La battaglia di Monongahela

A cura di Pietro Costantini

La guerra franco-indiana. Speciale a puntate: 1) Venti di guerra: Fort Necessity 2) La battaglia di Monongahela 3) La battaglia di Lake George 4) La battaglia di Sideling Hill 5) La battaglia di Fort Oswego 6) La conquista di Fort William Henry 7) Le due battaglie delle “Snowshoes” 8) La guerra in Acadia e le deportazioni 9) La spedizione di Forbes 10) Le due battaglie di Fort Carillon 11) La battaglia di Fort Niagara 12) La presa di Quebec 13) Il raid contro St Francis 14) La battaglia di Sainte-Foy 15) La caduta di Montreal e la pace di Parigi

“Spiando Braddock”, di Robert Griffing
Il generale Edward Braddock era stato inviato nell’America del Nord per ricoprire l’incarico di Comandante in Capo dell’esercito inglese. Giunse in Virginia il 19 febbraio 1755, con due reggimenti (il 44esimo e il 48esimo) di truppe irlandesi, che con l’aggiunta di uomini della milizia coloniale portavano gli effettivi a circa 1200 armati. Lo scopo di Braddock era quello di sferrare un attacco nel territorio dell’Ohio, conteso tra Francia e Inghilterra. Era accompagnato dal colonnello George Washington, che l’anno precedente aveva condotto una spedizione in quell’area, subendo una sconfitta a Fort Necessity. Il tentativo di reclutare nella sua forza di spedizione delle truppe native non ebbe successo: il capo dei Delaware, Shingas, preferì rimanere neutrale, e Braddock dovette accontentarsi di soli otto guerrieri Mingo da impiegare come scouts. L’obiettivo immediato degli Inglesi era la conquista di Fort Duquesne, per poi lanciarsi successivamente su Fort Niagara. Una volta scacciati i Francesi da quelle postazioni, il controllo dell’Ohio sarebbe stato completo.
Il 29 giugno 1755, lasciato Fort Cumberland (l’ex Fort Beausèjour, strappato ai Francesi all’inizio di giugno), la spedizione incontrò molte difficoltà di tipo logistico, poiché si doveva spostare un gran numero di uomini con equipaggiamenti e salmerie, nonché pesanti cannoni, attraverso i fittamente boscosi monti Allegheny e la Pennsylvania occidentale, con un viaggio di circa 180 chilometri. Braddock ricevette un importante aiuto da Beniamino Frankin, che procurò carri e provviste alla spedizione. Tra i conduttori dei carri c’erano due giovani che sarebbero divenuti leggenda, nella storia americana: Daniel Boone e Daniel Morgan. Frustrato per la lentezza dello spostamento, Braddock divise le forze in due: una “colonna volante”, di circa 1300 uomini al suo comando, e una forza più lenta, con i cannoni e i carri. Durante questa marcia, piccole bande di Francesi e Indiani attaccarono gli uomini di Braddock, ma si trattò solo di schermaglie di poco conto.
La “colonna volante” attraversò il fiume Monongahela il 9 luglio, diretta all’obiettivo di Fort Duquesne. A dispetto della stanchezza, dopo settimane di attraversamento di un territorio molto difficile, gli Inglesi e i Coloniali erano convinti di una facile vittoria, o perfino che i Francesi abbandonassero il forte prima del loro arrivo.
Nel frattempo, a Fort Duquesne, la guarnigione francese consisteva solo di circa 250 soldati regolari e miliziani canadesi, con 640 alleati Indiani accampati fuori del forte. Si trattava di componenti di varie tribù, da tempo alleate coi Francesi, comprendenti Abenaki, Ottawa, Ojibwa, Potawatomi, Shawnee, Uroni e qualche guerriero Osage. Claude-Pierre Pécaudy de Contrecoeur, il comandante canadese, ricevette rapporti dagli scouts indiani, secondo cui gli Inglesi erano sulla strada del forte, probabilmente per assediarlo. Egli comprese subito che il forte non avrebbe potuto resistere ai cannoni inglesi, e decise di lanciare un attacco preventivo: un’imboscata all’armata di Braddock non appena avesse attraversato il fiume Monongahela. Gli Indiani erano inizialmente riluttanti ad attaccare una forza inglese così rilevante, ma il comandante francese Daniel Liénard de Beaujeu, che indossava egli stesso un costume da guerra indiano completo di pitture di guerra, li convinse a seguire il suo comando.
I Franco-canadesi e gli Indiani, tuttavia, erano arrivati troppo tardi per preparare un agguato in piena regola: l’avanguardia inglese di 300 granatieri e coloniali con due cannoni, comandata dal tenente colonnello Thomas Gage era stata sorprendentemente veloce nell’ultima fase dell’avanzata. Comunque il comandante Beaujeu si tolse il cappello piumato, lo sventolò enfaticamente come un moschettiere del re e gridò: “Vive le roi”, e ordinò di aprire il fuoco dalla foresta sulla colonna inglese, con gli Indiani e i Francesi nascosti dietro gli alberi e gli anfratti presenti ai lati della strada. Beaujeu cadde colpito dalla prima scarica dei granatieri britannici, ma questo non scoraggiò i guerrieri indiani, che, scivolando sul fianco sinistro inglese, continuarono ad attaccare. Combattevano su un terreno di caccia che favoriva la loro tattica, con numerosi alberi, arbusti, tronchi abbattuti e improvvise radure. Sebbene un centinaio di canadesi fossero fuggiti per rifugiarsi nel forte, il capitano Dumas riuscì a ricompattare il resto delle forze alleate.
A questo punto Braddock fece avanzare l’artiglieria leggera, che sparò una salva di cannonate. I regolari inglesi si schierarono in ordine d’attacco come da manuale. Ma in quella circostanza la formazione in ordine serrato fu un tragico errore: la foresta americana era altra cosa delle pianure d’Europa.
Dal canto loro, Ottawa e Potawatomi usarono la guerra psicologica contro le forze nemiche: dopo l’uccisione di soldati britannici, inchiodavano i loro scalpi agli alberi circostanti, mentre durante la battaglia lanciavano urla terrificanti, che terrorizzavano la fanteria inglese seminando il panico tra le sue fila.


Gli Indiani incontrano la colonna di Braddock

Sottoposta ad un fuoco pesante del nemico, presa tra due fuochi, l’avanguardia di Gage cominciò a subire forti perdite e si ritirò, scontrandosi con il corpo principale della forza di Braddock, che nello stesso angusto sentiero stava avanzando rapidamente avendo udito gli spari, generando una terribile confusione; parecchi plotoni britannici si spararono a vicenda. Nonostante la superiorità numerica non cercarono di contrattaccare, ma si misero sulla difensiva impauriti dagli spari dei cecchini indiani. Canadesi e Indiani, infatti, continuavano a sparare ai loro fianchi dai boschi al lato della strada. Nel frattempo, i soldati regolari francesi cominciarono ad avanzare lungo la strada e a respingere gli Inglesi. Braddock si spinse verso la testa della sua armata, nel tentativo di ricompattare le truppe e rianimarne il morale, ma invano. L’uso del cannone, contro i boschi da cui sparavano gli Indiani, si rivelò inefficace. Molti miliziani coloniali, privi della formazione militare dei regolari britannici, fuggirono e si ripararono dietro gli alberi, dove gli Inglesi li scambiarono per combattenti nemici e spararono loro addosso, uccidendone cinquanta: ed erano le migliori truppe che gli Inglesi potevano mettere in campo per quel tipo di combattimento. Infatti solo la retroguardia, composta da esperti armati Virginiani, riuscì a combattere efficacemente da dietro gli alberi, forte delle precedenze esperienze di combattimenti contro gli Indiani.
A dispetto delle condizioni sfavorevoli, i Britannici si attestarono, riuscendo a reagire con un fuoco efficace. Braddock pensava che il nemico alla fine avrebbe ceduto, di fronte a delle truppe ben inquadrate e disciplinate.


L’illustrazione più famosa riguardante la battaglia

Infine, dopo tre ore di intensi combattimenti, il generale Braddock fu colpito ad un polmone, e cadde da cavallo; raccolto dai suoi uomini venne portato al sicuro. Gli Inglesi cominciarono allora a ritirarsi fino al fiume Monongahela, dove vennero attaccati dai guerrieri indiani, armati di accette e coltelli da scalpo, per cui ruppero le file e fuggirono in preda al panico. Il colonnello Washington, sebbene privo di una posizione ufficiale nella catena di comando, riuscì a imporre e mantenere l’ordine, formando una retroguardia che permise di fermare l’attacco. Al tramonto le truppe sopravvissute dovettero battere in ritirata, e percorrere a ritroso la strada da loro tracciata giorni prima, non inseguite dagli Indiani, che preferirono scotennare e saccheggiare i cadaveri dei nemici, e bere i duecento galloni di rum preso agli Inglesi.

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