Intervista a Domenico Rizzi

A cura di Antonia Migliaresi

Domenico Rizzi
Domenico Rizzi, pavese di nascita, abita da anni a Menaggio, sul Lago di Como, luogo originario dei suoi genitori. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Pavia, ha svolto fino alla pensione l’incarico di funzionario direttivo pressi vari enti pubblici. Domenico è una delle colonne portanti di Farwest.it da numerosi anni grazie ad una fitta serie di bellissimi articoli di storia e cinema; i suoi libri sono stati recensiti da molti giornali e periodici, compresi alcuni dei maggiori quotidiani nazionali (Corriere della Sera, Repubblica, Il Giornale). Rizzi è stato ospite parecchie volte di televisioni locali (TV Espansione Como, Telelombardia, Milano) rilasciando diverse interviste radiofoniche ad emittenti di Milano e Lugano (Svizzera) sulla materia trattata nei suoi libri. E’ stato anche indicato, in una rubrica letteraria di RAI 3, come uno dei massimi esperti italiani della storia e cultura western.

Domanda: Come e quando ha iniziato ad appassionarsi alla storia del West?
Risposta: Da bambino. Ai miei tempi si giocava spesso agli Indiani e ai cowboy: oggi molti bambini trascorrono il pomeriggio davanti ad un computer. Ai miei tempi, quando ti portavano al cinema a vedere un film con John Wayne, James Stewart o Gregory Peck, era una giornata di festa. Oggi mi sembra che niente riesca più a suscitare entusiasmi: siamo vicini alla realizzazione della “società del nulla”.

D: Quanti libri ha pubblicato fino ad oggi?
R: I libri sono 18. Il 19° uscirà il prossimo ottobre, seguito entro pochi mesi dal 20°. E’ tutto materiale che ho già consegnato ai miei editori ed ho avuto la loro approvazione. Pubblicai il primo volume – “Hoka Hey!L’ultima guerra indiana” – quando avevo 28 anni.

D: Scrive soltanto di storia e cinema o anche di narrativa?
R: Per essere precisi, 12 saggi storici, con diversi riferimenti anche al cinema; 4 romanzi; 1 raccolta di racconti e 1 diario del mio viaggio negli USA, che avvenne nel 2005.

D: Quale dei suoi libri le è più caro?
R: Difficile dirlo. Fra le opere di storia, forse l’ultimo, “Frontiere del West”, non dimenticando però che con “Le schiave della Frontiera” vinsi il premio letterario L’Autore a Firenze nel 2001, fra centinaia di partecipanti. Per quanto riguarda la narrativa, sono fortemente combattuto fra “Pianure lontane”, una raccolta di racconti e “Le streghe di Dunfield”, che ha dato origine ad una trilogia di cui il terzo volume uscirà nel 2014. La vicenda è ambientata nel New England fra il 1690 e il 1696, all’epoca del processo alle streghe di Salem. Non è propriamente un romanzo western, ma ne contiene molti elementi. Infatti vi compaiono anche gli Indiani di diverse tribù, schierate con i Francesi o con gli Inglesi durante la Guerra di Re Guglielmo.

D: Noi conosciamo soprattutto il cinema western. Esiste anche una letteratura del genere, oltre al celebre “L’ultimo dei Mohicani” di Cooper?
R: La letteratura western è vastissima e ad essa ho dedicato un lungo saggio che uscirà verso la fine dell’anno. James Fenimore Cooper viene indicato convenzionalmente come il suo iniziatore e forse lo fu davvero, ma dopo di lui c’è stata un’evoluzione continua, che prosegue tuttora. Zane Grey, Mayne Reid, Owen Wister, Ernest Haycox, Alan Le May, Max Brand, Louis L’Amour, Elmore Leonard…tutta gente che ha venduto da 100 a 250 milioni di copie dei libri pubblicati. Anche l’italiano Emilio Salgari scrisse una trilogia sulla Frontiera americana. Vi sono poi molte scrittrici di fama: Mari Sandoz, Dorothy M. Johnson, Mary O’Hara, Sylvia Richards, Laura Ingalls. Quest’ultima è l’ideatrice della nota serie “La piccola casa nella Prateria”.

D: Quali sono i suoi autori western preferiti?
R: Alan Le May (“Sentieri selvaggi”, “Gli inesorabili”) Elmore Leonard (“Hombre”) e il moderno Cormac McCarthy, autore della “trilogia del confine” (“Cavalli selvaggi”, “Oltre il confine” e “Città della pianura”).

D: Sono molti gli appassionati del western in Italia?
R: Moltissimi, credo. Io scrivo da oltre 10 anni sul portale Farwest., in Internet. Dati recenti attestano che il sito supera i 2.000 visitatori al giorno. Quanto ai libri, è chiaro che in Italia se ne vendono pochi, soprattutto in periodi di crisi come questo. Però esistono ancora fumetti come “Tex” che, dopo 65 anni dalla loro creazione, tengono benissimo il mercato.

D: Come giudica la filmografia western italiana (lo spaghetti-western) ?
R: È un discorso un po’ complesso. Lo spaghetti-western nacque da un’esigenza di realizzare dei film a basso costo. Per questo si ricorse ad attori poco esigenti, girando gli esterni in Spagna o addirittura nelle campagne laziali. Purtroppo dopo gli esperimenti riusciti di Sergio Leone e di pochi altri, seguì una banalizzazione del genere e delle sue trame, insistendo fino alla nausea sulle solite tematiche della vendetta o della caccia all’oro. In un vero western, non possono mancare i pionieri, i soldati a cavallo, gli Indiani…Invece nello spaghetti-western abbondano quasi esclusivamente banditi e giustizieri. Per questo, delle circa 400 pellicole prodotte a Cinecittà, ne salverei una dozzina.

D: Qual è il suo regista preferito in generale?
R: John Ford è senz’altro il più grande, ma anche Delmer Daves, Sidney Pollack, Don Siegel e Kevin Costner. Clint Eastwood soltanto per “Gli spietati”. Degli italiani, apprezzo molto Sergio Leone.

D: Che cosa rappresenta il West per l’America?
R: Le rispondo con le parole di Frederick Jackson Turner, storico americano, che nella sua tesi sulla Frontiera, sostenne: ”Il vero punto di osservazione per comprendere la storia di questa nazione non è la costa che guarda l’Atlantico, è il grande West.” Eppure Turner era un uomo dell’Est, un newyorkese. Il carattere degli Americani si è formato sui carri coperti che attraversavano le praterie, sfidando fame, sete, bufere e attacchi degli Indiani; nelle polverose città costruite in luoghi lontanissimi; sulle impervie montagne dove i trappers cacciavano gli animali da pelliccia… Ecco, il vero Americano è nato qui. Oggi però, questo spirito pionieristico si è quasi del tutto smarrito. Chi si reca negli Stati Uniti per vedere i grattacieli di New York o le spiagge di Miami, pretendendo poi di avere visitato l’America, ha capito assai poco. Questa è l’immagine dell’America consumistica che vendi al turista, ma non mostra niente della sua cultura. Io, quando feci il mio viaggio alcuni anni fa, andai nel Colorado, nel Wyoming, nel South Dakota e nel Montana, sulle tracce dei personaggi e degli avvenimenti storici che avevano fatto la storia del West. La vera America è soprattutto questa.

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