L’esempio di Orso in Piedi

A cura di Luca Barbieri

Orso in Piedi, Ponca
Nel gennaio del 1879 un mesto corteo funebre marciò malinconicamente per circa cinquanta giorni attraverso le vaste pianure del Nebraska e del Kansas, affrontando ogni genere di intemperie che il clima statunitense aveva da offrire: piogge torrenziali, sole cocente e turbini di vento. Il corteo era composto da sessantasei indiani della tribù dei Ponca ed era guidato dal loro capo, Orso in Piedi. Dentro la cassa di legno che i pellerossa portavano con loro giaceva il corpo dell’ultimo figlio del capo tribù. Prima di morire il giovane indiano aveva espresso il desiderio di essere sepolto nell’antico cimitero della sua gente, vicino al corso del fiume Niobrara, insieme ai suoi antenati: erano state queste le sue ultime volontà. Orso in Piedi, con la morte nel cuore, le aveva rispettate; l’esercito americano, di fronte a un gesto tanto compassionevole di un padre nei confronti del figlio, aveva fatto quello che reputava giusto: arrestare il capo indiano e rinchiuderlo con la sua gente nelle prigioni di Fort Omaha. Non era certo la prima volta che i soldati americani mostravano un comportamento del tutto privo di comprensione umana nei confronti degli indiani, né sarebbe stata l’ultima.
Fu però proprio un militare, il generale “Tre Stelle” Crook, all’anagrafe George, che aveva combattuto indiani per la maggior parte della propria vita, a intercedere a favore del pugno di Ponca rinchiusi in cella e a far intervenire la stampa nella persona del giornalista Thomas Tibbles, il quale raccontò a tutta la nazione la storia di questa sventurata tribù.
Ma qual’era questa storia?


I Ponca del Nebraska

Nella primavera del 1877 i Ponca vennero informati dal governo USA che dovevano lasciare la loro riserva. Non ci furono possibilità di mediazione: nonostante la tribù avesse vissuto del tutto pacificamente per circa un secolo nei pressi della confluenza dei fiumi Missouri e Niobrara, questo ormai non valeva più nulla perchè il governo aveva deciso di razionalizzare il sistema delle riserve e di concentrare tutti i pellerossa all’interno di un unico Territorio Indiano. I Ponca provarono a protestare contro questa prepotenza ma contro i soldati poterono far ben poco.


Il generale George Crook

Poco meno di ottocento indiani furono dunque costretti a lasciare le proprie terre e ad affrontare una lunga e penosa marcia (una delle tante compiute dal loro popolo…) fino alla riserva Quapaw, distante diverse centinaia di miglia. Molti di loro, comunque, non videro mai quella riserva: morirono lungo la strada. Quelli che sopravvissero alla marcia furono costretti a stabilirsi in una zona malsana e acquitrinosa all’interno di ripari provvisori costituiti per lo più da tende militari. Con l’estate arrivò la malaria, una malattia sconosciuta ai Ponca, che li decimò. All’inizio del 1878 ciò che rimaneva della tribù di Orso in Piedi venne di nuovo trasferita, questa volta sulla sponda occidentale del fiume Arkansas: tornarono i disagi, la fame e il freddo; tornarono le malattie. Il figlio di Orso in Piedi, l’ultimo che gli era rimasto, gli morì fra le braccia supplicando il padre di venire seppellito nel vecchio cimitero della tribù, nelle loro lontane terre natali. Fu questo motivo per cui, lento e penoso eppure tremendamente dignitoso, partì il corteo funebre dei Ponca.


Ancora un ritratto di Orso in Piedi

Non tutte le orecchie della giovane nazione americana riuscirono a rimanere insensibili di fronte a questo racconto. Quelle di un avvocato di Omaha, Joghn Webster, ad esempio, vibrarono di indignazione: l’uomo si offrì di portare gratuitamente il caso dei Ponca in giudizio; quasi subito venne affiancato dall’avvocato Poppleton della Union Pacific. Il giudice chiamato a pronunciarsi in merito alla questione fu Elmer Dundy, un burbero, scontroso e solitario uomo di Frontiera con un fortissimo senso della giustizia. Forse non poteva capitare di meglio. Il procuratore distrettuale che rappresentava il governo statunitense si oppose all’istruzione del processo con questo semplice assunto: gli indiani non possono essere considerati persone davanti alla legge. Oggi una frase di questo tipo ci farebbe arrossire fino alla radice dei capelli per la vergogna ma all’epoca quelle parole godevano di buona compagnia, basti pensare al verdetto col quale il famoso giudice Bean prosciolse l’assassino di un cinese semplicemente perché la legge non contemplava esplicitamente un caso simile.
Il 18 aprile 1879 iniziò il processo.


Il processo a Orso in Piedi

I due legali di Orso in Piedi contestarono immediatamente l’assunto del procuratore affermando che ogni indiano aveva il diritto di separarsi dalla propria tribù per vivere sotto la protezione delle leggi degli Stati Uniti come qualunque altra persona. Orso in Piedi non aveva alcuna idea degli intricati temi giuridici che gli ronzavano attorno come api inferocite; per lui la questione era semplice: chiamato a testimoniare, disse soltanto: “Voglio tornare a casa. Voglio salvare me stesso e la mia gente.” Neanche il giudice Dundy amava troppo i sofismi legali, ciò che più gli premeva era emettere un giusto verdetto: alla fine proclamò semplicemente che un indiano era una persona come qualunque altra e aveva perciò l’inalienabile diritto a espatriare, nel senso che si poteva spostare dove meglio credeva all’interno del territorio nazionale, e che, in tempo di pace, nessuna autorità civile o militare poteva costringerlo a trasferirsi in un luogo piuttosto che in un altro senza il suo consenso oppure senza una legittima motivazione. Di conseguenza Orso in Piedi e i Ponca vennero immediatamente scarcerati su ordine del giudice; lo stesso procuratore distrettuale rinunciò a presentare appello. Il governo assegnò ai Ponca alcune centinaia di acri nel loro vecchio territorio, vicino alla foce del Niobrara.
Di questa vecchia storia non restano che poche annotazioni ai margini del grande Libro della Storia, ma, a distanza di quasi un secolo e mezzo, non possiamo che ammirare e applaudire l’esempio di dignità e fierezza di Orso in Piedi della tribù dei Ponca.

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