Gli eroi solitari di John Ford

A cura di Domenico Rizzi

Ringo Kid, nel film Ombre Rosse
Un vecchio capitano dai baffi grigi che cancella malinconicamente con la matita i suoi ultimi giorni di servizio attivo; un uomo venuto da lontano che rivede la sua antica fiamma, sposata al fratello e madre di Lucy e della piccola Debbie; un attempato cowboy che vede sfumare, dopo tanti anni, il suo sogno d’amore in seguito all’arrivo di un giovane avvocato dell’Est, il quale gli usurperà anche il merito di avere ucciso un pericoloso fuorilegge.
Ma l’elenco dei solitari portati sullo schermo dal grande John Ford – Sean Aloysius O’Finey, nato a Cape Elizabeth, nel Maine, nel 1894 e scomparso a Palm Desert, California, nel 1973 – non termina certo qui. Molto tempo prima, il regista irlandese aveva presentato al pubblico di tutto il mondo lo scanzonato Ringo Kid in “Ombre Rosse”, un vagabondo ricercato dalla giustizia, che persegue la sua vendetta fino ad ottenerla.
Anche i burberi colonnelli di “Rio Bravo” (1950) e “Soldati a cavallo” (1959) sono degli uomini sostanzialmente soli. ll primo si è giocato il matrimonio – anche se la moglie non ha mai smesso di amarlo – a causa della guerra di secessione, quando ha dovuto distruggerle la fattoria; il secondo è un militare tutto d’un pezzo, dedito soltanto alla propria missione, che non sembra concedere spazio ai sentimenti, sebbene alla fine ceda al fascino di una stupenda ragazza del Sud assai più giovane di lui.
Gli uomini solitari di Ford hanno tutti una matrice comune.
Provengono da una guerra perduta, dalla perdita dei propri affetti per causa di qualcun altro, da un’infelice esperienza familiare, da un amore che li ha traditi. Qualcuno di essi – l’Ethan Edwards di “Sentieri selvaggi”, impersonato da John Wayne – riassume in sé tutte queste motivazioni insieme.


Ethan Edwards di “Sentieri selvaggi”

Ethan ha combattuto per la Confederazione di Jefferson Davis, uscendone sconfitto per abbracciare subito dopo un’altra causa sbagliata, quella dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo che governava il Messico. Nel 1868, come appare nei titoli di testa del film, l’uomo senza fissa dimora cerca rifugio nell’unica casa che abbia ancora un significato per lui, quella del fratello Aaron Edwards, sposato con Martha e padre di due ragazze. Dal modo in cui la cognata lo accoglie, sotto lo sguardo perplesso del reverendo Clayton, si capisce che forse è stata proprio lei la sua prima battaglia persa. A dissipare ogni dubbio intervenne lo stesso Ford in un’intervista: “Pensavo fosse abbastanza ovvio che la moglie di suo fratello era innamorata di Wayne.” (Peter Bogdanovich, “Il cinema secondo John Ford”, Pratiche Editrice, Parma, 1990, p. 90). Eppure Ethan dovrà sopportare altre due cocenti sconfitte: l’annientamento della sua “famiglia” da parte dei Comanche che catturano la bambina Debbie. Alla fine vincerà la sua sfida, recuperando dopo anni di infruttuose ricerche, la ragazza rapita, che accoglierà con affetto vincendo il proprio impulso di ucciderla per essere stata la moglie di un guerriero indiano.
Ethan Edwards non è il cavaliere solitario della tradizione western – come il leale e impavido Shane (Alan Ladd) del film di George Stevens (“Il cavaliere della valle solitaria”, 1953) e “Il cavaliere pallido” diretto e interpretato da Clint Eastwood nel 1985 – e non assomiglia neppure lontanamente a figure come quella di Zorro o delle decine di intrepidi cowboy (William S. Hart, Tom Mix e tanti altri) emersi quando il genere non era ancora diventato adulto.
E’ un uomo che ha vissuto di espedienti, difendendo spesso cause discutibili e inseguendo traguardi irraggiungibili. Nessuno sa perché non abbia coronato il suo sogno con Martha, in quanto la pellicola non lo rivela, ma si deve presumere che ciò sia imputabile al suo egoistico desiderio di libertà assoluta. Sarebbe un errore ritenere che Ethan sia spinto dall’odio verso i Pellirosse, solo perché si mette ad abbattere i loro bisonti per affamarli: la verità è che quest’uomo odia soltanto se stesso per tutta una serie di fallimenti dei quali forse non può accusare nessuno. La sua “redenzione” – performance molto cara a Ford, per il quale un uomo che riscatta propri errori vale assai più della gente considerata “perbene” – si compie con la liberazione di Debbie, che riporta amorevolmente a casa reggendola fra le braccia. Ciò non lo renderà un uomo socievole, ma risolverà almeno in parte il lungo conflitto che egli ha ingaggiato da anni con la propria coscienza.


Doc Josiah Boone

Nel cinema fordiano, i “solitari” sono molti di più di quanto si pensi.
Prendendo ad esempio il suo capolavoro “Ombre rosse”, vi troviamo un Ringo Kid (John Wayne) il cui unico motivo esistenziale sembra essere il compimento di una vendetta. E’ un uomo che non viene da nessun luogo, compare all’improvviso davanti alla diligenza diretta a Lordsburg e sarebbe destinato, una volta eliminati i fratelli Plummer che gli hanno ammazzato un famigliare, a dissolversi nel nulla come Ethan Edwards alla fine di “Sentieri selvaggi”. L’ottimismo di Ford, che all’epoca del film era ancora marcatamente visibile, lo fa incontrare con una donna altrettanto solitaria, una prostituta che non ha neppure un nome. Dallas (Claire Trevor) è un altro personaggio che probabilmente dopo l’adolescenza non ha più nulla da ricordare, dal momento che ha trascorso i suoi anni migliori a concedere piacere a pagamento nei bordelli.
Un solitario è pure il dottor Josiah Boone (Thomas Mitchell) da anni innamorato soltanto della bottiglia, un individuo alla deriva che ha ormai smarrito qualsiasi scopo della sua esistenza, almeno fino a quando non dovrà assumere nuovamente le vesti di medico per assistere una donna nel parto. Infine, il giocatore d’azzardo che ricorda tanto Doc Holliday ed è come lui un gentiluomo del Sud – Hatfield, interpretato da John Carradine – è una figura senza mèta, che pur appartenendo ad un’aristocrazia decaduta non ha tuttavia abdicato al proprio codice d’onore.
Uomini e donne soli, con un passato equivoco o da dimenticare e un futuro in cui non osano sperare.
Per tutti rimane soltanto la prospettiva di un riscatto finale, il recupero dell’onore, il coronamento di un amore con la speranza di vivere una vita tranquilla e regolare. Non era forse anche questo un aspetto del West? Gente di ogni provenienza, farabutti, ladri, prostitute mescolati alla gente onesta e laboriosa, ai sognatori e agli sprovveduti, proiettati tutti insieme verso la grande conquista delle terre selvagge. Del resto, ai suoi albori l’America era costituita proprio da questo genere di persone, perchè insieme ai coloni attirati dalle immense possibilità del continente, giungevano nel Nuovo Mondo anche delinquenti e meretrici rastrellati nelle città portuali di Francia e Gran Bretagna. Ford litiga spesso con la storia, travisandone volutamente personaggi e situazioni, ma non gli si potrà mai negare che le sue pellicole siano ricche di verismo, un verismo profondamente umano.
La solitudine di un uomo può essere determinata, oltreche dai suoi errori o dalla sua filosofia esistenziale, anche dalle circostanze della vita.
E’ il caso, non infrequente nella realtà, di un ufficiale che ha dedicato tutto se stesso al dovere e al servizio del suo Paese, rimediando una carriera che, per una serie di fattori e di comportamenti antiregolamentari, si è arrestata da molti anni al grado di capitano, mentre la sua famiglia è stata interamente distrutta dal vaiolo.
L’esercito, sua unica casa e famiglia – motivo che ricorre anche nel fordiano “I dannati e gli eroi”, dove i soldati di colore hanno fatto del reggimento il loro unico rifugio – sta per dargli lo sfratto definitivo per sopraggiunti limiti di età. Nathan Brittles è un individuo solo, triste e amareggiato, che compie con successo la sua ultima missione rassegnandosi poi a prendere la via dell’estremo occidente, dove tramonta il sole di una vita che gli ha riservato più delusioni che gioie.
Capitano Nathan Brittles
L’ottimismo di Ford e la sua fede in una nazione dalle mille possibilità gli tende la mano, consentendogli di essere richiamato in servizio con il grado di tenente colonnello proprio mentre ha imboccato il suo solitario viale del tramonto. Per quanto possa sembrare assurdo, è la speranza di rimanere nell’unico mondo che lo può ancora accogliere, fatto di levatacce all’alba, di squilli di tromba, di cavalcate interminabili attraverso praterie assolate e insidiosi canyon dove gli Indiani stanno sempre in agguato. Nostalgico il personaggio e struggente il titolo originale del film, “She Wore a Yellow Ribbon” (lei portava un nastro giallo) allusivamente collegato all’improbabile feeling dell’anziano ufficiale con una ragazza che lo adora, ma anche a tutti i suoi ricordi di un passato lontano.
Questa pellicola avrebbe meritato almeno due Oscar: uno per la superba interpretazione di John Wayne nella parte del capitano Brittles, che dà prova della sua straordinaria capacità recitativa e l’altro – che venne conferito effettivamente – per la stupenda fotografia di Winton Hoch, che Ford paragonò ai dipinti di Frederick Remington.
Ma l’ottimismo di Ford – caparbiamente manifestato anche nel film “Furore” (1940) nel quale l’emarginato Joad (Henry Fonda) trova finalmente la strada della propria rinascita morale – si incrina con il trascorrere del tempo, sebbene non venga mai meno completamente.
Dopo essere riuscito a dare la giusta “sistemazione” perfino al colonnello 52 enne John Marlowe (John Wayne) di “Soldati a cavallo” (1959) mettendo sulla sua strada l’avvenente sudista Hannah Hunter (Constance Towers) che aveva la metà esatta dei suoi anni, il regista torna a guardare il West nei suoi aspetti più tragici. Al Ringo Kid redento e all’ex prostituta che si trasforma in una buona moglie, subentrano tipologie più complesse, mentre affiora il problema indiano che Ford non aveva mai affrontato nelle sue pellicole precedenti.
Guthrie Mc Cabe (James Stewart) è un cinico sceriffo attaccato al denaro e ad una donna dalla dubbia moralità, il capo comanche Quanah Parker uno sconfitto che mira soltanto a tenere se stesso e la sua tribù fuori dai guai con i Visi Pallidi, il guerriero Orso di Pietra una patetica figura convinta della magia che lo protegge dalle pallottole nemiche. Le donne bianche prigioniere degli Indiani rievocano gli isterismi di una raccapricciante scena di “Sentieri selvaggi”: una di esse – l’attrice Mae Marsh – supplica i suoi possibili liberatori di non raccontare che è ancora in vita: “Io sono morta!”
Un ragazzo catturato da bambino dai Comanche viene linciato dai pionieri assetati di vendetta, una donna spagnola – Elena de la Madriaga, l’attrice Linda Cristal – subisce l’affronto di essere apostrofata dagli abitanti del forte come la “Signora Orso di Pietra”, per essere stata la sposa di un selvaggio. La gente venuta da lontano per riprendersi i propri figli, le mogli o le sorelle rapite dai Comanche se ne torna a casa con un dolore in più e una speranza in meno. Qualcuno trova tuttavia qualcosa di importante, capace di cambiare il suo destino: il venale sceriffo Mc Cabe decide di prendere con sé Elena per andare in un paese lontano; il tenente Gary promette a Marty (Shirley Jones) che alla prima licenza le farà visita. Ancora una volta, Ford crea unioni virtuali senza badare all’abissale differenza di età dei suoi personaggi, perché Stewart ha 53 anni e Widmark 47, mentre le loro compagne sono entrambe 27enni, ma questo non sembra essere mai stato un problema per il cinema, dal momento che in “Mezzogiorno di fuoco” il 52enne Gary Cooper sposava la splendida Grace Kelly, all’epoca soltanto 22enne. Sullo sfondo di una tragedia inevitabile, gli uomini ritrovano la strada che sembravano avere smarrito per sempre.


Il marshal Guthrie Mc Cabe

Quella che è mutata, in sostanza, è la visione di Ford nei riguardi della Frontiera.
La magica atmosfera in cui Ringo Kid pensava a ricostruirsi una vita con Dallas, o il colonnello Marlowe vagheggiava un’esistenza di pace insieme ad Hannah ha subito dei cambiamenti rilevanti. La giustizia compensativa che ha restituito a ciascuno i propri meriti e castigato i disonesti comincia ad affievolirsi. Ingiustizie e crudeltà – l’impiccagione del giovane Indiano-Bianco, la morte della povera donna fuori di senno per mano sua, le squaw dalla pelle chiara abbandonate a loro stesse – emergono con maggior vigore, la speranza che qualcuno riesca a raddrizzare gli eventi lascia il posto ad una malinconica rassegnazione.
“L’uomo che uccise Liberty Valance” risente più di ogni altro film precedente del pessimismo del regista.
Narra di un amore irrealizzato e di una casa che non vedrà mai il completamento, sullo sfondo di una Frontiera prossima a scomparire . Il rude personaggio del West, l’uomo che incuteva timore a tutti, l’unico che potesse liberare la città da un flagello chiamato Liberty Valance (Lee Marvin) accetta di perdere tutto: la fidanzata Hallie (Vera Miles) la gloria che gli sarebbe derivata dall’uccisione del bandito, la creazione di una famiglia e di un fiorente allevamento di bestiame. L’ultimo solitario della produzione fordiana, quel Tom Doniphon ancora una volta impersonato da John Wayne, abbandona la scena, cedendo il posto al devastante potere della leggenda, capace di inquinare la storia e di innalzare agli onori della cronaca chi non ha realmente dei meriti.
Non è soltanto la fine del cavaliere solitario, ma anche quella della vecchia Frontiera. Hallie sposerà l’avvocato – diventato poi senatore -venuto dall’Est (James Stewart) salvo confessargli, molti anni dopo, durante un breve ritorno a Shinbone, di essere sempre stata innamorata di Doniphon.
E’ la rivincita postuma dei perdenti, che ormai hanno lasciato questa terra per i beati pascoli del cielo: il senso di giustizia che Ford non ha mai smarrito, restituisce a chi ha perduto tutto, insieme al merito della sua audace impresa, il cuore della donna che amava.
Tutto ciò rimane inconfondibilmente e meravigliosamente fordiano.

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