L’accampamento circolare

A cura di Pietro Costantini

La credenza di essere circondati da forze metafisiche i cui poteri trascendevano la realtà ordinaria portava gli Indiani a osservarle per trarre una spiegazione sull’essenza della realtà, dell’essere, dell’origine e della struttura del mondo. Tela spiegazione era racchiusa nella mitologia e nelle leggende e poggiava sulla considerazione che la vita, così come si manifestava in ogni forma del regno occupato dall’uomo, palesava un’intrinseca opposizione tra gli aspetti materiali e quelli spirituali. Mantenendo l’equilibrio tra essi veniva preservata l’integrità della famiglia, del gruppo o della tribù, e perciò le attività del singolo erano rivolte, durante l’arco dell’anno, all’esplicito obiettivo di assicurare che il delicato equilibrio tra la realtà fisica e quella metafisica non venisse turbato. La concezione di movimento circolare era il cardine di tale relazione: tutto era concepito in termini di una serie di movimenti circolari, di per sé stessi completi e operanti indipendentemente, che concorrevano alla formazione del Cerchio Sacro: simbolo di vita e armonia, origine delle principali forze vitali.
Sebbene venissero concesse al singolo sotto forma di Potere di Medicina individuale, queste forze distinte potevano essere integrate in un contesto tribale per rinnovare la coesione del popolo concepito come nazione.
Prima che le tribù si dividessero in gruppi distinti in occasione delle caccie estive al bisonte, tenevano una grande riunione costituita da un insieme di avvenimenti sociali, rituali sacri e danze, canti e parate spettacolari a cui tutti partecipavano. Era in tale occasione che venivano mostrate e affermate l’esistenza della nazione e l’unità spirituale dei suoi membri.
La sistemazione dei tepee in cerchio, viene descritta in vari testi storiografici. Spesso i cerchi erano più di uno, in questi casi risultavano concentrici e nei cerchi interni dimoravano le famiglie in testa alla scala del prestigio. Presso i Lakota, spesso s’incontravano le genti delle tribù, dette dei “sette fuochi”: Oglala, Brulè, Miniconju, Hunkpapa, Sihasapa, Oohenonpa e Itazipcho. In questi incontri, la tribù più numerosa concedeva il primo cerchio agli ospiti. Quando le genti Lakota incontravano famiglie Cheyenne in spostamento, le ospitavano sempre al centro del villaggio, per consolidare il rapporto eletto di amicizia. Durante la stagione della caccia al bisonte erano sempre grandi feste.
Va detto che i capi erano tali per il loro prestigio, ma non esercitavano un comando di tipo gerarchico, pertanto un guerriero con la sua famiglia, poteva sistemare il suo tepee dove riteneva più opportuno, ma era comunque rispettoso verso i capi e gli ospiti.


Un accampamento Sioux

Il carattere di completezza insito nell’accampamento – simbolicamente il cerchio abbraccia tutte le forze fisiche e metafisiche – viene espresso da Tyon, uno sciamano degli Oglala Sioux, nel suo chiarimento dell’intrinseco significato del Cerchio Sacro:
“…(gli Oglala) ritengono che il cerchio sia sacro perché il Grande Spirito ha fatto sì che in natura tutto sia circolare, eccetto la pietra. La pietra è l’agente di distruzione. Il sole e il cielo, la terra e la luna sono circolari come uno scudo, sebbene il cielo sia fondo come una ciotola. Tutto ciò che respira è circolare come il corpo di un uomo. Tutto ciò che cresce nel terreno è circolare come il fusto di un albero. Poiché il Grande Spirito ha fatto sì che tutto fosse rotondo, l’umanità dovrebbe ritenere sacro il cerchio, simbolo di tutte le cose che esistono in natura eccetto la pietra. Il simbolo del cerchio segna anche il limitare del mondo e quindi dei quattro venti che colà viaggiano. Di conseguenza è anche il simbolo dell’anno. Il giorno, la notte e la luna si muovono circolarmente sopra il cielo. Quindi il cerchio è il simbolo di queste divisioni del tempo e per tale ragione è simbolo del tempo nella sua totalità. E’ per questo che (gli Oglala) costruiscono i loro tepee circolari, erigono i loro accampamenti in forma circolare, e in tutte le cerimonie si siedono in cerchio. Il cerchio è anche simbolo del tepee e di protezione. Se come ornamento si porta un cerchio non disunito in alcun modo, dovrebbe essere interpretato come simbolo dell’universo e del tempo.”
Tutte queste connotazioni simboliche erano implicite nell’accampamento circolare, che rappresentava la totalità della vita indiana nella prateria: tutte le attività delle tribù, le loro credenze, cerimonie, tradizioni, miti, usanze, relazioni sociali e così via, erano racchiuse entro i suoi confini. Era l’espressione fondamentale di tutto ciò che l’Indiano reputava essenziale per la propria esistenza, e forniva a tutti i suoi membri – uomini, donne e bambini – l’opportunità di mostrare un impegno comune verso le consuetudini tribali che ogni anno potevano essere riaffermate; veniva così evitato che si creasse una frattura tra le generazioni più giovani e le più vecchie, e al tempo stesso si completava esaurientemente il ciclo annuale delle attività, che si riproponeva obiettivi sia individuali che collettivi.
Il disegno della parte centrale dello scudo in pelle grezza di bisonte dei Gros Ventre, risalente al 1860 circa, nella foto sotto, veniva spesso considerato un simbolo del sole che poteva porre chi possedeva lo scudo in rapporto con la “potenza del sole” e quindi riceverne protezione. Il movimento ciclico del sole era concepito come parte del Cerchio Sacro.
L’accampamento circolare aveva quindi la funzione di creare coesione tribale entro un ambito in cui a tutti era richiesto un attivo sostegno sociale e cerimoniale. Ciò era molto importante nelle praterie dove, a causa dei fattori ambientali, per la maggior parte dell’anno gli individui erano principalmente coinvolti nelle occupazioni della comunità piuttosto che in quelle della tribù. Il suo carattere sacro veniva sottolineato in numerosi modi, ovviamente con la sua circolarità, ma anche con restrizioni di ordine cerimoniale e con particolari norme che regolavano le azioni di quei membri che rivestivano importanti ruoli rituali ed anche il comportamento riservato nei loro confronti. Molte norme e restrizioni hanno significati simbolici oscuri: ma l’estrema regolarità e precisione con cui si manifestavano e la complessità dei rituali con la loro definita e inalterabile struttura, suggeriscono la loro fondamentale importanza, che abbraccia il passato tribale e al tempo stesso si pone come fonte d’ispirazione per il futuro.
Sebbene tra le varie tribù vi fossero differenze nell’organizzazione cerimoniale, l’accampamento circolare fungeva sempre da elemento di coesione tribale, e le maggiori cerimonie delle varie comunità hanno sufficienti elementi in comune per poter essere collettivamente definite “Danze del Sole”: definizione che divenne popolare verso il 1830 e che da allora sarà presente nella letteratura etnografica. Definizione che, comunque, può condurre a fraintendimenti: quantunque la Danza del Sole fosse praticata da tutte le tribù delle Pianure – con l’eccezione, fino a tempi più recenti – dei Comanche, al sole non era assegnato un significato particolare se non dai Sioux; ma anche presso questi ciò avveniva in riferimento ad un aspetto limitato del loro complesso cerimoniale, allorquando i partecipanti si sottoponevano all’auto-tortura nel corso della “Danza-con-lo-sguardo-fisso-verso-il-Sole”, che dette origine alla generica definizione. La definizione “Danza del Sole” allude in modo specifico alle cerimonie documentate storicamente, ma è certo che vi furono cerimonie molto più antiche con il medesimo proposito: essa era, in verità, un insieme di eventi e di riti disparati, che si cercava di racchiudere in una struttura unitaria.


Danza del Sole dei Ponca – 1894

Come il Cerchio Sacro raccoglieva le potenze vitali o “dispensatrici di vita”, così la Danza del Sole aveva l’esplicito obiettivo di riunire il potere entro l’accampamento circolare, dove poteva essere disseminato e distribuito fra il popolo come energia vitale in grado di sorreggere la comunità fino alla formazione del nuovo accampamento circolare, l’anno successivo. Dato che il potere non poteva essere richiesto in maniera arbitraria, veniva accumulato gradualmente attraverso una serie di cerimonie e attività considerate complementi necessari della Danza del Sole. I preparativi avevano inizio quando una persona s’impegnava a sostenere le feste ad essa associate e a divenirne il principale partecipante, molti mesi prima della formazione dell’accampamento circolare. Tale persona agiva da intermediario cui veniva convogliato il potere, e poiché si trattava di una funzione creativa analoga alla nascita – dava infatti nuova vita alla nazione – essa veniva spesso svolta da una donna, nota come Donna Sacra o Donna di Medicina. Anche quando era un uomo a impegnarsi per la Danza del Sole, la donna rivestiva sempre un ruolo di primaria importanza. La sua funzione era simbolo di una sfida fronteggiata con successo e, per mostrare l’abilità nell’affrontare contrasti, ella faceva abitualmente il voto rivolgendosi per un aiuto alle Sacre Potenze in un momento di tensione o di pericolo personale:
tra i Piedi Neri, ad esempio, si poteva solitamente dare inizio alla Danza del Sole solo attraverso la promessa di una donna di «erigere la sacra Loggia del Sole di fronte a tutto il popolo se al proprio bambino ammalato fossero stati restituiti salute e vigore». Se la sua richiesta riceveva una risposta favorevole, la promessa era vincolante (se la Donna Sacra invece non l’otteneva si richiedeva a qualcun altro di fare analoga solenne promessa), ed ella era riconosciuta come persona di comprovata capacità nel ricevere benefico aiuto dalle forze metafisiche. Ella fungeva, inoltre, da simbolo di perfezione: qualcuno che aveva sempre perseguito i valori supremi della vita, senza farsi sviare dalla debolezza umana. Solo una persona dalla moralità irreprensibile, che aveva trascorso una vita “perfetta”, e cioè spirituale, poteva proporre un esempio di tale natura che, ancora una volta, doveva essere comprovato. Era molto importante che tale perfezione fosse concretamente mostrata nella vita e non considerata un ambito ideale astratto mai realizzato.
Anche se altre persone facevano voti analoghi che le impegnavano a porsi nella posizione di partecipanti o “danzatori” secondari, la Danza del Sole convergeva attorno alla figura della Donna Sacra, assistita dal marito o, a volte, da un sostituto che in alcune tribù era colui che effettivamente si impegnava per la cerimonia. I loro impegni sacri andavano al di là dell’obiettivo di una sollecitudine personale: veniva loro richiesta guida e assistenza, che venivano ricercate attraverso ritiro spirituale e purificazione. Dal momento in cui l’invocazione veniva proferita fino alla conclusione delle cerimonie dell’accampamento circolare – solitamente un periodo di parecchi mesi – la Donna Sacra lasciava raramente il proprio tepee, eccetto nel caso di spostamenti. Trascorreva la maggior parte del tempo seduta tranquillamente, avvolta in un mantello di pelle di bisonte e con i capelli sciolti in maniera tale da coprirle il viso, per raffigurare simbolicamente il ritiro dalla comunità, votandosi all’instaurazione e al mantenimento del rapporto con le potenze spirituali.
Al marito veniva invece richiesta la purificazione. Egli, assieme ai “sacerdoti” della Danza del Sole (uomini che avevano un’intima conoscenza del rituale ma ai quali, a differenza degli sciamani, non veniva richiesta un’autorizzazione sovrannaturale per esercitare le loro funzioni), si purificava entro la Loggia della Sudorazione: una struttura ovale ricoperta di spesse pelli di bisonte nella quale, per produrre vapori purificatori, veniva aspersa acqua su alcune pietre infuocate. Ciò liberava dalla “contaminazione” umana e rendeva le Sacre Potenze più disposte ad accettare la presenza dell’officiante. Tali procedure separavano questo ristretto gruppo di persone da tutti gli altri. Assieme agli sciamani, che avevano la funzione parallela di sovraintendenti alle cerimonie, erano in grado di stabilire un rapporto tra le Sacre Potenze e il mondo terreno – l’ambito della caccia, ad esempio – nel quale si poteva concretizzare il loro aiuto sovrannaturale.


Capanna sudatoria

Dalla risoluzione degli opposti, che includevano il sacro e il profano, scaturiva il “potere”, e, giacché La Danza del Sole si proponeva di integrare tali opposizioni su vasta scala, è evidente che le relative cerimonie dovessero includere attività sia sacre che profane. La Danza del Sole solitamente prevedeva quattro giorni di riti preliminari seguiti da quattro giorni di danze. In questo periodo aveva luogo una serie di eventi, secondo un ordine definito che, sebbene variasse da tribù a tribù, prevedeva procedure analoghe: l’osservazione di una singola tribù, i Piedi Neri, può darci perciò una visione complessiva della cerimonia. Tra i Piedi Neri la Danza del Sole è nota come Okan, o Loggia della Medicina e, come avviene per le origini dei riti, una molteplicità di racconti mitologici espone i vari caratteri della cerimonia. Comunque la prima Loggia della Medicina proviene da un periodo mitologico più recente, dal momento che si sostiene sia stata eretta da Viso Sfregiato, figlio della ragazza che sposò la Stella del Mattino: egli la costruì di ritorno dal Sole, dove aveva ucciso sette uccelli enormi che avevano messo in pericolo la vita di Stella del Mattino, suo padre. Il numero sette è significativo, perché rappresenta conflitto o guerra; perciò il viaggio di Viso Sfregiato è effettivamente un sentiero di guerra, e il mito simbolicamente fa notare che l’obiettivo sia della guerra che della Loggia della Medicina è quello di affrontare la sfida con successo.
Come per il sentiero di guerra, prima che la cerimonia potesse considerarsi aperta si dovevano effettuare certi spostamenti rituali preparatori: per la Danza del Sole l’intera tribù compiva quattro spostamenti per quattro giorni consecutivi, ognuno ad un nuovo accampamento più vicino al luogo in cui sarebbe stata eretta la Loggia della Medicina. Questi viaggi rituali avvenivano con splendide parate in abiti cerimoniali che davano la precedenza al gruppo della Donna Sacra, il quale infatti avanzava per primo, e prevedevano l’esibizione degli oggetti sacri, rimossi dai Fardelli della Medicina. Essi erano portati dai capi più importanti e dai detentori della Pipa della Medicina, i quali reggevano, rivolte verso l’alto, Pipe ornate di piume onde preparare una sicura via spirituale per la Donna Sacra che seguiva subito dopo.
Il suo cavallo e il travois che portava Fardello di Natoas (Natoas è il sacro copricapo della Danza del Sole) erano dipinti di rosso, così come il suo viso recava segni di pittura rossa e lo stesso sacro colore era strofinato sulla superficie del suo mantello di bisonte; quindi i guerrieri a fianco a fianco, con le lance e i vessilli delle società, formavano con i cavalli delle lunghe file, vestiti con i loro abiti migliori e reggendo i sacri scudi della Medicina. Al quarto spostamento essi raggiungevano un pianoro dove una delle società dei guerrieri poneva un anello di macigni per segnare i confini dell’accampamento circolare adibito alle cerimonie. Poiché la pietra era simbolo di distruzione, mentre l’accampamento circolare racchiudeva potere vitale proprio al centro dell’anello di pietre, vi era una chiara opposizione tra creazione e distruzione, e quindi è possibile che la struttura dell’accampamento circolare fosse in effetti la rappresentazione palese dell’obiettivo della Danza del Sole: l’integrazione di forze opposte che reca con sé equilibrio, armonia e forza, fattori di rigenerazione spirituale della nazione, poiché il potere scaturiva dall’unificazione degli opposti.


Danza della Loggia della Medicina Arikara – foto Curtis

L’impatto visivo con l’accampamento circolare era straordinario. Per i Piedi Neri si trattava di varie centinaia di tepee eretti circolarmente attorno ad un anello di tepee della Medicina magnificamente dipinti. Vi erano i diversi tepee della Lontra, del Serpente, dell’Orso, del Cervo Giallo e della Casa del Tuono; vi erano la Loggia della Grande Striscia e la Loggia della Striscia Dipinta di Rosso, quella di Bisonte Giallo e Bisonte Nero, e molte altre. Il tepee della Donna Sacra veniva eretto entro il cerchio interno e ad occidente rispetto al centro dell’accampamento; la sua base era circondata da rami di verdi pioppi ad indicare che nessun rumore eccessivo doveva essere fatto nelle sue vicinanze, e accanto vi erano grandi tepee doppi, le logge cerimoniali delle società dei guerrieri. Attorno al tepee della Donna Sacra veniva mantenuta la quiete per evitare che gli occupanti venissero disturbati mentre effettuavano i loro sacri riti preliminari – la maggior parte riguardanti la preparazione dell’abbigliamento cerimoniale e la prova dei canti e dei dipinti relativi al Fardello di Natoas – ma anche per il resto della comunità i primi giorni della Danza del Sole erano ricchi d’intensa attività sociale: cerimoniali minori, durante i quali venivano dischiusi e ceduti i Fardelli, danze pubbliche e così via.
A fianco sono riprodotti due modelli di tepee in pelle di daino, appartenenti agli Cheyenne e risalenti alla fine del XIX secolo. Essi forniscono una buona indicazione del tipo di immagini sacre che venivano dipinte sul lato esterno dei Tepee di Medicina.
In alto, le strisce dipinte sul tepee di Piccolo Capo sono una rappresentazione più astratta della forza intangibile della Medicina.
In basso il tepee di Ventre Lucente fa riferimento alle Potenze celesti, come Sole, Luna e Stelle e reca anche immagini dell’Aquila sacra che conduceva le preghiere degli uomini dalla Terra al Cielo.
Walter McClintock, adottato verso la fine del XIX secolo dalla famiglia di Lupo Pazzo, la cui moglie, Offre al Sole, era al momento la Donna Sacra, offre dell’ accampamento per la Danza del Sole dei Piegan una descrizione che esprime chiaramente il suo carattere sociale e che è estremamente vivida:
“Quando il sole stava tramontando, mi incamminai verso gli accampamenti dei gruppi di Mangiatori Solitari e Non Ridere lungo le rive del lago. Le loro logge pittoresche, con le decorazioni dipinte e il fumo azzurro che s’innalzava dalle sommità, si riflettevano completamente sulla superficie del silenzioso lago. Attraverso un fertile campo, meraviglioso nella delicata luce serale, con la sua alta erba ondeggiante e i vividi fiori spontanei, e salii sulla cima di una rupe circostante, dove avevo una vista eccellente dell’intero accampamento. Ovunque cantavano allodole, tordi e passeri Savannah. Nei prati circostanti numerose mandrie di cavalli pascolavano tranquillamente, mentre su un crinale vi era un cavaliere solitario, che aveva abbandonato il rumoroso accampamento per meditare in silenzio. Nell’incalzante tramonto il grande cerchio delle logge indiane contrastava con il proprio bagliore spettrale all’incupirsi del cielo ad oriente. I tepee erano illuminati dai bagliori dei fuochi interni, e i balenii dei fuochi esterni parevano lucciole al crepuscolo estivo. Giovani, con le proprie mogli o innamorate, andavano a cavallo attorno all’accampamento intonando all’unisono i Canti del Cavalcare. Udii la voce dolente di un giovane guerriero che presso la loggia della propria innamorata intonava un canto d’amore. Era probabile che solo la ragazza sapesse a chi era dedicato.
Il battito dei tamburi proveniva simultaneamente da sei logge diverse, dove avevano luogo le danze cerimoniali. Nel sacro tepee di Lupo Pazzo un canto solenne, accompagnato dal battito pesante e regolare dei sonagli sul terreno, veniva intonato come preparazione cerimoniale alla Danza del Sole…Nel clan degli Unti Scioglitori un gruppo di giovani uomini e donne cantava e danzava attorno ad un fuoco esterno al tepee. I Cani Coraggiosi erano riuniti nella loro grande loggia suonando il tamburo e intonando i canti della loro società. Un gruppo di Cani Pazzi stava danzando di fronte alla loggia di un capo, che aveva degli obblighi nei confronti della loro società e dal quale essi attendevano una festa.
Accanto al tepee di O-mis-tai-po-kah, un gruppo di giovani intonava un canto del Lupo. Formavano un cerchio e reggevano una pelle grezza, sulla quale con dei bastoncini battevano il tempo. Non emettevano parole, ma a intervalli regolari l’ululato del lupo, e in questo si univano le giovani donne, che stavano al loro fianco. Sostenevano che questo canto era molto antico, trasmesso per molte generazioni. Veniva cantato in momenti di pericolo durante la caccia, o sul sentiero di guerra, con la convinzione che il lupo, con la propria astuzia, avrebbe portato consigli a colui che cantava. In un altro angolo dell’accampamento vi era molta gente attorno al tepee di Sepenama per assistere alla Sina-paskan (una danza Sioux, effettuata da un gruppo di Sioux in occasione di una visita amichevole, oppure dai Piedi Neri, che l’avevano appresa dai Sioux)”.


Uomo del Lupo

E’ difficile immaginare l’intensità intrinseca delle danze e dei canti, o apprezzare i mutamenti ritmici che distinguevano una danza sociale da una cerimoniale o da un canto di guerra, senza udirli realmente. Il resoconto diretto di autori come Walter McClintock ci dà la possibilità di avere un’idea di quell’atmosfera particolare che permeava gli accampamenti circolari. “Una sera “Volpe Rossa (Sepenama) e la sua giovane moglie, sul medesimo cavallo, cavalcarono attorno all’accampamento, intonando un canto notturno di eccezionale bellezza. La donna era davanti, portando un magnifico copricapo di piume d’aquila appartenente al marito, ed un abito di pelle di daino ricco di perline lungo le spalle. Volpe Rossa portava una striscia di pelle di donnola sul capo, ed una piuma d’aquila, diritta sul retro dei capelli. Un magnifico mantello di pelle conciata di alce, decorata a strisce rosse di aculei di porcospino, scendeva con aggraziate pieghettature dalle spalle in dietro fino alla coda del cavallo. Egli reggeva un cordoncino di campanelli, che usava per segnare il tempo del loro canto. Esso aveva un ritmo molto pronunciato, che si accordava perfettamente al trotto lento del cavallo. Il loro sorprendente duetto continuò ad intervalli per tutta la notte, e passarono molte volte accanto alla mia loggia: smisero solo al sopraggiungere del giorno…”
I dettagli delle decorazioni di piume e dell’abbigliamento esprimevano abilità così individuale che nessuna descrizione può essere adeguata, eppure questa citazione trasmette brillantemente la suggestione visiva che le culture delle Pianure emanavano, manifestandola perfino in aspetti relativamente insignificanti.


Bracciali decorati con aculei di porcospino e piume per danzatori Sioux

Vi erano, naturalmente, anche momenti sociali collettivi, le cui danze erano le più spettacolari. Un testimone scrisse, nel 1846, che “i danzatori giravano attorno al fuoco, con la loro immagine ora vivacemente illuminata dalla luce gialla, ora ombra tenebrosa allorquando si ponevano tra la fiamma e lo spettatore. Essi imitavano esattamente i movimenti e la voce dello spirito dell’animale loro protettore”. Da questa descrizione e da altre analoghe, è evidente che le danze non creavano solo opportunità di socializzare a un livello impossibile durante il resto dell’anno, ma offrivano ai partecipanti anche l’occasione per riaffermare il legame con il mondo naturale e quello sovrannaturale. Consentivano inoltre ai guerrieri di portare e mostrare all’intera tribù i simboli delle loro imprese. Il semplice ornamento di aculei di porcospino sulla ciocca dello scalpo, l’abbigliamento di guerra con le camicie dalle frange di pelo, i gambali, i copricapi di piume d’aquila e il lungo pendente avevano lo scopo di unire colui che li portava alla fonte del proprio potere. La loro delicatezza e fragilità – impressione data dall’uso di materiali inconsistenti come le piume e gli aculei – celava la forza e la presenza che tali simboli acquistavano durante la danza, ove riflettevano l’essenza stessa delle Pianure: nulla è statico e il potere scaturisce dal movimento, e questo esprime il nucleo centrale del pensiero degli Indiani delle Pianure.
La danza faceva convergere il potere dei guerrieri nell’accampamento circolare, dove veniva socialmente riconosciuto e quindi riceveva rilevanza tribale. Alcuni, che avevano effettuato imprese di guerra particolarmente valorose, ricevevano ulteriori onori con danze particolari: ve n’era una cui potevano partecipare solo coloro che non avevano mai voltato le spalle ad una battaglia, un’altra per coloro che avevano ricevuto ferite dignitose o che avevano rischiato la propria vita per salvare quella di un compagno, ed anche una in cui un guerriero «reggeva una scultura di legno raffigurante un cavallo per ricordare ai presenti la sua prodezza e abilità nel procurarsi i cavalli dei nemici».
Nella figura qui sotto una effigie di cavallo da guerra Sioux, usata dal guerriero in danze che celebravano i suoi successi. Le fessure incise, dipinte di rosso, ricordano le ferite da pallottole, a significare onore per il cavallo ferito in battaglia.

Sebbene alle imprese di guerra venisse assegnata una parte importante perché attraverso esse si poteva ricevere l’attenzione della tribù, vi erano altre danze, come ad esempio quella per i Generosi Dispensatori, i quali avevano la fama di persone magnanime e gratuitamente cedevano i loro beni. Un aspetto particolare della Danza del Sole era quello di promuovere relazioni armoniose. Guerrieri appartenenti ad altre tribù contribuivano a creare un’atmosfera di amicizia e cordialità, esibendosi in danze intrinsecamente difficili da compiersi. Dato che esse non erano vincolate da restrizioni derivanti da una qualche qualifica antecedente o da un diritto acquisito d’esecuzione, venivano imitate praticamente in tutta l’area delle Pianure. Una parte della loro attrattiva risiedeva nello splendore visivo. I danzatori portavano elaborate crinoline di piume di corvo e molti dipinti e ornamenti che si fondevano in un sensazionale amalgama di piume e colori. Durante alcune danze il battito del tamburo e il canto accrescevano il ritmo e poi improvvisamente si fermavano; oppure un ritmo veloce mutava inaspettatamente e i danzatori dovevano mantenere il tempo alla perfezione.
Di tutti gli eventi collettivi, sicuramente il più spettacolare era la Danza del Cavallo. Guerrieri a cavallo si riunivano su un’altura sovrastante l’accampamento e poi, dai quattro punti cardinali, scendevano per accerchiare un gruppo di uomini e donne che rappresentavano un accampamento nemico. I guerrieri, con le loro pitture di guerra, cavalcavano avanti e indietro, reggendo armi, scudi e lance, su pony dipinti (a volte si trattava della rossa impronta di una mano per segnalare che erano stati catturati sul sentiero di guerra) con le code legate come durante azioni di guerra ed alcuni con cavezze meravigliosamente decorate con aculei di porcospino o con maschere di guerra: l’eccitazione dei pony, le grida guerra, la risonanza dei colpi di fucile sparati all’aria, l’entusiasmo e la fierezza creavano un effetto straordinario. I guerrieri avevano un’ennesima occasione per manifestare la loro abilità, in quanto si lanciavano dai loro pony e s’impegnavano in un simulato combattimento corpo a corpo: una riproduzione del tradizionale modo di combattere nelle praterie. La Danza del Cavallo poteva continuare con i cavalieri disarcionati che imitavano i movimenti dei loro cavalli, i quali, condotti per la cavezza, s’impennavano, mentre i presenti si aggregavano intonando i Canti del Lupo e lanciandosi urla d’incoraggiamento che incitavano i guerrieri ad essere coraggiosi ed ottenere vittoria.

Solo limitati gruppi maschili potevano partecipare alle danze dimostrative e di guerra: in effetti uomini e donne non danzavano insieme frequentemente e le danze femminili o erano molto misurate, oppure rappresentavano le imprese di guerra di mariti e fratelli. In alcune danze cerimoniali vi erano tuttavia maggiori opportunità per un più diretto coinvolgimento collettivo. La partecipazione della comunità era di così vitale importanza, ad esempio, nel rituale pubblico della Danza della Pipa, che poteva essere adeguatamente effettuata solo nell’accampamento circolare.
Infatti colui che deteneva il Fardello della Pipa della Medicina, per il quale si teneva una delle più importanti cerimonie, dispensatrice di felicità e di benessere, danzava reggendo l’imboccatura decorata della pipa ed era seguito da una lunga fila di uomini, donne e bambini che a volte si estendeva per tutta l’ampiezza dell’accampamento circolare ed avanzava serpeggiando attorno ai tepee.
Molte delle decorazioni usate durante le danze giunsero nelle Pianure dalle Foreste e dal Sud Est. Il copricapo per ondulare i capelli, ottenuto con pelo di daino e porcospino, oppure con pelo di daino e piumaggio di tacchino, era molto comune presso i confini orientali delle Pianure, ad esempio presso Pawnee e Sioux, ma veniva anche portato in danze dimostrative dalle tribù del Nord Ovest. La piuma d’aquila rappresentava colui che portava il copricapo e vaniva fissata al pettine di corno d’alce. Il copricapo veniva assicurato alla testa infilando una ciocca di capelli in una piccola fessura situata dietro la cavità della piuma.
L’esemplare raffigurato poco sopra apparteneva alla tribù degli Osage.

La Danza del Sole dei Piedi Neri

Oltre alle danze sociali, le società dei guerrieri tenevano riunioni legate alle cerimonie di Medicina, mentre in tutto l’accampamento si svolgevano feste private all’interno dei singoli tepee. Si generava quindi potere a diversi livelli: attraverso interventi individuali, societari e comunitari. In questo periodo i riti segreti tenuti nel tepee della Donna Sacra «richiamavano» entro l’accampamento circolare poteri ancora più efficaci. Molti di questi riti erano legati al trasferimento formale di Natoas, poiché alla promessa di sostenere la Danza del Sole corrispondeva anche l’accordo d’«acquisto» del Fardello di Natoas dal detentore precedente (l’acquisto era uno scambio reale di merci – cavalli, vestiario, manufatti con aculei di porcospino e così via – per il diritto all’uso cerimoniale di canti, dipinti e decorazioni inerenti al Fardello). Prima di poter effettuare il trasferimento era necessario rinnovare il potere del Fardello, dischiudendolo e rimuovendo i suoi simboli in modo che si purificassero e i rituali potessero essere celebrati.
La foto a fianco rappresenta il copricapo di Natoas, portato dalla Donna Sacra durante la Danza del Sole dei Piedi Neri, che era una rappresentazione visiva del mito della Danza del Sole. Le piume rappresentano le foglie della sacra rapa raccolta dalla ragazza che sposò Stella del Mattino: per fare ciò scavò un buco nel cielo, attraverso il quale venne condotta da Stella del Mattino, e tramite il quale ritornò sulla Terra per portare Natoas ai Piedi Neri. Sul copricapo veniva posto un paio di piume di cornacchia (la Cornacchia aiutò ad ottenere l’originario Fardello di Medicina di Natoas dalla Donna Alce) fissate con una striscia in pelle grezza ritagliata in forma di lucertola, simbolo di longevità. Sulla parte anteriore del copricapo vi è una “bambola” in pelle di donnola contenente semi di tabacco forniti dal primo Uomo Castoro ed anche una freccia con punta di selce.
Allo stesso tempo, ad altre cerimonie era affidato il compito di unificare le opposizioni relative al Mondo di Medicina e risolvere il conflitto tra forze sacre e profane. Le due più importanti erano la cerimonia della Loggia di Sudorazione del marito della Donna Sacra e dei suoi assistenti maschili, e la cerimonia del “Taglio di lingue” della Donna Sacra e delle sue assistenti femminili.
La particolare forma della Loggia di Sudorazione della Danza del Sole, conosciuta come la Loggia di Sudorazione dei Cento Salici a causa del numero dei pali della sua struttura, si pensava abbracciasse i poteri contrapposti del Sole e delle Stelle, del Giorno e della Notte, del Cielo e del Mondo Sotterraneo, Della Terra, del Fuoco e dell’Acqua, e che inoltre raccogliesse i potere fisico della Pietra e l’etereo vapore del bagno di sudorazione. Venivano erette quattro logge, una ad ogni spostamento formale della tribù, in modo tale che la loro posizione seguisse il cammino del Sole – la prima al lato orientale dell’accampamento circolare, quindi a sud, ad ovest ed infine a nord – e simboleggiasse quindi le Quattro Direzioni e rappresentasse il Cerchio Sacro; al suo interno l’unificazione delle opposizioni era accentuata dai canti, che venivano intonati a gruppi di quattro, raggiungendo perciò un totale di sedici per indicare completezza.
Il “Taglio di lingue” – che implicava lo scuoiamento e l’affettatura delle consacrate lingue di bisonte – generava potere femminile onde equilibrare quello maschile relativo alla Loggia di Sudorazione. Tutte le donne che vi partecipavano facevano un voto di fedeltà, e la cerimonia fungeva da “prova”: ogni errore faceva sorgere dubbi sulla loro credibilità e causava uno squilibrio che veniva correlato alla falsità e alla menzogna, in quanto infrangeva la precisione e l’esattezza dell’ordine rituale.
Queste due cerimonie possono apparire molto diverse, ma se si pone a confronto il loro simbolismo cromatico, diviene evidente che entrambe incorporavano potere maschile e femminile ed intendevano conciliarne l’opposizione. Il lato settentrionale della Loggia di Sudorazione era quindi dipinto di rosso, a rappresentazione delle forze maschili, e quello meridionale di nero, per denotare quelle femminili; le lingue preparate dalla Donna Sacra erano dipinte per metà di rosso e per metà di nero, e i medesimi colori si ritrovavano sul coltello usato per l’affettatura, sul tripode su cui veniva posta la pentola dove si bollivano le lingue, sul gancio che reggeva la pentola e sulle due paia di bastoncini usati per mescolare. Sulla pentola stessa venivano dipinte quattro strisce verticali rosse ed altrettante nere. Il simbolo era comunque molto più complesso e rivestiva un profondo significato che si doveva avvalere di astrazioni per unire obiettivi in apparenza dissimili. Il ritualismo degli Indiani delle Pianure racchiudeva molto più di quanto mostrasse in superficie. Il proposito rilevabile entro la struttura della Loggia della Medicina, comunque, era l’unificazione di forze opposte e l’introduzione di energia vitale all’interno dell’accampamento circolare.
Durante i riti preliminari il potere veniva specificatamente immesso nel tepee della Donna Sacra, che aveva il potere di trasferirlo nella Loggia della Medicina, il quarto o quinto giorno della cerimonia: un momento molto importante per la Donna Sacra, in quanto aveva finalmente diritto al copricapo di Natoas. Ella in effetti recava il potere di Natoas (cioè il potere di elargire la vita) nella Loggia della Medicina.


Loggia della Medicina dei Blackfeet – dipinto di Gary Schildt

La Loggia della Medicina era adibita alla danza e si trovava esattamente al centro dell’accampamento circolare in cui avvenivano i riti relativi ai quattro giorni finali della Danza del Sole, ed era la struttura più caratteristica dell’intero cerimoniale: strutture analoghe, con dettagli secondari diversi, erano erette da quasi tutte le tribù. Veniva costruita circolarmente e consisteva in un perimetro formato da una serie di pali verticali connessi per mezzo di un raggio di travi ad un biforcuto palo centrale, noto come Palo del Centro. A un lato veniva lasciato uno spazio che fungeva da ingresso, solitamente rivolto a oriente, dove sorgeva il sole, e quindi era un simbolo di rigenerazione, mentre gli altri lati erano parzialmente coperti di rami intrecciati di legno non stagionato e foglie. Il Palo del Centro rivestiva un significato particolare, ed era l’unico ad essere abbattuto con una certa formalità. Al pari di un drappello di guerrieri, tutti partivano alla sua ricerca, e una volta trovato veniva abbattuto avendo cura di contare i colpi su di lui; i rami venivano tolti e portati come trofei di guerra. Tutte le tribù si comportavano più o meno allo stesso modo, forse con l’intenzione di sottolineare la conclusione di un ciclo annuale e l’inizio di una fase di nuova crescita e sviluppo. Al momento della processione della Donna Sacra, la Loggia della Danza era incompleta: vi era il Palo del Centro, ma doveva ancora essere eretto e giaceva per terra con la biforcazione rivolta ad occidente. I mezzi per assicurare crescita e benessere erano disseminati per tutto l’accampamento circolare, ma simbolicamente dalle quattro direzioni potevano essere introdotti nella Loggia della Medicina dalle Società dei Guerrieri che si avvicinavano dai punti cardinali, mentre l’intera tribù intonava il canto della Danza del Sole: una richiesta di benessere e sicurezza che veniva cantata dai Piedi Neri anche quando si inoltravano in un territorio sconosciuto. Ciò avveniva poco prima del tramonto del quarto o del quinto giorno.
Fardelli di medicina dei Piedi Neri
Quando il sole toccava il limite occidentale alle spalle della biforcazione del Palo del Centro, esso proiettava un bagliore rosso – il colore del fuoco e simbolo del potere rigeneratore del Sole – sulla sacra Loggia della Medicina. Era allora che si compiva l’ultima azione della giornata: le Società dei guerrieri irrompevano dal cerchio formato dai presenti e velocemente erigevano la pertica centrale, mentre la Donna Sacra muoveva i lembi della propria veste come per guidarne la sistemazione, trasferendo quindi il suo potere alla pertica ed in tal modo alla tribù. La raggiera dei travi veniva assicurata ai supporti, in modo che la loggia potesse essere completata prima che il sole calante si eclissasse all’orizzonte, momento in cui la Donna Sacra, adempiuti i propri compiti, si ritirava nel proprio tepee: per molti si era conclusa la parte principale della Danza del Sole.
La responsabilità delle funzioni rituali della Loggia della Medicina ricadeva ora sui Danzatori del Tempo (atmosferico). Essi erano sciamani cui era affidata la benedizione dei bambini, che venivano portati al loro cospetto; inoltre trasferivano il potere del Sole ad alcuni dei più importanti Fardelli della Medicina, che venivano dischiusi e benedetti entro lo spazio adibito alla Danza, ed era sotto i loro auspici che i partecipanti secondari, i “danzatori”, adempivano le loro promesse. La loro danza, sebbene fosse semplice – in realtà poco più di un debole alzarsi e abbassarsi del corpo causato dalla flessione delle ginocchia – era ardua, poiché i partecipanti danzavano quasi ininterrottamente per gli ultimi quattro giorni della cerimonia, e inoltre non mangiavano né bevevano. Si riteneva traessero la forza di cui avevano bisogno per sostenersi dal Palo del Centro, considerato ricettacolo di potenza. Essi venivano beneficiati in quanto serbavano il potere loro donato, ma una parte di questo si riteneva raggiungesse anche i suonatori di tamburo e i cantori che li sostenevano, e indi i presenti.
La concezione secondo la quale il Palo del Centro sacrificava potere per sostenere i danzatori, sebbene sinceramente avvertita, più che in senso letterale è da intendersi in senso astratto o simbolico. In realtà, il Palo rappresentava la tribù, il cui appoggio e incoraggiamento permetteva ai danzatori di adempiere ad un dovere sacro, dal quale si riteneva la tribù traesse forza. Era un’espressione di unità, identità e potenza tribali; e quando l’accampamento circolare veniva smantellato subito dopo la danza, le comunità, sorrette da tale convinzione e dal potere di rinascita, si disperdevano facendo ritorno ai loro accampamenti e ai tepee, convinte che la forza rigeneratrice si diffondesse nell’ambiente circostante.
Quando si raffronta tale ideale con cerimonie analoghe di altre tribù, diviene chiaro che esse rivestivano funzioni identiche: gli Cheyenne, infatti, sostenevano che l’intento perseguito con la Danza del Sole fosse quello di rinnovare il mondo intero. La cerimonia dei Piedi Neri era atipica solo in quanto il ruolo della Donna Sacra era principalmente legato al trasferimento del Fardello della Medicina – il che è un tratto caratteristico di quella tribù – e, quando ciò era compiuto, il controllo passava dalle sue mani a quelle dei Danzatori del Tempo. Se noi, comunque, prendiamo in considerazione le suddivisioni e i rapporti tra poteri femminili e maschili, troviamo parallelismi con i rituali degli altri gruppi: semplicemente sono espressi in maniera diversa.


Albero per la Danza del Sole. Originariamente gli emblemi delle preghiere recitate durante le cerimonie lasciati sull’albero erano doni di pitture o pelli dipinte. Dopo l’arrivo degli Europei vennero sostituiti da pezzi di stoffa.

La Danza del Sole degli Cheyenne

Gli Cheyenne, invece di incorporare le opposizioni entro un unico rituale, operavano la riconciliazione in due importanti cerimonie tribali che, sebbene congiunte, erano tenute distinte. Ciò è spiegabile col fatto che la tribù era composta da due gruppi originariamente separati – gli Cheyenne e i Suhtaio (Cheyenne Settentrionali) – ognuno dei quali fornì una cerimonia, e ciò si rifletté nell’antica forma del loro accampamento circolare: una mezzaluna eretta sulla riva meridionale di un fiume – per sottolineare la posizione del gruppo dominante (gli Cheyenne) – che prevedeva una divisione rituale fra i tepee degli Cheyenne sul lato meridionale dell’accampamento e quelli dei Suhtaio a settentrione.
Due miti molto correlati tra loro narrano l’origine delle cerimonie. In entrambi un eroe culturale – Dolce Medicina per gli Cheyenne e Corna Erette per i Suhtaio – si reca su una montagna lontana dove riceve un rito (Fardello della Medicina) attraverso il quale può portare il bisonte ad una tribù affamata.
Dolce Medicina si reca da solo sulla montagna e ottiene un Fardello i cui rituali non prevedono la partecipazione femminile, dal momento che le donne non erano rappresentate al tempo del dono originario. Questo Fardello è Mahuts, le Sacre Frecce di Medicina, e contiene due Frecce-Uomo, con potere sugli uomini, e due Frecce Bisonte, con potere sugli animali. Le relative cerimonie recano la Grande Medicina (Maheo) per rigenerare l’integrità degli Cheyenne come popolo. A Dolce Medicina, che rappresenta le forze maschili, sono quindi attribuite l’organizzazione tribale e la continuità dell’esistenza.
Corna Erette, invece, si reca sulla montagna con una compagna che non è sua moglie, ed ella ha un ruolo essenziale nella cerimonia che riceve, ossia la Danza del Sole, in quanto incorpora il potere procreativo e rigenerativo. La Danza del Sole rappresenta la creazione dell’antico mondo animale e vegetale, della terra e di tutto ciò che essa accoglie, dell’acqua e delle sue creature, del cielo azzurro, del sole, della luna, delle stelle, delle nuvole, dei venti, del tuono, della pioggia, della grandine e dell’arcobaleno, e rinnova il mondo degli Cheyenne, spargendo potere all’esterno. Le forze che controllano questo processo sono contenute nel Fardello noto come Is’siwun, il Sacro Cappello del Bisonte, e sono associate al potere femminile.


Accampamento degli Cheyenne meridionali (1879)

Entrambe le cerimonie erano una ripetizione rituale del mito delle origini e venivano sostenute da una persona investita del ruolo dell’eroe culturale. Pertanto esse potevano solo essere celebrate in seguito ad una solenne promessa. Più specificatamente, quella delle Frecce di Medicina doveva essere patrocinata da un capo, il quale si reputava guidasse la propria comunità così come Dolce medicina aveva guidato la tribù. Il capo (colui che si impegnava formalmente) si recava presso le altre comunità invitandole ad erigere l’accampamento circolare. I suoi spostamenti rappresentavano il viaggio di Dolce Medicina; era dipinto di rosso e indossava una veste di bisonte pure dipinta di rosso, nonché gambali e mocassini rossi, rappresentazioni simboliche del costume originario. Le Sacre Frecce di Medicina non sono quelle comuni: hanno punte di silice ricoperte di soffici piume d’aquila; alle estremità smussate venivano fissate le piume di un’ala d’aquila, scisse al centro e dipinte di rosso; inoltre venivano dipinte raffigurazioni dell’universo: pittura azzurra per il cielo, simboli del sole, della luna e delle stelle, e pittura rossa per la terra. I dardi rappresentavano anche gli Cheyenne, le soffici piume lo spirito dell’universo, le punte di silice l’eternità e la rossa pelle di volpe in cui erano avvolte rappresentava l’essenza stessa di Maheo.
Quando Dolce Medicina le donò agli Cheyenne, li ammonì che le Frecce sarebbero state indistruttibili solo se gli Cheyenne avessero agito con responsabilità e non si fosse abusato del potere del Fardello; essi sarebbero stati in grado di rinnovare i dardi quattro volte, dopo di che gli Cheyenne avrebbero cessato di esistere spiritualmente come tribù.


Sonaglio da cerimonia Cheyenne

Nel significato simbolico delle Frecce è implicito che la partecipazione della tribù era necessaria al rituale; ma dato che le Frecce rinnovavano il potere degli uomini come guerrieri e come cacciatori, erano mostrate solo ai membri maschili della tribù: in verità il mito originario esclude le donne da una partecipazione diretta, e un tabù non permette loro di vedere il contenuto del Fardello. Questa situazione anomala veniva aggirata impiegando un simbolo (un bastoncino di salice scortecciato) per rappresentare ogni famiglia, ponendolo entro un tepee doppio, noto come la Loggia del Rinnovamento, ove il fardello veniva dischiuso e la vita spirituale degli Cheyenne si rigenerava simbolicamente riordinando le piume delle Frecce.
Di rilievo, nel ritualismo degli Cheyenne, era l’impiego delle sacre “terre”: due piccole zolle ripulite sui lati opposti della Loggia di Rinnovamento, che recavano la raffigurazione di una spirale. Questi simboli indicavano i poteri rispettivamente degli Cheyenne e dei Suhtaio: la terra degli Cheyenne era una spirale decrescente che ricavava potere da sé stessa, mentre quella dei Suhtaio si ampliava nella misura in cui il potere si disperdeva dal suo centro. Entrambe erano importanti per le cerimonie della Freccia, poiché attestavano l’integrità della nazione e l’affiliazione delle due divisioni tribali.


Una variante della Sacra Freccia di Medicina Cheyenne

In contrapposizione alla cerimonia delle Frecce di Medicina, quella di Is’siwun – che corrisponde alla Danza del Sole e si tiene dopo il rituale delle Frecce – accentuava il potere femminile ed era una ripetizione rituale del viaggio di Corna Erette. Un tepee isolato, noto come Tepee Solitario, rappresentava la Sacra Montagna nella quale Maheo aveva racchiuso tutti gli elementi del mondo prima di concedere il potere di assegnarli a Corna Erette. Dal terreno all’interno del tepee veniva eliminato ogni segno di vegetazione, affinché apparisse come la “terra arida”, o “del tempo prima che esistesse qualcosa”, e quindi veniva posta una serie di cinque zolle, rappresentazioni simboliche di crescita e di nuova vita. La prima rappresentava il mondo antico di cui poco era noto; la seconda rappresentava la crescita dell’universo e della terra; la terza simboleggiava “il movimento in avanti dei guerrieri”, cioè l’espansione del popolo; con la quarta la crescita continuava, e con la quinta “il mondo raggiungeva il suo pieno sviluppo”.
L’intento della Danza del Sole era quello di trasportare i simboli del potere rigeneratore dall’interno del Tepee Solitario verso lo spazio adibito alla Danza, dagli Cheyenne chiamato Loggia della Nuova Vita.
Molto di questo potere in movimento era racchiuso nel teschio di un bisonte che veniva dipinto per rappresentare tutte le forze della creazione; quando la Donna di Medicina lo trasportava dal Tepee Solitario ella recava con sé tutti i poteri ad esso relativi e li usava per erigere un “altare” alle spalle del Palo del Centro. Ella prestava la propria assistenza nell’erigere il Palo compiendo per quattro volte atti rituali con una pipa sacra, che indicavano inoltre la sua volontà di svolgere la funzione della compagna di Corna Erette attraverso un’unione simbolica o effettiva con i sacerdoti che celebravano il rituale (i quali rappresentavano Maheo e le Sacre Persone che avevano conferito Is’siwun ai Suhtaio).
Il teschio di bisonte riportato a fianco, attribuito agli Arapaho, mostra affinità con le concezioni metafisiche dei Piedi Neri e degli Cheyenne. I simboli dipinti su di esso raffigurano una serie di opposizioni (giorno e notte, nord e sud) che i cerimoniali relativi ai teschi di bisonte cercavano appunto di conciliare e fungere da legame simbolico tra l’uomo e le forze vitali, rappresentate dal bisonte.
Il sacrificio di Donna di Medicina recava il potere femminile di procreazione entro la Loggia della Nuova Vita, dove i danzatori – tutti membri della Società di guerrieri cui apparteneva colui che aveva fatto il voto – attraverso di lei ricevevano il potere e i simboli racchiusi nella Loggia. Tale potere veniva convogliato per mezzo di quattro linee dipinte o “cammini” (che andavano a far parte di altri dipinti sul corpo dalla sequenza immutabile), le quali dai polsi scendevano alle caviglie. Sul petto si facevano simboli del sole o della stella del mattino: queste linee venivano chiamate “linee del corpo che si dirigono verso il cuore”. Quando al termine della cerimonia essi lasciavano la Loggia, rappresentavano il popolo che, pieno di vita ed animazione, ritornava alle proprie case.
Nelle cerimonie sia degli Cheyenne che dei Piedi Neri il potere individuale è impiegato per uno scopo collettivo, ma nella Danza del Sole è presente una base ideologica opposta: un individuo si serve di un rituale collettivo per ottenere una visione che gli garantirà successo contro un nemico a causa del quale ha subito danni personali. Fondamentalmente ci troviamo di fronte ad un rituale di Medicina di Guerra legato a una ricerca di visioni individuale.


Danzatori del Sole Cheyenne

La Danza del Sole dei Crow

Anche nel mondo dei Crow (Apsaroke) il potere scaturiva dalla risoluzione degli opposti, a somiglianza di quanto avveniva tra i Piedi Neri con l’opposizione tra il potere femminile e quello maschile espressa per mezzo della Donna Sacra e dei Danzatori del Tempo, e tra gli Cheyenne per mezzo di Mahuts e Is’siwun. Questo avveniva tramite la contrapposizione dell’affiliazione rituale entro un ramo della loro Società del Tabacco e la Danza del Sole.
I rituali della Società del Tabacco, non effettuati in realtà nell’accampamento circolare, si celebravano una volta l’anno al momento della semina. Si pensava recassero un accrescimento e salvaguardassero la fertilità (nel caso specifico si trattava di una piantina di tabacco di una specie diversa da quella comunemente usata per il fumo). Dato che l’affiliazione alla Società aveva inizio con una promessa solenne analoga a quella fatta dalla Donna Sacra, e il nuovo membro, durante il periodo di crescita della piantina, era soggetto a restrizioni cerimoniali, il suo intento pare strettamente legato a quello perseguito dalle cerimonie di Okan e di Is’siwun: la formazione di potere femminile, crescita e nuova vita, nell’interesse collettivo. Il parallelismo è ancora più ovvio se si ricorda che il tabacco sacro veniva usato solo per implorare le Sacre Potenze, in particolare il Tuono, nel tentativo di arrecare benefici alla tribù.
Un’altra sorprendente analogia risiede nel fatto che la partecipazione ai momenti più sacri del rituale era limitata ai membri affiliati al particolare Ramo della Società, mentre al resto della tribù era affidata una funzione di sostegno in quanto spettatori e beneficiari indiretti, mentre il ruolo centrale spettava all’iniziato, depositario del Potere di Medicina: esso faceva sì che la piantina di tabacco crescesse robusta e in abbondanza, e per analogia la tribù dei Crow avrebbe fatto altrettanto.


Borsa di Medicina della Società del Tabacco Crow

Nella Danza del Sole dei Crow, rispetto alla cerimonia del Tabacco gli intenti collettivi vengono a mancare: essa veniva sostenuta da qualcuno che aveva avuto il proprio figlio o fratello più giovane ucciso da un nemico e quindi desiderava avere il sopravvento sull’avversario ed ottenere vendetta. Gli elementi portanti sono rilevabili nel mito di Uomo Cane della Prateria: questi, all’epoca in cui i Crow non conoscevano nemici, portò con sé il figlio a caccia di cervi, ma alcuni sconosciuti (il Popolo della Foresta) uccisero il ragazzo. Quando Uomo Cane della Prateria si recò da solo sulle colline per piangere la scomparsa del figlio, udì una voce che gli suggeriva di costruire una struttura dedicata al sole, il cui elemento più importante doveva essere un pino sulla cui sommità si doveva assicurare una struttura circolare di salice con sette piume d’aquila sistemate a ventaglio. Ciò gli venne rivelato in un sogno, e quando egli posò lo sguardo sul pino un gufo volò su di esso e si trasformò nell’immagine di una bambola.
Colui che faceva la solenne promessa, sempre una persona in lutto, riceveva istruzioni relative alla cerimonia dal detentore del Fardello della Danza del Sole, che conteneva una riproduzione dell’immagine ricevuta in visione da Uomo Cane della Prateria, elemento molto caratteristico del rituale dei Crow. Sebbene fossero in uso molte di queste effigie, ognuna con la propria storia e le proprie norme, tutte si rifacevano ad un modello fondamentale. Quella posseduta da Due Gambali era «..dipinta di rosso e giallo per rappresentare il cielo di primo mattino con le nuvole variegate. Il semicerchio rosso sulla fronte indica l’arcobaleno, e le due righe sotto gli occhi indicano i segni sotto gli occhi del gufo, e simboleggiano i sacri poteri della visione. L’ampia striscia azzurra sul corpo indica il cielo, e le strisce orizzontali più piccole rappresentano su di un lato, le rughe degli anziani, che assicurano al detentore benessere e lunga vita, e sull’altro piume d’aquila, simboli di nebbia. Le piccole macchie nere sul collo dell’effigie rappresentano grandine e pioggia, indizi di improvvisi temporali. Nel caso che il detentore si trovasse inseguito dal nemico, gli era concesso il potere di provocare un improvviso temporale fra sé e l’inseguitore».


Effigie della Danza del Sole Crow

Rituali preliminari estremamente complessi, che si prolungavano per parecchi giorni, coinvolgevano sia colui che aveva fatto la solenne promessa, sia sua moglie, come figure centrali, ma virtualmente anche l’intera tribù, nel tentativo di accumulare potere che avrebbe favorito il ricevimento di una visione. L’intera cerimonia, comunque, si accentra sull’effigie di bambola e, dato che le Logge dei Crow per la Danza del Sole erano dei tepee molto grandi e non avevano il Palo del Centro, essa veniva fissata all’altezza degli occhi, sospesa all’interno di una struttura circolare di salice, su di una pertica biforcuta collocata al centro della Loggia, a rappresentazione del pino mitologico. Diveniva quindi il centro dell’attenzione di colui che aveva fatto la solenne promessa, e simboleggiava in vari modi i poteri di concentrazione che erano diretti al compimento del voto, e il fermo impegno a continuare il digiuno e la danza fino a che lo sforzo fisico portasse allo svenimento. La sua fede nel potere dell’effigie gli forniva la forza per continuare finché riceveva una visione: a questo punto la cerimonia si concludeva e il sentiero di guerra diveniva privo di ostacoli.
Questa cerimonia portava ovviamente agli eccessi il potere del singolo guerriero, ma può essere vista come complementare alle affiliazioni alla Società del Tabacco; considerate congiuntamente formano uno schema rituale completo che prevede intenti collettivi e individuali, ed abbraccia le forze sia maschili che femminili.


Guerriero Crow – dipinto di H. Terpning

La Danza del Sole dei Sioux

L’importanza della ricerca della visione, cioè del potere acquisito attraverso il sacrificio personale, rispetto al funzionamento del sistema di vita sioux, era formalmente sancita nella Danza del Sole. Forse questa cerimonia, più di ogni altra manifestazione religiosa, simboleggiava per i Sioux il loro intimo rapporto con le forze soprannaturali. Mentre la ricerca della visione era una questione personale fra un uomo ed una particolare forza soprannaturale, la Danza del Sole era una questione nazionale fra la tribù e l’Universo. La Danza del Sole comprendeva molti riti e cerimonie che coinvolgevano un alto numero di partecipanti. In un certo senso la Danza del Sole era una aggregazione di membri della tribù, ognuno dei quali cercava, attraverso una serie di riti ordinati in comune, certi vantaggi personali, la cui somma costituiva un grande beneficio comune. In quanto tale, la Danza aveva potere di coesione per il gruppo.
I Sioux erano l’unica tribù presso la quale l’autotortura era richiesta al celebrante principale, mentre presso le altre tribù, sebbene essa fosse abbastanza comune, poteva essere praticata da danzatori secondari che adempivano un voto, ma era proibita al celebrante principale.
Gli uomini si sottoponevano alla Danza del Sole per diversi motivi. Molto comune era l’adempimento di un voto i cambio dell’aiuto ricevuto dagli dei in tempo di bisogno o di miseria. Gli uomini promettevano, se fossero sopravvissuti ad una battaglia, o se fosse stato risparmiato un figlio ammalato, di offrirsi in sacrificio nella Danza del Sole. Non adempiere il voto significava tragedia immancabile.
In certe occasioni gli uomini danzavano per assicurare a protezione soprannaturale a qualcuno, ma assai più spesso a sé stessi. Il loro sacrificio sarebbe stato considerato con favore dalla gente e dagli dei.
Infine c’erano quelli che desideravano cercare una visione o diventare sciamani, e danzavano col proposito di assicurare a sé stessi l’aiuto dei poteri soprannaturali. Fra i requisiti dei candidati allo sciamanesimo c’era la piena partecipazione alla Danza del Sole. Per ottenere i diritti e i privilegi del sacerdozio dovevano portare a termine con successo il tirocinio più completo e la più grande prova di resistenza.


Dipinto di Alfredo Rodriguez

Quegli individui che avevano avuto sogni o visioni da bambini, ed il cui interesse indicava che possedevano il potenziale necessario per il vero sciamanismo, dovevano rivelare questo desiderio ad un professionista che aveva danzato la quarta – la più alta – forma della Danza del Sole, e che sarebbe stato ben disposto a fare loro da tutore. In base all’accordo, il candidato doveva dare una o più feste e pagare in cavalli o altri bene il suo Mentore per le istruzioni che ne riceveva.
Questi accordi venivano generalmente messi a punto parecchie settimane e magari mesi prima della Danza del Sole, in modo che il candidato avesse tutto il tempo di prepararsi convenientemente alla prova. Doveva ritirarsi su una collina per avere una visione, e quindi sottoporsi all’insegnamento più severo. L’istruzione non comprendeva semplicemente informazioni sulla Danza del Sole, ma, cosa di gran lunga più importante, un profondo indottrinamento sull’organizzazione tribale, le gerarchie soprannaturali, ed il linguaggio sacro degli sciamani. Uno sciamano qualificato doveva conoscere bene la sua gente e la cosmologia.
Soddisfatte interamente queste condizioni, il candidato era pronto a sottoporsi alla Danza del Sole nella sua forma più alta.


“La benedizione dell’Uomo di Medicina” – dipinto di H. Terpning

La Danza del Sole veniva tenuta ogni anno nella “Luna delle Ciliegie che Maturano”, e durava dodici giorni, di cui i primi quattro costituivano un periodo festivo dedicato alla preparazione del luogo campale. In questa occasione i vari gruppi si riunivano per scambiarsi visite e rinnovare le conoscenze. Per le ragazzine era il periodo più opportuno per cercare l’erba “a quattro punte” (una varietà di erba da pascolo), che avrebbe loro portato fortuna in amore. In questo periodo, inoltre, gli sciamani sceglievano, dai vari campi riuniti, degli individui che fungessero da assistenti laici. L’incarico di Cacciatore, Scavatore, Scorta o Cantore simbolico era un grande onore. Per tagliare con l’ascia il sacro pioppo venivano scelte donne virtuose, ad una delle quali veniva anche assegnato l’incarico di abbatterlo. I danzatori sceglievano come assistenti delle parenti che fossero vergini.
I quattro giorni seguenti venivano impiegati per dare speciali istruzioni ai candidati, i quali venivano isolati nella tenda del consiglio assieme a quegli sciamani cui avevano rivelato in origine la loro intenzione di danzare. Spesso uno sciamano era responsabile della supervisione su tutti i candidati e i loro istruttori. A questo Mentore era riconosciuta la più completa autorità nel corso della cerimonia, inclusa l’amministrazione del campo per tutta la durata della Danza del Sole.


“Uomo di Medicina” – dipinto di William Ahrendt

I quattro giorni finali erano i Giorni Sacri. Nel primo giorno veniva fissato formalmente il campo per la cerimonia. Una grande struttura circolare veniva eretta per la danza al centro del campo, con pali coperti da rami fronzuti. Ad est di questa struttura ombreggiata veniva eretta la Tenda Sacra. Questa, che costituiva il luogo dove i candidati avrebbero ricevuto le istruzioni finali, veniva costruita con materiale nuovo. Mentre veniva rizzata la Tenda Sacra, il Cacciatore andava in cerca del “nemico”, cioè del pioppo a forcella che sarebbe servito da palo sacro per la Danza del Sole. Quando trovava un albero adatto, il Cacciatore lo riferiva al Mentore. Era in questo giorno che si teneva la Danza del Bisonte, grande processione per propiziarsi il Bisonte e il Turbine, patroni del focolare domestico e dell’amore. Un Sognatore di Bisonti sovrintendeva al corteo, danzando la Danza del Bisonte e benedicendo la festa che seguiva.
Il secondo Giorno Sacro veniva dedicato alla cattura del “nemico”, cioè del pioppo. Dopo che il campo era stato sgombrato di tutti gli dei maligni dal Mentore e da altri sciamani, le donne prescelte per la “cattura” del pioppo ricevevano dal Mentore l’ordine di andare a cercare il “nemico”. Nel fare ciò, esse compivano tre tentativi, riferendo ogni volta che del “nemico” non avevano trovato traccia alcuna. Al quarto tentativo trovavano l’albero, contrassegnato con pittura rossa in precedenza dal Cacciatore, lo circondavano, e lo legavano ben bene con corregge. Tra grida di gioia veniva poi riferita al campo l’avvenuta cattura. Si formava una processione di cui facevano parte il Mentore ed altri sciamani, le donne onorate che avrebbero tagliato l’albero, oltre alle madri con i figli a cui sarebbero stati praticati in seguito i buchi alle orecchie. La processione veniva programmata in quattro tappe, di modo che a metà strada fra il campo e l’albero si potesse attraversare un corso d’acqua. Qui il Mentore liberava l’acqua dagli spiriti maligni. All’ultima tappa, prima di arrivare all’albero, venivano scelti quattro guerrieri, perché raccontassero le loro imprese, che davano loro il titolo di colpire l’albero.


Sognatore di Bisonte – dipinto di Martin Grelle

Vicino all’albero, dopo che i guerrieri avevano simbolicamente “contato un colpo” su di esso per sottometterne l’essenza spirituale, i bambini venivano messi in fila e venivano loro offerti dei doni. Fatto ciò, il Mentore ordinava di ““uccidere” l’albero, ed ogni donna faceva a turno un taglio, di modo che tutte le prescelte avessero la possibilità di farlo. Quando l’albero era lì lì per cadere, la donna che aveva l’onore di “uccidere il nemico” infliggeva il colpo finale. Tutti allora cantavano e gridavano per la gioia. Il tronco veniva quindi nettato fin sotto la biforcazione, mentre le foglie venivano lasciate nella parte superiore dei rami. Le donne raccoglievano i rametti del pioppo per proteggersi da Anog-Ite, l’essere soprannaturale che tentava le donne. I giovani sollevavano il tronco per trasportarlo, servendosi di bastoni, perché il palo sacro poteva essere toccato solo dagli sciamani o da coloro che avevano in precedenza danzato la Danza del Sole. L’albero veniva portato al campo in quattro tappe successive. All’ultima fermata, i giovani facevano una gara: chi arrivava per primo al luogo sacro in cui sarebbe stato eretto il palo, conseguiva il diritto di portare un bastone da “colpi” rosso.
Quando infine il palo veniva portato al centro della Tenda per la Danza, veniva dipinto in modo che, stando eretto, la parte occidentale fosse rossa, quella settentrionale blu, quella orientale verde e quella meridionale gialla. Alla forcella venivano appesi simulacri in cuoio grezzo di Iya e Gnaske, déi cattivi e indecenti. Una fascina di sedici rami di ciliegio che racchiudeva offerte di tabacco, una freccia per uccidere bisonti, ed un piolo per legare un cavallo catturato, venivano appesi in cima al palo assieme all’insegna di uno sciamano, cioè ad una pelle di bisonte tinta in rosso. Il palo veniva quindi alzato in quattro tempi, e all’ultimo conficcato nella buca sacra.
Quando il palo veniva alzato, la gente fischiava all’indirizzo dei simulacri di Iya e Gnaske. Tuttavia, dato che il potere di questi déi indecenti prevaleva sul campo, uomini e donne motteggiavano e scherzavano su argomenti sessuali in maniera che normalmente sarebbe stata molto indecorosa. Questo periodo di licenziosità sessuale si concludeva quando i guerrieri danzavano la Danza della Guerra e scagliavano frecce contro gli spiriti maligni, che cadevano a terra per essere calpestati dai danzatori.

La fine del giorno veniva spesa per la preparazione conclusiva della Tenda per la Danza.
Di norma, lungo un’ampia circonferenza venivano rizzati ventotto pali biforcuti e altrettanti venivano disposti a raggiera, con un’estremità poggiata su una forca e l’altra sull’albero sacro al centro. La Tenda così concepita rappresentava l’immagine dell’universo: ogni palo verticale simboleggiava una particolare creatura, quindi tutto il cerchio rappresentava la creazione e l’unico palo al centro, su cui poggiavano i ventotto pali orizzontali, era Wakan Tanka, il centro di tutto, da cui tutto viene e a cui tutto torna. I pali erano in numero di ventotto perché i numeri quattro e sette erano sacri, e sommando quattro volte sette unità si ottiene ventotto.
Funi di cuoio grezzo venivano legate al Palo Sacro, a cui sarebbero stati appesi i danzatori; venivano preparati giacigli di paglia per i bambini a cui sarebbero state forate le orecchie, ed il tamburo veniva posto su supporti assieme alle raganelle per i cantanti. Al cader della notte gli sciamani consacravano l’area della danza, mentre la gente restava tranquilla nei tepee.
Prima dell’alba del quarto e ultimo giorno, il Mentore e gli sciamani scalavano una collina vicina per salutare il sole e, come avevano fatto nelle mattine precedenti, invocavano un giorno sereno e che il Cielo desse forza ai danzatori e l’Orso saggezza al Mentore e agli sciamani. Dopo il levarsi del sole, i candidati venivano preparati al rito.
Gli sciamani dipingevano loro le mani e i piedi di rosso, e le spalle con strisce trasversali blu, simbolo del Cielo. Se un candidato doveva danzare la seconda forma di Danza, le strisce venivano dipinte sulle spalle e sul petto. Per quelli che danzavano la terza e la quarta forma, veniva dipinta un’ulteriore striscia in fronte. Infine, al danzatore veniva applicato dallo sciamano il simbolo dell’animale protettore. Ogni danzatore portava un lungo gonnellino rosso, bende di pelle di coniglio al braccio e agli stinchi, ed una collana di pelle con un medaglione, simbolo del girasole. Nella mano destra portavano un rametto di salvia e in testa una corona della stessa pianta.
Preparati in tal modo i candidati, lo sciamano prendeva un teschio di bisonte decorato e, seguito dai futuri danzatori e dai loro tutori, formava una processione che partiva dalla tenda cerimoniale e, attraversando la pista delimitata da pali, giungeva fino alla tettoia della Tenda per la Danza. Qui il teschio, con le dovute formalità, veniva posto su un altare già preparato, orientato verso il palo sacro.
Adesso la gente si affollava, ed i candidati si adagiavano sui giacigli di salvia. Quelli che avevano il diritto di sedere dentro i limiti della tettoia, prendevano posto. Essi erano i tutori, i cantori e le assistenti, le donne che avevano tagliato l’albero, gli uomini che avevano eseguito in precedenza la Danza del Sole, i genitori i cui figli avrebbero partecipato alla cerimonia della foratura dei lobi, e gli uomini più in vista delle varie bande. Gli stranieri venivano interrogati attentamente, per scoprire se per caso non fossero Waziya, il Vecchio del Nord, oppure Iktomi, il Briccone. Il Mentore portava allora l’armonia nella Tenda per la Danza, accendendo la pipa e passandola a tutti i convenuti, mentre le assistenti accendevano sull’altare, con sterco di bisonte, un fuoco su cui veniva messa erba fresca per creare incenso purificatore. Adesso i tutori davano ai loro pupilli un cerchio di salice blu come simbolo del Cielo, emblema della Quattro Direzioni, e un fischietto di ala d’aquila avvolto in ricami fatti con aculei e decorato in punta con una piccola penna di petto d’aquila. Con questa investitura, i preparativi per la Danza del Sole erano terminati e i candidati erano pronti a sostenere la cerimonia.
Quelli che dovevano danzare una tre ultime forme della Danza del Sole potevano adesso intraprendere la Danza del Bisonte. Il leader danzava dirigendosi verso l’altare e, dopo tre mosse simulate, alla quarta rimuoveva il teschio per collocarlo all’aperto. Intorno al teschio i danzatori formavano una linea e, imitando i movimenti di un bisonte maschio che si infuria e scalpita, fissavano i loro sguardi sul teschio. Coloro che portavano a termine in modo soddisfacente i quattro tempi della Danza del Bisonte da quel momento venivano onorati come Uomini del Bisonte.


Fischietto d’osso d’aquila usato per la Danza del Sole

Finita la Danza del Bisonte, i bambini cui dovevano essere forati i lobi delle orecchie venivano messi su giacigli di salvia, e le madri convocavano i guerrieri che dovevano eseguire l’operazione. Gli uomini declamavano le imprese compiute, per le quali avevano acquisito il diritto di forare le orecchie, e quindi ammonivano i genitori sul loro obbligo ad allevare i ragazzi secondo i costumi Sioux. Infine, inginocchiandosi e tenendo stretta la testa al bambino, con un coltello appuntito e un ceppo gli foravano i lobi fra urla e strilli.
A questo punto i candidati alla Danza del Sole convocavano gli uomini che l’avevano già danzata in passato affinché sostenessero la parte dei “catturatori”. Il “catturatore”, ritto accanto a colui che lo aveva scelto, enunciava le sue imprese che gli davano il diritto di sostenere quel ruolo. Poi i “catturatori” si ritiravano da una parte e, in una finta battaglia, assalivano i candidati e simbolicamente li catturavano. Ognuno di essi, intonando canti di vittoria, torturava ritualmente la vittima, trafiggendola in vari punti. Sottoposti alle torture, i “prigionieri” potevano intonare canti di sfida, mentre le assistenti gemevano e li incoraggiavano, e asciugavano il sangue delle ferite con erba fresca.
A quelli che avrebbero danzato la danza “Fissa il Bisonte del Sole” si sollevava la pelle delle scapole, a cui si praticavano incisioni, attraverso le quali si infilavano delle spranghette. A queste venivano legate delle robuste corregge, a cui venivano appesi da due a quattro teschi di bisonte; a volte anche di più.
Ai candidati alla Danza “Fissa il Sole Legato al Palo” si praticavano incisioni sul dorso e sul petto. Poi venivano messi al centro di quattro pali verticali, con funi di crine di bisonte che andavano da ogni palo alle spranghette del dorso e del petto.
A quelli che dovevano danzare la forma più impegnativa di Danza, “Fissa il Sole Stando Sospeso”, le spranghette venivano poste solo nel petto. A questa Danza si partecipava in due modi: facendosi legare al Sacro Palo con funi che passavano sotto le spranghette nel petto, oppure facendosi appendere tramite funi sistemate sul palo a forcella, in modo che da poter essere sollevati e abbassati durante gli intervalli.


Danza del Sole – dipinto di G. Catlin

La Danza del Sole vera e propria cominciava quando tutti i “prigionieri” erano già legati, mentre coloro che avevano deciso di partecipare solo al primo livello di danza, “Fissa il Bisonte del Sole”, avanzavano verso lo spazio aperto per eseguire la danza al ritmo dei tamburi. Il capo dava quindi ordine ai cantori di iniziare il lento, misurato motivo che dava inizio alla cerimonia. Gli uomini cominciavano a danzare lentamente, soffiando nei fischietti, facendo le mosse di rompere le corregge, e fissando costantemente il sole, mentre gli spettatori cantavano inni di incoraggiamento. La prima metà della danza consisteva di due fasi di quattro canti ciascuna; concluse queste, durante la pausa i danzatori si riposavano e ricevevano le cure delle assistenti. All’inizio della terza fase, i “catturatori” mostravano di scoprire che i loro “prigionieri” erano in realtà Uomini del Bisonte, e venivano in loro assistenza, rimanendo con loro come amici durante le restanti fasi della Danza. Il ritmo si faceva più veloce, mentre i danzatori si dibattevano per liberarsi, badando bene, comunque, a non riuscirci ancora. Dopo la pausa che seguiva questa fase, il ritmo diveniva forsennato e adesso i “prigionieri” si dibattevano violentemente per liberarsi, lacerando la carne che tratteneva le spranghette. A intervalli adesso le assistenti li aiutavano, pulendo le ferite e asciugando loro il sudore con tamponi di salvia, e un’innamorata poteva anche dare furtivamente a un danzatore un sorso d’acqua per calmargli l’arsura.
Spesso gli uomini cominciavano a liberarsi ben dopo il tramonto del sole. Era considerato molto onorevole riuscirci da soli, meno onorevole ricevere aiuto da amici, mentre era ritenuto ancor meno onorevole perdere i sensi prima di liberarsi e rendere necessario l’intervento di un amico per rimuovere le corregge e le spranghette. Ma in ogni caso, quando finalmente i “prigionieri” erano liberi, o il capo aveva annunciato che la Danza del Sole si era conclusa, c’era una grande gioia, e grandi ovazioni venivano indirizzate a tutti i danzatori. Alla fine, fra le congratulazioni di parenti e amici, i danzatori venivano accompagnati dagli amici e dalle assistenti ai rispettivi tepee. La Danza del Sole si era conclusa: il sacrificio era stato portato a termine.


“Cavallo Pazzo alla sua Danza del Sole” – dipinto di W. Ahrendt

Dopo la conclusione della Danza del Sole, il campo cerimoniale cedeva il posto cedeva il posto alla consueta organizzazione secolare. I tepee venivano trasferiti dal grande cerchio cerimoniale agli usuali cerchi campali, e nel giro di pochi giorni la gente si disperdeva, le varie bande prendevano direzioni diverse per dare inizio alle caccie autunnali. Il Palo Sacro, soltanto, con i suoi fasci di salice e l’insegna rossa, restava là ritto, finché i venti non l’abbattevano. Coloro che avevano portato a termine con successo la Danza del Sole e desideravano diventare sciamani, adesso cercavano un Mentore per ulteriori istruzioni. Coloro che non avevano ricevuto una visione, o prima della Danza del Sole o durante il suo svolgimento, potevano cercarla adesso o nell’immediato futuro.
La Danza del Sole dei Sioux, mettendo in relazione i vari elementi del pensiero di quel popolo, divenne il compendio dell’esperienza religiosa, culminante nella supplica da parte di tutti e nel sacrificio personale da parte dei più coraggiosi. La profonda partecipazione dei Sioux indica chiaramente il loro fervore religioso, e quanto fossero disposti a offrire di sé stessi pur di trovare una dimensione autentica di vita. Nell’intraprendere una qualsiasi delle quattro forme di Danza, l’individuo si sottoponeva spontaneamente a sofferenze fisiche per il bene della collettività; pubblicamente dimostrava il suo altruismo sottoponendosi alla cattura, alla tortura, alla prigionia. Solo dopo aver sopportato pene lancinanti poteva attendersi la liberazione. Negando il suo ego, il suo spirito di conservazione, il danzatore poteva provare nel senso più pieno lo sciogliersi di uno degli enigmi fondamentali dell’esistenza, in quanto la Danza del Sole offriva l’importantissima opportunità di risolvere il conflitto fra l’auto-affermazione e l’adattamento alle forze naturali e sociali. Affrontando con successo un grave e doloroso cimento, egli dimostrava di possedere le quattro grandi virtù: coraggio (non manifestando segni evidenti di dolore), generosità (patrocinando feste per tutti i membri della tribù), forza d’animo (resistendo alle atrocità della Danza) e integrità (obbedienza alle quattro condizioni della cerimonia: impegno per un intento specifico, adeguamento ai suoi elementi essenziali, conformità alle tradizioni e accettazione della mitologia della nazione).


Danza del Sole – dipinto di Jules Tavernier

Le concezioni espresse dagli sciamani Sioux sono rilevabili presso tutte le altre tribù delle Pianure, e sebbene la cerimonia dei Sioux raggiungesse l’estremo, si trattava solo di un altro metodo per esprimere direttamente le proprie credenze e impegnarsi a condurre un’esistenza coerente con le leggi non scritte delle Grandi Pianure. Tutte le forze, umane e sovrumane, venivano chiuse negli accampamenti circolari, da cui il potere si irradiava tra la popolazione e nell’ambiente circostante. Le credenze, anche se non le cerimonie specifiche, avevano una storia che risaliva nel tempo per migliaia di anni e non concedevano compromessi che interferissero col diritto del singolo ad una vita indipendente, ma responsabile, sotto la protezione delle Sacre Potenze.
Quando a un uomo veniva affidato il compito di celebrare un rituale sacro che rinnovava il mondo intero, la sua responsabilità si estendeva al di là dell’accampamento; e se il suo adempimento era corretto, egli preservava l’equilibrio in natura e la benevolenza delle Potenze, e di conseguenza il Cerchio Sacro rimaneva integro: i fiori delle praterie sarebbero sbocciati, gli alberi sarebbero stati carichi di frutta, venti salutari avrebbero allontanato quelli del nord, e il bisonte avrebbe continuato a vagare per i pascoli. Nelle sterminate praterie, l’Indiano sapeva cogliere gli influssi positivi delle misteriose forze del mondo e, sebbene a volte la sua esistenza fosse difficile, a volte così impietosa e violenta che veniva minacciata la sopravvivenza, riusciva tuttavia ad accettare il principio che dalla morte viene la vita, e che il sacrificio individuale può portare la salvezza collettiva.
L’Indiano cercava di preservare il movimento circolare e di seguirne la sacra direzione circolare che era in armonia con il moto dell’universo; ma l’invasione dei bianchi determinò il suo confinamento in aree ristrette, dove il movimento naturale non aveva più libera circolazione, provocando uno squilibrio. A partire dalla colonizzazione, la storia delle Pianure è estremamente tragica: ha avuto come conseguenza la virtuale estinzione del bisonte, l’aratura dei tradizionali territori di caccia con l’immissione di bestiame, e l’eliminazione delle fonti di sostentamento per una vita nomade.


Dipinto di Alfredo Rodriguez

Sebbene l’Indiano abbia opposto una breve ma eroica e disperata resistenza per preservare il proprio modello di vita, le sacre cerimonie che rinnovavano la vita reale o spirituale delle comunità non potevano più essere adeguatamente eseguite.
Eppure continuano a essere celebrate anche oggi, anche se in forma ridotta e non sempre con la partecipazione dell’intera comunità; e sebbene gli Indiani si trovino ad affrontare una realtà diversa, la continuità della sopravvivenza spirituale del Popolo è consentita traendo forza dalle Sacre Potenze per preservare armonia ed equilibrio.

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