Sella d’argento, omaggio a Giuliano Gemma

A cura di Domenico Rizzi

Abbiamo scelto il titolo di uno dei suoi film più noti – appunto “Sella d’argento” – per ricordarlo, anche se per la maggior parte dei cinespettatori egli era sempre semplicemente Ringo. Giuliano Gemma, nato a Roma il 2 settembre 1938, vero protagonista della fortunata parentesi dei western italiani che un critico inglese ribattezzò “spaghetti-western”, ci ha lasciati improvvisamente il 1° ottobre scorso, a seguito di un incidente stradale. Aveva 75 anni compiuti da poco ed una invidiabile serie di pellicole alle spalle, nelle quali aveva recitato le parti più disparate. Aveva prestato servizio militare nei Vigili del Fuoco e possedeva un fisico atletico e possente, tant’è vero che fece anche lo stuntman.
Fra le sue passioni, quella della scultura, un hobby che gli diede anche delle belle soddisfazioni.
Giuliano era entrato nel cinema nel 1958, lavorando con Alberto Sordi in una commedia di Dino Risi, aveva fatto il centurione romano in “Ben Hur” diretto da William Wyler l’anno seguente ed era comparso in altri sette film del genere “peplum” girati fra il 1960 e il 1964.
Era venuta poi la brillante serie di Angelica, nella quale faceva la parte del ladro Nicolas, per approdare finalmente al personaggio di Ringo sotto la direzione di Duccio Tessari.
“Una pistola per Ringo” (1965) non era il suo primo western, perché l’anno precedente aveva interpretato Gary O’Hara in “Un dollaro bucato” di Giorgio Ferroni. Nel 1963 aveva indossato anche i panni di un giovane generale garibaldino ne “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, dimostrando di possedere una certa familiarità con la divisa che vestirà in alcuni film successivi (“Il ritorno di Ringo”, “Il deserto dei Tartari”).

Come altri registi e attori che si erano cimentati nel genere nordamericano – Sergio Leone (Bob Robertson) Gian Maria Volontè (John Wells) Bruno Carotenuto (Carroll Brown) – anche Gemma aveva preferito chiamarsi Montgomery Wood nelle sue prime interpretazioni, ma dopo i riconoscimenti ottenuti dal western di marca nazionale, si era riappropriato del suo vero nome.
Con Tessari girò anche “Il ritorno di Ringo” (1965) prima che il filone degenerasse, affibiando ai suoi protagonisti soprannomi sempre più improbabili, quali Gringo, Django, Cjamango, Garringo e via dicendo e allontanandosi a grandi passi dal contesto epico celebrato da John Ford e Howard Hawks. L’apice della sua performance nel western si deve proprio a questi due film ispirati al medesimo personaggio, a “I lunghi giorni della vendetta” (1967) di Florestano Vancini – considerato da Quentin Tarantino uno fra i migliori western italiani – “I giorni dell’ira” (1967) e “Sella d’argento” (1978). In queste pellicole, come nella parte di Ringo, Gemma recita il ruolo del giustiziere moralmente integro, dal comportamento leale e onesto: il suo volto dall’aria un po’ infantile gli varrà il titolo di “Faccia d’Angelo”, in evidente contrasto con la dura espressione di Clint Eastwood e Lee Van Cleef scelti da Leone come killer di professione.

Se i western italiani di maggior successo furono interpretati da stranieri – Eastwood, Van Cleef, Eli Wallach, Henry Fonda, Charles Bronson – Gemma fu, insieme a Franco Nero e Terence Hill (Mario Girotti) fra i pochi attori nazionali a conferire dignità al genere.
La sua notevole versatilità gli permise di adattarsi ad una molteplicità di ruoli, spesso diversissimi fra loro. Nel 1976 sostenne una parte di primo piano – quella dell’inflessibile e crudele maggiore Mattis del Forte Bastiano – ne “Il deserto dei Tartari” di Valerio Zurlini, liberamente tratto dal capolavoro di Dino Buzzati; l’anno dopo si trasformò nel prefetto di polizia Cesare Mori, storico persecutore della mafia siciliana durante gli Anni Venti (“Il prefetto di ferro” di Pasquale Squitieri). Ancora una volta dimostrò la sua alta capacità recitativa e una grande professionalità, riconfermata nel ruolo del killer mafioso Vito Gargano in “Corleone”, dello stesso Squitieri, che ripercorre vagamente le vicende del “padrino” Mike Corleone.

Dopo avere assunto la parte del capitano Malcolm Scott ne “Il grande attacco” di Umberto Lenzi (1978) – nel quale sta alla pari di grandi attori come Helmut Berger, Henry Fonda, John Huston, Stacy Keach e Samantha Eggar – “Ringo” torna per un breve periodo a cavalcare sui sentieri del West, interpretando “Sella d’argento” di Lucio Fulci. Questa volta è il solitario mandriano Roy Blood che deve prodigarsi per salvare la vita a due fratelli minacciati da un perfido zio. Poichè il western è ormai in netto declino dopo il successo del filone revisionistico capitanato da “Piccolo Grande Uomo” e “Soldato Blu” nei primi Anni Settanta (nel 1978 vengono prodotti in tutto 9 film, nel 1979 soltanto 4) Gemma accetta altre parti, fra le quali fanno spicco quella del capitano Germani, un detective in “Tenebre” di Dario Argento (1982) e di Marcello Petacci, fratello della celebre amante del Duce, in “Claretta”, di Pasquale Squitieri (1983).
Il richiamo della prateria torna a farsi sentire imperioso nel 1985, anno in cui i film di cowboy tentano di riprendere quota – nonostante la produzione assai scarsa di 4 pellicole – dopo l’uscita di “Silverado” di Lawrence Kasdan e “Il cavaliere pallido” di Clint Eastwood.
Il regista Duccio Tessari gli propone di vestire i panni di Tex Willer in una delle sue storie più ricche di suspense: l’eroe del fumetto dovrà infatti misurarsi con il misterioso “signore degli abissi”, che arma i propri sicari con frecce capaci di pietrificare i malcapitati nemici. Il cast comprende un appesantito William Berger nella pelle dell’anziano Kit Carson e Carlo Mucari in quella dell’inseparabile navajo Tiger Jack, affiancati da un convincente El Morisco (Peter Berling). Il soggetto mostra tuttavia di avere poco costrutto, rivelando la scarsa propensione di Gemma verso il personaggio.

Il copione è del tutto inadeguato, infarcito di dialoghi marcatamente fumettistici che condizionano l’autonomia del protagonista. Non è peraltro questo l’unico difetto della pellicola, che trasforma gli Aztechi di Bonelli nei più modesti Yaqui e cambia sesso al perfido Tulac, convertendolo nella mite principessa dallo stesso nome (Isabel Russinova). Infine, la resa cinematografica della scena in cui Tex e i suoi pard raggiungono la grotta del “signore degli abissi”, risulta notevolmente inferiore alla suspence del fumetto. Del resto, lo stesso Sergio Bonelli – che ebbi l’onore di incontrare in televisione nell’autunno 2008, in occasione del 60° anniversario della nascita di “Tex” – parlando di questo esperimento che giudicava del tutto malriuscito, mi espresse un giudizio assai critico.
“Tex e il signore degli Abissi” fu l’ultimo western di Giuliano Gemma, che girerà comunque altri 12 film di vario genere. Nel 1990 compare nella parodia televisiva de “I promessi sposi” curata dal trio Solenghi-Marchesini-Lopez e in altri 24 lavori creati per il piccolo schermo, fra i quali la serie in 14 puntate de “Il capitano”, diretta da Vittorio Sindoni nel 2005-2007. Complessivamente i lavori cinematografici che lo hanno visto protagonista o partecipante, ammontano a 74. Di questi, i western sono soltanto 13.
Nonostante ciò, i westernofili avranno sempre il ricordo di questo attore come di Ringo, che, in un certo periodo del cinema western italiano, nasce probabilmente come risposta ai personaggi interpretati da Eastwood e Van Cleef nella trilogia leoniana del dollaro.

Innanzitutto perché, come Franco Nero (“Django”) e più tardi Terence Hill, è autenticamente italiano; secondariamente perché, anche quando rappresenta la figura del vendicatore, è un’antitesi agli spietati pistoleri di professione come Joe (“Per un pugno di dollari”) e il colonnello Mortimer (“Per qualche dollaro in più”). Con la sua faccia del bravo ragazzo un po’ discolo, appare immune dalle tentazioni di ricchezza di certe altre figure dello spaghetti-western e le sue azioni, sebbene a volte condotte con estrema durezza – “Non mi piace uccidere, ma sono costretto a farlo!” – sono determinate da scopi meno venali.
Tuttavia, pur senza nulla togliere alla bravura di Giuliano nei film dedicati al West, credo che alcuni di essi non esprimano appieno le sue capacità interpretative, come invece avviene in altre pellicole di maggiore impegno drammatico.

Fra tutte, i due titoli già citati: “Il deserto dei Tartari” e “Il prefetto di ferro”, nei quali si riscontra la piena maturità recitativa dell’attore. Ma ringraziamo Gemma per avere conferito qualità anche allo spaghetti-western in un momento in cui, dopo avere ridato linfa ad un genere morente esportando in tutto il mondo i propri modelli, stava già ponendo le premesse – con i troppi eccessi, la ripetitività di certi temi e l’ossessiva riproposizione di duelli manifestamente inattendibili – del suo inevitabile declino.

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