Il generale George Armstrong Custer
A cura di Omar Vicari
George Amstrong Custer
Una mattina d’estate del 1857, un giovane piuttosto lentigginoso s’avviava con passo spedito per i viali della prestigiosa accademia di West Point (N.Y.). Portava con se una lettera di presentazione redatta dall’onorevole John A. Bingham, rappresentante dello stato dell’Ohio.
La lettera , firmata di pugno dall’onorevole Bingham, descriveva il latore come un ragazzo di 17 anni, altezza metri 1,75, buona salute, ottimo parlato e scritto, eccellenti qualità morali nonché fisiche. Con quella lettera in tasca George Armstrong Custer si apprestava a fare il suo ingresso in accademia, inquadrato assieme ad altri trentadue cadetti ammessi quel 1° di luglio.
L’entrata in accademia era il sogno di una vita e il suo unico obiettivo sarebbe stato uscirne, dopo quattro anni, col grado di sottotenente di cavalleria dell’esercito degli Stati Uniti d’America.
La madre di Custer, Maria Ward Kirkpatrick
George A. Custer nacque a New Rumley, un piccolo paese dell’Ohio, il 5 dicembre 1839 da Emanuele Custer, fabbro del villaggio, e da Maria Ward Kirkpatrick.
All’età di dieci anni, George venne mandato a Monroe nel Michigan, presso la sorella Lydia, una donna che avrebbe avuto una forte influenza sulla formazione del giovane.
Nella scuola che frequentava, la Young Men Academy di Alfred Stebbins, dimostrò subito quelle caratteristiche che lo avrebbero contraddistinto per tutta la vita. Era generoso coi compagni, sempre primo negli sport e sempre pronto a tuffarsi nei romanzi di argomento militare. Aveva un ottimo legame con la sorella Lydia ed era particolarmente affezionato ad uno dei suoi figli, Harry Armstrong Reed, il cui destino sarebbe rimasto per sempre legato a quello del futuro generale.
Ambedue, infatti, moriranno nello scontro del Little Big Horn.
Il padre di Custer, Emanuel H. Custer
Durante il soggiorno a Monroe, Custer ebbe modo di conoscere un giorno una ragazzina, figlia del giudice Daniel Stanton Bacon. Quella ragazzina, Elisabeth Clift Bacon, alcuni anni dopo sarebbe diventata sua moglie.
A sedici anni Custer fece un breve ritorno a casa nell’Ohio ed esattamente un anno dopo varcava la soglia dell’accademia di West Point dove manifestò tutta la propria esuberanza. Eccellente cavallerizzo, compagnone con gli altri cadetti, ma anche un cattivo esempio per la sua propensione per il disordine, la mancanza di puntualità, l’insofferenza ai comandi.
Riuscì ad accumulare, record poco invidiabile, una quantità di demeriti tali da procurargli l’allontanamento dall’accademia. Il 1° di giugno 1861, per non aver sedato una rissa tra cadetti, in qualità di ufficiale della guardia, rischiò seriamente la corte marziale e l’inevitabile espulsione.

La casa dove nacque Custer, a New Rumley
La sua fortuna, se cosi possiamo dire, fu lo scoppio nel 1861 della guerra di secessione, ragion per cui molti cadetti del Sud si ritirarono dall’accademia per arruolarsi nelle file confederate.
Custer a West Point
L’Unione aveva un disperato bisogno di ufficiali e per tale ragione non era possibile privarsi neanche di un sottotenente come il cadetto George A. Custer arrivato ultimo tra gli ultimi del suo corso. In guerra però non servivano né il greco e neanche il latino, servivano gli attributi e quelli a Custer di certo non mancavano.
In luglio Custer ricevette l’ordine di raggiungere Washington per aggregarsi al 2° reggimento cavalleria. Fece in tempo a partecipare, il 21 luglio, alla prima battaglia di Bull Run (Virginia) nella quale le truppe dell’Unione di Mc Dowell vennero battute dai confederati al comando dei generali Johnston, Beauregard e Jackson. Quella prima battuta d’arresto diede l’occasione a Lincoln di sostituire il comandante in capo dell’esercito Winfield S. Scott con George B. Mc Clellan al quale fu dato l’incarico di difendere Washington.
Custer, in mezzo alla confusione del momento, ricevette l’ordine di aggregarsi alle truppe dei volontari del generale Philip Kearney del quale diverrà in seguito l’aiutante maggiore.
Poco tempo dopo venne assegnato al reggimento di cavalleria del generale Stoneman, sino a che una fastidiosa malattia lo costrinse a tornare a Monroe per una lunga convalescenza.
Nel febbraio 1862, Custer, tornato in servizio, venne trasferito al 5° cavalleria dell’Armata del Potomac.

Custer con un prigioniero durante la Guerra Civile
In maggio Custer dimostrò, se mai ce ne fosse stato bisogno, tutta la sua audacia in un’azione di ricognizione sul fiume Chickahominy nella quale, sotto gli occhi del generale John G. Barnard, riuscì a dimostrare la guadabilità del fiume e la localizzazione delle avanguardie nemiche. Questo gli procurò l’ammirazione del generale Mc Clellan, che gli propose di diventare suo aiutante di campo col grado onorario di capitano. Qualche giorno dopo venne nominato primo tenente del 5° cavalleri, ma a Custer non dispiacque mantenere anche il grado onorario di capitano dello stato maggiore di Mc Clellan.
Il mese di giugno 1862 registrò la terribile battaglia dei sette giorni in cui Robert Lee riuscì ad arginare l’armata del Potomac di Mc Clellan che minacciava direttamente Richmond. I sudisti subirono comunque pesanti perdite, ma Mc Clellan preferì non contrattaccare decidendo di rinchiudersi tra le sicure postazioni trincerate di Harrison’s Landing. Causa il suo temporeggiare, il generale Mc Clellan venne destituito da Lincoln e di conseguenza il capitano George A. Custer tornò ad essere semplicemente il tenente Custer.
Nel maggio del 1863 le truppe confederate sconfissero quelle dell’unione nella battaglia di Chancellorsville. Vittoria amara per il Sud visto che i confederati persero “Stonewall” Jackson, uno dei loro migliori generali. In seguito a tale sconfitta, il generale Stoneman venne sostituito dal generale Alfred Pleasonton in qualità di comandante generale della cavalleria. Custer venne nominato aiutante di campo del generale, un uomo il cui impeto non era inferiore a quello dello stesso Custer. Nel giugno 1863 le armate di Lee erano in procinto di invadere la Pennsylvania e in questa situazione il generale George G. Meade, comandante dell’armata del Potomac, chiese al comandante in capo dell’esercito Henry W. Halleck la disponibilità di tre nuovi generali di brigata per riorganizzare le forze di cavalleria. Il generale Pleasonton propose per la nomina il capitano Custer, impressionato dal suo comportamento nella carica presso Aldie contro la cavalleria del generale confederato JEB Stuart. Custer fu informato del fatto il 29 di giugno, due giorni prima della battaglia di Gettysburg. Custer diventava in tal modo a ventitre anni il più giovane generale della storia degli Stati Uniti. Il titolo, ben inteso, era più che altro onorifico, ma tanto bastava a Custer per appagare la sua ambizione.

Il Generale Custer e il Generale Pleasonton a Warrenton nel 1863
Il generale Robert Lee, che nel frattempo era entrato in Pennsylvania, sperava di poter pilotare le sorti della guerra con un successo a Gettysburg su George G. Meade, comandante dell’armata del Potomac nonché suo personale amico.
La battaglia di Gettysburg, la più sanguinosa di tutta la guerra e punto di non ritorno per il Sud, mise, il 3 luglio, ancora una volta uno di fronte all’altro, Custer e JEB Stuart. Di nuovo, come ad Aldie, i leggendari cavalleggeri confederati vennero intercettati e fermati dalla cavalleria di Custer che impedì il ricongiungimento con le truppe di Lee, apportando in tal modo un notevole contributo per le armi sell’Unione. Il giorno successivo, il 4 luglio, Lee attraversò il Potomac e rientrò in Virginia.
In settembre Custer guidò una carica a Culpeper (Virginia) nella quale riportò una ferita ad una gamba. Questo gli permise di passare la convalescenza a Monroe e naturalmente di rivedere Elisabeth C. Bacon. Fu in quella occasione che Custer chiese a “Libbie” di sposarlo. La ragazza acconsentì, non senza aver ottenuto prima il permesso del padre. Il giudice Daniel Bacon fece orecchie da mercante, anzi egli pensò di partire da Monroe lasciando il generale senza una risposta esauriente.

Custer in compagnia di Elizabeth Bacon
Tornò giusto in tempo per accompagnare Custer alla stazione nel momento in cui il generale dovette ricongiungersi ai suoi cavalleggeri.
In ottobre Custer condusse una carica vittoriosa presso Brandy Station nella quale per due volte gli fu ucciso il cavallo e poco dopo affrontò ancora una volta JEB Stuart a Buckland Mills. Tra una sciabolata e l’altra, trovò comunque il tempo di scrivere al padre di Libbie per ottenerne il consenso al matrimonio. Custer cominciava ormai a godere di una certa celebrità e probabilmente questo deve avere influito sulla decisione del giudice Bacon. I due giovani si sposarono il 9 febbraio 1864 nella chiesa presbiteriana di Monroe e dopo la luna di miele passata tra Cleveland, Buffalo e West Point, George A. Custer tornò al quartier generale della sua brigata a Stevensburg.

Custer in compagnia di uno dei suoi cani
Nel frattempo, il 9 marzo 1864, Lincoln aveva nominato Ulysses S. Grant comandante in capo delle forze dell’Unione e il generale Philip H. Sheridan responsabile dell’armata dello Shenandoah.
Le armate di Lee e di Grant si fronteggiarono sul fiume Rapidan e tra il 4 e il 7 di maggio si affrontarono nella foresta di Wilderness (Virginia). Fu un massacro da entrambi le parti. Si contarono 15.000 tra morti e feriti nelle file unioniste e 8.000 tra quelle confederate.
Custer, come al solito, alla testa della brigata del Michigan guidò la carica sul nemico costringendo i confederati a ripassare il fiume Chickahominy.
A Yellow Tavern (Virginia), l’11 di maggio 1864, il Sud perdette JEB Stuart, un uomo di grandissimo valore che tentava di arginare una carica del generale Custer.
Circa un mese dopo, il 12 di giugno, la cavalleria di Sheridan con Custer alla testa della sua brigata , si scontrò presso la località di Trevillan Station (Virginia) con quella confederata. In tale occasione Custer venne attaccato dalla brigata di cavalleria della Virginia al comando del generale Thomas L. Rosser, suo ex compagno di stanza e di classe a West Point. I due vecchi amici si trovarono ancora di fronte il 9 ottobre 1864 nella cosiddetta “battaglia di Tom Brook” (Virginia). In quella occasione Custer, riconosciuto tra i cavalleggeri confederati il suo amico Rosser, si inchinò dapprima con un saluto e poi lo costrinse alla ritirata.
La guerra di secessione si stava rapidamente avviando verso la conclusione. Il 2 settembre 1864 era già capitolata Atlanta, capitale della Georgia. Savannah sarebbe caduta di li a poco il 21 dicembre.
Il 3 aprile 1865, con la caduta di Richmond, in pratica finiva la guerra di secessione, una guerra costata circa 600.000 morti.
Ancora una foto di Custer con la moglie Elizabeth
Un ultimo appuntamento attendeva Custer, la resa di Lee ad Appomattox Court House (Virginia) il 9 aprile 1865. Egli fu presente assieme a Sheridan, Sherman ed altri famosi generali all’incontro col quale Lee consegnò le armate confederate nelle mani di Grant. Lo scrittoio della casa sul quale Grant firmò i termini della resa, venne acquistato dal generale Sheridan che ne fece dono alla signora Custer. Prima di congedarsi per sempre dalle vicende della guerra, Custer volle scrivere poche righe d’addio alla sua divisione. Questo è parte di quanto scrisse:
“Negli ultimi sei mesi, sebbene confrontati più volte da numeri superiori al vostro, avete catturato al nemico in combattimento centoventi pezzi di artiglieria, sessantacinque bandiere e più di diecimila prigionieri fra cui undici generali… Non avete mai perso un fucile, mai un colore e non siete mai stati sconfitti.”

Il ritiro della divisione di Custer da Mount Jackson
Nel maggio 1865 il Nord festeggiò la vittoria con una trionfale parata a Washington in Pennsylvania Avenue. In tribuna d’onore, al fianco del generale Grant, c’era il nuovo presidente Andrew Johnson, eletto dopo la morte di Abraham Lincoln, ucciso il 14 di aprile. In quella occasione, Custer non mancò di dare spettacolo in quanto il cavallo, spaventato dalle grida di un centinaio di ragazzine, si dette a una fuga sfrenata per tutta Pennsylvania Avenue. Lo stesso giorno Custer ricevette l’ordine di partire per il Sud, inquadrato nella grande operazione di recupero delle terre ribelli. Nella primavera del 1866 venne richiamato a Washington a riferire sulle condizioni del Texas e della Louisiana. Sempre in primavera venne congedato da generale dei volontari, per cui si trovò nella condizione di essere solamente il capitano Custer con uno stipendio che passava automaticamente dagli ottomila ai duemila dollari l’anno.
Pochi mesi dopo però ricevette la nomina di tenente colonnello e in ottobre raggiunse presso Fort Riley (Kansas) il reggimento del 7° cavalleria completamente ristrutturato. Tamburi di guerra suonavano in lontananza e questa volta non erano dei confederati.
Un famoso ritratto di Custer
Nei primi mesi del 1867 circolavano voci circa una sollevazione generale degli indiani, i quali mal digerivano l’idea di dover lasciare le loro antiche terre comprese tra i fiumi Republican e lo Smoky Hill. Il trattato che faticosamente il nuovo agente indiano, maggiore Wyncoop, aveva fatto firmare alle varie tribù, era fermo a Washington per lungaggini burocratiche e questo non faceva altro che rendere più sospettosi i Cheyenne e i loro alleati Sioux.
Il generale Winfield S. Hancock, comandante del dipartimento del Missouri, cominciò ad accarezzare l’idea di organizzare una spedizione punitiva onde far comprendere agli indiani la potenza militare dell’esercito degli Stati Uniti. Hancock sino a poco tempo prima aveva combattuto le armate confederate e non poteva di certo spaventarsi per un pugno di selvaggi.
Hancock dette quindi inizio alla sua campagna confortato dalla benedizione dei suoi diretti superiori, generali William T. Sherman e John Pope.
Il 1° di giugno 1867 Custer ebbe l’ordine di uscire da Fort Hays per una perlustrazione dell’area dello Smoky Hill. La sua idea era quella di toccare le sorgenti del Republican, raggiungere Fort Mc Pherson sul Platte, fare rifornimento a Fort Sedgwick, quindi tornare a sud verso Fort Wallace e, ultima tappa, arrivare a Fort Harker passando da Fort Hays. Una camminata di circa mille miglia, piena di insidie, durante la quale si contarono centinaia di diserzioni.

Custer durante la Guerra Civile
Alcuni di questi, raggiunti, vennero uccisi sul posto. Il tenente Lyman S. Kidder, partito da Fort Sedgwick per recapitare un messaggio a Custer, cadde in una imboscata e il suo corpo e quelli di altri undici uomini vennero ritrovati orrendamente mutilati nella prateria a nord di Fort Fallace. Al forte Custer arrivò il 14 luglio e dopo vari giorni di riposo proseguì per Fort Hays dove si separò dal reggimento. Era sua intenzione raggiungere il vicino Fort Harker e riabbracciare la moglie Libbie. Al forte l’aspettava però un’amara sorpresa. Ricevette infatti un telegramma da parte di Grant che lo invitava a presentarsi immediatamente al comando.
A Fort Leavenworth nell’agosto 1867 venne riunita a suo carico la corte marziale, i cui punti d’accusa erano: 1) abbandono del posto di comando senza autorizzazione. 2) utilizzo di mezzi di trasporto dell’esercito per uso personale. 3) aver ordinato l’uccisione dei disertori senza il beneficio di un processo.
La Corte, riunitasi nel settembre del 1867, emise un verdetto di colpevolezza per il quale Custer venne sospeso dal grado e dal comando per il periodo di un anno. Per i primi mesi Custer e Libbie usufruirono degli appartamenti che il generale Sheridan aveva messo a loro disposizione, poi lasciarono Fort Leavenworth e tornarono a Monroe nella casa della moglie.
La prima esperienza di Custer con gli indiani non era stata positiva. I Sioux e i Cheyenne, inseguiti dal 7° cavalleggeri, avevano messo a ferro e fuoco l’intera zona dello Smoky Hill compresa tra i fiumi Platte e Arkansas. Le fattorie, le stazioni di posta e le carovane dei coloni erano il sistematico bersaglio degli indiani che attaccavano, uccidevano e bruciavano quanto più potevano. E, ai cavalleggeri che arrivavano, rimaneva solo il triste compito di piantare qualche croce nella prateria.
Il governo degli Stati Uniti, compresa la gravità della situazione, cercò di arrivare ad una soluzione e a tale scopo si arrivò al trattato di Medicine Lodge col quale in pratica si creava il Territorio Indiano entro il quale nessun bianco avrebbe potuto mettere piede. E’ però vero che il trattato presentava dei grossi limiti per gli indiani in quanto riduceva il loro raggio d’azione per ciò che riguardava la caccia, ma anche per i continui raid che le varie tribù da sempre conducevano ai danni di altre. Il generale Sheridan, nuovo comandante del distretto militare del Missouri, nel tardo autunno del 1867 non era ancora riuscito ad attuare il trattato e sentiva la situazione sfuggirgli dalle mani. Le bande dei Cheyenne più recalcitranti rifiutavano l’ingresso nel territorio appena costituito e continuarono per tutto il 1868 a scontrarsi con l’esercito. Vale la pena ricordare uno di quegli incontri ravvicinati rimasto famoso nella storia degli Stati Uniti.

Custer, suo fratello Tom ed Elizabeth Bacon Custer
Il 16 settembre 1868 il maggiore George A. Forsyth, assieme a una cinquantina di uomini, venne attaccato su una piccola isola del fiume Arikara da una banda di Cheyenne guidata da Naso Aquilino. Forsyth venne salvato dopo nove giorni di assedio dall’arrivo del 10° reggimento di cavalleria. I Cheyenne, quel giorno, videro morire il loro capo Naso Aquilino, mentre i bianchi persero una ventina di uomini tra i quali il tenente Frederick Beecher il cui nome è rimasto legato al luogo della battaglia.
La battaglia della Beecher Island era comunque solo un episodio perché tutto l’ovest era in fiamme a iniziare dal Wyoming sino al Territorio Indiano. Un territorio effettivamente troppo vasto che i soldati non riuscivano a controllare contemporaneamente. A malincuore il governo degli Stati Uniti decise il momentaneo ritiro delle truppe dalla zona delle Black Hill e concentrare le forze disponibili contro le cinque tribù meridionali. A nord venne abbandonato Fort Phil Kearney, ma quella che poteva sembrare una sconfitta per l’esercito, altro non era che l’inizio della fine della nazione Sioux. Questo perché, una volta risolto a sud il problema coi Cheyenne, i Kiowa e i Comanche, sarebbe stato possibile risolvere il problema dei Sioux in un altro momento e soprattutto in condizioni diverse. Sheridan quindi concentrò tutte le sue energie a sud in una grossa azione che prevedeva il movimento di due spedizioni, una in direzione ovest da Camp Supply al comando del maggiore Eugen A. Carr e l’altra, verso sud, al comando del generale Alfred Sully.
L’operazione a sud verso la zona del Washita prevedeva l’impiego del 7° cavalleggeri e per questo Custer, il 24 settembre 1868, ricevette a Monroe un telegramma a firma di Sheridan che lo richiamava in servizio. Custer non se lo fece ripetere due volte e il 30 settembre era già a Fort Hays a colloquio con Sheridan. Riunitosi al 7° cavalleggeri, il 12 novembre Custer partiva verso il sud con l’intenzione di iniziare la campagna invernale. Una settimana dopo raggiunse in Territorio Indiano Camp Supply, una località logistica che doveva servire da base per la sua spedizione e per quella del maggiore Carr.
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[...] gli indiani del capo indio lakota White Bull vinsero la Cavalleria comandata dal Generale Custer facendogli un **** come una capanna. Il suo distaccamento del 7° fanteria fu [...]
Ho scritto tempo fa sulla vicenda, nell’articolo pubblicato da Farwest “La questione Custer”. Con tutto il rispetto di Omar Vicari, che è un vero esperto del West e del quale ho apprezzato molti scritti, la verità non è tutta qui. Molte cose non vengono dette in questo articolo. Forse troppe. Poi sarebbe bello sapere, una volta per tutte, quanti uomini aveva realmente con sè Custer prima che il Settimo fosse divisio in 4 reparti: 617 o 647? A me risulta 647. E le perdite subite dagli Indiani? Ormai è stato sfatato il mito della vittoria ottenuta con 30 0 40 morti: a queste cifre va aggiunto uno zero. E poi non si accenna a Monahseetah, nè si parla – e sarebbe ora che gli storici lo facessero – della simpatia-ammirazione che Custer nutriva verso gli Indiani. Ci sono vari modi di leggere “My Life on the Plains”: la peggiore è di andarvi a cercare soltanto ciò che depone contro Custer, fingendo che tutto il resto non esista. Da ultimo – ma la discussione potrebbe durare per decine di pagine – al Little Big Horn Custer non aveva alcuna scelta: se non avesse attaccato, lasciandosi sfuggire gli Indiani, lo aspettava la corte marziale per “cattiva condotta di fronte al nemico”, com’era già accaduto poco tempo prima ad alcuni ufficiali del generale Crook: Reynolds, Nickerson, Henry. Al presidente Grant, su cui fratello Custer aveva insinuato il sospetto che potesse avere intascato denaro irregolarmente, non sarebbe sembrato vero che quel presuntuoso ufficiale – già condannato nel 1867 dal tribunale militare – fosse costretto a concludere la carriera. Ecco, mi limito a commentare questo, aggiungendo che la grande vittoria pellerossa del Little Big Horn fu come quella ottenuta ad Alamo dai Messicani di Santa Anna: una vittoria di Pirro, come scrisse esattamente Piero Pieroni molti decenni fa.