Con Garryowen, il Little Bighorn finisce all’asta

A cura di Paolo Mastrolilli

Uno dei luoghi in cui si ricorda la battaglia di Little Big Horn, quella famosissima della disfatta della giacche blu di Custer, è finito all’asta, per 250 mila dollari. Così passa la gloria del generale Custer, e della prateria nel Montana dove incontrò il suo destino. Perché Chris Kortlander, proprietario del villaggio che custodisce la memoria della più infame sconfitta americana, non ce la fa più a mantenerlo e vuole disfarsene.
Sperando che dopo di lui arrivi qualcuno con abbastanza passione, e abbastanza soldi, per non far morire la leggenda.
Il villaggio di cui parliamo si chiama Garryowen, dal nome della canzone che il Settimo Cavalleggeri aveva adottato come suo inno.
Sorge su un terreno di circa tre ettari, lungo la Interstate 90, a metà strada tra il parco di Yellowstone e il Mount Rushmore, in piena riserva indiana dei Crow che adesso potrebbero esercitare una sorta di diritto di prelazione. Consiste di due abitanti, una casa, un distributore di benzina, un negozio di generi vari, un fast food di sandwich della catena Subway, e un museo dedicato alla memoria di Custer.
Perché Garryowen sorge sul luogo dove il generale combatté la sua ultima battaglia: per la precisione, il posto dove i Lakota-Sioux avevano stabilito il suo accampamento. Kortlander, 54 anni, aveva acquistato l’intero villaggio nel 1993, quando la sua casa di Malibù era andata a fuoco: «Possedevo solo i vestiti che portavo addosso, e decisi di ricostruire qui la mia vita». L’idea era quella di sfruttare il fascino sinistro di Custer tra gli americani, per attirarli a Garryowen e trasformarlo in una attrazione turistica inevitabile. Mosso dalla passione, infatti, nel corso degli anni Chris aveva acquistato o recuperato cimeli, ricordi, oggetti. Soprattutto, aveva messo insieme la più importante collezione di lettere, manoscritti e foto di Elizabeth Bacon Custer, la moglie del generale, a cui probabilmente si deve la leggenda imperitura del marito.

George, infatti, era uno scavezzacollo nato in Ohio e cresciuto in Michigan, che finita la scuola non aveva trovato miglior rifugio dell’Accademia di West Point. Era uno studente così scarso da finire ultimo del suo corso, e aveva rischiato anche di essere cacciato per problemi disciplinari. La sua fortuna fu la Guerra Civile, che aveva bisogno di consumare uomini senza neppure guardarli in faccia, e così ebbe il suo comando. Si distinse, durante Gettysburg e altre campagne, soprattutto per la furia con cui aggrediva il nemico. I suoi soldati cadevano come le mosche, ma lui saliva nell’apprezzamento dei superiori.
Dopo la guerra era stato reclutato nella grande campagna per togliere il West agli indiani, ed era finito anche davanti alla corte marziale, con l’accusa di essere sparito durante un’offensiva contro i Cheyenne. Fu perdonato ancora, però, e nel giugno del 1876 si ritrovò alla guida della spedizione che doveva chiudere i conti con i Lakota, insieme ai colleghi Crook e Gibbon. In teoria le tre colonne dovevano marciare insieme sul nemico, ma Custer era rimasto lo scavezzacollo di sempre, e affrettò il passo per arrivare prima degli altri. Il 26 giugno vide un villaggio indiano, vicino al fiume Little Big Horn, grosso modo sui prati dove sorge Garryowen, e immaginò subito la vittoria che lo avrebbe consegnato alla storia. Divise i suoi uomini in tre gruppi, per essere sicuro che gli indiani non potessero scappare, ma andò a scontrarsi con il meglio dei Lakota, Arapaho e Cheyenne.
Quei 210 soldati che fece morire con sé avrebbero rappresentato la pietra tombale sulla reputazione di qualunque comandante, ma Custer aveva dalla sua parte Elizabeth.

La moglie, infatti, non si rassegnò mai all’idea di aver sposato un fallimento, e dal giorno dopo il disastro cominciò a lavorare per farne un mito. George fu seppellito con tutti gli onori nel cimitero di West Point, anche se ancora adesso i comandanti dell’Accademia si vergognano di mostrare la sua tomba, ed Elizabeth iniziò a raccogliere documenti, lettere di condoglianze, saluti di Buffalo Bill, cimeli che potessero riabilitare il marito e trasformarlo in leggenda. Mise da parte persino le lettere d’amore che aveva ricevuto da altre donne, pur di illuminarne il profilo. E scrisse tre libri. Così uno dei più grandi errori strategici nella storia militare americana divenne il «Custer’s last stand», l’ultima resistenza dell’eroico generale, in una campagna che anche sul piano politico l’America preferirebbe dimenticare.
Kortlander è diventato l’erede di Garryowen, il villaggio in cui si ricorda tutto questo, ma ora vuole liberarsene, grazie alla casa d’aste Williams & Williams di Tulsa. Aveva già provato a piazzare Garryowen su eBay, per 6,9 milioni, ma nessuno si era fatto avanti. Così passa la gloria del mondo, vera o inventata.

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Commenti

Una risposta a “Con Garryowen, il Little Bighorn finisce all’asta”

  1. DOMENICO RIZZI, il 16 agosto 2012 14:33

    Grazie per l’articolo, che chiarisce almeno che cosa sia accaduto: i nostri telegiornali avevano parlato invece della messa in vendita del campo di battaglia di Little Big Horn, monumento nazionale che fa parte della riserva degli indiani Crow e meta di centinaia di migliaia di visitatori (fra cui me) ogni anno.
    Quanto all’immagine che ancora una volta viene offerta di Custer, non sono invece d’accordo: la favola, inventata da cinema western e fumetti, del generale smodatamente ambizioso che odiava la razza pellerossa è una mega balla che da trent’anni non trova più credito neanche fra gli stessi detrattori di Custer, come ho chiarito in almeno 5 dei miei libri. Nell’ultimo in uscita, “Frontiere del West”, credo di avere dissipato ogni residuo dubbio e spazzato via i luoghi comuni che da anni tengono banco in questa vicenda. Risponderò comunque fra berve con un articolo su Farwest. Cordialmente.

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