Donne indiane e indiane bianche

A cura di Domenico Rizzi

Cynthia Ann Parker
Nei secoli trascorsi, in diverse aree del mondo considerate civilizzate moltissime donne non possedevano una libera scelta, ma venivano destinata al futuro marito sulla base di un accordo fra le rispettive famiglie.
In pratica, si trattava di una promessa fatta quand’erano ancora bambine, un impegno al quale difficilmente avrebbero potuto sottrarsi: il cosiddetto matrimonio combinato, per motivi di interesse, di prestigio, di alleanza con nuclei famigliari potenti, oppure per garantire alla ragazza una vita che la sua famiglia non era in grado di assicurarle, a causa delle misere condizioni economiche. Spesso ciò era anche dettato dall’esigenza di “sistemare” le figlie femmine per lasciare intatto il patrimonio ereditario riservato ai discendenti maschi.
Tutto questo avveniva anche nella società coloniale del Nord America nel XVI, XVII e XVIII secolo e negli Stati Uniti del XIX secolo, sia fra la gente di razza bianca, che nelle tribù indiane. Presso queste ultime, il matrimonio consisteva in un semplice acquisto della donna, dietro pagamento di un certo numero di cavalli, di coperte, di armi pregiate o di altri generi.
Lo racconta Geronimo (1829-1909) nell’autobiografia dettata nel 1906 a S.M. Barrett, spiegando che ottenne in sposa Alopè dopo avere offerto a suo padre una mandria di cavalli: “La cerimonia nuziale richiesta dalla nostra tribù era tutta qua” (S.M. Barrett, “Geronimo’s Story of His Life”, New York, 1906). Gambe di Legno (1858-1940) afferma la medesima cosa: “I Cheyenne non avevano cerimonie nuziali…Se ci si accordava sull’offerta, il padre dello sposo offriva di suo o prendeva a prestito dai parenti i cavalli, le coperte o gli altri doni che erano stati richiesti” (Thomas B. Marquis, “Wooden Leg: A Warrior Who Fought Custer”, Lincoln, Nebraska, 1931).
Peraltro, anche il generale George Armstrong Custer (1839-1876) riferisce che la bella cheyenne Monahseetah, divenuta per qualche mese sua amante nel 1868-69, era stata acquistata dal marito indiano per 11 cavalli, che suo padre Piccola Roccia dovette restituire al genero quando l’irrequieta figlia, stanca di quell’uomo che non amava, lo ferì seriamente con la pistola (George A. Custer, “My Life on the Plains”, New York, 1876).
Dunque, la condizione della donna pellerossa, a parte qualche eccezione fra le tribù più evolute, come gli Irochesi, era solitamente di totale subordinazione al maschio, come attesta anche il pittore George Catlin (1796-1872) nei suoi diari di viaggio del 1830, quando visitò una cinquantina di nazioni indiane: “Ognuno di questi figli delle foreste (o piuttosto, della prateria) è un cavaliere ed un signore: le sue donne sono le sue schiave” (George Catlin, “Letters and Notes on the Manners, Customs and Conditions of the North American Indians”, New York, 1973). L’italiano Giacomo Costantino Beltrami (1779-1875) aveva annotato nel 1823, durante il suo itinerario lungo il fiume Mississippi, che “quando un selvaggio sente inclinazione per una donna, cerca di ottenerne il suo consenso all’unione, poco gli importa di saggiarne i sentimenti” aggiungendo che “i Sioux sono gelosi delle loro donne”, ma probabilmente per poterle vendere “a caro prezzo” dal momento che “giungono al punto di offrire le loro donne e le loro figlie” (Giacomo C. Beltrami, “La scoperta delle sorgenti del Mississippi”, Bergamo, 1955).


Una donna indiana con un “papoose”

Ma se questa era la condizione normale di una “squaw”, il destino delle prigioniere catturate dagli Indiani diventava ancora peggiore, che si trattasse di donne dalla pelle rossa o di razza meticcia o bianca.
La lunga storia della Frontiera americana, dai primi anni del 1600 fino al termine del XIX secolo, contiene una serie infinita di rapimenti, stupri, torture e uccisioni commessi sulle donne rapite dai Pellirosse mentre accompagnavano i pionieri nella conquista del suolo americano.
La quantità di vittime identificate, recuperate e salvate rimane comunque assai inferiore a quella delle persone scomparse, per molte delle quali non fu possibile scoprire una traccia che portasse al loro ritrovamento.

PREDE DI GUERRA

Secondo il già citato Beltrami, “i giovani vanno in guerra a 15 anni, convinti di compiere un dovere o di essere nati solo per questo”.
Il valore del guerriero si misurava nel confronto con un avversario, al quale prendeva, dopo averlo ucciso, le cose di sua proprietà: cavalli, armi, coperte, scorte di cibo e naturalmente le donne.
Fra le tribù dell’Est, che per prime vennero in contatto con gli Europei, esisteva già, al momento dell’arrivo dei colonizzatori d’oltre oceano, una forte promiscuità etnica, dovuta proprio al fatto che le varie tribù erano da decenni in conflitto fra loro. Era perciò frequente che in un villaggio irochese si trovassero “squaw” algonchine, siouan o muskogee, quasi tutte sequestrate nel corso di incursioni, acquistate come mogli oppure scambiate come merce con gli avversari.
Risulta che verso la fine del XIX secolo, il 15-20 % della popolazione dei Kiowa e dei Comanche era composto da persone catturate, comperate da altre tribù, oppure di discendenza americana o messicana. (Mildred P. Mayhall, “I Kiowa”, Rusconi, Milano, 1988). Queste ultime erano sempre persone costrette a diventare membri della tribù con la forza, come nel caso di Hermann Lehman, preso prigioniero dai Jicarilla Apache insieme a suo fratello quand’erano ancora bambini.
Solitamente si rapivano le donne giovani con i loro figli, mentre i maschi adulti e le donne più anziane – persone che difficilmente avrebbero potuto essere assimilate dalla tribù, o che non sarebbero sopravvissute a lungo alla cattività – venivano subito eliminati.


Rachel Plummer, diciannove mesi prigioniera dei Comanches

La “squaw” pativa quasi sempre ingiurie e percosse, a volte anche torture e doveva difendersi dalla gelosia delle altre “squaw” quando diventava moglie di un guerriero poligamo. Rachel Plummer, sottratta dai Comanche all’insediamento di Fort Belknap nel 1837, raccontò dopo la liberazione di essere dovuta ricorrere ad una clava per tenere a bada una donna del villaggio che la perseguitava da tempo.
La sorte di una donna prigioniera variava in rapporto alla sua età: se aveva già superato la pubertà, subiva le violenze sessuali dei suoi carcerieri, oppure veniva assegnata al capo della spedizione di guerra. Quest’ultimo, poteva anche cederla ad altri in cambio di una ricompensa, o ucciderla quando voleva liberarsi di lei. Per le bambine, quando resistevano agli infiniti disagi della loro nuova condizione, il destino era paradossalmente meno crudele. Crescendo nella tribù ed assimilandone gradualmente i costumi, potevano essere scelte come mogli da un guerriero, a volte perfino da un capo, come accadde a Cynthia Ann Parker, andata in sposa al condottiero comanche Peta Nokoni.
Ma non sempre il rapimento di una donna aveva finalità di natura sessuale. Presso alcune tribù del Nord America, come già fra gli Aztechi del Messico, i prigionieri di guerra erano destinati a diventare delle vittime sacrificali.
Gli Skidi Pawnee, un popolo ad economia semi-agricola stanziato fra il Platte e l’Arkansas, usavano immolare una vergine nel corso della Cerimonia della Stella Mattutina, che serviva a propiziare i raccolti. La malcapitata subiva il martirio legata ad un palo piantato nel mezzo di una catasta di legna, che veniva incendiata dopo che gli arcieri avevano trafitto la vittima con frecce imbevute di sostanze oleose.
Questa barbarie cominciò a declinare intorno al 1818-19, allorchè Petalesharo, figlio di un capo politico, liberò una ragazza comanche scelta per il sacrificio, portandosela via in groppa al suo cavallo. Il gesto venne interpretato da molti come un atto d’amore del giovane verso la fanciulla, ma secondo altre opinioni si trattò di una reazione verso il potere che gli sciamani esercitavano nell’ambito tribale.
Purtroppo, episodi di questo genere furono assai rari e la maggior parte delle prigioniere indiane dovette sottostare al proprio infausto destino per tutta la vita, quando non decise di porre fine prematuramente ad un’esistenza insopportabile. Come riporta Gambe di Legno nell’opera citata, “Non infrequente fra noi era il suicidio. Gli uomini si sparavano, le donne si impiccavano”
Ma quante di queste sventurate abbiano scelto la soluzione estrema non è possibile stabilirlo, in quanto per molte di esse si smarrì ogni traccia dopo il rapimento.
Quando sbarcarono i primi Spagnoli nel Nuovo Mondo, l’usanza di catturare donne e bambini esisteva già da secoli fra i nativi, così come fra i popoli di altri continenti. Del resto, Francesi ed Inglesi deportavano nelle Americhe le donne condannate a qualche pena nei Paesi d’origine, sovente perché esercitavano la prostituzione o si erano macchiate di furti. Le condannate venivano vendute sui mercati al miglior offerente, esattamente come gli schiavi importati dall’Africa e diventavano domestiche o operaie al servizio del loro nuovo padrone. Sovente questi ne faceva le proprie amanti e in diversi casi se ne invaghiva al punto da sposarle.

LE INDIANE BIANCHE

Quando apparvero i Bianchi, gli Indiani li accolsero con grande curiosità, studiandone l’aspetto fisico, gli atteggiamenti, l’abbigliamento e le strane usanze.
Esaminarono attentamente anche le loro donne, che avevano la pelle chiara e le chiome di un colore molto differente da quello delle loro “squaw”, così come vestivano in maniera del tutto diversa. Non trascorse troppo tempo perché qualche guerriero indigeno si togliesse la soddisfazione di portare nel proprio “wigwam” una donna appartenente a questa strana gente. Forse le prime furono donne spagnole e francesi.
Nel conflitto fra i Powhatan di Opechancanough e gli Inglesi di Jamestown, i Pellirosse misero le mani sulle “squaw” bianche approdate sul suolo americano dalla lontana Europa. In seguito, soprattutto durante la guerra di Re Filippo nel 1675, il numero delle prede femminili cadute in mano a Narragansett, Wampanoag, Pequod e Abenaki si accrebbe, per continuare ininterrottamente nei successivi scontri coloniali anglo-francesi fino al 1760.


Il rapimento di Mary White Rowlandson

Mary White Rowlandson fu una delle prime vittime che si conoscano a finire nelle mani dei Narragansett, ma venne riscattata abbastanza in fretta, dopo avere vissuto momenti terribili che soltanto la fede in Dio le consentì di superare (Mary Rowlandson “The Narrative of Captivity and Restoration of Mrs. Mary Rowlandson”, Sandwich, Mass., 1999). Più tardi la medesima sorte toccò a Deborah Kimball, ad Hannah Dustin e Mary Corliss Neff, queste ultime due sfuggite agli Abenaki che le avevano catturate nel 1697 ad Haverhill, Massachussets, al termine di un orrendo eccidio di 40 persone. Anche Susannah Willard ed Elizabeth Hanson furono prigioniere degli Indiani e Mary Jemison, rapita dagli Shawnee nel 1758 e passata poi agli Irochesi, trascorse la sua intera esistenza fra i Pellirosse, sposando un guerriero prestigioso che poi la lasciò vedova con dei figli. Durante la Rivoluzione, fu la volta di Frances Alley Nappier e Mary “Polly” Alley, sua sorella, cadute nelle mani degli Indiani nel 1777, ma anche di parecchie altre infelici delle quali non si conosce il nome.
Molte di queste donne, come la Rowlandson e la Jemison, ebbero il coraggio di raccontare le loro tragiche storie personali, altre finirono nell’anonimato. Il numero di donne rapite nel corso dei conflitti coloniali e della guerra di indipendenza americana ammonta a diverse centinaia. Sebbene Mary Jemison avesse scelto liberamente di rimanere fra gli Irochesi, quasi tutte le altre donne preferirono ritornare nella società civile, pur consapevoli dei pregiudizi con cui avrebbero dovuto lottare. Soltanto il 3% di esse rifiutò infatti di tornare a vivere fra la propria gente dopo l’avvenuta liberazione.
In alcune circostanze particolari, come le feroci incursioni compiute durante la Guerra di Re Guglielmo (1689-1797) – Lachine, Schenectady, Salmon Falls – e l’eccidio commesso a Fort William Henry nel 1757 dagli alleati indiani dei Francesi nella Guerra dei Sette Anni vennero prese prigioniere centinaia di persone di sesso femminile, molte delle quali scomparvero. Alcune decine di esse furono poi riscattate, dopo aver subito ogni sorta di angherie ed umiliazioni, mentre altre erano state vendute come schiave in Canada ed altrove.
L’assalto a Fort Mims
Anche a Fort Mims, sul fiume Alabama, distrutto dai Creek nel 1813, vennero sottratte almeno 150 persone, gran parte delle quali non fu mai più ritrovata.
Durante la Guerra di Falco Nero nel 1832, si ebbe notizia della cattura di Frances ed Almira Hall, mentre negli scontri fra gli Americani ed i Santee Sioux nel Minnesota, nel 1857 e nel 1862, i prigionieri furono centinaia, fra i quali Abigail Gardner Sharp, sopravvissuta ad un’esperienza terribile e la signora Eastlick, scampata miracolosamente ad una sorte altrettanto tragica. Nel 1862 gli Americani liberarono, dopo avere debellato le forze ribelli di Piccolo Corvo e Shakopee, 269 ostaggi, molti dei quali erano donne che avevano subito affronti di ogni genere, in una guerra costata 757 morti alla popolazione civile e all’esercito.
Negli anni che seguirono la proclamazione d’indipendenza del Texas, allorchè crebbe notevolmente l’afflusso migratorio verso il nuovo Stato, i Comanche assalirono vari insediamenti, ritornando ogni volta alle loro basi con donne prese in ostaggio. Fra queste, Matilda Lockart, Cynthia Ann Parker – divenuta poi madre del capo Quanah Parker – Rachel Plummer, Elizabeth Kellogg, Rebecca Jane Fisher, Sarah Ann Hornq, Martina Diaz.


Clara Blinn

Altre furono invece costrette a vivere nei “teepee” dei Lakota Sioux, dei Cheyenne, degli Arapaho, dei Kiowa, oppure nei “wickiup” e nelle misere capanne di Apache, Ute e Yavapai. Sono le storie conosciute di Olive e Mary Ann Oatman, Clara Blinn, Lucinda Eubanks, Laura Roper, Susannah Allerdice, Maria Weichel, Fanny Kelly, Anna Brewster Morgan, Sarah C. White, Mary Smith Jordan, Lizzie Fletcher, Millie e Charlotte Durgan, Elizabeth Fitzpatrick, Mary Johnson, Arvelia Cook e delle quattro sorelle German: Catherine, Sophia, Julia e Adelaide.
Josephine Meeker, presa prigioniera dagli Ute nel 1879, ammise di essere stata violentata dal guerriero che l’aveva catturata, mentre la maggior parte delle prigioniere liberate negò categoricamente di avere subito quell’abuso.
Quasi nessuno, fra la gente della Frontiera dell’Ottocento, credette ai loro racconti. Spesso anche persone di sesso femminile le discriminarono, tenendole a distanza solo perché avevano diviso il letto con dei selvaggi e dimostrando una comprensione maggiore verso le prostitute dei bordelli. Anna Morgan finì per impazzire e concluse i suoi giorni in un manicomio. Fanny Kelly insistette per anni nel fornire – anche attraverso le pagine del suo libro autobiografico “Narrative of My Captivity Among the Sioux”, pubblicato nel 1871 e ristampato nove volte in poco tempo – una versione che non convinse mai, cioè quella di essere stata rispettata dal Sioux che la teneva nella propria tenda. Ma in una relazione presentata al Congresso, risultava che “Fanny era stata costretta a diventare la moglie di un capo Oglala, che la trattò in una maniera troppo orribile per essere descritta e durante la sua prigionia era stata passata da un capo all’altro e trattata in modo analogo.” (C.C. Spence, “Fanny Wiggins Kelly”, in: “American National Biography”, New York, 1999).

IL CINEMA

La questione delle Indiane Bianche fu una tragedia di proporzioni e drammaticità inimmaginabili, che la letteratura ed il cinema rappresentarono in modo riduttivo.
Tra i film di maggiore attendibilità, “Sentieri selvaggi” (1956) e “Cavalcarono insieme” (1961) entrambi di John Ford. Particolarmente il secondo, interpretato da James Stewart, Richard Widmark e Linda Cristal, riesce a descrivere in modo convincente tutta l’ipocrisia della morale ostentata dalla società civile dell’epoca. Elena de La Madriaga (Linda Cristal) una messicana che è stata moglie di un capo dei Comanche, diventa oggetto della morbosa curiosità delle donne del forte, che chiedono alla “signora Orso di Pietra” se dal suo selvaggio marito abbia avuto anche dei figli.
Sebbene Ford non amasse questo “maledetto film”, che aveva accettato di girare “per fare un favore ad un amico” (Peter Bogdanovich, “Il cinema secondo John Ford”, Pratiche Editrice, Parma, 1990) l’opera rimane, insieme a ‘Sentieri selvaggi’, uno dei pochi lungometraggi realistici sull’odissea delle schiave bianche rapite dai Pellirosse.


Una donna bianca prigioniera

Altre opere di rilievo imperniate sullo stesso tema sono “La schiava degli Apaches” (1957) di Charles Marquis Warren, “Nessuna pietà per Ulzana” (1972) di Robert Aldrich “La notte dell’agguato”, di Robert Mulligan (1969), che narrano le scabrose vicende di donne rapite e violentate dagli Indiani. La critica revisionista sostiene addirittura che in quest’ultimo film sulla “donna bianca cresciuta fra gli Indiani” incombe “come un inesorabile senso di colpa, l’ombra insanguinata dell’ultimo Apache, che…non ha mai precise connotazioni fisiche: ma non è detto che la ragione non sia proprio dalla sua parte” (Aldo Viganò, “Western in cento film”, Le Mani, Genova, 1994).
Ironico ed atipico appare invece “Io grande cacciatore” (1979) di Anthony Harvey, nel quale il dramma della donna catturata da un guerriero kiowa passa, agli occhi del protagonista Pike, come un fatto secondario rispetto al cruccio personale di essersi lasciato rubare un meraviglioso cavallo bianco dal Pellerossa.
Rimanendo sempre in tema, non si possono dimenticare “L’ultimo Apache” (1954) di Robert Aldrich e “Apache” (1972) di William A. Graham, dove le vittime sono in entrambi i casi delle “squaw” indigene.
Nel primo film, si tratta di una ragazza apache catturata dal contribale Massai, che la terrà con sè nel tentativo di rifarsi una nuova vita lontano dalla riserva; nel secondo, è ancora una fanciulla apache spietatamente violentata da un drappello di soldati della peggiore risma.
Ma la violenza di massa sulle donne indiane viene mostrata nei suoi aspetti più atroci soprattutto nel discusso “Soldato Blu” (1971) di Ralph Nelson, che insiste sulle aberranti crudeltà commesse dagli uomini dell’esercito in un accampamento di Cheyenne. Un film realistico e violento, se si esclude l’eccessiva disinvoltura con cui la protagonista Cresta Lee (Candice Bergen) confida ad un soldato, idealista ed ingenuo, la sua precedente condizione di “squaw” del condottiero Lupo Pezzato…
Il western moderno, da “Balla Coi Lupi” in poi, ha sempre sorvolato sull’argomento, ritornando agli scenari delle sfide e dei pistoleri, nella ricerca di un improbabile rilancio del genere basato su tematiche già sfruttate in passato, quali “L’ultimo dei Mohicani”, “Tombstone” o il più recente “Quel treno per Yuma”.

ERRORI DEL REVISIONISMO

La corrente del revisionismo, sviluppatasi con vigore verso la fine degli Anni Sessanta con “Un uomo chiamato cavallo” (1969) “Il piccolo grande uomo” (1970) “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” (1972) ed alcuni dei film già citati, ha messo in discussione l’interpretazione tradizionale dei temi classici del western, smitizzando e spesso dissacrando le figure dei protagonisti.
Il “problema indiano” è stato così rivisitato e discusso in un’ottica che avrebbe dovuto essere maggiormente obiettiva, mentre, in diversi casi, ha soltanto perorato, non sempre nel modo giusto, la causa degli sconfitti.
Una donna rischia la scalpatura
Così, al West della leggenda si è spesso contrapposto quello della pura invenzione, per fini che sono sembrati meramente strumentali e di parte.
Come “Soldato Blu” diventa velleitario e pretestuoso nel suo forzato accostamento con la guerra del Vietnam, “Piccolo Grande Uomo” (Arthur Penn, 1970) e “Geronimo” ( Walter Hill,1994) sono poco fedeli alla verità quando si cimentano con la storia.
Se si esclude il personaggio di Donna-Alzata-Con-Pugno in “Balla Coi Lupi” (Kevin Costner, 1990) il tema delle Indiane Bianche non ha rivestito grande interesse per i cineasti western dell’ultimo ventennio, data la riluttanza dimostrata nel trattarlo.
Soltanto “Missing” di Ron Howard, prodotto nel 2003, si è addentrato in questo terreno scottante, sicuramente poco amato da chi sostiene che la cattura di donne bianche da parte dei Pellirosse fosse soltanto la loro naturale reazione al processo di distruzione attuato dai Bianchi nei confronti della cultura indigena.
Una spiegazione opinabile, perché per la maggior parte delle tribù del Nord America la donna – qualunque ne fosse la provenienza o il colore della pelle – ha spesso rappresentato soltanto un bottino di guerra ed una merce di scambio.
E soprattutto, la pratica del rapimento era in uso fra i Pellirosse assai prima della scoperta dell’America.

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