La solitudine dell’eroe

A cura di Domenico Rizzi

Speciale a puntate: 1) John Wayne, un gigante del cinema western 2) La lunga gavetta di John Wayne 3) John Wayne: la ripresa del western 4) John Wyane, attore ormai affermato 5) Altri film di John Wayne 6) Strada aperta per John Wayne 7) Il meglio di John Wayne 8) Strade diverse 9) Alamo, un trionfo a caro prezzo 10) Uomo d’azione 11) Eroe nell’ombra 12) Gli anni del cambiamento 13) Il lento declino 14) La solitudine dell’eroe

È il 1975 e John Wayne ha ormai 68 anni. Nel corso della sua vita, dopo la lunga gavetta a Hollywood, ha dovuto superare molti ostacoli, compresi il cancro, l’avversione dichiarata di molti critici e la contestazione degli studenti per la sua presa di posizione a favore dell’intervento americano nel Vietnam. Ha rischiato di tasca propria realizzando film come la battaglia di Alamo, rientrando faticosamente delle spese sostenute, ha girato anche pellicole mediocri, dalle trame dozzinali. Il suo pubblico lo ricorda però per le sue grandi interpretazioni, da “Ombre rosse” a “Sentieri selvaggi”, da “ I cavalieri del Nord-Ovest” a “L’uomo che uccise Liberty Valance”, fino al più recente trionfo con “Il Grinta”. Forse proprio quest’ultimo personaggio, ma anche il nostalgico ricordo del capitano Nathan Brittles de “I cavalieri del Nord-Ovest”, sono quelli che affascinano maggiormente l’attore nella vecchiaia, dal momento che non potrà più essere né un Ringo Kid (“Ombre rosse”) né il Davy Crockett de “La battaglia di Alamo”.
Adesso il Duca può solo rappresentare un vecchio protagonista della Frontiera, dalla scorza dura come il cuoio e l’espressione fiera che possono ancora impressionare una scatenata ragazzina come Mattie Ross (“Il Grinta) o la deliziosa “vedova” Belinda Lowe (“Quel maledetto colpo al Rio Grande Express”). In effetti, il suo stagionato fascino quasi animalesco è riuscito a far breccia, seppure senza implicazioni di natura propriamente erotica, nei loro cuori.
Un altro problema dei personaggi che vuole interpretare è quello della solitudine dell’uomo del West, giunto oltre la soglia dei 60 anni senza una compagna al fianco che lo assista e lo conforti. Di tutto ciò l’attore è perfettamente consapevole: probabilmente lo era diventato interpretando, a soli 42 anni, il sessantaquattrenne capitano Brittles – vedovo e senza figli superstiti, né una donna che gli stia vicino, confortato soltanto dal grande affetto delle persone che lo circondano – giunto alla sua ultima settimana di servizio nell’esercito, con la squallida prospettiva di trascorrere il suo tempo residuo ascoltando “le stupide chiacchiere dei vecchi intorno al fuoco”.
Niente sembra meglio del personaggio del Grinta per riassumere questi stati d’animo e per evitare di dover pronunciare un’altra rinuncia come nei riguardi di Mrs. Lowe e nessuna sembra incarnare la partner ideale quanto Katharine Hepburn nelle vesti di Miss Eula Goodnight, una “zitella” che si prende cura degli Indiani di una riserva come educatrice.
L’attrice è infatti sua coetanea – nata a Hartford, nel Connecticut, il 12 maggio 1907 – o, se si preferisce, è più anziana di 14 giorni, sebbene lo schermo le conferisca un aspetto ancora giovanile. La storia riparte dal libro di Charles Portis, che scrive anche il soggetto di questo nuovo film dal titolo inglese di “Rooster Cogburn”, giunto nelle sale italiane come “Torna El Grinta”. La magia del doppiaggio trasforma dunque anche il soprannome dello sceriffo federale Cogburn, mettendogli davanti un “el” tutto spagnolo che non esisteva nella prima versione.


Un bel ritratto di John Wayne

La produzione è di Hal B. Wallis, la fotografia di Harry Stradling jr., che riesce a trasformare alcune riprese in una serie di piccoli capolavori, mentre la sceneggiatura è di Martha Hyer, moglie di Wallis e interprete di molti film, che in un certo periodo venne considerata l’alternativa alla bellissima Grace Kelly.
La vicenda inizia con il solito contrasto di Cogburn con il burbero giudice Parker, che gli revoca l’incarico di funzionario per l’eccessiva facilità con cui si libera degli avversari: infatti gli vengono contestate ben 64 uccisioni di ricercati, che il Grinta rettifica spiritosamente in “solo 60”. Poi però il magistrato si pente e gli chiede di inseguire la banda di un certo Hawk, che ha sterminato una pattuglia dell’esercito per impossessarsi di un carico di nitroglicerina da usare per rapinare le banche. Lungo il cammino, Cogburn si imbatte fatalmente nella signorina Goodnight, alla quale i fuorilegge hanno appena ucciso il padre e sterminato gli Indiani a lei affidati. Insieme alla donna e ad un giovane Pellerossa, l’uomo della legge insegue i criminali fino a quando non riesce a recuperare il carico di esplosivo. A questo punto il terzetto si trasforma da inseguitore in inseguito e riuscirà infine, dopo un’avventurosa navigazione lungo un fiume solcato da rapide, a liberarsi degli avversari con un sapiente stratagemma.
“Torna El Grinta” non è soltanto un film d’azione: i suoi punti di forza consistono soprattutto nell’introspezione del personaggio e nell’analisi dei suoi comportamenti nei riguardi di Eula e del ragazzo indiano. La zitella, inizialmente intollerante e disgustata dalla presenza maleodorante dell’uomo e dai suoi vizi – soprattutto il suo attaccamento alla bottiglia del whisky – suscita la reazione del vecchio uomo del West, che non manca di mostrare la propria insofferenza verso questa missionaria laica, imbevuta di sani princìpi morali che usa l’Antico Testamento – “Lei ha più dimestichezza con la Bibbia che con gli uomini” – al posto della pistola.
L’avversione del Grinta si estende poi a tutte le rappresentanti del gentil sesso: in un’occasione giunge a parafrasare San Paolo (“Fate tacere le vostre donne in chiesa!”) e in un’altra esclama: “Se le donne avranno il diritto di voto, che Dio ci protegga!”, finchè, spazientito dalle continue obiezioni di Eula, la apostrofa duramente con la frase: “Sorella, d’ora in avanti la Bibbia sarà soltanto quello che dico io!”.
Non è tuttavia difficile immaginare che questo vecchio avventuriero solitario vorrebbe segretamente comprare la merce che mostra di disprezzare tanto. Cogburn-Wayne è un uomo in declino che tuttavia non intende fare alcuna concessione, soprattutto ad una esponente del femminismo nascente. Infatti non manca di bollarne le caratteristiche prettamente maschili (“Lei ha più fermezza che femminilità”) o di fare pesanti accostamenti:”Noi qui apprezziamo una donna intrepida quasi quanto un cavallo intrepido!” ma queste rozze espressioni servono a mascherare il suo inconfessabile sentimento.


John Wayne in uno dei suoi film

Verso la fine dell’ennesima avventura, che si conclude su una zattera affidata alla corrente di un fiume impetuoso – evidente remake de “La regina d’Africa” di John Huston, 1951, nel quale la Hepburn recita una parte analoga accanto a Humphrey Bogart – il Grinta ammette: “Starle vicino mi dà piacere” e Eula, al momento dell’addio, gli confessa:” Conoscere lei è stata un’avventura che ogni donna dovrebbe vivere almeno una volta nella vita.”
L’attempato eroe, almeno nella finzione cinematografica non è più solo: le sue ruvide maniere, che conquistarono una ragazzina ne “Il Grinta”, hanno fatto breccia anche nel cuore di una donna matura. Nella vita privata, invece, l’attore è rimasto solo, dopo che la terza moglie, Pilar Palette – madre dei suoi figli Aissa, Ethan e Marisa – lo ha lasciato nel 1973.

Addio al west!

Intanto il male che lo aveva afflitto nei primi Anni Sessanta, stroncato chirurgicamente con l’asportazione di un polmone, riemerge, localizzandosi nello stomaco. Anche questa volta l’attore è disposto a lottare strenuamente, ma quando gli viene offerta da Don Siegel la parte di un vecchio pistolero malato di cancro, che preferisce cadere con la pistola in pugno anziché consumarsi in un letto, accetta con convinzione. Probabilmente intuisce che quella è la sua più degna interpretazione a coronamento di un’intera carriera, perché dopo non ce ne sarà un’altra.
La fine di John Bernard Books, giustiziere implacabile come il Grinta, sintetizza tutto il modo di pensare di un uomo che non ha mai gettato la spugna. Il dottor Hostetler (James Stewart) che gli diagnostica la sua irreversibile patologia, sentenziando che “anche le querce muoiono”, sembra spronarlo a seguire il proprio istinto di cimentarsi in un’ultima, decisiva sparatoria: “Se fossi uno della sua tempra, non mi arrenderei né agli uomini, né alla natura!”
Ma il film “The Shootist” (“Il pistolero”) che il Duca interpreta nel 1976, vuole significare molto di più. Non è infatti solo il declino di un uomo quello che vi viene rappresentato: siamo nel gennaio 1901, la modesta cittadina di Carson City nel Nevada – all’epoca un centro di 2.000 abitanti – possiede già il telefono, la luce elettrica e un tram su rotaia trainato da cavalli. Uno degli antichi avversari di Books, Mike Sweeney (Richard Boone) circola per le sue vie a bordo di una Oldsmobile che ha fatto la sua uscita proprio quell’anno. La gente è cambiata e qualcuno ha saputo sapientemente riciclarsi, come un ex malfattore che “una volta vendeva armi agli Apache e adesso produce formaggio”. La signora Bond Rogers (Lauren Bacall, vedova del celebre Humphrey Bogart) accingendosi a smacchiare la giacca del pistolero, vi aggiunge di suo: “Oggi c’è un nuovo metodo che si chiama pulitura a secco.”
Non ci sono più Indiani selvaggi nel West, è già terminata la campagna di Cuba contro gli Spagnoli e i grandi fuorilegge sono stati uccisi o imprigionati, oppure hanno dovuto prendere il largo, come la banda di Butch Cassidy e Sundance Kid, emigrata in Argentina. Una vecchia fiamma di Books, Serepta (Sheree North) riappare giusto il tempo per dare all’uomo morente l’estrema delusione, offrendoglisi tardivamente come moglie, ma con il subdolo intento di sfruttare la sua fama a scopo commerciale. Alla reazione di Books – “Non la voglio una biografia di menzogne!” – la donna getta la maschera, coprendolo di insulti prima di andarsene e l’uomo rimasto solo commenta amaramente: “E dire che io ti ho amata!”
Siegel comprende fin dall’inizio l’importanza di questa storia, ricavata dal romanzo omonimo di Glendon Swarthout: “Il pistolero” segnerà il tramonto della vecchia Frontiera e del personaggio nato alla fine degli Anni Trenta con “Ombre rosse”. John B. Books è un ectoplasma, una riedizione di quel Tom Doniphon che in “L’uomo che uccise Liberty Valance”) è morto ingloriosamente, distrutto dalla bottiglia e dai ricordi. James Stewart sembra ritornato a sua volta nei panni del medico per incitarlo a morire come si conviene ad uno del suo livello. Come già in “Torna il Grinta”, nel film vi è una presenza femminile importante, questa volta rappresentata dalla vedova Rogers: la donna che può soltanto suscitare rimpianti nell’uomo rimasto solo. “The Shootist” è quasi un contemporary western: la figura del giovane Guillom (Ron Howard) segna il cambiamento e l’inizio di un nuovo assetto. Non sarà infatti Wayne a liberarsi dell’ultimo nemico, ma il ragazzo, che tuttavia rinuncerà a seguire le orme di Books gettando lontano la pistola, con l’approvazione del pistolero moribondo.
Il film, sceneggiato da Miles Hood Swarthout e Scott Hale, è sostenuto da un’ottima colonna sonora di Elmer Bernstein e dalla stupenda fotografia di Bruce Surtees. Incasserà 6 milioni di dollari soltanto in USA, ma diventerà ben presto un lungometraggio da cineteca, riconosciuto dalla National Board of Review come una delle 10 migliori pellicole del 1976. Ottiene anche 3 nomination (Academy Award, Golden Globe e BAFTA) senza ottenere alcun premio, nonostante i suoi grandi meriti. Viene girato in buona parte nella stessa Carson City, con alcuni esterni in California, presso gli Studios di Burbank della Warner Bros. Memorabile la scena che si svolge sulle rive del Washoe Lake, situato fra Reno e Carson City, nella quale il burbero Books familiarizza con la signora Rogers.


John Wayne con la bandiera americana

John Wayne conclude così la sua carriera, uscendo di scena con il revolver in pugno, dopo avere rifiutato perfino la visita di un prete che la Rogers gli aveva proposto, perché “la morte di un uomo è la cosa più privata che ci sia.” Prima di recarsi al fatale combattimento che lo vedrà soccombere insieme ai suoi rivali, la saluta con un semplice: “Addio, signora Rogers”, a cui Bond risponde commossa con un “Addio, signor Books”. Una ragazza seduta sul tram gli si rivolge con la frase:” Che bella giornata!”. Books le risponde con le parole che ha appena udito dalla Rogers: “Noi la chiamiamo falsa primavera.” Poi, giunto alla sua fermata, le augura: “Spero che incontri presto il tipo giusto!”
Il suo è un addio senza drammi, con la consapevolezza che la vita continuerà e la speranza che sia migliore di quella da lui vissuta.
Se ne va il giorno del suo compleanno, portando con sé tutti i personaggi che appaiono in successione nella sequenza iniziale, da Ringo Kid, a Ethan Edwards fino al prode sceriffo Chance; Tom Doniphon e il capitano Nathan Brittles, Hondo e Reuben Cogburn, il colonnello Kirby Yorke e John Chisum, Tom Dunson e la guida Brett Coleman de “Il grande sentiero” interpretato nel 1930 agli esordi, fanno idealmente da cornice al corpo senza vita di John Bernard Books.
Tutti insieme hanno incarnato un’epopea, avvicendandosi nella figura di un solo uomo che Hollywood aveva ribattezzato il Duca e la gente, almeno quella libera da pregiudizi, aveva imparato ad amare.
Quando cala il sipario sulla cittadina di Carson City, non è difficile rendersi conto che il cinema ha perso tanto con la sua scomparsa.
Wayne muore l’11 giugno 1979 all’età di 72 anni e viene sepolto nel cimitero di Corona del Mar, un quartiere di Newport Beach, in California.
Dopo la conclusione de “Il pistolero”, su di lui era calato il silenzio.
Il suo ultimo film è stato, com’era giusto che fosse, uno splendido, indimenticabile, struggente western: una storia narrata alla vecchia maniera, intrisa del nostalgico romanticismo di chi guarda ad un’epoca che ormai non c’è più.

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