La Guerra dei Tropici del Messico, cacciatori di teste contro Comanches

A cura di Renato Ruggeri

Tra tutti gli stati Messicani, il Durango fu quello che più soffrì per le invasioni annuali e le terribili razzie dei Comanches. Seguendo la conformazione geografica del territorio, le bande che entravano provenendo dalla Meseta Centrale nella parte nordorientale dello stato si trovavano ancora su un terreno pianeggiante. Quando penetravano nella zona occidentale e meridionale, si confrontavano con un paesaggio radicalmente diverso. Era una regione di cordilleras con molte sierras e un’aspra catena montuosa che si estendeva da nordovest a sudest.
La ricca provincia del Durango è attraversata dal Tropico del Cancro e così, quando i predoni del deserto ne oltrepassavano la linea, entravano nella parte superiore dei Tropici del Messico. Nella zona centrale e orientale dello stato si trovavano le più ricche haciendas della Repubblica. Alcune grandi tenute possedevano più di 100.000 capi di bestiame e le grandi mandrie di muli e cavalli suscitavano nei Comanches e Kiowas una particolare attrazione.
Lungo il versante orientale della Sierra Madre Occidentale potevano trovare le miniere di argento di Cuencamè, Guanasevì, Indè, El Oro e Mapimi con il loro ricco bottino.
Attraversato il Continental Divide, sul lato occidentale della Sierra Madre vi erano alcune tra le principali miniere del Durango. Gavilanes, Guarisamey, San Dimas, Tamasula, Canelas e Sianori. Qui i predoni del deserto si imbattevano in un mondo differente ed esotico.
Gavilanes, Guarisamey e San Dimas si trovavano circa 5 giorni a ovest della capitale Victoria de Durango. Entrando nel distretto di San Dimas i Comanches penetravano in una regione confinante con lo stato di Sinaloa, a solo una cinquantina di miglia dall’Oceano Pacifico. Quando scendevano nella Terra Caliente, i Comanches passavano attraverso alcuni tra i picchi più elevati di tutta la Sierra Madre Occidentale. Si appostavano intorno a Gavilanes e combattevano un’aspra guerra contro i suoi lavoranti armati.
Posta sulla sommità di una montagna, la miniera di Gavilanes appariva ai guerrieri più come il nido di un’aquila che come il luogo di lavoro di minatori e sorveglianti armati, pronti a trasformarsi in feroci guerrilleros. Il prezzo per ogni testa Comanche spiccata era una taglia in pesos d’argento, che avevano più valore dei “silver dollars” Americani. I razziatori entravano, così, in una terra fatta di canyons, gole, burroni, vegetazione tropicale e picchi a volte innevati, un paesaggio completamente diverso dalla loro terra d’origine. Potevano rapinare e razziare i convogli d’argento che percorrevano gli stetti e ripidi sentieri di montagna e i passi, dai villaggi minerari fino ai mercati cittadini. Potevano rapire le famiglie dei minatori. Ma erano costretti a combattere con metodi nuovi, diversi da quelli che usavano in pianura, visto che erano fuori dal loro elemento naturale.


Alcuni guerrieri Comanche

Più a sud passava la strada ventosa che collegava Mazatlan, sulla costa, a Victoria de Durango. Lungo la strada i Comanches assalivano i convogli di muli e le corriere postali. Se si spingevano più a sud entravano nello stato di Zacatecas. Corrieri con rapporti allarmanti percorrevano i tropici superiori del Messico fino al Jalisco e alla stessa capitale, Mexico City.
Questi messaggi producevano paura e isteria, dal momento che quando i Comanches apparivano, uccidevano tutti coloro che resistevano e infliggevano terribili sofferenze ai poveri lavoratori delle haciendas e delle miniere. Pensando che il saccheggio del Messico fosse un loro inalienabile diritto, i Comanches se ne andavano, ogni anno, con migliaia di cavalli e muli, centinaia di donne e bambini prigionieri, e tonnellate di bottino. Dopo aver compiuto il loro vasto semicerchio, in primavera partivano verso nord, lasciando dietro di loro centinaia di miglia quadrate di desolazione e cenere. Verso nord il Grande Sentiero Comanche si trasformava nel Grande Sentiero delle Lacrime messicane.
I dettagli di queste invasioni sono contenuti in centinaia di rapporti militari e civili e stampati sui giornali di una dozzina di stati. Da tutto questo materiale si evince che la guerra dei tropici non fu una serie di raids indiani sparsi, sullo stile della frontiera Americana… Nell’opinione dello storico dei Comanches Rupert Richardson la guerra fu “il più orrendo olocausto compiuto contro un popolo civilizzato nel mondo occidentale”.
Fu un conflitto internazionale tra due nazioni nemiche, la Nazione Comanche e la Nazione Messicana. Per la prima fu una guerra straniera, dal momento che non fu combattuta tra nazioni contigue. I Comanches, per invadere il Messico, dovevano attraversare la terra della Nazione Apache e un confine internazionale (anche se non ne conoscevano il significato che ad esso gli davano i bianchi). Fu una guerra di aggressione non provocata, non accompagnata da una formale dichiarazione.
Per il Messico centro-settentrionale fu una prova estenuante e il popolo ne soffrì terribilmente. Quando il Messico fu costretto a combattere gli Americani nel 1846, una guerra civile nel 1857 e l’invasione Francese più tardi, era già stato martoriato e prosciugato da una lotta senza fine.
Quella dei tropici fu una guerriglia popolare, interamente sul suolo Messicano, combattuta per sopravvivere, senza aiuti dal governo centrale e senza che mai un piede messicano si posasse sulla terra degli invasori. Fu portata avanti con due strategie diverse.
Per i Comanches fu un conflitto di spostamenti rapidi, resi possibili dalla loro abilità nell’uso del cavallo. Sebbene le loro linee fossero le più lunghe mai conosciute nelle guerre degli indiani del Nord America, non avevano problemi logistici. Gli invasori vivevano su quello che offriva la terra del nemico. I Comanches uccidevano gli uomini, rapivano le donne e i bambini, bruciavano i villaggi, massacravano pecore, maiali e mucche, rubavano cavalli e muli e poi cavalcavano velocemente verso l’hacienda o la città mineraria più vicina.
Per il loro avversario la guerra fu fatta di albazos, attacchi di sorpresa all’alba, ambuscados, guerrilleros, lazanderos, lanciatori di lasso, nochezos, attacchi di sorpresa di notte e premios, taglie pagate sui guerrieri e sulle loro donne morti, sui prigionieri o su parti del loro corpo.
Per le loro campagne ai tropici, i guerrieri partivano ben montati, con i loro cavalli migliori. Erano anche ben armati, con fucili americani ottenuti in cambio del bottino messicano. Portavano, poi, l’armamento tradizionale dei guerrieri delle pianure, archi, frecce, lance, coltelli e scudi di pelle di bisonte.


Ancora dei guerrieri

Ma, prima di iniziare le loro avventure nei tropici del Messico, i guerrieri dovevano superare gli ostacoli rappresentati dal terreno e dal nemico. Le grandi distanze da percorrere mettevano a dura prova la loro resistenza fisica. Erano costretti a cavalcare per circa 1.000 miglia prima di raggiungere il limite meridionale del fronte di guerra. Passavano attraverso catene montuose e si spostavano da una pozza d’acqua all’altra e così il numero delle miglia aumentava.
La loro grande abilità nell’uso del cavallo non era poi di grande aiuto nei canyons, nelle giungle, tra le montagne e la fitta vegetazione che ricopriva i versanti della Sierra Madre Occidentale. Qui i Comanches incontravano un nemico che usava il lasso per disarcionarli da cavallo e trascinarli e indossava giacche di cuoio che fermavano, almeno parzialmente, lance e frecce. Le armi dei messicani erano spesso più antiquate di quelle degli indiani, gli archi e le frecce praticamente gli stessi.
I razziatori dovevano tenere nella massima considerazione gli uomini della giungla. Se sottovalutavano i loro albazos, ambuscados e nochezos, correvano gravi pericoli.
Le piezas Comanche erano prigionieri, cadaveri, teste, scalpi o orecchie pagati dagli Spagnoli durante il periodo coloniale e poi dai Messicani.
Per ogni Messicano era un dovere civico combattere gli indiani ostili e ogni nemico pubblico, quando ne aveva l’opportunità. Le piezas venivano, poi, consegnate al magistrato o al comandante di presidio più vicino, e bisognava giurare che fossero di un nemico, un Comanche, un Kiowa, un Apache, un Americano che li accompagnava, un bandito. Ogni pieza veniva portata al Governatore dello stato, accompagnata da un rapporto.
Il pagamento di una taglia per una testa Comanche divenne la principale caratteristica della guerra dei tropici. Per gli abitanti del Durango non era una novità. Già nel 1617 il governatore della Nueva Vizcaya, Gaspar de Alvear y Salazar aveva pagato una taglia per la testa degli indios Tepehuane, che erano gli antenati di quei peones e minatori che venivano ora uccisi o rapiti dai Comanches.
Il 27 luglio 1840 il Governo del Durango promulgò un atto che prevedeva il pagamento di 10 pesos per un Comanche prigioniero, la sua testa o il suo cadavere. I proprietari delle haciendas venivano invitati ad organizzare compagnie di volontari. Le piezas raccolte dovevano essere inviate al Governatore a Victoria de Durango. La tesoreria dello stato avrebbe, così, pagato la somma di 10 pesos per ogni pieza, attraverso un fondo raccolto con una sottoscrizione pubblica.
Nell’inverno 1841 i Comanches e i Kiowas si spinsero più a sud che in precedenza e raggiunsero il villaggio di San Nicolas Tolentino, 35 miglia a est della città di San Luis Potosi. Si trovavano 75 miglia sotto il Tropico del Cancro, a 1100 miglia dai loro villaggi sul fiume Arkansas. Durante la campagna rapirono 21 bambini e 19 donne. I cavalieri delle pianure persero alcune vite, ma pochi cadaveri o teste. I razziatori preferivano morire piuttosto che arrendersi, e i compagni cercavano disperatamente di recuperare i corpi.
I Comanches credevano che un corpo mutilato o sfigurato non potesse entrare nei beati territori di caccia.
La somma stanziata, 10 pesos per una pieza, era però esigua e non attirava l’interesse di possibili cacciatori di teste.
Così, il 17 dicembre 1844, l’Assemblea del Durango emanò una nuova legge. I proprietari delle haciendas dovevano armare, montare e organizzare compagnie di milizia composte dai loro servi o peones di età compresa tra i 18 e i 50 anni. Armare un peon voleva dire equipaggiarlo con un coltello, arco e frecce.
Nel 1845 i Comanches partirono per i tropici più numerosi che mai. Spogliarono le haciendas e i villaggi di bambini, cavalli e muli e uccisero uomini, donne, mucche e pecore a migliaia.
Il loro profondo e ampio semicerchio lasciò il terreno marcato con le rovine dei villaggi ridotti a bracieri e centinaia di miglia quadrate tornarono alla natura. Dopo il pasaggio dei guerrieri sulle strade del Durango, Chihuahua e Coahuila si aggiravano solo gli animali selvatici.
Nel 1846 ebbe inizio la guerra tra Messico e Stati Uniti e i Comanches si trovarono coinvolti nel conflitto. Preferirono evitare le zone di guerra e così il numero delle razzie in Tamaulipas, Coahuila e Nuevo Leon diminuì drasticamente.
In Durango la situazione, invece, non cambiò. Sulla gazzetta di stato, El Registro Oficial, apparve, nel mese di ottobre, una lettera del Comandante Generale. Informava il pubblico che i “terribili e barbari Comanches” avevano ucciso tre dozzine di persone nel distretto di Cuencamè.
Gli indiani delle pianure razziarono in Durango e Chihuahua dall’agosto 1846 fino al gennaio 1847. L’estate seguente vendettero il bottino, durante una grande “fiera”, agli Osages, Creeks, Delawares, Cherokees, Shawnees e Seminoles. Gli Osages pagarono per l’acquisto di 1.500 cavalli una cifra in armi, munizioni, coperte e altri beni valutata in 24.000 $.
La più devastante di tutte le invasioni ebbe inizio ai primi di ottobre quando un migliaio di razziatori attraversò il Rio Grande, diretto verso il Durango.
Il governo implorò gli hacendados e gli ufficiali perchè cooperassero a protezione della popolazione “atterrita come mai in precedenza dall’orrore di una guerra selvaggia”.
Il 20 ottobre un esercito Messicano assalì 400 Comanches vicino al villaggio di Nombre de Dios. . Fu uno scontro sanguinoso e alla fine i guerrieri lasciarono sul terreno 19 morti, mentre le perdite dei soldati furono11 caduti e 28 feriti.
Cinque giorni dopo ebbe luogo un’altra battaglia, che durò dalle 3 del pomeriggio fino al calare delle tenebre.
Nel mese di novembre i Comanches intrappolarono 50 Messicani comandati dal Capitano Juan Valenzuela nella Sierra de Pozole. e fecero un massacro. Solo 5 soldati riuscirono a raggiungere il villaggio di Canatlan.
Poi le bande di razziatori uscirono dai confini del Durango, non prima di aver ucciso un altro centinaio di persone, di aver massacrato gli animali, bruciato i ranches e interrotto le comunicazioni attraverso tutto lo stato.


Un campo dei Comanche

Nel 1847, quando la guerra finì e gli Americani si ritirarono dal suolo Messicano, la minaccia Comanche si fece ancora più incombente. Il 29 agosto 200 guerrieri cavalcarono impunemente e tranquillamente attraverso la periferia settentrionale della capitale, Victoria de Durango. La misura era ormai colma.
Il 2 settembre 1847 il governo del Durango approvò una nuova legge. L’atto prevedeva l’arruolamento di compagnie di guerriglieri sotto una leadership privata. Il nuovo programma offriva a ogni Messicano, con l’eccezione di chi già serviva nell’esercito, il pagamento di una taglia di 50 pesos per ogni guerriero Comanche o Kiowa preso prigioniero, per la sua testa o il suo cadavere.
Con l’aumento della somma stanziata per una pieza – da 10 a 50 pesos – le avventure dei razziatori ai tropici divennero un po’ più pericolose. Nel mese di dicembre quattro Comanches cavalcarono all’interno dell’Hacienda de Covadonga nel distretto di Cuencamè e furono assaliti da sedici guerriglieri arruolati da Joaquin Franco. Un guerriero cadde nelle mani dei Messicani e la sua testa fu portata al governatore, che ringraziò e pagò i 50 pesos a Franco e ai suoi uomini.
Ma, all’inizio, il nuovo programma non ottenne il successo sperato. Al primo marzo 1848, solo tre teste erano state pagate.
Il più irriducibile nemico dei Comanches era il padrone delle miniere di Gavilanes, Josè Garcia Granados, un uomo d’azione e di risorse, capace di sostenere una guerra privata contro i razziatori. I suoi uomini, i granadores, si misero a caccia di teste.
Il 9 agosto 15 guerrieri cercarono di rubare la remuda dell’Hacienda de Canas ma caddero in un “ambuscado”. Quattro di loro furono uccisi e uno catturato. Il prigioniero e tre teste furono portati a Durango da Manuel Manzanera per il pagamento della taglia.
I Comanches, a volte, cadevano in “nochezos”. La notte del 7 settembre 13 guerrieri furono sorpresi dagli uomini di Alojso Garcia Condè nel distretto di Mapimi. Un guerriero fu decapitato e la sua testa fu portata prima dal giudice di pace di Aviles per la verifica e poi dal capo politico del distretto di Mapimi. Quest’ultimo preparò un rapporto e lo inviò, insieme alla pieza, al governatore. I 50 pesos furono distribuiti tra gli uomini di Condè.
L’occasionale perdita di una testa non fermava, certo, gli spiritati cavalieri delle pianure.
I giornali del Durango, Chihuahua Nuevo Leon e Coahuila erano pieni delle loro imprese.
Il grido era sempre lo stesso:”gli invasori stavano vincendo”.
Il “ piano taglie” non funzionava perchè, con poche eccezioni, gli haciendados non arruolavano contingenti di guerriglieri e quando lo facevano, li armavano poco e male. I 50 pesos per una pieza che venivano divisi tra tutti i membri delle compagnie non erano una gran cifra e il gioco non valeva la candela. Troppo pericolo per una quasi miseria.
Un rapporto del Lt Colonnello William Gilpin scritto a Fort Mann il 1 agosto 1848 affermava che i Comanches avevano portato, quell’anno, 800 prigionieri Messicani oltre il Rio Grande e questa era la tragica realtà.
Una parziale svolta nella guerra dei tropici si ebbe nel 1849.
Il 25 maggio il Congresso del Chihuahua emanò una legge chiamata Fifth Law (Quinta Legge) che prevedeva il pagamento di 200 pesos per il cadavere o lo scalpo di ogni “indio barbaro” ucciso e il Governatore Angel Trias mise sotto contratto alcune compagnie di mercenari Americani, per lo più Texas Rangers che si stavano recando in California, per cacciare gli Apaches. Una di queste spedizioni portò a Chihuahua City 30 scalpi.
Impressionati dal successo, i politici del Durango decisero di modificare, un’altra volta, la legge.
Il 30 maggio 1849 fu approvato un atto che prevedeva la possibilità, per il governatore, di arruolare compagnie di mercenari formate da almeno 15 uomini, Messicani o stranieri, allo scopo di combattere gli Indiani ostili. La taglia per la testa di un Comanche, un Kiowa o un Apache veniva portata a 200 pesos.
Il governo avrebbe pagato ai civili che non facevano parte di queste compagnie la somma di 50 pesos, secondo la legge del 2 settembre 1847.
Per i soldati non ci sarebbe stata alcuna ricompensa, poichè uccidere gli indios era il loro dovere.
La prima compagnia di guerriglieri “stranieri” fu comandata dal Capitano Michael Box, un ex Texas Ranger che firmò un contratto con il governatore Josè Heredia nell’agosto 1849.
In un combattimento nel distretto di Santiago Papasquiaro i Comanches uccisero e decapitarono Thomas Cloaland, uno degli uomini di Box. In un altro scontro presso Talaveras un Kiowa “perse la testa”, come certificò il capo politico del distretto.
I razziatori combatterono anche John Dusenberry, un altro ex Ranger e la sua banda di mercenari. Ma la lotta con gli Americani durò poco. Dopo 6 mesi gli ex Texas Rangers abbandonarono il Durango per i campi auriferi della California.
Ben altro era il pericolo rappresentato da Josè Garcia Granados e dai suoi guerriglieri.
Granados aveva comprato le armi migliori per le sue compagnie di headhunters.
Due di queste, guidate da Miguel e Ramon Gurrola e formate da 15 uomini ciascuna, erano particolarmente efficaci. Quando un guerriero o una squaw venivano uccisi e decapitati, la loro cabeza era portata a Granados che pagava immediatamente i 200 pesos, che poi gli venivano rimborsati a Victoria de Durango. Per tutto il 1850 i Comanches cavalcarono attraverso il Durango occidentale, rapendo bambini e bruciando i villaggi, impegnati in un mortale gioco a rimpiattino con i granaderos.
Dovevano, a volte, fare i conti anche coi soldati.
Nell’agosto 1850 una banda formata da una cinquantina di guerrieri fu messa in fuga da una compagnia di 40 cavalleggeri e 24 fanti stazionati a Guatimapè. Furono staccate due teste e portate a Santiaguillo.


Un attacco ad una cittadina di frontiera (re-enactors)

Leggendaria, a quei tempi, era la figura di una donna Comanche di nome Tave Petè, Arriba el Sol in spagnolo. Secondo alcuni contemporanei aveva più di 100 anni. Era la Grande Madre, la generalessa e profetessa dei Comanches e cavalcava nel cuore della battaglia su un magnifico stallone.
I suoi figli (o nipoti) si chiamavano Tave Tuk, Bajo del Sol, e Mague, il Valoroso. Erano i capitancillos grande di una confraternita di guerrieri, la House of Sol, formata da veterani della guerra dei Tropici. Il loro santuario era il Bolson de Mapimi.
Nel 1851-52 i Comanches e i Kiowas arruolarono più uomini per le loro campagne Messicane che nei periodi precedenti. Nell’aprile 1852 venivano segnalati nell’aspro e remoto Canton de Colotlan in Jalisco e alcune lettere private li collocavano a San Andres del Teul, un villaggio dello stato di Zacatecas 200 miglia sotto il Tropico del Cancro. In questa occasione alcune bande si spinsero in Queretaro e Guanajato.
I Comanches combattevano in Durango contro un numero sempre più grande di guerriglieri, i gavilanes, i granaderos, gli uomini del giudice Mariano Perez. Alcune bande cavalcarono attraverso l’Hacienda del Pilar nel distretto di San Dimas e entrarono in Sinaloa. È probabile che siano giunti fino alle rive del Pacifico o che l’abbiano visto dalla cima di una vicina montagna.
I Comanches uccisero molti coloni ma persero guerrieri, i cui corpi caddero nelle mani di Ramon Gurrola e dei suoi uomini. I cadaveri furono decapitati, le teste verificate da un giudice di pace e inviate al governatore per il pagamento della taglia.
Secondo El Registro Oficial “in questa guerra bisognava essere più cacciatori che soldati”.
Nel luglio 1852 i razziatori uccisero 17 soldati Messicani a Tascate, ma nel mese di settembre, quando 13 guerrieri entrarono nell’Hacienda del Pilar, furono assaliti da Miguel, Ramon, Joaquin Gurrola, 24 guerrilleros di Gavilanes e 7 cittadini di Canatlan. Tre guerrieri furono decapitati e le loro teste portate a Victoria de Durango per il pagamento della taglia.
Nell’agosto 1852 fu Bajo del Sol a scatenare un pandemonio. Apparve presso Nombre de Dios con 700 guerrieri. Divise le sue truppe, come affermarono gli ufficiali di Fresnillo, un importante centro minerario in Zacatecas. Una delle sue divisioni a cavallo devastò lo stato di Zacatecas e penetrò in Jalisco, ”una banda di serpenti che fece sentire i suoi sonagli fino a Guadalajara “, un’altra invase Aguascalientes, colpì il Guanajato e “esplose come un colpo di fucile in San Luis Potosi”.
In due combattimenti, nella cordillera La Moneda de Cinco Pesos in Zacatecas e presso la Laguna El Perdido in San Luis Potosi, i Comanches uccisero un numero di soldati Messicani che varia, secondo i resoconti dell’epoca, da 110 a 130.
Mentre da tutti i tropici si levavano le preghiere e i lamenti dei peones, i politici, a Città del Messico, discutevano sulla moralità e legittimità della politica delle taglie.
Il vecchio Granados di dubbi ne aveva pochi. Comprò le più moderne armi Francesi per i suoi cacciatori di teste mentre in Coahuila Jacobo Sanchez Navarro, che era padrone di mezzo stato, si offriva di difendere il Coahuila e il San Luis Potosi.
Nel febbraio 1853 una banda di razziatori colpì l’ Hacienda de Atotonilco de Campa. Due guerrieri furono uccisi dagli uomini di Mariano Perez. Le teste, verificate a Atotonilco, furono ricevute tre giorni dopo a Victoria de Durango e esposte nella piazza principale.

Malgrado qualche parziale successo, la situazione rimaneva tragica e così il governatore del Durango Mariano Morett preparò, insieme ai suoi collaboratori, un nuovo “Proyecto de Decreto” e lo fece pubblicare il 9 marzo 1853.
L’atto prevedeva il pagamento, per il cadavere o la testa di un Indiano ostile, di una taglia di 200 pesos a tutti gli abitanti del Durango, con l’eccezione dei soldati.
Ciò significava che un peon poteva guadagnare in un giorno, staccando con il machete la testa di un Comanche, quanto prendeva in un anno di duro lavoro nei campi.
Malgrado il nuovo proyecto, durante il 1852-53 i Comanches si spinsero più a sud e all’interno dello stato di Zacatecas. Qui si trovava la più grande produzione d’argento del mondo, argento che veniva usato per creare i silver pesos pagati per le piezas. Molti erano i convogli che trasportavano il prezioso metallo, facili prede per i razziatori.
Nel marzo 1853 i Comanches attraversarono lo stato con i granaderos alle calcagna. Una banda “perse”, vicino a Fresnillo, 4 teste, che furono portate da Ramon Gurrola per le vie e le piazze di Zacatecas City, attraverso due ali di folla festante.
Uno dei più implacabili nemici dei razziatori era Josè Maria Potosi, capo dei guerriglieri di Guanacevì. In aprile seguì con i suoi uomini sette guerrieri attraverso l’arido territorio per 5 giorni, ne uccise quattro e portò le loro teste al capo politico di Santiago Papasquiaro per la verifica.
Il 17 ottobre 1853 un Comanche di nome Paquemacate fu ucciso e decapitato nella Sierra de Gamon, un altro, Cohiste, perse la vita nelle colline di Penoles il 3 dicembre dello stesso anno.
Su alcuni veterani Comanche vi erano premi speciali.
Uno di loro fu Antonio Salcido. La taglia su di lui ammontava a 2.199 pesos, raccolti attraverso una sottoscrizione privata, pagata da 57 cittadini. Salcido era stato catturato dal Primo Squadrone del Durango nel 1841. Dopo essere stato battezzato, catechizzato e educato, era diventato residente di Victoria de Durango, guida, interprete e membro della Cavalleria di Pubblica Sicurezza. Nel 1853 aveva disertato e era tornato dal suo popolo, commettendo molte atrocità contro i Messicani. Catturato presso il Presidio di San Carlos, Chihuahua, era stato trasferito a Victoria de Durango e giustiziato.
Oltre ai cacciatori di teste, i Comanches combattevano i soldati dello stato. Un nemico implacabile era Tomas Baez e il suo 5th Battaglione che lavoravano lungo il Rio Nazas. I soldati non venivano pagati per le piezas ma erano tenuti a inviarle a Victoria de Durango come prova delle loro vittorie.
Nel novembre del 1853 una grossa banda Comanche devastò il Durango, entrò in Zacatecas, commettendo decine di depredazioni e si spinse in Jalisco fino alla lontana Hacienda di Ciniega de Mata.
Le gesta dei “barbaros del norte” arrivavano fino a Washington.
L’ Agente Indiano Robert Neighbors, in un rapporto al Bureau of Indian Affairs, affermava che 300 prigionieri cristiani, principalmente Messicani, erano nelle mani dei selvaggi e in special modo dei Comanches”. Non riesco a vedere la fine di questa ignominia”.


Un passo montano

Il 1854 fu un anno sanguinoso per gli invasori. Il 10 gennaio, in un combattimento corpo a corpo col 2nd Battaglione del Colonnello Francisco de Paula Alvarez alla Mesa de Las Palmas, i Comanches persero 5 guerrieri. I soldati riuscirono a recuperare quattro cadaveri, le cui teste furono tagliate e mandate al governatore. In un altro scontro con i razziatori presso Borcelano, il 27 gennaio, due guerrieri furono uccisi.
Ma la più grande sconfitta Comanche avvenne il 13 febbraio 1854.
Tave Petè, la grande generalessa e profetessa e Mague il valoroso si erano accampati, con la loro banda, la House of Sol, presso la sorgente di Espiritu Santo nel Chihuahua meridionale.
Alle 6 del mattino il villaggio fu assalito, in un “albazo grande”, da 500 soldati e guerriglieri del Durango, comandati dai Colonnelli Francisco Narbona e Francisco de Paula. Nel caos che seguì più di 100 guerrieri furono uccisi e 28 prigionieri Messicani liberati. Tra i morti Tave Petè, Mague, diciotto capitancillos e molti veterani della guerra dei tropici. Secondo un rapporto militare, ”i Comanches soffrirono una distruzione senza precedenti, anche tornando con la memoria a tempi remoti”.
Furono staccati 73 scalpi. Il Capitano Tomas Baez li portò a Victoria de Durango e sfilò per le vie della città in festa per la grande vittoria.
La vendetta non si fece però attendere. Nel mese di luglio 500 guerrieri calarono sul villaggio di Las Astas, a est della capitale, uccisero 23 persone e ne rapirono 12.
In settembre i Comanches si scontrarono sul Rio Nazas coi cavalleggeri del Capitano Juan Ruiz. Venti soldati Messicani rimasero sul terreno. Quando arrivarono i soccorsi, due giorni dopo, trovarono i cadaveri decapitati e le teste scalpate e scorticate ammucchiate l’una sull’altra.
Spesso i guerrieri portavano in Messico le loro donne. Nel giugno 1855 otto dei sedici Comanches che entrarono nell’Hacienda di Ramos furono presi. Sette furono uccisi e decapitati, tra loro una donna di nome Tachi e i capitancillos Ecuasi e Picite. L’ottavo fu preso prigioniero. Era una donna di nome Bonete.
A volte le bande di razziatori perdevano i prigionieri che avevano catturato con tanta fatica e pericolo. Il 13 luglio 1855 50 Comanches furono assaliti da 60 cavalleggeri nell’Hacienda di Sierra Hermosa in Zacatecas. Sedici prigionieri rapiti nella Sierra Hermosa furono liberati.
Nel 1856 la guerra dei Tropici continuava da almeno due decadi senza particolari segni di stanchezza da parte degli invasori. Durante la primavera, l’estate e l’autunno i Comanches combatterono i cacciatori di teste del Durango e dello Zacatecas e gli scalpatori del Chihuahua, Coahuila e Nuevo Leon.
Nel mese di marzo i razziatori rasero al suolo l’ Hacienda San Rafael presso Sombrerete, Zacatecas, uccidendo una quarantina di persone. Il Colonnello Andrade, accorso sul luogo, si stupì per la ferocia del massacro. I Comanches avevano mutilato le donne e i bambini e, contrariamente alle loro abitudini, ucciso anche i cavalli.
La Sierra del Gamon era una zona di frequenti scontri. In aprile i razziatori combatterono svariate volte contro Juan Flores e i cittadini di Ramos, perdendo una dozzina di guerrieri e ferendo in modo grave cinque headhunters.
A causa del loro valore, le teste venivano divise come preda di guerra.
Cinque guerrieri furono uccisi da una milizia composta dai guerriglieri dell’Hacienda de la Estanzuela, dai cittadini di San Marcos in Durango e di San Miguel del Mezquital in Zacatecas.
I vincitori si spartirono le armi, i cavalli e il bottino preso ai razziatori. Due teste andarono a la Estanzuele, una a San Marcos e due a San Miguel. Le piezas furono pagate dal governatore del Durango. I 400 pesos della Estanzuela furono impiegati per il mantenimento degli orfani.
Un altro tipo di pieza erano le orecchie degli indiani ostili uccisi.
Il taglio delle orecchie era una vecchia abitudine Spagnola, iniziata, probabilmente, intorno al 1770.
Nel 1772 il Luogotenente Don Camilo Chacon aveva portato al suo comandante un paio di orecchie prese a un Apache ucciso. Nel 1775 Hugo O’Conor si era fermato al presidio di Carrizal e era stato informato di una lettera del Capitano Manuel Munoz scritta l’8 novembre nella Sierra de Guadalupe, in cui si raccontava come i soldati sotto il suo comando avessero assalito, più volte, gli Apaches. In particolare, durante l’attacco a una rancheria di 41 tende, 92 Apaches erano stati uccisi e le loro orecchie tagliate come prova di quello che i soldati avevano fatto (e del numero di nemici morti).
Se un Comanche o un Kiowa prigionieri veniva uccisi o morivano durante un trasferimento, la loro guardia poteva sfuggire alla sua “negligenza” tagliando le orecchie, legandole insieme con un cordino di cuoio e presentandole al posto del cadavere quando arrivava a destinazione.


Guerriglieri messicani

Qualunque fosse il tipo di pieza richiesto, la situazione del Durango nel 1856 era ancora molto difficile. Il governatore Regato aveva, inutilmente, implorato il governo centrale per aiuti militari. I Comanches e i Kiowas avevano mandato lo stato in bancarotta, distruggendo la sua agricoltura, i commerci, l’allevamento, l’attività mineraria e la vita quotidiana. In pochi anni centinaia di villaggi e fattorie erano stati abbandonati e più di 470 posti di lavoro spazzati via. Come scrisse il Siglo diez y nueve, l’esercito di Santa Anna non veniva usato per combattere gli indios ma per tenere disarmato il popolo. ”I cittadini del Durango sono costretti a difendersi con le frecce da selvaggi armati con eccellenti fucili”.
Nel 1857 il Messico entrò in un conflitto civile noto come Guerra della Riforma e la situazione per gli abitanti del Durango e degli stati vicini si fece, se possibile, ancora più buia.
Secondo il governatore del Chihuahua, nel mese di ottobre 500 Comanches attraversarono lo stato diretti verso il Durango. Un guerriero fu ucciso dalla milizia di Santa Caterina de Tepehuanes ma i Messicani non riuscirono a recuperare la teste perchè il corpo fu immediatamente portato via, come era abitudine dei Comanches. Un altra banda fu inseguita per due giorni da Ramon Gurrola e i suoi guerriglieri intorno a Santiago Papasquiaro. Un capitancillo di nome Teo fu ucciso e decapitato.
Dopo questi eventi il conflitto tra Messicani e Comanches durò per altre due decadi e terminò quando questi ultimi furono costretti alla resa dall’ esercito Americano.
Oggi la Guerra dei Tropici e ancora viva nella memoria della nazione Comanche, che la ricorda come un’epoca gloriosa.
Come scrive lo storico Brian De Lay alla fine del suo libro War of a thousand deserts “…in riserva i guerrieri anziani raccontavano ai loro nipoti storie che potevano, a stento, immaginare, di uomini fieri che partivano in armi, di libertà e onori conquistati in una terra straniera, di amici uccisi, piani audaci e fiumi di cavalli al galoppo verso nord, storie di guerra portate indietro dai deserti che essi avevano creato di migliaia di case Messicane distrutte e abbandonate”.

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