La conversione a retrocarica dei revolver a percussione

A cura di Alfredo Barattucci

L’Avventura americana svoltasi nel West dal 1820 al 1900 ancora affascina con le sue storie scontate di pistoleri, cow-boys, Indiani, sceriffi e con le sue spettacolari scenografie.
Forse perché il modo di essere di quei personaggi rappresenta un modello accattivante e in gran parte irripetibile al giorno d’oggi ? O forse perché si tratta semplicemente di un’avventura “bella da vedere e da sognare”?
Come per tutte le avventure – però – quando l’enfasi supera i livelli della pacata e fedele narrazione, il racconto scade in termini di fedeltà.
E’ il caso dei moltissimi “western commerciali” prodotti prevalentementi fuori dagli Stati Uniti. Le finzioni cinematografiche di questi film sono spesso esasperate e inverosimili, a cominciare dal modo con cui viene rappresentato l’uso delle armi, che trova pochi riscontri con quanto avvenne nella realtà.
Nella maggior parte dei film di questo tipo, i personaggi che vengono proposti sparano – a volte in ridicola esagerazione – con pistole e fucili che apparvero nel West solo molto più tardi rispetto al periodo in cui è ambientata l’improbabile vicenda narrata sullo schermo.
Non è possibile – per esempio – che ai tempi della Corsa all’oro in California ci fossero già i revolver a retrocarica, o che i Pellerossa attaccassero le prime carovane armati di fucili a ripetizione a leva.
Non è possibile che Nordisti e Sudisti si sparassero a vicenda impiegando cartucce a bossolo metallico, né può essere credibile che gli sceriffi dell’Ottocento usassero munizioni a polvere senza fumo (diffuse solo a partire dai primi del Novecento).
La più inverosimile è proprio la messa in scena dei revolver, che sicuramente furono le armi più comuni negli Stati Uniti dal 1840 al 1910; ma con tipologie molto differenziate nel contesto reale, a secondo dei luoghi, degli utilizzatori e soprattutto dei tempi.
Ritengo pienamente legittimo che la fantasia di uno sceneggiatore si sbizzarrisca, esibendo i modelli delle armi più celebri e accattivanti, il modo di usarle e gli effetti più spettacolari al fine rendere al meglio quanto il regista si è proposto, ma alcune “licenze artistiche” sono palesi e davvero paradossali, come l’uso indiscriminato del famoso revolver Colt SAA in tutte le scene, comprese quelle ambientate in epoche anteriori alla sua entrata in produzione datata solo nel 1873.
Nel precedente articolo intitolato “I revolver ad avancarica del West” ho cercato di fa-re un po’ di chiarezza sull’uso delle pistole dell’ottocento americano, sia perché furono effettivamente le armi più diffuse a quei tempi e in quei luoghi, sia perché nell’immaginario collettivo, ormai non è più possibile scindere l’epopea dall’arma che la caratterizzò.
In quello scritto ho ricordato che, almeno fino agli anni 80 dell’800, i moderni revolver a retrocarica furono in realtà molto meno numerosi rispetto a quello che il cinema lascia immaginare, mentre erano ancora assai apprezzati quelli ad avancarica (“a percussione”).
Questi rimasero in uso anche dopo il 1873, al punto che alcuni fra i personaggi più celebri non seppero rinunciare alla versatilità delle cartucce di carta (le “paper-cartridges” spesso confezionate a mano secondo criteri “personalizzati”) e mantennero l’abitudine dell’avancarica del tamburo anche dopo l’entrata in produzione del nuovo modello Colt SAA a cartucce metalliche in retrocarica, che era “uscito” proprio in quell’anno.
Ma al suo esordio, quest’arma tanto attesa sconcertò per il prezzo elevato (13 dollari dell’epoca) e la sua diffusione sul mercato civile ne risentì. Quindi passarono diversi anni prima che divenisse di uso comune nel West, favorita soprattutto dalla commercializzazione capillare delle nuove cartucce metalliche, che contenevano palla e polvere all’interno di un bel bossolo d’ottone lucido col il fondello completo d’innesco: una gran comodità rispetto alle cartucce di carta che si dovevano premere nelle camere con il calcatoio a bacchetta.
E’ vero che con le vecchie“paper-cartridges” si sparava meglio, potendo scegliere la dose di polvere e il peso della palla più adatti al tiro che si intendeva fare, ma la ricarica di una pistola con quel tipo di munizioni richiedeva pazienza: dopo aver calcato le cartucce di carta una per una, bisognava piazzare bene le capsule d’innesco sui luminelli.
La laboriosità dell’avancarica di un revolver “a percussione sulle capsule” risultò spes-so problematica, e molti salutarono con gioia l’avvento delle prime cartucce a bossolo me-tallico proprio perché avevano l’innesco già pronto nel fondello.
Quando queste nuove munizioni cominciarono a vedersi in giro (all’inizio solo quelle a percussione anulare della Smith & Wesson) qualcuno pensò di poterle sparare anche da un buon revolver ad avancarica, purché opportunamente modificato.
Cominciò così l’epoca delle pistole a tamburo “convertite”, dette “Metal Cartridge Conversion”, assai ricercate dai collezionisti moderni, in quanto considerate “modelli di tran-sizione” molto particolari, che prelusero l’avvento della “nuova” SAA 1873, “nata” a retro-carica e progettata appositamente per incamerare bossoli metallici.
Ma procediamo con un minimo d’ordine cronologico.


Samuel Colt

La pistola a tamburo nacque in America nella prima metà dell’Ottocento, quando l’inventore Samuel Colt, prendendo lo spunto dalle multicanna “Pepperbox” (pistole fatte in modo che ognuna delle 5 o 6 canne presenti potesse posizionarsi sotto al cane prima di fare fuoco) presentò nel 1836 il brevetto di un’arma “a rotazione del tamburo”, in cui al posto del voluminoso sistema di canne rotanti delle Pepperbox, era montato un tamburo d’acciaio che, girando sul proprio asse, presentava ad un’unica canna la camera con la carica da spara-re. Era nato il “revolver”, estremamente più pratico, più efficiente e soprattutto più leggero, dato che la lunghezza del tamburo poteva essere limitata a quella delle camere.
Samuel Colt copiò il suo revolver da quello di Collier, semplificandolo e rendendolo più pratico; i revolver Collier (del 1819) erano a tamburo e con una sola canna, furono fabbricati sia con accensione pietra focaia e poi a percussione di capsula, i primi avevano il meccanismo che girava automaticamente il tamburo alzando il cane, erano largamente diffusi sulle navi, e specie nelle colonie inglesi. Diecimila libbre di queste armi furono spedite a Calcutta qualche anno prima che vi si recasse Colt in veste di marinaio, a sua volta Collier aveva copiato il brevetto di Puckle del 1818.
Del resto anche nell’immaginario collettivo è difficile pensare all’Epopea del West Americano senza evocare automaticamente questo marchio: a volte è usato addirittura come sinonimo di revolver.


Una pistola Pepperbox a sei canne rotanti

Nella fotografia sotto una pistola Pepperbox a sei canne rotanti sotto al cane. Questo modello “corto” risale al 1831 ed era già diffuso ai tempi della prima Corsa all’Oro in California, ma in America ne circolarono altri, dotati di fasci rotanti più lunghi composti da 5 canne. Affascinato da quest’arma – l’unica a ripetizione dell’epoca – Colt ne progettò un’altra in cui, dietro a un’unica canna fissa, un corto tamburo di camere ruotava di una posizione ogni volta che si alzava il cane.


Colt Paterson del 1836

Si passò così dal “Revolving barrels” (le canne rotanti) al “Repeating volver”, cioè al “Revolver”: un’idea semplicemente “geniale”.


Colt Walker del 1847

Dopo i primi grossi modelli (come la Colt Paterson del 1836, la Colt Whitneyville Wal-ker del 1847 e la Colt Dragoon del 1849) il cui peso superava i 2 chilogrammi, venne realizzata nel 1851, e prodotta fino al 1872, la famosa Colt Navy Modello ‘51, che armò i primi pistoleri del West: più leggera (1190 grammi) maneggevole e precisa, fu giudicata la realizzazione meglio riuscita di Samuel Colt.
Lui stesso la preferì fra tutte le sue creazioni e la denominò “Modello da cintura in calibro navale”, prevedendone la fornitura alla Marina, anche se poi venne venduta prevalentemente all’Esercito (oltre a conquistare un fiorente mercato civile).


La famosa Colt Navy Modello ‘51

Tutte le pistole a tamburo menzionate, seppure enormemente evolute rispetto alle ingombranti multicanna precedenti – che pure possono considerarsi a ripetizione – erano ancora ad avancarica e – come sappiamo – si dovevano predisporre al tiro premendo con una bacchetta a leva una palla di piombo in ciascuna delle camere preventivamente caricata con la giusta dose di polvere.
Nell’articolo “I revolver ad avancarica del West” è descritta tale operazione, che fu resa meno difficoltosa dal diffondersi di un’abitudine nata forse al Messico: “el cartucho”, cioè una dose di polvere già pronta e arrotolata in un involucro di carta lubrificata che conteneva anche la palla. Ma queste “paper-cartridges”, sebbene ampiamente utilizzate, non risolsero completamente il problema: erano un anacronismo specie per i revolver più avanzati e maneggevoli.
Chi sia stato l’inventore della cartuccia di carta non è dato saperlo, la sua diffusione la si deve al re Gustavo Adolfo di Svezia che ne dotò il suo esercito in modo massiccio durante la guerra dei trent’anni (1618-1648).
Per esempio, una Colt Navy modello 1851, sebbene notevole per fattura e sicurezza di funzionamento, doveva essere sempre ricaricata utilizzando il calcatoio e piazzando le capsule, il che era poco immediato, specie in situazioni concitate.
Era inevitabile che qualcuno cominciasse a pensare come rendere più pratiche queste eccellenti armi facendo in modo che esse potessero sparare le prime cartucce metalliche che già si vedevano in giro.
In effetti, le Smith Wesson sparavano cartucce metalliche dal 1857, e praticamente ogni ufficiale nordista aveva con se un’arma personale per “emergenza” (backup) funzionante a cartuccia metallica e dall’inizio della guerra civile(1861) l’America, altresì, fu “invasa” da revolver europei, quasi tutti a cartuccia metallica con funzionamento a ”spillo”.
La soluzione non fu difficile: bastò sostituire il tamburo originale ad avancarica (che, salvo i fori dei luminelli, era chiuso posteriormente) con uno fatto “a camere passanti”, cioè aperto sia anteriormente che posteriormente in modo da accogliere in retrocarica un bossolo completo. Ovviamente bisognava reperire le cartucce che avevano il bossolo metallico dello stesso calibro della canna e delle camere, il che non era facile a quei tempi, ma chi sapeva farlo se le procurava in un modo o nell’altro, oppure riadattava la propria arma sostituendo la canna con un’altra del calibro appropriato.
Inizialmente, forse già nell’ultimo anno di guerra (Civile) solo gli avventurieri abituati a passare le linee portavano questo tipo di arma, che costituiva una novità assoluta rispetto a quelle che si potevano caricare soltanto con le paper-cartridges. Poi, a guerra finita, l’uso si diffuse e il sistema si perfezionò, al punto che nel 1871 molti revolver ad avancarica militari (soprattutto Colt Navy ’51 e Colt Army ‘60) furono ritirati dal servizio, convertiti per sparare a retrocarica (sistemi Thuer e Richards) e riconsegnati ai reparti in attesa della nuova Colt SAA modello 1873.
Questa però, apparve solo alla fine di quell’anno e fra l’altro, in un calibro mai visto prima: il .45; pertanto le Colt Navy ‘51 e le Colt Army ’60 nelle varianti “Metal Cartridge Conversion”, continuarono a essere realizzate, spesso artigianalmente, anche dopo il 1873, quando l’immissione sul mercato delle SAA era già iniziata.
Quindi la transizione, sia civile che militare, durò più a lungo di quanto previsto (e sperato) dalla casa costruttrice di Hartford, che aveva fatto di tutto per conquistare il mercato col suo nuovo prodotto. Ma a quei tempi la mentalità della gente era molto diversa dall’attuale e il “consumismo” non era ancora praticato né la parola conosciuta. Nessuno si sarebbe sognato di dismettere un bene senza prima averlo sfruttato, neanche le persone agiate: i vestiti venivano più volte rammendati, le scarpe risuolate fin tanto che era possibile, gli attrezzi riparati, i finimenti per cavalli ricuciti, e le armi, specie se uno ci “aveva fatto la mano” venivano modificate o “convertite”. Così, chi già possedeva una buona pistola, anche se uscita di produzione, non andava certamente a comprarne un’altra: preferiva farla modificare da un armiere spendendo meno che per un nuovo acquisto.
Fu esattamente quello che successe alla Colt Navy Modello 1851 in calibro .36 che al suo esordio, quasi vent’anni prima, “era uscita” con un costo inferiore ai due dollari.
Coloro che ne possedevano ancora una (militari o civili) ne erano talmente entusiasti, che si adoperarono in tutti i modi per convertirla a cartucce metalliche. Invece le varianti “Metal Cartridge Conversion” della Army in calibro .44 e della Navy nello stesso calibro ebbero minor diffusione, perché il “moderno” munizionamento a bossolo da 11 millimetri, si rivelò troppo esuberante, sollecitando pericolosamente le strutture di queste armi, che – ricordiamo – erano pur sempre pistole a “castello aperto”.
Molte vecchie Colt Navy ‘51 nel calibro .36 continuarono a sparare per anni – e molto bene – con un sistema di conversione detto “Invenzione Thuer”, che consisteva nella sostituzione del tamburo originale ad avancarica con uno a camere passanti (visibile nelle foto-grafie sotto) corredato di uno speciale sportellino di caricamento molto simile a quello che verrà poi montato sulle Colt SAA Modello 1873 a retrocarica, per così dire, “nativa”.


Thuer Metal Cartridge Conversion

Nella foto sopra il sistema detto “Thuer Metal Cartridge Conversion” per le Colt Navy Modello 1851 in calibro .36. C’era il tamburo diviso in due segmenti accostati: il primo a camere passanti destinato a contenere i bossoli metallici e il secondo – da fissare al castello – per alloggiare sia lo sportellino di caricamento (sul lato destro), sia la “prolunga del percussore” (perno in alto, necessario a trasmettere il colpo del cane fino alla capsula integrata nel bossolo, che veniva a trovarsi più “lontana” rispetto ai luminelli originali da avancarica).
Il tutto era realizzato in ottimo acciaio, in modo che il segmento dei bossoli ruo-tasse indipendentemente dal segmento dello sportellino. Era un vero capolavoro di meccanica fine: un gingillino. Nel 1871 l’invenzione Thuer fu perfezionata nel “Primo Sistema Richards” in cui lo sportellino di caricamento era ricavato direttamente sulla bascula.
Da notare che nelle Colt Navy convertite a retrocarica Thuer o “Primo Richards”, il calcatoio a leva sotto la canna non veniva rimosso, perché serviva ad alloggiare una semplice bacchetta che fungeva da estrattore per i bossoli più ostinati.
Nella foto seguente si vede invece il tamburo originale ad avancarica delle Colt Navy ‘51 (che nelle conversioni veniva sostituito da quello a retrocarica). Si possono notare i luminelli che chiudevano posteriormente le camere non passanti e che servivano ad alloggiare le capsule d’innesco alle cariche di polvere.


Tamburo originale della Colt Navy ’51

A volte questo tamburo non era sostituito con un “Gingillino Thuer” a due segmenti, ma semplicemente da un unico ci-lindro a camere passanti: tale conversione, considerata una specie di ripiego, poteva essere eseguita artigianalmente anche da un fabbro (che in questo caso doveva modificare anche il becco percussore del cane) e forniva una soluzione a basso costo in cui si rinunciava allo sportellino di caricamento.


Colt 1860 Army con la Richards Conversion

La “conversione” dei revolver ad avancarica in retrocarica seguì un ordine cronologico. Fino alla scadenza del brevetto Rollin White, (1855-1869) se si voleva una conversione regolare (ed efficiente) occorreva pagare una royalty alla Smith Wesson.
La prima grande ditta che mise mano ad una vera conversione fu la Remington nel 1868. Nella prima fase modificò circa 4.500 pezzi, pagando alla Smith Wesson una royalty di un dollaro a pezzo; in seguito, scaduto il brevetto, le conversioni proseguirono anche da parte di altre ditte indipendenti. Negli anni furono convertiti a cartuccia metallica sicuramente oltre 60.000 revolver Remington tra i vari modelli.
Anche la Colt iniziò le conversioni nel 1869, utilizzando un brevetto di Alexander Thuer dell’anno prima che voleva aggirare il brevetto Rollin White della Smith Wesson, ancora operante; il sistema venne applicato a diversi modelli di Colt per un totale di circa 5.000 armi.
Il brevetto di Charles B. Richards, con cui vennero convertiti i revolver Colt 1861 Army risale al 1871, il brevetto di William Mason applicato anche ai modelli Colt 1862 Pocket e ai Colt 1851 Navy risale al 1872.
Il sistema Richards-Mason fu invece una combinazione di tre precedenti brevetti dei due inventori (due di Richards del 1871 e uno di Mason del 1872) che venne applicato indifferentemente a tutti i vecchi revolver Colt. Con i sistemi Richards e Mason vennero convertiti nel tempo circa 11.000 modelli Colt 1860 Army e 6.000 modelli Colt 1851 Navy .
Nella conversione delle Colt la parte del leone la fecero i modelli “ridotti” che furono convertiti a cartuccia metallica in oltre 32.000 modelli Colt Police 1862 e Pocket Navy 1862.
Dopo il 1879, il costo del nuovo revolver a retrocarica Colt SAA 1873 finalmente scese e la conversione della Navy non fu quasi più praticata, lasciando al nuovo arrivato una diffusione sul mercato che non aveva avuto precedenti nella storia delle armi. L’SAA Peacemaker divenne il simbolo del West di fine Ottocento e d’inizio Novecento: in pochi anni ne fu equipaggiato l’Esercito e divenne l’arma d’elezione dei nuovi cow-boys che portavano le mandrie dal Sud. Ma la differenza con il vecchio modello fu subito palese e lo è ancora oggi: l’eleganza delle forme della Navy, l’acciaio tirato a lucido, la sapiente distribuzione dei pesi, la presa che il calcio offre alle dita, il suo tamburo istoriato e l’irripetibile “click” che si avverte quando si arma il cane, sono peculiarità rimaste insuperate.
Forse è la più bella pistola che si possa impugnare. Con il peso distribuito in modo da invogliare il vezzo di farla ruotare intorno all’indice tenuto nel ponticello, come facevano i veri pistoleri dopo aver sparato (e infallibilmente colpito).
Nella foto sotto un esemplare della “nuova” Colt SAA Modello 1873 “Peacemaker” in calibro .45 a retrocarica “nativa”.

Notare la diversa distribuzione e armonia delle forme (dovuta al “castello chiuso”, cioè rinforzato dalla bindella sopra il tamburo). La linea di questa pistola è indiscutibilmente diversa dalla “vecchia” Navy, sebbene si tratti di uno dei primissimi esemplari prodotti ancora a canna lunga e finitura lucida.
Questo modello di revolver, che solo dopo qualche anno divenne diffusissimo e molto apprezzato, è rimasto ancora oggi a catalogo con la stessa denominazione di allora, cioè “SAA 1873 Peacemaker” (nel West fu chiamato così, perché si diceva che “ponesse fine a ogni contesa”). La cosa notevole è che viene ancora oggi prodotto e venduto dalla Colt’s Manufacturing Company di Hartford. Ininterrottamente dal 1873 ! Con modifiche insigni-ficanti rispetto all’originale versione ottocentesca. E’ l’unico caso al mondo in cui un manufatto, specificatamente un’arma, ha resistito alle mode per 150 anni. Non tutti sanno che fu usato perfino durante la Seconda Guerra Mondiale: lo portava alla fondina nientemeno che il famoso generale Patton (il quale ne era un estimatore) come si vede nella prima fotografia della prossima pagina scattata in Italia.

Sopra: la bella pistola Colt SAA Modello 1873 “Peacemaker” (placcata in argento) che il generale Patton era solito portare, sebbene “fuori ordinanza” in una fondina sulla de-stra del cinturone. E chi avrebbe trovato qualcosa a ridire?
Quando la pistola SAA fece il suo esordio nel 1873, la differenza con la precedente Navy Modello 1851 fu avvertita soprattutto dai tiratori più esperti, tanto che a distanza di anni erano ancora molti i pistoleri (come “Wild Bill” Hickok) rimasti fedeli al vecchio modello ad avancarica e cartucce di carta, sia per la flessibilità d’impiego che il dosaggio personale della polvere offriva, sia per il fascino un po’ retrò di questa splendida arma, sicuramente il modello più riuscito della produzione Colt dell’epoca.
Come già accennato nel precedente articolo dedicato ai revolver ad avancarica, ricorderò che oggi esistono ditte assai specializzate nelle repliche di queste meraviglie dell’800. Alcune di esse riproducono la pistola Colt Navy, sia nella versione ad avancarica (che rimase in produzione fino al 1872), sia nelle due versioni “Metal Cartridge Conversion” susse-guitesi nel “periodo di transizione” dal 1865 fino al 1878.
Io ho avuto il piacere di riceverne una in regalo. E’ semplicemente uno spettacolo: si tratta di una Colt Navy Yank Modello 1851 in calibro .44 ad avancarica del tamburo, con la quale sparo con grande entusiasmo (e attenzione) in un poligono di tiro.
Voglio ora riportare alcune immagini tratte da un celebre Western di Sergio Leone (un capolavoro) ambientato sul finire della Guerra Civile, quando era già in atto la ritirata delle truppe confederate: sembra che proprio a quei tempi risalgano i primi tentativi volti a convertire a retrocarica le pistole Colt Navy ‘51.
Tale trasformazione era resa agevole dall’intercambiabilità di pezzi appartenenti a diversi modelli di revolver (oltre a essere “invogliata” dalla circolazione delle prime cartuc-ce a bossolo metallico che qualche armiere già fabbricava).
Le esperienze di quel periodo portarono alla successiva messa a punto del dispositi-vo Thuer che, perfezionato qualche anno dopo nel “Primo Sistema Richards”, divenne una delle forme di “Metal Cartridge Conversion”più usate nel periodo di transizione.
L’altro metodo, quello denominato “Richards-Mason”, era molto più “invasivo”, per-ché modificava il disegno dell’arma sostituendo il calcatoio originale sotto la canna con un vero e proprio estrattore.

Le pistole dei personaggi “Tuco” (Eli Wallach) e “il Biondo” (Clint Eastwood) che si vedono nelle scene, sono “repliche inerti per uso cinematografico” della Colt Navy mo-dello 1851 in calibro .36 convertita a “retrocarica Richards”. Esse furono fornite alla pro-duzione del film da una ditta italiana.
Repliche perfettamente funzionanti della stessa arma “di transizione”, sono offerte invece da una ditta americana (come il bel modello “Man with no name” prodotto nel moderno calibro .38 special e messo a catalogo nella gamma “Hand guns” del settore “Conversion” sul sito Cimarron-Firearms.com ).
Tutte queste realizzazioni stupiscono per l’assoluta fedeltà dei particolari (spesso non distinguibili dagli originali del IXX secolo).
La splendida replica del revolver Colt Navy “Richards Metal Cartridge Conversion” denominata “Man with no name”, offerta dalla “Cimarron Firearms Co.” nel moderno calibro .38 special (foto sotto). L’esemplare qui raffigurato ha il calcio lavorato nella versione “Rattle Snake”. La versione standard (e anche di questa detengo un esemplare) ha lo stesso calibro, dimensioni e peso. Presenta le stesse finiture, compresa l’incisione della battaglia navale sul tamburo, ma ha il calcio in noce.

Sotto: la Colt Navy “Metal Cartridge Conversion” realizzata con l’altro sistema di con-versione detto “Richards-Mason” (notare l’assenza del calcatoio e al suo posto l’estrattore laterale molto simile a quello del successivo modello SAA 1873).

E per finire: Una delle mie! La bellissima Colt Navy Yank modello 1851 in calibro .44 ad avancarica del tamburo (cioè nella configurazione originale ! ) magnificamente ripro-dotta da un’azienda italiana. Quando vado al poligono con questa pistola ricevuta in regalo, la sera prima mi preparo una trentina di cartucce col bossolo di carta usando ri-tagli di un foglio appositamente trattato con acido nitrico. Questo tipo di carta (che si può comprare nelle armerie specializzate e funge anche da borraggio) ha una combus-tione regolare, affidabile e praticamente esente da residui.

Se le capsule d’innesco sono di buona qualità, non ho neanche bisogno di aprire – magari mordendolo – il fondello dei miei «cartoccetti », perchè la fiammata della capsula è sufficiente a perforare l’involucro di carta e a incendiare la polvere della carica di lancio. Dopo un pò ho impa-rato a fabbricarmi le cartucce in forma tronco-conica quasi perfetta (con la palla che chiude la base maggiore) in modo da facilitare al massimo il loro inserimento « ad avancarica » nelle camere del tamburo. Infilo nelle camere le cartucce di carta (che se fatte bene hanno una solidità sufficiente a resistere alla manipolazione) e le spingo in fondo usando il calcatoio, poi sistemo le capsule. All’inizio gli involucri mi venivano abbastanza male e, quando li infilavo, si strappavano facendomi perdere la polvere (e la pazienza) ma dopo un pò sono diventato bravissimo: riesco a ricaricare un tamburo in un minuto circa… e sparo pure benino.

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