Frontiere del West

“Frontiere del West” apre un’ampia discussione sulla storia del West americano, con l’analisi critica di alcuni dei suoi maggiori personaggi – fra i quali non possono mancare Meriwether Lewis, Kit Carson, George Armstrong Custer, Buffalo Bill e Geronimo – e delle situazioni che resero l’epopea famosa in tutto il mondo, passando anche attraverso le fantasie letterarie di romanzieri come Emilio Salgari e la formidabile macchina del cinema.
Domenico Rizzi si sofferma anche su alcuni eventi e protagonisti – il triste destino di Tom Dooley e Tom Horn, le prove eroiche di James Reed e di John “Portugee” Phillips – spesso dimenticati dagli storici, non trascurando naturalmente l’evoluzione del cinema western e i necessari raffronti fra il genere classico, le atipiche versioni di Sergio Leone e le opere revisioniste come “Soldato Blu”.
Il libro contiene infine un approfondimento sulle vicende delle donne rapite dagli Indiani, che furono moltissime e delle quali non si è mai parlato a sufficienza.
Come nelle sue opere precedenti, alle suggestioni del mito l’autore contrappone la cruda verità storica, troppo spesso oscurata dal fascino della leggenda o sacrificata alle esigenze commerciali dei cineasti.

Titolo: Frontiere del West
Autore: Domenico Rizzi
Editore: Edizioni Parallelo 45
Anno: 2013
Prezzo: € 12
Acquistabile su Amazon e IBS e in tutte le librerie.

Domenico Rizzi è ormai conosciuto da tutti gli appassionati di storia western per le sue numerose pubblicazioni in materia e i molti articoli apparsi su Farwest. La sua ultima fatica, fresca di stampa – “Frontiere del West”, dell’editore Parallelo 45 – ricalca ancora una volta i sentieri tanto cari all’autore, sviluppando alcune tematiche storiche e proponendo dei paralleli con la cinematografia passata e recente.

D. “Rizzi, un nuovo libro sul West dopo il successo de “I cavalieri del West”, che ha scritto insieme al noto giornalista televisivo Andrea Bosco. Le idee non ti mancano di certo!

R. La materia western è praticamente inesauribile e trovo sempre qualcosa da aggiungere al riguardo. In quest’ultimo libro ho dato maggior risalto allo studio critico di personaggi ed eventi, possedendo oggi l’esperienza e la capacità di analisi che non avevo un po’ di anni fa.

D. Cominciamo dalla guerra di secessione. C’è un lungo capitolo intitolato “Nord contro Sud”: raramente nei libri sul West se ne discute, limitandosi in genere ad un accenno. Più che delle battaglie, tu parli degli squilibri e delle diseguaglianze esistenti fra i due schieramenti, non soltanto sotto l’aspetto economico e militare.

R. E’ vero, nei libri di storia western la Guerra Civile è poco trattata perché coinvolse soprattutto gli Stati dell’Est, dove si svolsero le grandi battaglie, sfiorando marginalmente i territori occidentali. Nei testi in uso nelle nostre scuole un avvenimento come questo è liquidato in poche righe, perché, nonostante nel 1776 sia nata una nazione come gli Stati Uniti d’America, si continua ad insistere sulla storia europea e su quella nazionale, come se la storia americana fosse qualcosa di secondario. Se vai in un liceo ad interrogare gli studenti dell’ultimo anno, ti rispondono picche su una materia come questa, ma non è colpa loro. Vai a spiegare loro che certe battaglie tanto celebrate del nostro Risorgimento sono solo uno scoppio di petardi rispetto a Gettysburg o Antietam. Con ciò non le voglio certo sminuire, ma ricordiamoci che soltanto Gettysburg e Antietam fecero un numero di vittime superiore a quello delle nostre tre guerre di indipendenza messe insieme.

D. Interessante. Secondo te, perché questa sottovalutazione della storia americana rispetto alla nostra?

R. Forse perché noi Europei ci siamo sempre sentiti i primi della classe. Non si è ancora accettato che, dopo la nascita degli Stati Uniti, l’asse della storia si sia spostato oltre l’Atlantico.

D. Un capitolo del tuo nuovo libro, intitolato “La ballata degli impiccati”, tratta delle condanne a morte di Tom Dooley e Tom Horn. Anche questo argomento è abbastanza inconsueto.

R. Ho preso Dooley e Horn per riferirmi al numero molto più elevato di persone condannate alla pena capitale senza che fosse rispettato il principio del “ragionevole dubbio”. La storia dell’umanità contiene moltissime pagine vergognose, dall’Inquisizione, al Nazismo, al Maccartismo, alle quali aggiungo certi giustizialismi forsennati del giorno d’oggi. Non ho scritto che Dooley e Horn fossero completamente innocenti, ma mi pare di poter concludere che nel primo caso si volesse colpire una società ritenuta immorale – così l’aveva definita il New York Herald nel 1868 – mentre nel secondo si avvertiva il bisogno di castigare un uomo per i suoi trascorsi di sorvegliante al servizio degli allevatori. La revisione delle sentenze ha assolto entrambi, a distanza di tanto tempo. Del resto, è ciò accade anche oggi, perché spesso il ‘ragionevole dubbio’ è travolto dalla pressione psicologica dei media.

D. Hai parlato anche della tragica fine di Meriwether Lewis. La gente lo conosce in genere per la famosa spedizione compiuta insieme a Clark, ma del seguito della sua vita si conosce poco.

R. La morte di Lewis è un episodio molto oscuro dell’Ottocento. Si ignora chi lo uccise e quale fosse il movente. Se non si trattò di un complotto politico, perchè Lewis conosceva dei segreti scottanti, potrebbe essere stato un delitto passionale, ma la versione ufficiale sposò la tesi del suicidio. Bisogna tenere conto dell’omertà esistente in molte aree rurali del Sud, che impedì di fare chiarezza.

D. Gli stessi dubbi hai avanzato, seppure in un contesto profondamente diverso, su Custer, a proposito delle sue responsabilità nella sconfitta di Little Big Horn.

R. Beh, questo è un argomento che non si può mai tralasciare. Ho scritto almeno 7 libri in cui compare la figura di Custer. L’immagine inventata dal cinema hollywoodiano del generale “degradato” “assetato di rivincita” e “animato da un forte odio verso i Pellirosse” è soltanto una favola che, a mio avviso, è durata anche troppo. Chiunque legga i resoconti sulla celebre battaglia, si convince che Custer non avesse altra scelta che attaccare gli Indiani: io ne ho ampiamente motivato le ragioni.

D. Eppure, a distanza di tanti anni la dinamica della battaglia dovrebbe essere stata chiarita, no?

R. Tutt’altro. Gli storici hanno accettato per decenni dei luoghi comuni che non reggono alla riflessione più elementare.

D. A cosa alludi in particolare?

R. Custer non era lo sciocco, accecato dall’odio, che il cinema ha voluto farci credere: è stato uno dei migliori comandanti della guerra di secessione. La sua manovra venne concepita in maniera perfetta, ma attuata in maniera pessima, anche per il discutibile comportamento di qualche suo ufficiale. Le perplessità sono moltissime.

D. Quali, per esempio?

R. In primo luogo, se il generale Sherman aveva proibito di affidare a Custer un comando autonomo, perché il suo diretto superiore, generale Terry, non si aggregò alla sua colonna, anziché a quella del colonnello Gibbon? Perchè questa colonna, che avrebbe dovuto raggiungere Little Big Horn il 26 giugno arrivò invece quasi a mezzogiorno del 27, quando gli Indiani se ne erano già andati? Perché si è sempre cercato di accreditare la tesi che i Pellirosse non si aspettassero l’attacco, mentre è dimostrato, anche da testimoni indiani, che l’avanzata di Custer era stata scoperta? Perché gli Indiani, che i rapporti del Dipartimento degli Interni avevano ritenuto armati quasi esclusivamente di archi e frecce possedevano invece 400 armi da fuoco, alcune delle quali modernissime, come attestato inequivocabilmente dalle perizie effettuate sui bossoli ritrovati nel luogo della battaglia? Perché il capitano Benteen, il cui reparto era ancora integro, sollecitato ad intervenire in appoggio al battaglione di Custer prima dal sergente Kanipe e poi dal trombettiere John Martini, non si mosse subito? E poi vi sono tante altre considerazioni, che ho espresso nel libro.

D. A chi poteva giovare screditare Custer?

R. Beh, a tanta gente. Custer era quello che nei suoi articoli sulla rivista “Galaxy” aveva attaccato le lobby affaristiche che condizionavano l’operato del Congresso. Aveva denunciato che la grande riserva dei Sioux del Dakota era stata creata “ad esclusivo beneficio dei commercianti”; aveva accusato il ministro della guerra Belknap e il fratello del presidente degli Stati Uniti di intascare tangenti dai gestori degli spacci commerciali del West…Direi che questo può anche bastare a chiarire le idee di qualcuno.

D. Parliamo invece di un personaggio che sembri apprezzare molto: “Portugee” Phillips.

R. John Phillips – vero nome Manuel Felipe Cardoso – fu uno degli eroi dimenticati dell’epopea. Un portoghese che con la sua cavalcata da Fort Philip Kearny a Fort Laramie, compiuta in tre giorni sulle piste ghiacciate con temperature che sfioravano i 25 gradi sottozero. Percorse le 236 miglia che ho fatto anch’io – in auto e nel mese di luglio, però! – in tali condizioni per andare a chiedere rinforzi. Lo fece per amore di una donna, Frances Courtney – lo scrisse lei stessa nelle sue memorie – che era appena rimasta vedova dopo l’uccisione del marito nel massacro Fetterman. Lei però si risposò anni dopo con un colonnello che aveva il doppio dei suoi anni.

D. Ecco, rimanendo in tema di donne, nel tuo libro hai riaperto una pagina scabrosa della storia del West, quella delle squaw dalla pelle bianca.

R. La questione delle Indiane-Bianche la trattai in maniera specifica nel libro “Le schiave della Frontiera”, che mi valse un premio letterario a Firenze nel 2001. Rimango dell’idea che la storia western vada affrontata in maniera obiettiva, senza tacere né sottintendere nulla. La tragedia di queste infelici non può essere dimenticata, né trovare giustificazioni, se non nelle barbare usanze di certe tribù.

D. Ma il trattamento inflitto alle prigioniere bianche non era una ritorsione per le dure rappresaglie subite dai Pellirosse ad opera dei Bianchi?

R. Questo lo insinuò anni fa una giornalista sprovveduta in un commento al libro che ho appena citato. No, niente di più lontano dalla verità. L’usanza di rapire fanciulle, di usare loro violenza sessuale e di servirsene spesso come merce di scambio con altre tribù è anteriore alla scoperta dell’America, come le feroci guerre fra tribù che magari parlavano la stessa lingua. Abbiamo notizia di sanguinose battaglie combattute fra nazioni rivali intorno al 1300, due secoli prima dell’arrivo di Colombo.

D. E gli Indiani buoni di “Balla Coi Lupi”?

R. Esistevano eccome. Ricordiamoci che fu un guerriero pawnee di nome Petalesharo a sottrarre una squaw prigioniera al supplizio del rogo che la sua tribù gli aveva inflitto. Probabilmente lo fece per amore, ma forse anche per opporsi al tirannico potere degli sciamani. Del resto molti Bianchi riuscirono a vivere presso tribù indiane e a diventarne membri. L’errore che commettiamo spesso è quello di giudicare le situazioni in modo troppo drastico. La ragione, si sostiene in un film di Robert Aldrich, non è mai da una sola parte.

D. Parliamo delle protagoniste femminili dei film western.

R. Se alludi a Jane Russell, beh l’ho scritto che riuscì a far intervenire la censura senza mostrare nulla o quasi del suo corpo. Certamente, “Il mio corpo ti scalderà” – che come film valeva poco – segnò nel 1940 il passaggio del genere western alla sua fase più adulta, pur senza contenere nulla di osceno. La sola presenza fisica della Russell, dalle forme assai pronunciate, poteva considerarsi moralmente esecrabile per una società puritana. In seguito il western si azzardò a toccare tematiche molto più scottanti. “L’occhio caldo del cielo” di Aldrich contiene una relazione incestuosa fra padre e figlia, benchè appena abbozzata; “Ultima notte a Warlock” di Dmytiyck sembra rivelare l’omosessualità latente dei protagonisti, mentre “Brokeback Mountain” di Ang Lee la racconta senza veli.

D. Mi pare che, fra i vari remake di film celebri, tu abbia particolarmente apprezzato “Il Grinta” dei fratelli Coen, preferendolo all’edizione di Hathaway che fruttò l’Oscar a John Wayne.

R. Considero John Wayne uno dei più grandi attori della storia del cinema e la sua interpretazione de “Il Grinta” – sebbene non sia la sua parte migliore in assoluto – è ottima. Tuttavia, il film dei Coen è maggiormente convincente, essendo più fedele al romanzo di Charles Portis, da cui è tratta la vicenda. All’innegabile bravura di Jeff Bridges si aggiunge la splendida recitazione di Hailee Steinfeld, una ragazza che aveva solo 13 anni quando il film fu girato. Ecco, la differenza sta proprio qui: assistendo alla proiezione, ho avuto l’impressione di ascoltare la voce di Mattie Ross che racconta, come nel libro. Un’impressione che il film di Hathaway non ti dà. Assurdo che non abbia ottenuto alcun premio dalla critica. Bridges lo meritava, come pure la Steinfeld, lo sceneggiatore e l’autore della colonna sonora.

D. In “Frontiere del West” hai inserito un lungo capitolo su Buffalo Bill, come nel tuo precedente libro “I cavalieri del West”. In entrambe le opere, l’eroe fa un po’ la figura dello sprovveduto, vittima di approfittatori e troppo sensibile al fascino femminile.

R. Ho una grande simpatia per Buffalo Bill, perché leggevo le sue avventure da ragazzo, sui fascicoli della casa editrice Nerbini che mio padre aveva collezionato negli Anni Trenta. Cody è stato indiscutibilmente un grandissimo personaggio e si deve a lui se l’epopea del selvaggio West è stata conosciuta in tutto il mondo prima dell’avvento del cinema. Il suo carattere presentava però parecchie debolezze. Era un uomo che si entusiasmava molto facilmente e sopravvalutava certe situazioni, molto generoso verso amici che non sempre gli furono riconoscenti e abbastanza facile agli abbagli. Oltre ad essere un po’ “mani bucate”, si lasciava conquistare facilmente dalle donne, con grande disappunto della fedele moglie Louisa. Donnaioli erano anche Wild Bill Hickok, Custer, Cole Younger e Wyatt Earp, ma nessuno di loro si lasciava conquistare quanto Bill. Ecco, la differenza è forse questa. Cody era un temperamento emotivo, Earp, Hickok e Custer molto più calcolatori. Quanto a Younger, beh era l’idolo delle donne “dai 16 ai 60 anni”, come scrisse un suo biografo.

D. Veniamo a Geronimo, uno dei miti pellirosse della storia del West, ma tu non l’hai considerato proprio come tale…

R. Personlmente non ho alcun mito, anche se mi fa piacere che la gente ne abbia. E’ la leggenda ad averli creati, alterando quasi sempre la storia vera. Mi limito a studiare la vita dei personaggi del West per scoprire che ognuno di essi aveva i propri scheletri nell’armadio. Wyatt Earp, eliminando i Clanton e i Mc Lowry all’O.K. Corral, si spinse probabilmente oltre la legge, non si fece scrupolo di abbandonare al suo (tragico) destino la compagna Mattie Blaylock per mettersi con Josie Marcus, né di truccare un incontro di boxe per denaro…Così come Kit Carson, del quale ho parlato nel mio libro, sottomise i Navajo con i metodi più spregiudicati. Geronimo è stato indubbiamente un grande guerrigliero, un leader impareggiabile per la sua banda, ma non può essere paragonato a certi altri condottieri indiani della storia americana. Non eguagliò certamente Pontiac, né tantomeno Tecumseh, anche perché non ebbe mai l’idea di unificare politicamente le varie tribù del suo popolo. Geronimo fece la sua guerra, oscillando per decenni fra l’Arizona e la Sonora messicana, per difendere semplicemente il proprio costume di vita. Non fu un politico, né uno stratega militare, ma soltanto un abile tattico. Qualcuno lo ha paragonato a Che Guevara, ma direi che non esiste alcun punto in comune fra loro.

D. Parlando di Sergio Leone e John Ford hai contrapposto sostanzialmente due modi diversi di vedere il West delle sfide e dei duelli. Quali sono le sostanziali differenze fra i due registi e fra la verità storica e quella presentata dal cinema?

R. Forse l’ha detto lo stesso Leone in un’intervista: “John Ford è un ottimista, mentre io sono pessimista”. Ma non è soltanto questo. Nessuno dei due propone il vero West, ma entrambi ne riproducono vari aspetti. Le sfide di Leone sono teatrali e maggiormente avvincenti, come duelli omerici; quelle di Ford non possiedono alcuna spettacolarità. In “L’uomo che uccise Liberty Valance”, l’avvocato Stoddard affronta il bandito Valance indossando il grembiule da sguattero; in “Ombre Rosse” l’obiettivo si rivolge altrove non appena Ringo Kid giunge in vista dei tre banditi. Però anche Ford non è immune dalle esagerazioni: l’inseguimento della diligenza da parte degli Apache è un vero e proprio assurdo, come riconobbe egli stesso, perché a qualsiasi Indiano sarebbe venuto in mente di abbattere almeno un cavallo del traino. Per non parlare di “Sfida infernale”, una versione dell’O.K. Corral del tutto arbitraria ed inventata. Leone non presenta mai nei suoi film personaggi storici: si affida al solco della leggenda e proprio per questo si sbizzarrisce ad enfatizzare il duello alla sua maniera, anche con il contributo delle colonne sonore di Ennio Morricone. Ma teniamo conto del notevole risalto che il regista romano ha dato alla figura femminile di Jill Mc Bain in “C’era una volta il West”. La donna è la vera trionfatrice mentre gli ultimi pistoleri tramontano insieme alla loro epopea. Alla fine la concretezza sopravvive al romantico declino dell’epopea.

D. Ma allora, qual’è la verità sul West? Quella di “Sentieri selvaggi”, di “Per un pugno di dollari” o de “Le Selve Ardenti” di Emilio Salgari?

R. Non esiste una sola interpretazione ed è proprio questo l’aspetto che rende sempre più avvincente la ricerca. Ciò che è invece incontestabile, a proposito della Frontiera, è di avere dato un contribuito fondamentale, come scrisse lo storico Frederick Jackson Turner, a forgiare il carattere di una nazione. Perché è nel West, più che a New York o a Miami, che è nato il vero Americano.

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