L’abbigliamento femminile (e non solo) ai tempi dei pionieri

A cura di Patrizia Ines Roggero

Una famiglia di pionieri
Essere la moglie di un pioniere significava affrontare un lungo viaggio attraverso una terra selvaggia e colma d’insidie, un viaggio verso una nuova vita che costringeva l’intera famiglia a un cambiamento radicale delle abitudini e delle necessità. Tra questi cambiamenti vi era anche l’abbandono degli abiti da città, più eleganti e meno pratici, sicuramente non adatti a quel nuovo genere di vita.
Solitamente i vestiti erano cuciti a mano, perché poche famiglie potevano permettersi di acquistare capi d’abbigliamento in negozio, considerando che, nei primi anni della colonizzazione del West, spesso i negozi erano troppo lontani dai ranch e dalle fattorie, perché li si potesse raggiungere con facilità.
Nelle rare occasioni in cui ci si recava negli empori, le donne acquistavano un intero rotolo di tessuto con il quale avrebbero cucito nuovi abiti per tutta la famiglia e quindi finiva che marito, moglie e figli, avessero camicie, gonne e giacche tutte dello stesso colore e fantasia, tanto che, si dice, bastava osservare l’abbigliamento di un individuo per capire a quale famiglia appartenesse.
Le stoffe utilizzate erano il percalle, il cotone calicò e il Linsey-Woolsey. Quest’ultimo era un tessuto piuttosto grossolano, già in uso nell’America del periodo coloniale ed era composto da un ordito di lino e una trama di lana, successivamente sostituita dal cotone. Veniva usato per vestiti e coperte e, anche se era caldo e robusto, non era granché attraente.
I pionieri avevano a disposizione non più di due o tre abiti, dei quali due erano da lavoro e uno considerato l’abito della festa. Naturalmente, quando quest’ultimo si logorava, diventava anch’esso un indumento da lavoro.
I vestiti e le calzature dismessi dai bambini e dai ragazzi venivano passati ai fratelli minori, oppure, quando erano ormai troppo logori per poter essere ancora indossati, se ne recuperava la stoffa e, cucendo insieme vari quadrati di tessuti diversi tra loro, si creavano trapunte che poi venivano imbottite di cotone. Il tessuto patchwork, nacque proprio dall’esigenza dei pionieri di non sprecare neppure un centimetro di stoffa.


La semplicità era un’esigenza

Sia in estate che in inverno, donne e ragazze indossavano vestiti lunghi fino alle caviglie o gonne della medesima lunghezza, sulle quali vestivano camicie che, come gli abiti, avevano le maniche lunghe per riparare la pelle dal sole.
Poiché non disponeva di molti cambi, preservavano i vestiti dallo sporco indossando un grembiule. Inoltre i grembiuli erano utilizzati per trasportare legna, verdura o quant’altro. In fine indossavano cuffiette a tesa larga per proteggere il viso dal sole e un fazzoletto da collo.
Oltre ai classici abiti femminili, alcune donne, infischiandosene delle convenzioni sociali, adottarono l’uso dei pantaloni che permettevano una maggiore libertà di movimento.
La biancheria intima era lunga fino al ginocchio e, in certi casi, aveva un’apertura nel mezzo, così da non doverla sfilare di dosso ogni volta che si rendeva necessario l’uso della latrina.


Abbigliamento femminile

Portavano calze di cotone, seta o lana lavorate a maglia, fermate da nastri o giarrettiere e che arrivavano a sfiorare l’orlo delle mutande, senza lasciare nudo nemmeno un centimetro di pelle.
Il corsetto era realizzato in tessuto di cotone e irrigidito con ossa di balena o stecche di metallo. Il suo utilizzo non era solo un vezzo, ma garantiva alla schiena un valido sostegno durante il trasporto di cose pesanti, come secchi d’acqua o bambini piccoli. Sopra al corsetto veniva sempre indossata una camiciola, il cui uso era pari a quello delle moderne canotte.
Date le difficili condizioni nelle quali viaggiavano, molte donne abbandonarono i cerchi delle sottane, piuttosto in voga nella metà dell’800 e che davano alle gonne quell’effetto a campana che si può ammirare negli abiti dell’epoca (si pensi ai vestiti di Rossella O’Hara in Via col Vento).
Non era ancora molto popolare l’uso dei maglioni, pertanto le donne si riparavano dal freddo indossando cappotti e mantelle. Completavano l’abbigliamento i guanti, essenziali per proteggere le mani dagli elementi, e gli stivali oppure le scarpe di cuoio con o senza lacci, adatte a tutte le stagioni e condizioni atmosferiche.


Ancora una famiglia con abbigliamento classico

I capelli venivano solitamente raccolti in una crocchia, celata poi dal cappellino.
La moda della frontiera, se così si può definire la necessità di indossare un abbigliamento comodo e di poche pretese, era quindi da considerarsi ben diversa da quella dell’Est.
L’abbigliamento da lavoro maschile era composto da pantaloni con bretelle, camicie a maniche lunghe e cappelli a tesa larga. Nei giorni di festa, si indossava invece l’abito “buono”, che consisteva in una giacca, un gilet, una camicia, un paio di pantaloni e una cappello di feltro. Gli stivali erano di pelle, così come le Brogans, le scarpe con lacci.
Al pari di quelle femminili, le calze venivano lavorate a maglia, in lana o cotone.

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