Sei soldati italiani sui sentieri di Custer

A cura di Cesare Fiumi

Si chiamavano Martini, Di Rudio, Vinatieri, Lombardi, Casella e Devoto. Sopravvissero tutti alla battaglia di Little Big Horn e tra loro c’era anche un conte. “Dove va il Reggimento? Verso l’Inferno o verso la Gloria, dipende dai punti di vista”… Quando George Armstrong Custer pronuncia la storica frase uscendo da Fort Lincoln, ha il viso di Errol Flynn e una sceneggiatura gonfia di eroismo. Siamo alla vigilia della battaglia del Little Big Horn, lo scontro più discusso del West, e in qualche modo il Custer del regista Raoul Walsh doveva mostrarsi all’altezza, anche letteraria, di Toro Seduto, che quel mattino del 25 giugno 1876, rivolto ai guerrieri suoi e di Cavallo Pazzo, aveva ripetuto – lui, per davvero – la famosa frase: “Oggi è un buon giorno per morire”. Insomma, ciascuno dei due schieramenti doveva avere intuito, all’alba del Little Big Horn, l’esito della sfida.
Eppure quella pagina del West è ancora lì da leggere, rileggere, interpretare: Custer un esaltato o uno sprovveduto?
Mandato al massacro dal presidente Grant dopo aver denunciato certi intrallazzi di Washington? Custer ucciso per ultimo sulla collina o vicino al fiume, nella fuga? Neppure i sopralluoghi sul terreno con computer e detector hanno permesso di chiarire quella battaglia, e ogni verità sull’annientamento del 7° Cavalry sembra approssimativa.
Giovanni Martini
Salvo una: c’erano almeno sei italiani nel reggimento di Custer e quei sei si salvarono. Tutti. Quel 25 giugno non andarono all’Inferno e neppure verso la Gloria, ma si garantirono una dignitosa vecchiaia. E domani sera Rai International ne racconterà la storia: rintracciati tra Baltimora e San Diego alcuni dei pronipoti, si collegherà anche col South Dakota, dove cento discendenti di Toro Seduto promettono altre rivelazioni sulla battaglia. Al di là dell’evento e delle novità, sarà un modo per raccontare davvero il West, per ridarlo a tutti quelli che parteciparono alla sua epopea. Mito americano, d’accordo, ma finalmente rivisitato da punti di vista meno battuti eppure decisivi: un lungo cammino cominciato con l’ammissione dell’olocausto dei nativi, continuato con la riabilitazione dei neri (ricordate il film Glory sull’eroico squadrone di colore nella guerra di Secessione?) e giunto infine a riconoscere il ruolo che ebbero certe avventurose esistenze di emigranti nei giorni della Frontiera. Tornerà alla memoria, domani sera, il nome di John Martin, alias Giovanni Martini da Sala Consilina, ex garibaldino emigrato nel West, trombettiere di Custer e l’ultimo a vederlo vivo: fu il messaggero inviato a chiedere soccorso alla colonna del capitano Benteen, ma il biglietto che portava con sè fu ignorato e a John Martin non restò che chiamare i propri figli George e Armstrong, in onore di Custer.
Carlo Di Rudio
E poi il nome del conte bellunese Carlo Di Rudio, con Garibaldi a Velletri, attentatore di Napoleone III, condannato alla ghigliottina, graziato e fuggito: personaggio che sembra uscire da un feuilleton fine ‘800 e invece testimone reale della storia d’Europa e d’America, superstite della colonna del maggiore Reno a Little Big Horn, poi testimone chiave nell’inchiesta per la riabilitazione di Custer. Gli altri nomi? Felix Vinatieri di Torino che suonava col napoletano Franco Lombardi il motivo della Garry Owen nella banda del Reggimento e fu per questo che si salvarono, trattenuti sul battello che incrociava sul Powder River; e infine Giovanni Casella, che si arruolò come John James, e quel giorno fu assegnato alle salmerie e restò in retroguardia con August Devoto. Sei italiani che tornarono vivi dalla collina maledetta, dove nel 1942, durante le scene della battaglia girate da Walsh per il suo film, perse la vita persino un attore, Bill Meade, ultima vittima del Little Big Horn in giacca blu. Quei sei erano arrivati tutti da un’Italia non più polveriera, ormai post – risorgimentale, a cercare avventura e lavoro dall’altra parte dell’oceano, ignari di finire dentro una vera leggenda americana. Ma non furono i soli italiani a scrivere le pagine del West, come dimostra la storia di Suor Blandina da Civagna, in Liguria – dove il mese scorso le hanno intitolato una piazza -, la religiosa che arrivò in Colorado, e domò cavalli selvaggi, incontrò Billy the Kid e lo convinse a non uccidere i quattro uomini che aveva già nel mirino. Sempre nella torrida estate West del 1876.
Felix Vinatieri
Certo, non tutti gli italiani riportarono a casa la pelle dalle praterie: se un giorno attraverserete i Grandi Piani, quella pagina bianca e infinita d’America dove la strada non va mai a capo e le uniche virgole all’orizzonte sono i pali della luce, e raggiungerete Little Big Horn, nell’angolo sud – est del Montana, troverete sulla stele che commemora i caduti del 7o Cavalry anche il nome di Louis Maucci. Anche lui italiano, probabilmente. Ma è un nome senza una storia. Come quello di Giovanni Butisch, veneziano, che nell’ottobre del 1860 teneva la stazione di Simpson Park, lungo la pista del Pony Express. Nomi senza storie. Epperò capita di imbattersi, vagabondando per la vecchia Frontiera, anche in storie senza un nome, come quella di Eureka, Nevada, dove i padroni delle miniere nel 1879 trucidarono un gruppo di operai italiani che chiedevano 3 cent di aumento perchè il lavoro era duro e quella fortuna che scavavano faceva ricchi tutti ma non loro. Storie del West che l’America ha omesso di raccontare. Eppure, storie di minatori e muratori italiani che hanno fatto l’America. E che soltanto il figlio di un muratore e minatore italiano, emigrato in Colorado alla fine del secolo, poteva raccontare: in fondo, i romanzi di John Fante – genitori d’Abruzzo e Hollywood nel destino -, che narravano la saga di Arturo Bandini e Frank Gagliano, non erano altro che il seguito delle storie vere di John Martini e Carlo Di Rudio. Degli emigrati che combatterono Sioux e Cheyennes, scoprendo che, per loro, quel 25 giugno 1876 non era “un buon giorno per morire”.

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