John Ford, il western nella leggenda

A cura di Domenico Rizzi

Speciale in due parti: 1) John Ford, il western con sentimento 2) John Ford, il western nella leggenda

John Ford
Al termine del secondo conflitto mondiale, Ford aprì la parentesi più importante della sua carriera artistica con la filmografia sul West.
Va dato merito a questo regista di avere affrontato un po’ tutte le tematiche della Frontiera americana, anche quelle considerate più imbarazzanti per l’epoca in cui vennero girate le pellicole. L’argomento delle donne catturate e seviziate dagli Indiani è uno di questi e quantunque riguardato da diversi film – si possono ricordare, fra i più noti: “La saga dei Comanches” di George Sherman (1956) “La schiava degli Apaches” di Charles Marquis Warren (1957) “La valle dei Mohicani” di Budd Boetticher (1960) – non raggiunse mai i livelli di intensità drammata che Ford riuscì a toccare con “Sentieri selvaggi” e “Cavalcarono insieme”. Benchè prodotti in un’era in cui il puritanesimo non ammetteva certe allusioni e la censura operava con molto rigore, entrambi mostrano l’abbruttimento femminile, che spesso sconfina nella pazzia, quale conseguenza della prolungata cattività fra i Pellirosse.
Si può prendere come riferimento la scena delle ex prigioniere liberate dall’esercito, che lanciano grida stridule, alternate a risate isteriche, mentre si contendono una misera bambola di pezza sotto gli occhi inorriditi di John Wayne e di Jeffrey Hunter (“Sentieri selvaggi”). Non meno drammatico l’incontro fra lo sceriffo Mc Cabe (Stewart) e il tenente Jim Gary (Widmark) con l’anziana squaw Hanna Clegg (Mae Marsh) che supplica di non rivelare il suo ritrovamento: “Non dite niente di me. Io sono morta.” Vi è poi la sequenza in cui Elena de la Madriaga (Linda Cristal) moglie messicana del capo Orso di Pietra (Woody Strode) viene invitata alla festa da ballo nel presidio militare e diventa oggetto della morbosa curiosità delle donne, che le chiedono se abbia avuto figli dal marito pellerossa: un modo elegante per domandare se avesse avuto dei rapporti sessuali con un selvaggio. Infine vi è la raccapricciante scena del linciaggio del ragazzo indiano Lupo Veloce, al quale il suono di un carillon ricorda troppo tardi le sue origini.
In base a qualche valutazione, il punto debole di Ford nel western è costituito dalla sua disinvoltura nel trattare i temi storici. Fra questi, la celebre faida di Tombstone, il massacro del Little Big Horn e la disperata fuga dei Cheyenne dall’Oklahoma nel 1878.
Quando il regista pretese di rievocare la sfida dell’O.K. Corral, avvenuta nel 1881 in Arizona fra i fratelli Virgil, Wyatt e Morgan Earp, Doc Holliday e alcuni componenti della famigerata banda Clanton-Mc Lowry, era dai tempi di “Ombre rosse” che non affrontava più quel genere di pellicole. Del resto è nota la contrarietà di Ford per i duelli in mezzo alla strada, di cui il cinema aveva ampiamente abusato, alterandone i tempi e le dinamiche, perchè “se si era in un vero scontro a fuoco, si usava il fucile” e non, come vorrebbe la leggenda, le pistole. Per questo nei western fordiani non c’è “nessuna di quelle sciocchezze tipo ‘pistola veloce’” (Bogdanovich, op. cit., pp. 47-48).
In “Ombre rosse” la sfida finale non si vede nemmeno, lasciando intuire che Ringo Kid (Wayne) armato di Winchester, abbia eliminato i tre fratelli Plummer e ne “L’uomo che uccise Liberty Valance”, è ancora Wayne, nei panni di Tom Doniphon, ad abbattere il fuorilegge (Lee Marvin) con un perfetto colpo di carabina sparato da un vicolo buio (si noti anche la coincidenza che in entrambe le situazioni lo scontro avviene di notte, quasi che Ford volesse nasconderlo, forse per lasciare maggior spazio all’immaginazione dello spettatore).


L’uomo che uccise Liberty Valance

“Sfida infernale” è invece un’elaborazione in gran parte fantasiosa del soggettista Sam Hellman, attinta ancor più liberamente dal libro di Stuart N. Lake “Wyatt Earp, Frontier Marshal”. A dispetto dei vari giudizi della critica e dello stesso Ford – “Conoscevo Wyatt Earp…ricostruimmo l’episodio esattamente com’era avvenuto” (Bogdanovich, cit., p. 83) – nel film non vi è quasi nulla di storico e i suoi protagonisti – escludendo gli Earp, Holliday, i Clanton e pochi altri – sono di pura invenzione. Neppure la dinamica del celebre confronto armato – che nella pellicola viene addirittura posticipato al 1882 – viene rispettata: Old Man Clanton (che al tempo della sfida era già morto da tre mesi, ucciso dai Messicani a cui era solito rubare il bestiame) Holliday (spentosi di tisi nel Colorado alcuni anni dopo) e Ike Clanton (ucciso da un uomo della legge nel 1887) vengono fatti cadere nella sparatoria, che di morti ne registra il doppio rispetto ai 3 che la storia ci ha tramandato.
“Sfida infernale”, questo il titolo assunto in Italia, fu inserito dal National Board of Review of Motion Pictures fra i 10 migliori film dell’anno, ma non ottenne premi. A distanza di oltre sessant’anni, pur salvando l’ottima recitazione di Henry Fonda, Victor Mature, Linda Darnell, Ward Bond e Walter Brennan, non lo si può più considerare – nonostante la critica dichiaratamente favorevole – fra i migliori film del regista.
Tuttavia, sorvolando sulla fedeltà storica, nel 1946 Ford aveva gettato le basi per una sorta di monopolizzazione del genere, obiettivo praticamente raggiunto con la famosa “trilogia militare” (“Il massacro di Fort Apache”, “I cavalieri del Nord-Ovest” e “Rio Bravo”) e con il maestoso “Sentieri selvaggi” di pochi anni più tardi, qualcuno dei quali non ricevette l’attenzione che meritava. Ford si prese ugualmente enormi soddisfazioni nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, riaffermando una popolarità che gli derivava soprattutto dai suoi capolavori “Ombre rosse” e “Furore”.
Gli altri due approcci alla storia del West meritano qualche considerazione di diverso genere.
E’ ormai noto che “Il massacro di Fort Apache” fu una rievocazione della battaglia di Little Big Horn, costata all’esercito americano 265 morti a causa della presunta “follia” di George Armstrong Custer. Ricostruzioni storiche molto più approfondite e obiettive hanno dimostrato quanto sia convenzionale e conformistica tale tesi, sostanzialmente basata sul fatto che le autorità politiche e militari intendevano individuare un capro espiatorio in questo generale che evidenziava troppo spesso i difetti delle istituzioni, il malfunzionamento dell’apparato militare e le speculazioni di alcuni affaristi ed esponenti politici di Washington. Una di queste fu il famoso scandalo Belknap nel 1876, una storia di tangenti che coinvolse il ministro della Guerra William W. Belknap e marginalmente il fratello del presidente degli Stati Uniti, Orvil Grant, personaggi contro cui si era scagliato Custer davanti ad una commissione d’inchiesta congressuale e che gli compromisero definitivamente la carriera. Si dimentica infatti troppo spesso, che Custer apparteneva al Partito Democratico, mentre l’amministrazione in carica di Ulysses S. Grant era repubblicana. Come se non bastasse, nell’autunno di quell’anno si sarebbero tenute le elezioni presidenziali e i Repubblicani, dopo lo scandalo Belknap, si trovavano in serie difficoltà. Da ultimo, si vociferava di una nomination che i Democratici avrebbero offerto allo stesso Custer, personaggio popolarissimo alla Frontiera, ma anche altrove, perché nei salotti delle grandi città dell’Est si parlava di lui come di un eroe della Guerra Civile e di un paladino dei pionieri del West.
Alla stragrande maggioranza degli Americani non importava assolutamente nulla che egli avesse massacrato 100 Cheyenne al fiume Washita nel 1868 e negli Stati del Nord la sua figura era rimasta quella dell’impetuoso condottiero nella campagna contro i Sudisti, che aveva più volte battuto o messo a dura prova con le sue irruenti cariche di cavalleria.
Nell’impostare la trama del film, Ford preferì rifarsi invece alla tradizione orale, quella che voleva un Custer imprudente e accecato dall’ambizione, assetato dal desiderio di revanche per avere perduto il grado di generale guadagnato durante la guerra di secessione, cosa, anche questa, che non è affatto vera.
Il suo personaggio si chiamò Owen Thursday – che diventerà Turner nel doppiaggio italiano – interpretato da un Henry Fonda severo e irritante, classista e xenofobo quale Custer non fu mai in realtà – che porta i distintivi di colonnello per essere stato retrocesso nella carriera e si lamenta di essere stato mandato a combattere i pochi nomadi Apache del capo Cochise. A John Wayne è affidata la parte del capitano Kirby York, fiero oppositore di Thursday proprio come il capitano Frederick Benteen lo fu nei confronti di Custer. Sordo ai saggi consigli del subalterno, Thursday decide scriteriatamente di assalire gli Apache disponibili alla pace, cacciandosi in una trappola senza via di scampo. La condanna del suo gesto è manifesta, ma poi York – superstite insieme ad un pugno di uomini e promosso al comando del reggimento – ne farà “l’apologia di fronte ad amici e cronisti”, cosa che, sempre secondo la critica, “costituisce il punto più netto della ‘contraddizione’ fordiana” (Maurizio de Benedictis, “Il cinema americano dalle origini ai giorni nostri”, Newton & Compton Editori, Roma, 2005, p. 326). Esaminata tuttavia da un’altra angolazione, la “contraddizione” non è tale, perché Ford intende certamente sottolineare la prevalenza della leggenda rispetto alle risultanze storiche ed anche perché “è un bene per la nazione avere degli eroi da ammirare”. (Bogdanovich, op. cit., p. 85).
“Il massacro di Fort Apache” diede origine ad una trilogia che in effetti non era stata concepita come tale, in quanto in “Rio Bravo” Ford rispolvera nuovamente la figura di Kirby York (con l’aggiunta di una ‘e’ finale nel cognome) divenuto questa volta tenente colonnello e comandante di un reggimento impiegato contro gli Apache.


Rio Bravo

Il film che venne girato nell’intervallo fra le due pellicole è “I cavalieri del Nord-Ovest”, del 1949, che non ha alcuna attinenza né con i personaggi del primo, né con quelli del secondo. Narra la vicenda umana del capitano Nathan Brittles, un ufficiale che ha avuto la famiglia sterminata dalle malattie e la carriera stroncata al grado che riveste. Giunto all’età di 64 anni, gli rimangono soltanto una settimana di servizio attivo e la prospettiva di andare a trascorrere la vecchiaia presso un nipote invalido “fra le nebbie della costa atlantica” (James Warner Bellah: “War Party”, 1948). E’ specialmente da questo lavoro che emerge la grande sensibilità di John Ford: l’uomo, che riuscirà a scongiurare l’ennesima rivolta indiana, non sarà abbandonato ad uno squallido declino, perché mentre si allontana nella prateria dopo il congedo – marciando a cavallo verso occidente, dove muore il sole, perché all’ultimo momento ha cambiato idea – viene raggiunto da un corriere che gli annuncia il suo richiamo in servizio come comandante degli esploratori e il grado di tenente colonnello.
Fra tutti i western di Ford, questo è il meno retorico e il più sentimentale, anche per l’originale titolo poetico che gli venne dato: “She Wore a Yellow Ribbon” (Lei portava un nastro giallo) banalmente trasformato nella versione italiana in “I cavalieri del Nord-Ovest”. Il rammarico rimane soltanto per la mancata concessione di almeno un altro Oscar – uno venne assegnato al film, come si è detto, per la fotografia – a John Wayne, sicuramente impegnato in una delle parti più toccanti di tutta la sua carriera. Fra l’alto l’attore, che aveva 42 anni, venne truccato alla perfezione per sembrare un ufficiale di vent’anni più anziano.
“Rio Bravo” (titolo originale “Rio Grande”) non è una prosecuzione de “Il massacro di Fort Apache” e non c’entra affatto con il film appena citato. Secondo alcuni, rappresenta l’anello più debole della cosiddetta trilogia, ma ciò non toglie che possieda diversi pregi. Uno di questi è la maniera con cui Ford affronta il delicato rapporto fra il colonnello Yorke e la moglie Kathleen (nome che non è scelto a caso, dal momento che “I’ll Take You Home Again Kathleen” è uno dei motivi conduttori della vicenda) dalla quale fu costretto a separarsi durante la Guerra Civile. Il loro progressivo riavvicinamento, è cadenzato da una serie di canzoni cantate dai soldati, fra i quali si trovano Ben Johnson e Harry Carey junior. Gli scorci di vita militare contenuti in “Rio Bravo” (titolo italiano: quello originale è “Rio Grande”) sono tanto efficaci quanto nei due film precedenti. L’espressività di Wayne si estrinseca pienamente in uno dei suoi ruoli favoriti, mentre Maureen O’Hara – che si trova a lavorare al suo fianco per la prima volta – è la più completa partner che gli si potesse affiancare, anche per il feeling esistente fra i due attori nella vita reale. Infatti, disse di lui la rossa irlandese, “E’ l’essere umano più tenero, gentile, simpatico, leale che abbia mai conosciuto…Sono gelosa di tutte le sue altre partner.”
Anche qui, come in precedenza, non sfugge l’imperiosa figura del sergente maggiore Quincannon – già sergente Mulcahy ne “Il massacro di Fort Apache” e sottufficiale con lo stesso nome ne “I cavalieri del Nord-Ovest” – interpretato da Victor Mc Laglen, caratterista irrinunciabile per Ford e componente d’eccezione per la cavalleria.
Le tematiche affrontate dal regista nei western sono state quasi sempre attinte da autori prestigiosi in questo campo.
Se “Ombre rosse” scaturisce dal romanzo di Ernest Haycox, “Il massacro di Fort Apache”, “I cavalieri del Nord-Ovest” e “Rio Bravo” poggiano su tre racconti di James Warner Bellah (rispettivamente “Massacre”, “War Party” e “Mission With No Record”) che curerà anche la sceneggiatura de “I dannati e gli eroi”, dedicato ai “Soldati-bisonte” afro-americani, e de “L’uomo che uccise Liberty Valance”, quest’ultimo tratto da un lavoro della famosa scrittrice Dorothy M. Johnson.
“Sentieri selvaggi” è basato sull’opera “The Searchers” di Alan Le May, “Soldati a cavallo” sul romanzo “Horse Soldiers” di Harold Sinclair, mentre per “Cavalcarono insieme” Ford si ispira liberamente al racconto “Comanche Captive” di Will Cook, uno dei maggiori esponenti della narrativa di settore.
Il suo ultimo western, “Il grande sentiero”, giudicato da molti forzatamente apologetico, non poteva che richiamarsi a “Cheyenne Autumn” di Mari Sandoz, autrice della più nota biografia sul capo Cavallo Pazzo, prima che lo scrittore Larry Mc Murtry annacquasse in tempi più recenti questo mito con qualche iniezione di sano realismo (“Crazy Horse: a Life”, 1999).
Ford non si è quasi mai rifatto alla produzione letteraria di scrittori quali Zane Grey, Owen Wister, Max Brand o Louis L’Amour, che pure andavano per la maggiore nel loro campo. Preferì romanzi o short-story di uomini che dessero al suo West un’impronta inconfondibile – appunto come Haycox, Bellah e Le May – di contesto romantico-avventuroso, fortemente ancorato alla tradizione e in larga misura dominato dalla leggenda. Non a caso conclude la sua ultima vera fatica – “L’uomo che uccise Liberty Valance” – con le parole del giornalista dello “Shinbone Star”: “Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda.”
Questo film esaurisce in effetti una parabola iniziata ventitre anni prima con “Ombre rosse” e proseguita con “Sfida infernale”, con la trilogia militare, “La carovana dei Mormoni”, “Sentieri selvaggi”, “Soldati a cavallo” e “Cavalcarono insieme”.


Sentieri Selvaggi

La parabola di Ford comincia con una sfida storica, quella dell’O.K. Corral, ampiamente contraffatta, per terminare con un duello discutibile, nel quale non si saprà mai chi abbia realmente liberato la cittadina di Shinbone dalla minaccia di Valance. Così come le città della Frontiera vengono trasformate dal progresso, decretando la fine di banditi e pistoleri – tema ribadito da Sergio Leone in “C’era una volta il West” – e i “giustizieri” vanno a Washington a fare il senatore, anche l’epopea dei pionieri, celebrata in “La carovana dei Mormoni”, si esaurisce tristemente nella struggente conclusione di “Cavalcarono insieme”, un film di gente disillusa e rassegnata che ritorna a casa con il suo misero bagaglio di sogni infranti. E gli Indiani, nel frattempo, che fine hanno fatto? Lo spettatore che ha ammirato lo spettacolare inseguimento della diligenza (“Ombre rosse) l’abilità tattica che spinge il colonnello Turner a cacciarsi in una trappola (“Il massacro di Fort Apache”) la perfida crudeltà nello scempio compiuto sulle vittime civili (“I cavalieri del Nord-Ovest” e “Sentieri selvaggi”) e lo spietato trattamento riservato alle donne e ai ragazzi catturati (“Sentieri selvaggi”, “Cavalcarono insieme”) ora assiste al rovesciamento delle sorti, alla loro drammatica persecuzione ne “Il grande sentiero”, che soltanto il buon senso di un ufficiale e il provvidenziale intervento di un ministro impediscono di tramutare in genocidio.
Come si è detto, dopo “Soldati a cavallo” e “Cavalcarono insieme”, il maestro veleggiò trionfalmente verso l’epilogo del suo lungo discorso sulla Frontiera, sfornando “L’uomo che uccise Liberty Valance”, degna conclusione di un’epopea e di un estenuante impegno durato decenni.
Con la morte di Tom Doniphon (John Wayne) il malinconico ritorno a Shinbone dei coniugi Ransom e Hallie Stoddard (James Stewart e Vera Miles) Ford celebra il necrologio del West, mettendo virtualmente la parola ‘fine’ ad un’epoca ormai lontana.
“I dannati e gli eroi” e “Il grande sentiero” rappresentano le sue ultime escursioni nell’arido paesaggio della Monument Valley. Quando li girò, rispettivamente nel 1960 e 1964, il vecchio regista non era più lo stesso e la sua lucida vena sembrava essersi improvvisamente appannata. Difatti concluderà la carriera con il sottostimato “Missione in Manciuria” nel 1965, ritirandosi a vita privata.
All’osservazione del critico Bogdanovich che la sua descrizione del West fosse diventata sempre più triste nel tempo, Ford rispose laconicamente: “Forse sto diventando vecchio.” (Bogdanovich, op. cit., p. 95).

I protagonisti

Chi lo ha classificato come un uomo di destra ha peccato sicuramente di superficialità, perché le idee di un uomo si dovrebbero giudicare più dai comportamenti e dalle opere che dai pensieri espressi. Non a caso Agatha Christie, scrittrice di gialli di fama universale, disse in un’occasione: “La gente dovrebbe interessarsi maggiormente ai libri, più che ai loro autori.”
Se da un lato è innegabile lo spirito nazionalistico e patriottico che emerge dai suoi film militari, dall’altro si deve riconoscere a Ford una grande capacità di comprensione delle ragioni degli sconfitti e dei diseredati. Spesso, infatti, i suoi personaggi non sono degli eroi “senza macchia e senza paura”, ma nascondono un passato inquietante, oppure stanno vivendo un presente al di fuori della legge. E’ il caso di Ringo Kid (“Ombre rosse”) un bandito che insegue un’irrinunciabile vendetta; di Ethan Edwards (“Sentieri selvaggi”) un avventuriero che ha combattuto dalla parte del despota Massimiliano nella rivoluzione messicana; di Robert Hightower, Pedro Roca Fuerte e William Kearney (“In nome di Dio”) in fuga nel deserto dopo avere rapinato una banca.
Neppure le figure femminili si sottraggono a tale regola.
La Dallas di “Ombre rosse” è una prostituta, Chihuahua (“Sfida infernale”) una donna da saloon dalla dubbia reputazione; Elena de La Madriaga (“Cavalcarono insieme”) la squaw di un capo pellerossa disprezzata dai Bianchi per essere stata, seppure dietro costrizione, la sua concubina.
Vi sono numerosi altri personaggi che non brillano certamente come modelli imitativi in base alla morale comune: il dottor Josiah Boone (“Ombre rosse”) è un alcolizzato, il giocatore Hatfield (“Ombre rosse”) un avventuriero dal passato oscuro, lo sceriffo Guthrie Mc Cabe (“Cavalcarono insieme”) un uomo venale con pochi scrupoli, che non si lascia intenerire dalla disperazione della povera gente. La lista si allunga se si aggiungono le persone che, pur senza violare la legge, hanno fallito le loro esistenze: il chirurgo dentale Doc Holliday (“Sfida infernale”) che si è trasformato in giocatore d’azzardo; il colonnello Turner (“Il massacro di Fort Apache”) che ha perduto il rango di generale ed è stato trasferito in uno sperduto avamposto dell’Arizona; l’anziano Nathan Brittles (“I cavalieri del Nord-Ovest”) che ha avuto la carriera militare stroncata al grado di capitano a causa della sua condotta. Invece la caricatura di Wyatt Earp, interpretato da Stewart nella breve apparizione de “Il grande sentiero”, è quella di un uomo indifferente ed egoista e l’intento dissacratorio di un eroe popolare è evidente. La morale è che i buoni e gli eroi positivi non sono mai tali fino in fondo, mentre i cattivi possono meritare assai di più nel momento in cui rimediano ai propri errori.


Ombre Rosse

Quasi tutti questi personaggi finiscono per riabilitare se stessi, riacquistando l’onore e la dignità con gesti magnanimi se non addirittura con il proprio sacrificio. Pare dunque corretta l’opinione secondo cui, per Ford, “Il vero peccatore non è tanto chi sceglie di agire, quanto chi rimane passivo” (Edward Buscombe, “Ombre rosse”, Le Mani, Recco Genova, 1999, p. 68). Alla fine, i vari Ringo, Dallas, Boone, Ethan Edwards, Mc Cabe e Holliday impartiscono una lezione morale alla gente “perbene”, che si tratti dell’aristocratica Lucy Mallory (“Ombre rosse”) delle beghine appartenenti alla Lega della Moralità di Tonto City (“Ombre rosse”) o delle bigotte donne di Fort Grant che mascherano, dietro un paravento di saldi principi etici, il loro squallido razzismo (“Cavalcarono insieme”).
Seguendo il proprio istinto, John Ford realizzò il West in cui credeva maggiormente: quello popolato da banditi redenti che salvano i propri simili e prostitute che aspirano ad una vita normale, creandosi una famiglia; di sceriffi che accantonano gli scopi mercenari per occuparsi di donne reiette. Ubriaconi incalliti quali il dottor Boone (“Ombre rosse”) che tornano a compiere la loro missione di medico, oppure uomini che rischiano la vita battendosi per la libertà di opinione, come fa il giornalista Dutton Peabody (“L’uomo che uccise Liberty Valance”).
La Frontiera a cui si ispirano i film fordiani era davvero composta da una molteplicità di tipologie diverse, che comprendevano gente comune, pistoleri, sceriffi dall’onestà non sempre specchiata, ufficiali delusi o revanscisti, giocatori d’azzardo dalla pistola facile, prostitute pentite, criminali alla stregua dei fratelli Plummer di “Ombre rosse” o di Liberty Valance.
La diligenza su cui si svolge il tomentoso viaggio di “Stagecoach” è veramente il ritratto di quell’America in evoluzione, nella quale si mescolano soggetti di ogni razza e provenienza, inconsapevolmente legati da strade che si incrociano. Oltre a ciò, per dirla con il critico Edward Buscombe, rappresenta “un incrocio etnico che dà al Paese la sua democraticità”.

La cavalleria

La favola fordiana tocca anche le “facce da mezzo dollaro al giorno” – espressione coniata da James Warner Bellah nel racconto “War Party” – quelle amate sagome in divisa blu di cui “i libri di storia riassumono le gesta in una laconica pagina” (“I cavalieri del Nord-Ovest”).
Partendo da “Il massacro di Fort Apache”, dove si evidenzia la follia di ufficiali come Turner, Ford si sofferma dapprima sul patetico ritratto del capitano Brittles alle soglie della pensione (“I cavalieri del Nord-Ovest”) e poi sulla figura dell’angustiato tenente colonnello Yorke, abbandonato dalla moglie e deluso dal figlio che si è fatto espellere dall’accademia militare (“Rio Bravo”). Ma vi sono anche uomini – come il sergente istruttore Marty Maher in “La lunga linea grigia”, titolo ispirato al colore delle uniformi dei cadetti di West Point – che hanno dedicato la loro intera esistenza a plasmare la personalità delle reclute, ritrovandosi alla fine del percorso senza alcuna prospettiva per il futuro.
L’esercito dipinto da Ford è una grande famiglia, nella quale il rapporto appare franco e cameratesco e le gerarchie, pur rigorosamente osservate, non rivestono il carattere opprimente che si rileva in altri film.
Nella cavalleria si ritrovano soggetti di ogni derivazione – come dimostrano i resoconti storici – dal sergente di origine irlandese della trilogia al capitano francese Saint Jacques di “Rio Bravo”. Gli ex soldati sudisti vi militano con gradi molto più bassi di quelli ricoperti nell’armata confederata – il sergente Tyree de “I cavalieri del Nord-Ovest”, che è stato capitano durante la Guerra Civile, o il soldato semplice John Smith, ex generale di brigata ai tempi del conflitto – senza subire alcuna discriminazione. Anzi, Nathan Brittles chiama Tyree ‘capitano’ alla fine e pretende che le esequie del soldato “generale” Smith si svolgano con l’onore delle armi, mentre il suo corpo viene avvolto nella bandiera confederata confezionata da una signora per l’occasione. Il sergente maggiore O’Rourke (“Il massacro di Fort Apache”) mette alla porta, regolamento alla mano, il suo superiore colonnello Thursday, che è costretto a scusarsi, mentre Brittles redarguisce un subalterno con la celebre frase: “Non chiedere mai scusa. E’ segno di debolezza.”
Il desiderio di continuare a vivere in questa famiglia rappresenta l’unica speranza di Brittles per scongiurare un declino da trascorrere “ascoltando le stupide chiacchiere dei vecchi attorno al fuoco.” Il miracolo del ritorno avviene perché, scrive Will Cook nel suo racconto “War Party”, “è una cosa sconvolgente arrivare alla fine di una vita, dormire le ore buie di un’ultima notte, aprire gli occhi e capire dalle nere ombre che oscurano l’anima che è tutto finito.”
Dopo avere esaurito la trilogia militare fra il 1948 e il 1950 e dedicato loro un angusto spazio in “Sentieri selvaggi”, i Soldati Blu tornano in azione sui campi infuocati della guerra di secessione (“Soldati a cavallo”, “La conquista del West”) dove l’accanimento del colonnello Marlowe contro il suo ufficiale medico Henry Kendall nasconde conflitti interiori mai sopiti, nonchè la rivalità per accattivarsi il favore di una donna. Invece i cavalleggeri impegnati a riscattare i prigionieri catturati dai Comanche (“Cavalcarono insieme”) non sono più gli stessi che hanno affrontato gli Apache: non combattono contro gli Indiani, ma svolgono un’azione di polizia, assolvendo ad un compito umanitario, allo stesso modo del capitano Archer (Richard Widmark) che dovrà ricondurre i Cheyenne alla loro riserva (“Il grande sentiero”).


Cavalcarono Insieme

L’epopea volge al crepuscolo, ma prima di mettervi la parola conclusiva, Ford si è ricordato anche dei “soldati-bisonte”, gli Afro-americani arruolati nell’esercito dopo la liberazione, perché altrimenti “non avrebbero saputo dove andare” (“I dannati e gli eroi”). Senza tenere conto del giudizio personale di Ford, si potrebbe considerare che “Cavalcarono insieme” –fortemente disprezzato dallo stesso regista, che lo definisce “quel maledetto film che non avrei voluto fare ” – e “I dannati e gli eroi” non sfigurano affatto nel confronto con “Ombre rosse” e “Sentieri selvaggi”. La tensione drammatica non subisce alcuna flessione e si può riconoscere ad entrambi i film il merito di riprodurre l’atmosfera di un West finalmente adulto.
Il primo affronta un argomento, già tema conduttore di “Sentieri selvaggi”, che pochi altri registi hanno avuto il coraggio di toccare e che nessuno, prima e dopo di Ford, ha descritto con tanta veridicità. Il secondo rende giustizia alla gente discriminata per il colore della sua pelle, che dopo essere stata sfruttata come schiava per secoli, può fruire di una misera collocazione nell’esercito dei Bianchi.
Le figure del tenente Jim Gary e del primo sergente Rutledge sono molto distanti da quelle rappresentate da Ford nei primi film, perché vivono ormai gli ultimi anni di una parabola che volge al termine.
Esauritasi la cornice delle grandi battaglie (“Il massacro di Fort Apache”) della caccia serrata alle selvagge bande pellirosse (“Rio Bravo”) o delle operazioni condotte per scongiurare una rivolta indiana di vaste proporzioni (“I cavalieri del Nord-Ovest”) rimangono in sella le sagome di uomini guidati soltanto dal senso del dovere, costretti a compiere missioni sgradevoli oppure orgogliosamente aggrappati ad un’istituzione che li disprezza. (“I dannati e gli eroi”).
L’immagine virtuale che si affaccia alla mente è quella di una cavalleria che sta per scomparire portandosi via i colonnelli alla Thursday, i capitani come Nathan Brittles e i sergenti Rutledge dalla pelle scura.
Le uniformi blu assumeranno presto un altro colore e soltanto le squillanti note del “Garry Owen” e di “The Girl I Left Behind Me”, ormai parte di una tradizione secolare, guideranno ancora i suoi passi.

Gli Indiani

Ford amava gli Indiani della Monument Valley che lo avevano soprannominato “Natani Nez” (Guerriero Grande o Guerriero Alto) e si dimostravano sempre felici di rivederlo quando arrivava per girare qualche film nella loro riserva.
“Per i Navajo” raccontò Harry Goulding “Ford era una specie di santo. Ogni volta che se la passavano male, ragazzi, lui arrivava all’improvviso.” (Bogdanovich, op. cit., p. 23). Non bisogna inoltre dimenticare che John appare dichiaratamente schierato con i più deboli in quasi tutti i suoi film, sebbene nelle prime produzioni gli Indiani rivestano ruoli secondari. Qualche critico ha infatti rilevato la scarsa attenzione dedicata dal regista ai Pellirosse, che compaiono in molti suoi film, rimanendo tuttavia ai margini del contesto narrativo. E’ innegabile che ciò corrisponda alla verità, ma, almeno nelle sue parole, questa non ha voluto affatto significare una discriminazione: “Gli Indiani mi sono molto cari…C’è del vero nell’accusa che l’Indiano non è mai stato ritratto con giustizia nel western, ma l’accusa è stata falsamente generalizzata…La lotta contro l’Indiano fu un fatto fondamentale nella storia del Far West.” (Ferrini, op. cit., p. 3)
Allora perché Ford si decise a farne dei protagonisti soltanto nel 1964, con “Il grande sentiero”, un’opera decisamente mediocre? La spiegazione la diede egli stesso al critico Bogdanovich, suo amico personale, nel corso di una lunga intervista: “Ci sono due punti di vista in ogni storia, ma io volevo mostrare il loro punto di vista, una volta tanto…Diciamolo, li abbiamo trattati molto male, è una macchia del nostro passato…” (Bogdanovich, cit. p. 97). Dunque una tardiva riparazione per i torti subiti, anche nella finzione cinematografica, dai nativi americani? Probabilmente sì, ma la ragione non può essere soltanto questa.
Ford si servì, in tutti i film ambientati nel West – specialmente quelli girati sullo sfondo della Monument Valley – della tribù dei Navajo, proprietari della riserva, assegnando loro, di volta in volta, la parte di Apache, Comanche o Cheyenne. La loro presenza è però sempre sfuggente e defilata, come una minaccia invisibile e misteriosa che incombe sui protagonisti del racconto. In “Ombre rosse”, ma anche ne “Il massacro di Fort Apache” e “I cavalieri del Nord-Ovest”, gli Indiani si mostrano soprattutto alla fine, mentre in “Sentieri selvaggi” la loro ferocia – la distruzione del ranch degli Edwards, con l’uccisione di Martha e Aaron Edwards, la cattura delle loro figlie Deborah e Lucy, l’assassinio di quest’ultima – si scatena fin dall’inizio. La loro presenza rimane comunque celata per gran parte del film, opzione che anche il regista Delmer Daves scelse per il suo “L’ultima carovana” del 1956.
Un’altra caratteristica che distingue i western di Ford da quelli di altri suoi colleghi – escluso naturalmente “Il grande sentiero” – è che le figure dei condottieri pellirosse beneficiano dei primi piani solo per pochi secondi. Così avviene per la statuaria immagine di Geronimo in “Ombre rosse” e per Cochise ne “Il massacro di Fort Apache”, ma anche i capi Scar (“Sentieri selvaggi”) e Orso di Pietra (“Cavalcarono insieme”) pur ottenendo una maggiore attenzione da parte della macchina da presa, si muovono ai limiti del racconto. Piuttosto che una deliberata esclusione, questa sembra una trovata allo scopo di rendere maggiormente suggestiva e impenetrabile la complessa personalità dell’Indiano. Forse perché, come scrive Fiedler, è “quell’individuo a noi del tutto estraneo…che sfugge completamente alle mitologie che ci siamo portati dall’Europa” (Leslie A. Fiedler, “Il ritorno del Pellerossa”, Ugo Guanda Editore, Parma, 2001, p. 33).


Sentieri selvaggi

Rispetto agli altri film e lasciando da parte “Il grande sentiero”, “Sentieri selvaggi” rappresenta un approfondimento della natura del Pellerossa, che “Ombre rosse”, “Il massacro di Fort Apache”, “Rio Bravo” e “I cavalieri del Nord-Ovest” non contengono. Il leader guerriero Scar assurge addirittura a protagonista in varie scene, la squaw Look, divenuta moglie di Martin Pawley per un errore, rappresenta un timido accostamento ai costumi dei Comanche. Questo processo diviene più incisivo in “Cavalcarono insieme”, nel quale Ford mostra la figura storica di Quanah Parker – figlio di Peta Nokoni e della prigioniera bianca Cynthia Ann Parker – e si sforza di rendere credibile l’immagine dell’intransigente Orso di Pietra, interpretato da Woody Strode. Vi sono molte analogie fra questo personaggio e quello di Scar, che sono peraltro accomunati da un’identica fine: Orso di Pietra viene abbattuto dallo sceriffo Mc Cabe con due colpi di pistola, alla stessa maniera in cui Scar veniva ucciso da Pawley nell’accampamento indiano. Nel film più recente, viene però risparmiata la barbarie dello scotennamento, compiuto da Ethan in “Sentieri selvaggi”, forse anche perché Orso di Pietra porta soltanto una criniera al centro del cranio.
Un altro aspetto interessante è che Ford, pur riconoscendo la scaltrezza insita nella razza pellerossa – in “Ombre rosse”, la donna apache Yakima, sposata al gestore della stazione di sosta, si dilegua nella notte portando via un cavallo al marito Chris, che esclama sconfortato: “A trovare un’altra moglie si fa presto, ma una cavalla come quella non la trovo più!” – riconosce che gli Indiani possiedano un certo codice d’onore, seppure discutibile nella logica dei Bianchi. L’anziano capo Pelle di Volpe accoglie nel proprio accampamento, dove i guerrieri vivono l’eccitazione dell’imminente rivolta, il suo vecchio amico capitano Brittles. Gli offre del sale e del tabacco e lo invita a fumare in segno di rinnovata amicizia, permettendogli poi di andarsene via pacificamente. In “Sentieri selvaggi” Scar accetta di parlamentare con Ethan Edwards e Martin Pawley, con l’intermediazione del messicano Emilio Figueroa, rispettando rigorosamente le regole dell’ospitalità. Il medesimo comportamento viene tenuto da Quanah Parker e persino dal suo sottocapo quando Mc Cabe e il tenente Gary si portano via due prigionieri bianchi dal villaggio comanche. Ovviamente Orso di Pietra si opporrà alla perdita della moglie Elena, tentando di riprendersela inseguendo lo sceriffo, ma lo farà in un secondo tempo, evitando di scontrarsi con lui nel proprio accampamento.
Con “Il grande sentiero” i Pellirosse perdono il loro alone di mistero, trasformandosi in semplici vittime dell’ingordigia dei Bianchi. Ma insieme ad esso svanisce tutto il fascino che la loro presenza aveva conferito alla storia del West, perché “al nocciolo del western non vi è la lotta con un ambiente nuovo e ostile…ma l’incontro con l’Indiano” (Fiedler, op. cit., p. 33).

I duelli

Sono in molti a considerare Ford come un uomo che prediligeva la leggenda rispetto al reale svolgimento degli eventi, ma forse non tutti hanno compreso che, sotto molti punti di vista, la sua visione del West fu assai più concreta di quella di altri cineasti.
Se il regista preferiva conferire toni leggendari alle vicende narrate, non fu certo lui ad alterarne la verità, né ad alimentare certi miti. Un motivo costante, in tutti i suoi western, è senz’altro l’assenza dei duelli quali il cinema li ha tradizionalmente intesi e rappresentati per questo genere: nelle pellicole fordiane non si assiste mai a confronti armati in cui prevalga il più veloce ad estrarre la pistola dalla fondina, rituale esasperato specialmente dal western italiano. Lo stesso Ford ne fornisce una convincente spiegazione nel corso di un’intervista, specificando che la Colt 45 “è l’arma più imprecisa che sia mai stata fabbricata” (Ferrini, op. cit., p. 5) e che, secondo l’opinione del texano Ed “Pardner” Jones, che era stato uno sceriffo e un abilissimo tiratore, prima di darsi al cinema come stuntman e attore (recitò in almeno 12 film) “se si era in un vero scontro a fuoco, si usava il fucile” e non la pistola. Quindi Ford, non prestò mai fede a “nessuna di quelle sciocchezze tipo ‘pistola veloce’” (Bogdanovich, op. cit., pp. 47-48) come fecero sia il cinema hollywoodiano che lo spaghetti-western, perché sapeva quanto fossero lontane dalla verità. In effetti, tutta la storiografia western sembra dargli pienamente ragione su molti particolari.
Il celebre Wild Bill Hickok (1837-1876) non portava mai i suoi revolver nelle fondine, bensì infilate nella cintura, entrambe con il calcio rivolto verso l’interno. Le impugnava sempre incrociando le braccia, prendeva accuratamente la mira e sparava a colpo sicuro, come fece nello storico duello con Dave Tutt nel 1865. Invece Wyatt Earp (1848-1929) marshal altrettanto famoso, spesso non aveva neppure bisogno di sparare: gli bastava fissare negli occhi i propri avversari per indurli a desistere dallo scontro. In molti casi, impugnò infatti la pistola per colpirli alla fronte con la canna, facendoli cadere al suolo tramortiti. Quando, fiancheggiato dai fratelli Morgan e Virgil e da Doc Holliday (1851-1887) si trovò ad affrontare cinque componenti della banda Clanton-Mc Lowry all’O.K. Corral di Tombstone il 26 ottobre 1881, diede inizio alla sparatoria senza tanti preamboli, lasciando tre morti sul terreno. Anche in questo episodio storico, non vi fu nessuna gara di velocità nell’impugnare le Colt.


L’uomo che uccise Liberty Valance

Probabilmente Ford trasse ispirazione da episodi storici come questo, del quale lesse la descrizione in libri quale “Wyatt Earp, Frontier Marshal” di Stuart N. Lake, pubblicato nel 1931. Sebbene per il suo “Sfida infernale” avesse apportato molte modifiche alla descrizione originale, egli era in grado di separare la storia dalla leggenda: era perfettamente consapevole che Wyatt – “Il più efficiente difensore della pace e il più grande pistolero al servizio della legge del Vecchio West”, come lo descrisse Lake nella prefazione dl suo libro – impugnava la pistola soltanto per uccidere e non si sarebbe mai confrontato con un rivale in questo genere di assurda competizione. Lasciò pertanto che la deformazione della realtà venisse portata avanti da registi che amavano un western astratto e plateale quanto altamente improbabile. Non è pertanto difficile immaginare la sua reazione quando sullo schermo apparvero i duelli tanto enfatizzati dai western di Sergio Leone. Nel suo ultimo film in cui due uomini si scontrano per la strada – “L’uomo che uccise Liberty Valance” – Ransom Stoddard vestito da sguattero si batte con lo spavaldo Valance andandogli incontro con un revolver in pugno, ma non si assiste ad alcuna sfida. Tom Doniphon, appostato nel buio di una strada laterale, fulmina il bandito con un preciso colpo di Winchester, lasciando credere alla folla del saloon, riversatasi in strada dopo la sparatoria, che sia stata l’arma dell’impacciato Stoddard ad averla vinta. Nella stessa maniera, il Ringo Kid di “Ombre rosse” si era liberato dei tre fratelli Plummer, servendosi anche questa volta della carabina, caricata con tre soli colpi, tutti andati perfettamente a segno.
La fedeltà di Ford a queste convinzioni dà luogo, ad un analogo risultato negli scontri fra Bianchi e Indiani. Martin Pawley, sorpreso da Scar in una tenda mentre cerca di liberare Debbie, lo abbatte con tre precisi colpi di pistola, lasciando che sia poi Ethan a privare il cadavere dello scalpo. In “Cavalcarono insieme”, nel confronto fra Mc Cabe e l’indiano Orso di Pietra, quando quest’ultimo gli compare davanti impugnando un coltello, lo sceriffo gli spara senza alcuna esitazione, uccidendolo sul colpo e rinunciando ancora una volta alla spettacolarità che la scena esigerebbe.
A ben vedere, neppure le obiezioni sollevate a questo proposito – che il capo comanche si faccia uccidere stupidamente – hanno un fondamento, in quanto Orso di Pietra si era vantato davanti alla propria tribù e credeva fermamente di essere invulnerabile alle pallottole. Si può semmai obiettare che il confronto si sarebbe potuto tramutare in una lotta corpo a corpo, come nel finale di “Tamburi lontani” di Raoul Walsh, nel quale Gary Cooper uccide il nemico pellerossa dopo un’estenuante lotta all’arma bianca svoltasi interamente in acqua. Invece Ford si lascia guidare quasi certamente dallo stereotipo di un altro avvenimento storico, il duello fra Buffalo Bill e Mano Gialla avvenuto nel Nebraska nel 1876. In quell’occasione, il mitico scout si sbarazzò del capo cheyenne con una fucilata – guarda caso, anche qui servendosi del Winchester – per poi scotennarlo senza pietà. Con modalità simili, lo stesso Cody o qualcun altro aveva eliminato il capo Toro Alto dei Cheyenne nella battaglia combattuta a Summit Springs, nel Colorado, l’11 luglio 1869 ed è quasi superfluo precisare che anche i condottieri Pentola Nera, Piccola Roccia e il guerriero “invulnerabile” Naso Aquilino persero la vita in battaglia, fulminati da precisi colpi di fucile dagli Americani. I duelli celebrati in tanti western, furono dunque eventualità molto rare, nelle quali i contendenti risolsero la questione presentandosi con le armi in pugno e non riposte nelle fondine.
Premesso ciò, non permangono dubbi sul fatto che Ford intendesse deliberatamente evitare di costruire una leggenda sulla leggenda stessa. Questo compito sarebbe spettato ad altri – per esempio all’americano Edward Dmytryk con “Ultima notte a Warlock” e all’italiano Sergio Leone con la celebrata “trilogia del dollaro” – del tutto liberi di sbizzarrirsi con le trovate più disparate per catturare l’attenzione del pubblico. L’escamotage della sfida basata sul principio del “più veloce ad estrarre la pistola”, che si conclude dopo aver ascoltato le note di un carillon o il nostalgico motivo suonato da un’armonica, costituiscono senz’altro delle geniali invenzioni del regista romano, ma sono del tutto inattendibili sul piano storico.
Condividendo il commento di un critico – “A partire da ‘Per un pugno di dollari’ il western entra in un contesto funereo e mortuario che, irrimediabilmente, non permette un ritorno ai vecchi schemi.” (Massimo Moscati, “Western all’italiana”, Pan Editrice, Milano, 1971, p. 32) – viene spontaneo concludere che forse il genere terminò davvero con “L’uomo che uccise Liberty Valance”, nel quale si completa la parabola di Ford sui pistoleri.

La fine

John Ford vendette la sua casa di Bel Air all’inizio del 1973, per ritirarsi a Palm Desert. Da tempo aveva abbandonato ogni attività, oppresso da un male che non gli lasciava scampo. Nel corso dell’anno, l’ultimo della sua vita, l’anziano regista era stato gratificato da molti riconoscimenti, soprattutto dalla Medaglia della Libertà concessagli dal presidente Nixon, essendo la prima volta che un cineasta riceveva una simile onorificenza.
Nella Monument Valley, che dista 850 chilometri da Palm Desert, l’eco dei suoi lavori non si era ancora spenta, nonostante John avesse smesso di lavorarvi da quasi 11 anni.
La sua presenza un po’ imbarazzata alla cerimonia di consegna dell’ambìto riconoscimento rammentò una scena de “I cavalieri del Nord-Ovest”, quella in cui il capitano Brittles, al momento del congedo, riceve l’orologio con la cassa d’argento donatagli dalla sua compagnia B. Il dono reca un’incisione che l’anziano ufficiale deve leggere inforcando gli occhiali: “Al capitano Brittles… perché non ci dimentichi.”


John Ford sul set

Peter Bogdanovich fece visita al suo vecchio amico insieme a Howard Hawks negli ultimi momenti della sua esistenza e rimase impressionato dall’incredibile decadimento fisico che l’aveva colpito. Ford salutò Hawks, il regista di “Il Fiume Rosso” e “Un dollaro d’onore”, con un addio convinto, pronto ormai a varcare la soglia del non ritorno.
Dopo la sua morte, la stampa diede spazio ai commenti più disparati, ma soltanto pochi compresero appieno la grandezza dell’uomo che li aveva lasciati. Come scrisse Bogdanovich, “I suoi migliori film sono attuali per tutte le epoche. Hanno in sé la grandezza delle leggende e l’essenza del mito.” (Bogdanovich, op. cit., p. 104).
Ed è questa sicuramente la miglior critica che sia mai stata espressa su John Ford, “Natani Nez”, l’uomo che guardava il West con sentimento.

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