconoscibili da un orecchio non apache proprio come la stonatura di un quarto di tono per molti violinisti principianti.


Un Apache Lipan

“Il registro consonantico comprende più di 30 suoni, omettendo f, p, r, v e x, ma con molte coloriture consonantiche e combinazioni estranee alle lingue europee. Il linguaggio non è “gutturale”, ma sono frequenti aspirate iniziali e finali, suoni esplosivi, arresti improvvisi o consonanti occlusive. Ricco di variazioni sonore, l’idioma apache possiede anche un cospicuo vocabolario. In effetti, la dovizia di radici, permette la formazione indefinita di parole nuove come i nuovi oggetti entrano nel campo visivo di colui che parla. In tal modo i valori esprimenti azione, soggetto, oggetto, relazione indiretta dell’oggetto a ciò che precedeva, modo di esecuzione e indicazione della durata formano agevolmente una parola dove in inglese, invece, occorrono unità separate, ovvero un concetto o proposizione principale e una proposizione relativa. Questa caratteristica di esprimere un pensiero molto complesso con una sola parola, insieme alla sua peculiarità di lingua timbrica tonale e alla facilità con cui i nativi articolano i suoni con un movimento appena percettibile degli organi della parola, rendono difficoltoso per un europeo intendere e parlare l’apache e hanno impedito ad ascoltatori non apache di apprezzare pienamente la logica e la musicalità del linguaggio”.
La famiglia athapasca si suddivide in tre gruppi: quello settentrionale, quello del Pacifico e quello meridionale. Siamo interessati a quest’ultimo. Le tribù che formarono il terzo gruppo erano disperse su una vasta area del Sudovest, comprese parti del Colorado meridionale e dello Utah, dell’Arizona e del Nuovo Messico, le regioni occidentali del Kansas e del Texas e il Messico fino al 25° grado di latitudine. Tra costoro c’erano i Navaho e gli Apache. Che queste due popolazioni siano strettamente imparentate è chiaro sia dagli idiomi che dalle caratteristiche fisiche. L’adattabilità, una qualità spiccata della famiglia athapasca in generale, è dimostrata dal fatto che i Navaho e gli Apache adottarono e assimilarono vari riti e cerimonie degli Indiani Pueblo con i quali ebbero contatti prolungati e talvolta stretti. Il vocabolario e le caratteristiche di base dei linguaggi navaho e apache sono quasi identici.
Il termine comprensivo per gli Athapasca che abitarono il Canada è Tinnè. Sia gli Apache che i Navaho appartengono a questo ramo. Originariamente, gli Apache e i Navaho costituivano un unico popolo. Non si sa quando e perchè queste due tribù si separarono. I Navaho hanno sempre superato per numero gli Apache. Può essere che i Navaho li abbiano allontanati per l’inclinazione degli Apache a seminare discordia e per la
loro eccessiva turbolenza. D’altro canto, può essere che gli Apache si siano staccati per il desiderio di condurre una vita più avventurosa ed errante. In epoca storica i Navaho si sono dedicati all’agricoltura – specialmente alle attività pastorizie – più degli Apache.
Questi ultimi non sono rimasti fedeli alla cultura athapasca settentrionale quanto i Navaho nè gli Indiani Pueblo hanno lasciato su di loro un’impronta così decisa. Quando gli Apache fecero la loro prima apparizione sulla scena storica, nel 1540, quasi certamente si erano già separati del tutto dai Navaho e non costituivano un popolo numeroso e neppure di grande importanza.
Ricerche pazienti indicano che gli Apache non hanno una conoscenza precisa della loro origine razziale o del loro habitat primitivo. E raro, infatti, trovare un Apache che sia in grado di fornire una qualsiasi notizia riguardante un antenato più lontano del nonno. Il mito della creazione è l’unico racconto ampiamente noto sull’origine del loro popolo, anche se parecchie tribù degli Apache dell’Ovest conservano racconti dettagliati sulle emigrazioni della loro gente dal Nord e Nordest, cioè dalle regioni ora occupate dai Navaho e dagli Hopi. Sebbene sussistano molte incertezze sui periodo in cui avvenne il trasferimento e sulla regione di provenienza, non c’è dubbio che in un passato non remoto ci fu una migrazione dal Nordest alla regione che ora abitano a sud del fiume Little Colorado e a nord della Southern Pacific Railroad.
La tradizione attribuisce agli Apache una grande crudeltà, anche prima dell’epoca storica. L’Apache era l'”uomo malvagio” per antonomasia del Sudovest. L’Indiano Pueblo fu la sua vittima prima dell’arrivo dei Bianchi. Solo dopo che i Pueblo furono sottomessi agli spagnoli – e, di conseguenza, sotto la loro difesa – la guerra contro gli invasori bianchi divenne un fatto all’ordine del giorno. Sin dall’inizio, gli Apache sono stati la tribù più audace, bellicosa e nomade della Storia. “Vagavano dovunque e non si fermavano in nessun luogo”. Saccheggiando e uccidendo, erano continuamente in movimento, i nemici più sconcertanti e temibili. Erano talmente abili nelle imboscate e così furtivi negli attacchi che pochi di loro erano in grado di terrorizzare una comunità o tenere bloccato un esercito. Bandelier scrive: “Erano per gli Indiani che coltivavano la terra come la tigre mangiatrice di uomini per le comunità dell’India. Nessuno sapeva dove avrebbero colpito. Un solo
Apache poteva tenere in allarme un pueblo con parecchie centinaia di persone e ostacolarne il lavoro quotidiano. Non doveva preoccuparsi di null’altro che di omicidi, rapine e razzie, che costituivano i suoi mezzi di sussistenza, mentre gli altri avevano i loro campi da arare e, nell’adempimento di tale mansione, erano costantemente in pericolo: l’Apache si mostrava quando e dove era meno atteso”.
Geronimo
Gli Apache non promettevano mai obbedienza assoluta e permanente a nessun capo supremo e non riconoscevano i capi ereditari. Il comando, per quanto e fino a quando durava, era conquistato, in tempi di grave emergenza sul campo. Gli Apache, più di qualsiasi altro gruppo, mutarono la mappa etnologica del Sudovest. Costituirono una costante minaccia per i Pueblo tanto da bloccare la loro avanzata verso est. In un periodo successivo la loro pressione costrinse gli Indiani Sobaipuri della valle San Pedro (Arizona) a ritirarsi verso ovest, al Santa Cruz, dove si riunirono con i Pima, i Papago e alla fine, fondendosi, persero la propria identità tribale. Altre tribù ostili, costrette ad allearsi con loro alla fine vennero assorbite, se non addirittura annientate come nel caso dei Mabo.
Alcuni statunitensi ricordano ancora come ai tempi della Guerra Civile e poco dopo gli Apache avessero reso inabitabili vaste zone del territorio, tra le più fertili dell’Arizona.
Sin dai primordi della Storia del Sudovest c’è sempre stata confusione e incertezza a proposito della distribuzione geografica degli Apache, della consistenza e dei nomi che designavano le tribù. Il primo a citarli fu Castaneda, cronista della spedizione di Coronado. Gli spagnoli li incontrarono per la prima volta nell’Arizona orientale, nelle vicinanze del fiume Gila. Un gruppo ben diverso di Apache venne in contatto con Coronado e il suo esercito, agli inizi del 1541, nel nordest del Nuovo Messico. Castaneda chiama questi Indiani “Querecho”. Dopo una generazione, Onate incontra una loro tribù e li chiama “Apiche” o “Apache”; e Benavides, nel suo Diario li cita come Apache Gila, Apache Navaho e Apache Vaqueros. La confusione continua fino ai nostri tempi. Gli spagnoli attribuirono la denominazione generica di Apache ai Tonto, ai Chiricahua, ai Gileiìo, ai Membrefio, ai Taracon, ai Mescalero, ai Llanero, ai Lipan e ai Navaho. Queste denominazioni derivano dallo spagnolo e indicano animali, un prodotto del suolo, un luogo o una caratteristica di un gruppo.

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