La battaglia del fiume Washita (27 Novembre 1868)

A cura di Sergio Mura e Giuseppe Santini

Arrivò infine il tempo in cui i pionieri iniziarono a desiderare le terre popolate dagli indiani. Le desiderarono talmente tanto che le prime scintille di guerra scatenarono un incendio le cui conseguenze apparvero immediatamente incalcolabili.
Fatti e fatterelli si susseguirono accrescendo la diffidenza tra i due popoli, le recriminazioni, le lagnanze, al punto che il Governo Americano decise di indire una delle tante conferenze di pace che nella zona delle Grandi Pianure si alternavano periodicamente senza riscuotere grandi consensi, né grandi risultati.
Nell’ottobre del 1867 gli indiani si incontrarono con i commissari governativi, prima a Fort Laramie e poi a Medicine Lodge Creek, per discutere dell’assetto da dare alle terre reclamate a gran voce dai bianchi ma difese con archi e frecce dagli indiani.
Tutto procedeva bene fra le parate dei soldati e le giostre equestri dei guerrieri, i discorsi dei commissari e quelli dei capi. Solo i Comanche di Quanah, grandi razziatori e guerrieri temibilissimi, se ne stavano in disparte, indecisi sul da farsi.

Mappa del Washita
La mappa della zona del Washita nel Territorio Indiano

In verità, tra traduzioni discutibili e approssimative, incapacità a comprendere le diverse mentalità ed esigenze, la stessa diversità di approccio al problema, faceva sì che la conferenza di pace procedesse ma senza creare reali presupposti di pace.
I bianchi, bontà loro, proposero persino di costruire delle case di legno per garantire il miglior comfort agli indiani durante l’inverno. Solo che quelli, nomadi irrudicibili, sempre al seguito delle mandrie di bisonti, tutto potevano gradire fuorché case stabili di legno, per giunta così spigolose, così contro natura e impossibili da trasportare.
Alla fine le promesse – che nessuno avrebbe mai mantenuto – e la volontà di preservare la propria gente dalle guerre che certo ci sarebbero state, spinsero alcuni capi a firmare “la pace”, pasticciando un segno su un foglio di carta fitto fitto di parole e formule a loro incomprensibili.
Custer al Washita
Custer al Washita
Firmarono il Cheyenne Pentola Nera, evidentemente ancora non abbastanza scottato e diffidente dopo i fatti di Sand Creek, Uccello Saltante per il popolo Kiowa, Dieci Orsi per i Comanche. Erano delegati dai loro popoli a parlare e decidere le condizioni del trattato, perché ne godevano la fiducia.
Ai commissari governativi bastavano quei nomi importanti per essere autorizzati a dire che nel west, finalmente, ci sarebbe stata la pace. Si trattava invece di affermazioni esagerate, che non tenevano conto della particolare struttura sociale degli indiani tra i quali non esistevano capi in grado di parlare concretamente per tutto un popolo: ogni leader rappresentava solamente sé stesso e quelli che lo seguivano, per giunta solo quelli che lo stavano facendo in quel preciso momento, perché la situazione era sempre in procinto di mutare abbondantemente.
Black KettleBlack Kettle, Cheyenne
Quindi, anche un patto siglato da dieci persone non poteva rappresentare il variegato mondo delle nazioni indiane che si affacciavano alla frontiera. Dieci firme potevano rappresentare solo le dieci persone che le avevano apposte e le centinaia o migliaia di persone di cui godevano la fiducia, niente più di questo! E infatti la frontiera grondava di sangue, soprattutto bianco. Tutte le promesse di pace, di stare lontani dalle piste frequentate dai pionieri, di non molestare i coloni, di non farsi la guerra tra tribù… parole al vento! Il patto non funzionava.
Kansas, Colorado e Texas proseguirono la triste conta giornaliera dei loro morti. Gli indiani incolpavano gli agricoltori di voler trasformare le pianure, le loro terre, in terreno agricolo ; accusavano la ferrovia di fare spaventare i bisonti che fuggivano via per non tornare.
Sostenevano la grande pericolosità delle lunghe colonne di carri dei pionieri. Essi attraversavano la loro terra disseminando sporcizia, tagliando gli alberi, portando terribili e sconosciute malattie e distribuendo l’alcool.
I bianchi, a loro volta e in ondate successive, occupavano la terra degli indiani e la presidiavano con l’uso delle armi , spingendosi poi sempre più avanti.
In questo contesto sembrò normale che Philip Sheridan, il Generale a capo dell’esercito americano nelle pianure occidentali, desse l’incarico di punire severamente gli indiani, quali che fossero, a George Armstrong Custer, un autentico professionista della guerra, coraggioso e azzardato quanto basta, sempre avido di occasioni per coprirsi di gloria.
Custer prese l’incarico con la massima serietà. Addestrò il VII° Cavalleria come mai nessuno aveva fatto fino ad allora. Arruolò numerose guide della nazione Osage per sfruttarne le innate capacità di perlustrazione e di ricerca del nemico.
Quando ritenne che tutto fosse pronto partì in cerca degli indiani.


Il momento dell’attacco

La notte del 23 novembre del 1868 fu una di quelle da segnare nel calendario. Il freddo agevolò la caduta della neve, tanta quanta non se ne vedeva da tempo. Per tutta la notte infastidì e tormentò i soldati di Custer. Zuppi, assiderati, stanchi e affamati non ebbero nemmeno molto tempo per riuscire a riposare. All’alba il loro implacabile comandante li voleva nuovamente in marcia, lui che pareva non stancarsi mai, lui che dormiva poche ore per notte e a volte non dormiva affatto. La luce del giorno successivo li salutò mentre cavalcavano in un paesaggio irreale, con enormi fiocchi di neve che cadevano pigramente in un silenzio rotto soltanto da qualche animale che fuggiva spaventato dai cavalloni americani. La visibilità non consentiva di vedere più il là di pochi metri, tanto che era legittimo pensare che se pure fossero stati vicinissimi agli indiani forse nessuno se ne sarebbe accorto!
Custer prese decisamente la guida dei soldati intirizziti e, bussola alla mano, stabilì in quale direzione si doveva andare. Le guide Osage facevano tutto il resto perché lì, bussola o no, senza un indiano a indicare il sentiero era più facile finire dentro uno dei tanti fossi in grado di contenere uomo e cavallo insieme. La temperatura si alzò leggermente iniziando a far sciogliere la neve. I soldati pativano mille acciacchi tra cui frequenti acceccamenti dovuti al riverbero e un generale indolenzimento alle natiche causato dalle pelli inzuppate che ricoprivano le selle. La zona era ricca di selvaggina e i soldati, quel giorno, poterono gustare ottima lepre in tutte le preparazioni. L’avanzata procedeva al ritmo di 15-18 miglia giornaliere.
Il 25 novembre, un altro giorno di freddo terribile, trovò i soldati e Custer lungo il Wolf Creek. Lo percorsero per un tratto per poi rivolgersi in direzione del Canadian. Nel frattempo volavano a mezza voce gli improperi di una truppa, sì fedele, ma esasperata dalle marce faticosissime e dai periodi di riposo troppo brevi. Costretti a diventare tutti fradici allorquando la neve si scioglieva e improvvisamente ghiacciati quando la temperatura si abbassava repentinamente. Il 26 novembre fu deciso di mandare in avanscoperta il Maggiore Elliot e tre squadre del VII° Cavalleria con alcuni esploratori bianchi e indiani.
Gli altri seguirono il Canadian River avendo come punto di riferimento le Antelope Hills, l’unica cosa che si potesse distinguere con precisione nella nebbia mattutina. Quando fu trovato il guado adatto nel Canadian, iniziarono le operazioni di trasporto dei carri verso l’altra sponda. Concluse queste operazioni, Custer salì sulla cima di una collina per guardarsi intorno e fu in quel momento che notò uno dei soldati al seguito di Elliot sopraggiungere in tutta fretta. Ne aveva motivo: avevano scoperto le tracce di un accampamento di almeno 150 guerrieri a non molta distanza da dove si trovavano e ora attendevano istruzioni. “Cambia cavallo – gli ingiunse Custer – e rientra immediatamente da Elliot! Dovrete aspettarci prima di compiere qualunque azione. Lasceremo i carri indietro e viaggeremo tutti più spediti”.


Le giacche blu sparano all’interno del villaggio

“Stivali e sella! – ingiunse Custer alla truppa – Entro pochi minuti dobbiamo essere in grado di ripartire!”
Ci volle l’intera giornata per raggiungere il Maggiore Elliot che li attendeva con un’altra grande notizia.
Quando, verso le nove di sera il VII° Cavalleria ricongiunse le sue forze, finalmente Custer poté apprenderla da Elliot. “Le tracce che abbiamo scoperto e seguito per un pezzo risalgono a non oltre 24 ore! Lo dicono i nostri scout e lo confermano gli Osage.” Elliot era eccitatissimo e trepidava in attesa di conoscere le decisioni di Custer.
Gli uomini di Elliot, non potendo azzardare l’accensione dei fuochi di bivacco nel buio della prateria, avevano fortunatamente preparato il caffè con largo anticipo, per cui tutti poterono rifocillarsi bevendolo subito. Altrimenti non avrebbero potuto godere anche solo di quel minimo conforto perché Custer rimise tutti in movimento nemmeno un’ora dopo essere arrivati al campo. Alle 22, infatti, la cavalleria e gli scout erano sulla pista, seguendo le tracce come meglio non avrebbe saputo fare un cane da caccia.
Due ore di marcia furono sufficienti per rintracciare la preda. “Fermatevi”, intimò uno degli scout. Gli Osage affermavano di sentire odore di fumo nell’aria. Smontarono tutti nel silenzio più assoluto mentre Custer e qualche indiano andavano avanti, oltre un piccolo dosso. “Che c’é?”, chiese Custer. “Ci sono mucchi di indiani laggiù!” rispose un Osage, indicando con decisione un punto nel buio pesto. Tesero le orecchie e si sentì distintamente un abbaiare di cani in lontananza. Poco dopo percepirono uno scampanellio da un’altra direzione. Ancora pochi istanti e nel silenzio udirono il pianto di un neonato. Li avevano trovati: gli indiani ostili, quelli che sembravano fantasmi e non si riuscivano mai a individuare erano lì, davanti a loro.
Il campo indiano era immerso nell’oscurità. Tutti i guerrieri erano nelle tende a godersi il tepore del fuoco che le donne mantenevano sempre acceso. Qualche volenteroso raccontava storielle ai bambini in attesa di metterli a nanna. Le donne stavano riordinando le stoviglie e tutti si preparavano a coricarsi. Fuori, nel freddo, restavano alcuni giovani incaricati di vigilare sul branco di ponies (da lì proveniva il suono del campanellino). Quella notte nessuna sentinella vigilava sul campo; nessuno poteva ipotizzare un attacco in pieno inverno. Custer chiamò intorno a sé gli ufficiali sui quali nutriva la maggiore fiducia e si dilungò a spiegare loro il piano che aveva escogitato: le forze sarebbero state suddivise in quattro parti che avrebbero preso posizione intorno all’accampamento durante la notte. Quindi i soldati avrebbero dovuto attendere le prime luci dell’alba per sferrare l’attacco, tutti insieme. Sarebbe stata necessaria la massima attenzione per evitare il fuoco amico, cercare di non spararsi addosso da punti opposti.


Il Washita River in una foto di Edward S. Curtis

Era una notte di cielo terso, con un freddo intenso che faceva star male al solo pensarci. I cavalli dovevano essere spostati con grande prudenza e circospezione perché il terreno, ricoperto di ghiaccio, scricchiolava sotto i loro zoccoli e il rumore poteva essere udito a grande distanza nel silenzio.
Terminato il dispiegamento delle forze, ai soldati fu consentito di riposare un pochino dandosi il cambio nelle postazioni. Gli uomini avevano i nervi a fior di pelle e la paura che era quasi palpabile. Ovviamente quasi nessuno riuscì a dormire veramente e neppure a distendersi, perché ciascuno di loro sapeva bene che quelle ore di attesa potevano essere anche le ultime della vita. Gli indiani sarebbero stati sorpresi nel sonno, certamente, ma avrebbero poi venduto cara la pelle e una freccia poteva arrivare da qualsiasi parte.
Nel campo indiano quelle ultime ore della notte trascorrevano pigramente. Dai colmi dei tepee usciva un sottile filo di fumo che si disperdeva immediatamente nel freddo dell’aria. I cani, sempre così attenti a ogni minimo segnale di pericolo, non si accorsero della minaccia incombente. Anche i cavalli si scaldavano stringendosi l’uno all’altro senza un nitrito di inquietudine. Il capo Pentola Nera sapeva di poter dormire sonni tranquilli: lui aveva scelto, poco tempo prima, di porre il “segno” sui fogli di pace dei bianchi a Medicine Lodge.
Era sicuro di avere messo la sua gente al riparo dai guai, a rafforzare questa certezza c’era anche la tranquillità di sapere che nessuno tra i giovani si era reso colpevole di attacchi ai coloni o alle carovane o ai posti di scambio. Questa convinzione, nonostante l’attacco sconsiderato subito a Sand Creek da quell’assatanato di Chivington, gli consentiva di potere dormire senza ansiosi patemi… Ad ogni buon conto una bandiera bianca sventolava sul suo tepee.
Il primo raggio di sole mattutino vide i soldati del VII° Cavalleria ormai pronti all’attacco, tutti in postazione, i cavalli al fianco e i fucili con cento proiettili di riserva pronti all’uso.
Custer ordinò ai suoi ufficiali: “Gli uomini si tolgano i cappotti e appoggino le bisacce a terra” e questi si curarono di trasmettere prontamente quell’ordine perché fosse eseguito. La manovra serviva a liberare i soldati da ogni intralcio ritenuto superfluo nel corso della battaglia che stava per iniziare. I cappotti e le bisacce sarebbero stati raccolti dai soldati al seguito dei carri.


Si spara a tutto ciò che si muove

Improvvisamente esplose uno sparo. Era stato un indiano che aveva avvistato un soldato. Da quel momento gli eventi precipitarono, l’azione divenne rapidissima. Le forze di Custer assalirono il villaggio dai quattro punti in cui si disposti. Un gruppo di cavalleggeri, tra il furioso abbaiare dei cani, attraversò al galoppo il villaggio in direzione dei ponies indiani, per catturarli e impedire la fuga dei Cheyenne. A questi cavalieri il villaggio parve deserto perché tutti gli occupanti erano ancora all’interno delle tende.
I soldati sbucarono improvvisamente dai loro nascondigli, dalle forre circostanti, dai cespugli e dai macchioni di salvia gelata e si gettarono all’attacco coi loro enormi cavalli americani che tanto spaventavano gli indiani. La banda musicale prese a incitare i cavalleggeri suonando “Garry Owen”.
Il villaggio si animò di colpo in un inferno di spari, sciabolate, urla e pianti, cavalli al galoppo, gente che fuggiva da tutte le parti. I guerrieri non riuscirono ad organizzare una seria azione difensiva e il loro unico pensiero fu di agguantare qualunque arma e gettarsi nella mischia contro i soldati per consentire alle donne di scappare e portare in salvo i bambini. La battaglia si trasformò rapidamente in combattimenti corpo a corpo che impegnarono i cavalleggeri contro adulti e ragazzini, persino alcune donne che disperatamente tentavano di difendere la propria vita e i figlioletti. Le distruttive galoppate dei cavalieri attraverso il villaggio li portarono ad inseguire i fuggitivi in tutte le direzioni, fino nel fiume, tra i canneti, dentro i cespugli. Le “prede” venivano stanate e uccise sul posto, senza alcuna pietà. Ovunque si vedesse movimento iniziavano le sparatorie. Gesti nervosi, a volte disperati, tutto era concitato, frenetico. I soldati avevano ricevuto ordini precisi: tutti i guerrieri dovevano essere annientati senza alcuna pietà e la stessa sorte doveva essere riservata a chiunque mostrasse ostilità, uomini, donne e bambini. Accadde proprio così! Nonostante la bandiera bianca che sventolava sulla tenda del capo, gli indiani, colti alla sprovvista, in pieno inverno e nel chiaroscuro dell’alba, furono sconfitti senza aver potuto realmente combattere. Morti dappertutto e feriti moribondi, senza speranza di essere curati, si potevano trovare anche a molta distanza dal campo indiano.
Nel frattempo, mentre il grosso delle truppe di Custer prendeva possesso del villaggio, una parte dei soldati era andata a presidiare una collinetta vicina, dalla quale si poteva osservare tutta la zona circostante. “Ma è enorme – disse con stupore il Tenente Godfrey – saranno centinaia e centinaia!” Si riferiva alle tende dell’enorme villaggio indiano che si stendeva a pochissima distanza da quello di Pentola Nera. Come era consuetudine, gli indiani di diverse tribù condividevano parte dei mesi invernali ponendo gli accampamenti in zone contigue. Il campo di Pentola Nera era solo uno dei villaggi della zona. Da tutti gli altri stavano avvicinandosi al galoppo ingenti forze di guerrieri, armati di tutto punto, per tentare di soccorrere gli amici Cheyenne.
Contro queste centinaia di guerrieri andarono letteralmente a sbattere un manipolo di soldati guidati dal maggiore Joel Elliott, che nella foga di inseguire i fuggitivi si era allontanato troppo dal grosso delle truppe. Dopo una breve e disperata resistenza, vennero sterminati fino all’ultimo uomo dai guerrieri di Mano Sinistra.
Godfrey nel frattempo era corso al campo galoppando a rotta di collo e appena incontrato Custer gli fece una relazione dettagliata di quanto aveva potuto vedere. Custer si mostrò visibilmente preoccupato ma decise di non prestare soccorso a Elliott nonostante le critiche degli ufficiali, ordinò solamente di accelerare le operazioni.
Molti soldati mostrarono forte interesse per certi manufatti e capi di abbigliamento lasciati dagli indiani; venne loro consentito di prelevare dai tepee alcuni oggetti personali e altre cose utili per il viaggio di ritorno, poi parte delle tende venne smontata rozzamente dai soldati per accatastarle in un mucchio enorme al quale venne dato fuoco. Lo stesso fuoco fu esteso al resto delle tende e a tutti gli oggetti a cui si poteva appiccarlo. Niente che potesse aiutarli a riorganizzarsi doveva essere lasciato agli indiani. Ai prigionieri fu infine permesso di scegliere un pony ciascuno.
Dalle creste dei rilievi intorno al campo si affacciavano gli altri indiani, indecisi sul da farsi e incapaci a qualsiasi reazione, preoccupati per quanto era accaduto e per quanto stavano ancora facendo i soldati. Fremevano vedendo le loro donne e i bambini prigionieri dell’odiato nemico.
Custer decise un ennesimo gesto di sfida molto emblematico. Fece raggruppare in un corral improvvisato gli oltre 900 ponies indiani in maniera che non potessero sfuggire. Organizzò i soldati in più batterie e scatenò una gigantesca sparatoria contro quelle povere bestie indifese. Le file dei soldati sparavano a turno e non smisero di sparare finché anche l’ultimo cavallo non cadde a terra morente. Ci fu un caos di fumo e spari, nitriti disperati, neve che schizzava dappertutto, fango e sangue. Tanto sangue, al punto che la neve divenne presto rossa. Gli indiani assistevano da lontano disgustati, rabbiosi e impotenti.
Quando anche quest’ultimo eccidio venne completato le truppe iniziarono a muoversi. Per spaventare gli indiani che li stavano osservando, Custer simulò l’intenzione di voler rivolgere la sua cavalleria in direzione dei loro villaggi. I guerrieri fecero immediatamente dietrofront per avvisare la loro gente e organizzare la difesa. La manovra diversiva durò poco, quel tanto che bastò ad ottenere lo scopo. A quel punto le truppe puntarono decise verso il forte di provenienza. Fino a tarda notte i pellerossa seguirono i soldati ma non fecero gesti ostili. Era troppo forte la paura di fare del male, sia pure involontariamente, ai prigionieri tra i quali c’erano anche i propri cari .
La battaglia del Washita era finita. L’esercito riuscì a contare 103 nemici morti ma di questi solo 11 erano guerrieri.

Mappa del Washita
Un gruppo di Cheyenne sopravvissuti all’attacco

Gli altri erano donne, vecchi e bambini. Di fronte a questi numeri e sopratutto alla disparità di proporzione fra le vittime inermi e i guerrieri, anche le considerazioni da farsi in merito alla “vittoria” cambiano notevolmente. Pentola Nera e la moglie furono trovati, morti, a faccia in giù, quasi dentro l’acqua del fiume Washita nel quale avevano tentato invano di trovare riparo.
I fatti del Washita segnarono l’inizio della capitolazione degli indiani liberi e nomadi delle grandi pianure americane del nord ovest.

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Commenti

Una risposta a “La battaglia del fiume Washita (27 Novembre 1868)”

  1. ennio, il 15 aprile 2010 23:18

    e che c’è da dire?silenzio per le vittime e sputazzi per custer.

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