Il west in “A Tour on the Prairies” di Washington Irving

A cura di Emanuele Marazzini

Washington Irving
Washington Irving (1783-1859), subito seguito da Fenimore Cooper, può essere considerato il primo uomo di lettere statunitense che seppe conquistarsi fama internazionale5: autore infatti del pluristampato Sketch Book, insieme di colorite descrizioni e racconti popolari (tra gli altri, ricordiamo la celebre Leggenda di Sleepy Hollow, portata da Tim Burton sul grande schermo) e del suggestivo excursus etnografico condotto nel The Alhambra, il West (ad un primo, rapido sguardo sulle sue opere più note) sembra però del tutto assente.
Questo però non corrisponde a verità: l’interesse del Nostro per la Frontiera aveva infatti radici profonde: già nel 1803 a soli vent’anni, per esempio, si era recato a Montreal attraverso territori selvaggi da un amico mercante.
Qui il giovane Washington ebbe modo di incontrare per la prima volta i pittoreschi coureurs de bois [commercianti non autorizzati di pelli] e i trappers, quei «Simbad della selva» con cui divise affascinato i pasti; da quel giorno le imprese delle grandi compagnie per il commercio delle pellicce e gli uomini che le dirigevano non smisero più di incantarlo.
Inoltre, dal 1799 come stretto dipendente del procuratore generale Judge Hoffman, Irving ebbe spesso l’opportunità di accompagnare lui e la sua famiglia in numerose trasferte nella parte settentrionale dello stato di New York. Durante uno di questi viaggi lungo il fiume St. Lawrence, lo scrittore sopportò situazioni disagevoli, tra cui perfino l’aggressione di un indiano ubriaco. Fin da ragazzo poi Irving amava vagabondare lungo l’Hudson, portando con sé solo un fucile ed un flauto; lo deliziavano le antiche leggende olandesi che popolavano le valli bagnate dal fiume (in una di queste, denominata Sunnyside, lo scrittore edificherà poi la propria abitazione) nonché i molti resoconti di viaggi all’Ovest; tra gli altri, lo avvincevano i romanzi di Fenimore Cooper.
Ma fu solo in qualità di direttore del newyorkese Analectic Magazine (noto compendio di periodici stranieri) che questa vaga attrazione per l’Ovest potè infine tramutarsi in impegno sociale e letterario: a testimonianza di ciò valgano i due lunghi articoli in favore degli indiani, pubblicati attorno al 1800 ed inseriti dopo nello Sketch Book (su uno dei quali ci soffermeremo in seguito).
Nuovo baricentro della politica americana e della sua economia, il West attirò Irving con il suo richiamo romantico e primitivo. Lo scrittore tentò di incrociare questa più recente ispirazione con la propria, instancabile attrazione per il Trascorso (a riguardo basti pensare alle precedenti History of New York e History of the Life and Voyages of Christopher Columbus).
Irving ipotizzava che nelle terre vagamente delimitate ad Ovest esistessero realistiche possibilità per la nascita di una tradizione letteraria nazionale: «Confine elastico, dinamico, la Frontiera era fonte creatrice di valori nuovi; non solo spazio geografico, ma anche superficie spirituale su cui potesse avvenire la rigenerazione morale dell’America.» Infatti, che la Frontiera desse i natali a uomini dagli atteggiamenti esclusivi ed essenziali, le cui gesta potessero effettivamente tradursi in opera letteraria, era sotto gli occhi di tutti.
Tuttavia, se da un lato i protagonisti ideali di una saga nella natura selvaggia già attendevano sui battelli e nelle capanne dell’Ovest, dall’altro non c’erano che pochi intellettuali affermati in grado di immortalarli efficacemente.
Irving accolse la sfida forse con troppo entusiasmo.
Quest’esigenza infatti di rintracciare nel West atmosfere sia poetiche, sia autentiche nella loro essenzialità, fu ostacolata dalla sua stessa propensione per un’antiquaria superficiale, per un folclore spesso esagerato, artificioso, che reclamava (all’inglese) scenari indispensabili come castelli in rovina, campi di battaglia e monasteri misteriosi. Tale attitudine non poteva certo conciliarsi con l’osservazione di un mondo, quale quello delle praterie, così tanto giovane da non avere passato.
Pertanto, prima di scrivere riguardo la Frontiera, il Nostro si interrogò su come conciliare i nuovi valori della politica nazionale (che nel Manifest Destiny, riassumeva il proprio programma di ampliamento territoriale) con il West, quel “recente” e incontaminato «paese della mente» (secondo la definizione del drammaturgo contemporaneo Archibald Mac Leish) sempre più spesso indicato come alternativa alla vita troppo imborghesita delle città atlantiche.

Mi sembra davvero che queste regioni rispondano letteralmente alla descrizione della Terra Promessa, una “terra dove scorrono latte e miele”, perché le ricche pasture della prateria potrebbero nutrire mandrie e greggi […] mentre i fiori che le ricoprono fanno di esse un vero paradiso per le api in cerca di nettare.
(Tour pag. 50)

In effetti lo slancio intellettuale di Irving per il West (che si può limitare al decennio 1829-38) coincise con il suo temporaneo distacco dall’ala Federalista e con il timido avvicinamento alle posizioni democratiche, rianimate dall’elezione a presidente di Andrew Jackson (1828). Da parte di quest’ultimo, il far convergere l’attenzione dell’opinione pubblica sulle enormi prospettive che si aprivano con l’espansione nel West, il difendere lo spirito pionieristico come simbolo del più puro “americanismo”, l’associare «i interessi dei coloni dell’Ovest contro l’oligarchia finanziaria degli Stati nord-orientali», spinsero Irving (già riscopertosi famoso in un paese che pareva lo avesse rinnegato per il suo “esilio”) a non tralasciare un’occasione tanto propizia per conoscere e far conoscere la realtà della Frontiera.

Vignetta satirica che raffigura il presidente Jackson (a sinistra) mentre combatte un mostro dalle molte teste, metafora degli stati dell’Unione e delle differenze di vedute dal potere centrale. Come solo in parte accennato, Jackson si trovò ad operare in un complesso quadro di divisione fra le diverse componenti del Paese, riuscendo con abilità a riunirle sotto lo stendardo di una dovuta Terra Promessa e delle opportunità che ne potevano derivare.

È proprio in questa nuova prospettiva che si inserisce il proposito del Nostro di visitare il Paese ed osservarne i cambiamenti (dopo il prolungato distacco europeo): anche molti amici lo sollecitavano a scrivere riguardo soggetti americani (come già avevano fatto molti europei). Questo progetto finì per concretizzarsi poche settimane dopo il suo rientro («feci un grande e movimentato viaggio nel Far West soltanto per soddisfare la mia curiosità personale» [Tour pag 14]): con un vecchio amico si imbarcò su un battello e risalì l’ Hudson; viaggiò su un vaporetto lungo l’Ohio e poi lungo il Mississippi; visitò Louisville dove viveva George Keats, fratello del poeta; poi, dopo una sosta a New Orleans, decise di ripartire verso nord su una diligenza. In totale aveva trascorso un mese intero sempre a cavallo, dormendo la notte su una pelle d’orso.
Nel luglio 1832, infine, di ritorno infatti da una trasferta sul lago Erie in compagnia di due viaggiatori inglesi, Irving incontrò a Detroit Henry L. Ellsworth, uno dei commissari delegati dal gabinetto Jackson per ispezionare gli insediamenti delle tribù indiane ad ovest del Mississippi. Il funzionario invitò lo scrittore e i suoi compagni ad aggregarsi alla spedizione; la proposta, piuttosto accattivante, venne accettata all’unanimità.
Questa decisione, forse impulsiva, riveste tuttavia grande importanza: l’immergersi di nuovo, in prima persona nella natura selvaggia, risvegliò del tutto in Irving quella passione per le proprie radici che gli ininterrotti diciassette anni all’estero avevano in parte sopito.
D’ altronde l’America che il nostro autore aveva ritrovato era molto diversa da quella della sua partenza (nel 1815): più prospera, più abitata (fra il 1830 e il 1850 la popolazione raddoppiò, da 12,8 a 23,2 milioni), ma anche più materialista; insomma, una brutta copia dell’Europa.
Irving dunque, anche se si dichiara felice del crescente sviluppo del proprio Paese, quando intende parlarne ignora del tutto l’East Coast e si rifugia romanticamente nel “mito” condiviso della Frontiera, “struttura culturale” di cui non rimarrà nulla negli anni a venire, spazzato via dalla febbre di progresso e di espansione.
Il gruppo, dopo alcune soste a Independence e Saint Louis, raggiunse Fort Gibson, nell’Arkansas; qui li attendeva uno squadrone di Rangers incaricato della scorta armata.


Fort Gibson

È esattamente a questo punto che inizia A Tour on the Prairies (1835), fedele resoconto dei successivi trentun giorni trascorsi nei territori di caccia dei Pawnee e degli Osages (odierna Oklahoma).
Come John Francis McDermott notò nell’acuta prefazione, il volume è «l’appassionato diario di un uomo alla sua prima esperienza sulla Frontiera Occidentale.»
Irving, del resto, ha tutto dell’osservatore borghese quasi snob: molto forte è la sua tendenza a presentarsi come emissario favorito di un Mondo Altro che prospera grazie alla civiltà e alle arti, una realtà all’avanguardia da cui i frontiersman che masticano e sputano tabacco sono irrimediabilmente esclusi. Ma se la narrazione difetta quindi di imparzialità nei confronti del proprio autore (il quale omette, per salvare le apparenze, non solo gli attriti con le guide, ma anche i numerosi malesseri e incidenti di percorso) d’altro canto è dominante e significativo (sebbene non in linea generale) il distacco dalle atmosfere gotiche e appassionate che Irving era solito coniugare nelle proprie opere: attraverso il «controllato realismo», l’accurata cronaca delle difficoltà di marcia su piste non battute, della rozzezza degli allegri, ma indisciplinati Rangers, delle pittoresche scene di bivacco, dell’osservazione divertita dei cani della prateria, degli improvvisi temporali, della spericolata cattura di cavalli selvaggi, del brivido e l’adrenalina durante la caccia al bisonte, dello smarrimento di un compagno nella prateria, delle dicerie su imminenti attacchi indiani e delle suggestive leggende dei pellerossa sussurrate davanti al fuoco, Irving fissa, cattura la vita delle grandi pianure nella sua quotidiana concretezza (citiamo al riguardo la testimonianza di Ellsworth, che nel suo diario riferisce dell’abitudine del Nostro di «annotare- dapprima- su un taccuino ogni episodio degno di nota» e di impegnarsi poi a fondo, durante la loro rielaborazione, in un “lavoro di artistica filigrana”, ossia l’applicazione diretta al testo, senza alcuna mediazione, di una patina romantica; se ne veda un esempio nel secondo brano riportato qui di seguito, vero e proprio “bozzetto”):

è il racconto disadorno di quanto è avvenuto giorno per giorno, non diverso da quanto può sperimentare chiunque faccia un viaggio nelle praterie.
Non ho meraviglie da raccontare, né episodi particolarmente toccanti;
(Tour pag. 15)

[…] percorsa una certa distanza, attraversammo un fiume stretto e profondo sopra un solido ponte, ch’era quanto rimaneva di una vecchia diga di lontre. L’operosa comunità che lo aveva costruito era stata completamente distrutta. Sul nostro capo, alta nell’aria, una lunga fila di gracchianti oche selvatiche ci diede il preannuncio che ormai la stagione volgeva al termine. 1
(Tour pag. 42)

Una concretezza che potrebbe avere una funzione educativa:

credo che non esista altra cosa che infiammi il cuore dei giovani come una vita primitiva e selvaggia e le sterminate distese di un paese sconosciuto. Noi mandiamo la nostra gioventù oltremare perché cresca effeminata e amante degli agi in Europa; a me sembra invece che un viaggio nelle praterie stimolerebbe assai meglio quel senso di virilità, di semplicità e d’indipendenza che più s’armonizza con le nostre istituzioni politiche. 1
(Tour pag. 54)


Mappa dei territori attraversati da Irving e compagni durante il viaggio rievocato in A tour on the Prairies

Promuovendo in prima persona un viaggio che ha tutto di utile ed esemplare (a partire dalla ricaduta civile) Irving strizza palesemente l’occhio a Jackson e ai democratici.
Chiarissimo dunque il compito che il Nostro intende assumersi: non solo istruire, ma anche motivare un pubblico pressoché digiuno in materia di Frontiera a percorrere quel lontano ambiente naturale («dimensione umana ancora da decifrare, regolata da leggi spontanee in perfetta consonanza con il ritmo del tempo e delle stagioni» [Nota conclusiva pag. 202]) scoprendone gli abitanti, animali o umani che siano.
Ecco, a titolo di esempio, le impressioni sulla sconfinata pianura:

c’è qualcosa di inesplicabilmente malinconico e triste nella solitudine della prateria, in confronto alla quale sembra poca cosa anche la solitudine di una foresta, dove la vista è impedita dagli alberi, ma la fantasia è libera d’immaginare al di là di essa uno scenario più gradevole e bello. Qui invece si ha una distesa sconfinata senza alcun segno di vita umana e la sensazione di essere lontani, immensamente lontani dai confini dell’esistenza.
E’ come se ci si trovasse nel cuore di un mondo abbandonato; 1
(Tour pag. 164)

Su un bivacco, su uno scorcio paesaggistico, su una delle guide mediante un sommario ritratto (da cui si riscontra l’assoluta incapacità del nostro autore di riuscire ad emancipare il mondo della Frontiera dagli influssi colti d’oltreoceano: costanti sono infatti nella narrazione allusioni a Don Chisciotte, Licurgo e a tutta una serie di figure mitiche, storiche e letterarie prettamente europee: «la mia mente si riempì prematuramente di associazioni poetiche e storiche con luoghi e costumi d’Europa» [Stanley T. Williams, The Life of Washington Irving, New York 1935]):

Era una scena degna di un covo di banditi o di un Robin Hood. In una bella foresta rada, attraversata da un ruscello, v’erano capanne di cortecce e di rami e tende fatte di coperte, usate come riparo temporaneo […];1
(Tour pag. 48)

Le praterie che costeggiano i fiumi sono sempre ricche di boschi.
[…] Basterebbero qua e là i campanili di un villaggio, i bastioni di un castello o le torrette di una vecchia dimora di una famiglia nobile svettanti tra gli alberi per rivaleggiare con i più raffinati scenari europei; 1
(Tour pag. 101)

Beatte ha una carnagione olivastra, con lineamenti profondamente marcati, non diversi da quelli di certi busti di Napoleone; 1
(Tour pag. 111)

E infine sugli indiani, la cui descrizione risulta verosimile e pittoresca nello stesso tempo: dotati di un granitico orgoglio e di una comicità inaspettata, nonché di una innata diffidenza verso l’uomo bianco, visti sempre alla luce di un convenzionale esotismo, i nativi raramente compaiono o rivestono ruoli preminenti nella narrazione; tuttavia quando si mostrano, il giudizio dell’autore non è mai retrogrado e razzista, come in parte ci si aspetterebbe, ma bensì lucido e consapevole (interessante notare le analogie tra il giovanile Traits of Indian character, articolo già pubblicato sull’ Analectic Magazine ed altri stralci del Tour, qui allegati):

gli indiani che ho avuto occasione di osservare nella vita d’ogni giorno sono completamente diversi da quelli descritti in poesia. Non sono affatto impassibili [“stoics” nel testo n.d.r.] come vengono dipinti, taciturni […] senza un sorriso o una lacrima. Taciturni lo sono in compagnia dei bianchi, dei quali non si fidano e non comprendono la lingua […].
Quando sono tra di loro, […] passano metà del proprio tempo a raccontarsi avventure di guerra e di caccia o storie del tutto immaginarie. Sono anche grandi mimi e burloni e si divertono alle spalle dei bianchi […] che magari pensano d’impressionarli con le loro arie di dignità e grandezza. Sono degli osservatori attenti che notano ogni cosa in silenzio, ma con occhio acuto e preciso. […] Per quanto posso giudicare personalmente, l’indiano delle figurazioni poetiche è molto simile al pastore dei romanzi d’Arcadia, una semplice personificazione di attributi immaginari; 1
(Tour pag. 45-46)


Irving incontra gli Osages

C’è qualcosa, nell’indole e nei costumi del selvaggio nord americano, messo in relazione con l’ambiente che è abituato ad attraversare […] di impressionante e sublime. […] La sua natura è dura, semplice ed equilibrata. […] Se noi volessimo prenderci la briga di penetrare quel fiero stoicismo e quell’ abituale timidezza che lo nasconde da una sbrigativa osservazione, lo potremmo trovare più simile agli uomini civilizzati per tratti e affinità che solitamente non gli vengono ascritti. […] Certe illuminate società si sono impegnate, è vero, con lodevole diligenza ad investigare e registrare le usanze delle tribù indiane; anche il governo americano ha saggiamente nonché umanamente esortato a promuovere un amichevole ed indulgente spirito di altruismo nei loro confronti, al fine di proteggerli da frodi ed ingiustizie. […] La [loro] fiera indipendenza […] è stata scossa. I loro spiriti sono stati umiliati e debilitati dal senso di inferiorità […] per la civiltà superiore e il potere dei loro progrediti vicini. La società è piombata su di loro come una tempesta. […] Li ha fatti diventare animali da preda. […] La povertà, le privazioni, cancro della mente sconosciuto nella vita selvaggia, corrode i loro spiriti, fa inaridire ogni ardita e nobile qualità dei loro animi. Essi sono divenuti alcolizzati, indolenti, malaticci, ladri e codardi. Vagano come miserabili intorno ai villaggi;

Il nostro bravo commissario [Henry Ellsworth n.d.r.] ricordò [ad alcuni guerrieri Osages] la sua missione di pacificatore e fece loro un breve discorso, esortandoli ad abbandonare il progetto di una spedizione offensiva contro i Pawnee; lì informò del piano del loro padre bianco a Washington di mettere fine a tutte le guerre tra i suoi figli rossi […]. Ordinò quindi loro di ritornare pacificamente nei loro territori con la garanzia che i Pawnee non li avrebbero più molestati e che, anzi, li avrebbero presto considerati come fratelli.
Gli indiani ascoltarono […] nel loro abituale silenzio; e dopo aver parlottato tra loro ci salutarono […]. Poiché mi era sembrato di vedere un vago sorriso sul volto del nostro interprete, gli chiesi privatamente che cosa si erano detti gli indiani.
Il capo, disse Beatte, aveva fatto notare ai compagni che, siccome il grande padre bianco intendeva presto mettere fine a tutte le guerre, conveniva loro approfittare al massimo del tempo rimasto. Così se ne erano andati per mettere in atto, con raddoppiato zelo, il progetto di razziare cavalli; 1
(Tour pag. 143)

Anche in questo caso cogliere al meglio l’ essenza del pellerossa risulta impossibile se si prescinde dalla tradizione europea:

Mentre l’Osage si avvicinava, fui colpito dal suo aspetto: […] ben sviluppato, con la fiera espressione “romana” ch’è propria della sua tribù e poiché cavalcava con la coperta avvolta intorno alle reni, il torso nudo avrebbe potuto servire da modello per una statua;
(Tour pag. 36)

A Tour on the Prairies fu pubblicato, tre anni dopo il viaggio, da un Irving esitante: primo libro interamente americano dopo una pausa di ben ventisei anni dalla popolarità dell’History of New York, le sue paure appaiono più che giustificabili. Il libro ottenne un discreto successo, ma i giudizi non furono unanimi: il Southern Literary Messenger recensì l’opera come «un viaggio monotono […] una ripetizione di avventure» dalla scarsa varietà: per molti lettori la “filigrana” di Irving, non era sufficiente per rendere al meglio gli avvenimenti di una esperienza nel West; per altri, invece, quello scrittore uno fra i primi «americani con una penna in mano invece che sulla testa» (Stanley T. Williams, The Life of Washington Irving, New York 1935) era davvero riuscito a calare il lettore in quel microcosmo selvaggio conosciuto altrimenti solo attraverso i giornali.

In conclusione, annoverando A tour on the Prairies tra i primi esempi di letteratura americana sulla Frontiera (come anche gli irvingiani Astoria e Le avventure del capitano Bonneville, sui quali si evita di scendere in dettagli per non deviare dal tema) e rifiutando qualsiasi giudizio favorevole o contrario al riguardo, ci limitiamo ad una semplice seppur dolorosa constatazione: il mondo così abilmente descritto da Irving è ormai soltanto un vago ricordo. Di quel setting…

in cui si muovono perfettamente a loro agio gli indiani, i meticci, i bisonti e i castori, le leggende stupendamente delicate con le quali i “selvaggi” hanno saputo interpretare il rapporto uomo-universo, 1
(Nota conclusiva pag. 203)

…non è rimasta più alcuna traccia, a eccezione di quel che è stato incluso nelle riserve o nei parchi naturali. Tentare dunque oggigiorno di immergersi nell’ immensa e sobria bellezza delle praterie (quasi come novelli Irving) significa lasciare libero spazio all’ immaginazione.

Bibliografia

  1. Washington Irving I grandi territori di caccia, Longanesi & C. Milano 1975; edizione di riferimento: più che accettabile la traduzione, eccellente l’appendice di Pietro Spinucci. Il corsivo è nostro;
  2. Van Wyck Brooks Il mondo di Washington Irving Edizioni di storia e letteratura, Roma 1959;
  3. forse un po’ aneddotico, ma comunque indispensabile per studiare ed approfondire le coordinate politico-culturali dell’epoca in cui visse lo scrittore;
  4. Richard H. Cracroft Washington Irving: the western works, pg. 1-22, Boise State University 1974; lo riteniamo fondamentale per il nostro articolo;
  5. Washington Irving The Sketch-book of Geoffrey Crayon, Gent., Oxford University Press 1996;
  6. Marcus Cunliffe Storia della letteratura americana, pg. 56-62 Einaudi, Torino 1970;
  7. H. Springer Washington Irving e il Knickerbocker Group in Storia della civiltà letteraria degli Stati Uniti- Volume primo: dalle origini ad Henry James pg. 196-197 UTET, Torino 1990;
  8. Sergio Perosa Vie della narrativa americana Einaudi, Torino 1980.

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