Ernest Borgnine, una colonna del western

A cura di Domenico Rizzi

Ernest Borgnine
Un tempo, quando la televisione era più un veicolo culturale che commerciale, alla morte di un artista si creava una rassegna delle sue opere, spesso articolata in varie puntate. Oggi basta un accenno sui giornali e la notizia sparata così, magari in coda ad un telegiornale. Per citare un caso recente, non si è parlato di Ray Bradbury, uno dei più grandi scrittori del Novecento, né del suo “Fahrenheit 451”, che anticipò di 50 anni la nostra teledipendenza di oggi e il condizionamento dei media attuato da sistemi democratici sempre meno autorevoli e sempre più autoritari.
Così anche Ernest Borgnine, attore di oltre 130 film, ci ha lasciati quasi in sordina, perché in Italia la sua scomparsa ha dato luogo solo a qualche articolo, spesso relegato nella pagina della cultura che soltanto l’1 per cento della gente si degna di scorrere.
Per inciso, Borgnine era anche uno dei “grandi Italiani” che si sono fatti strada nel cinema, come Frank Sinatra (Francis Albert Sinatra) Dean Martin (Dino Paul Crocetti) Victor Mature (Vittorio Maturi) John Saxon (Carmine Orrico) Frankie Avalon (Francis Thomas Avallone) Richard Conte (Nicholas Peter Conte) Robert De Niro, senza contare la schiera di registi – De Palma, Cimino, Scorsese ecc. – e di cantanti, sopra tutti quel Frankie Laine (Francesco Paolo Lo Vecchio) che eseguiva le colonne sonore cantate di “Mezzogiorno di fuoco”, “Ballata selvaggia” e “Sfida all’O.K. Corral”.

Nato a Hamden, Connecticut, il 24 gennaio 1917, Ermes Effron Borgnino – figlio di Camillo Borgnino originario di Ottiglio (Alessandria) e Anna Boselli di Carpi (Modena) – visse per quattro anni in Italia, dove la madre lo portò in seguito alla separazione dal marito. Militare in marina durante il secondo conflitto mondiale, il giovane si iscrisse poi alla Randall School of Drama di Hartford, nel Connecticut, indirizzandosi alla carriera teatrale e cinematografica. Nel 1949 debuttò a Broadway con la commedia “Harvey”, ma due anni dopo si trasferì a Los Angeles per tentare il suo approccio con la magica Hollywood. Vi riuscì nel 1953, ottenendo una parte nel celebre “Da qui all’eternità” di Fred Zinneman, il regista che aveva innalzato il western ai suoi livelli più alti con “Mezzogiorno di fuoco”, conquistando 4 Oscar. Da quel momento la carriera di Ermes – divenuto Ernest Borgnine per gli schermi – registrò un’ascesa costante.
Di aspetto certamente non bello – denti sporgenti, sopracciglia folte, corporatura piuttosto pesante, pancia prominente – guadagnò tuttavia ruoli significativi, indimenticabili per il pubblico che lo apprezzava. Nonostante recitasse spesso in ruoli di cattivo o non sempre schierato dalla parte giusta, vinse addirittura un Oscar al miglior attore protagonista per la magistrale interpretazione del timido macellaio italo-americano Marty Piletti in “Marty. Vita di un timido” diretto da Delbert Mann nel 1955, dopo essersi creato la fama di malvagio rivestendo i panni del sadico sergente Judson in “Da qui all’eternità”.
Nel 1954 Borgnine comparve in “Johnny Guitar” di Nicholas Ray, al fianco della texana Joan Crawford e di Sterling Hayden, nel ruolo secondario del truce Bart Lonergan, interpretando lo stesso anno altri due film: “Cacciatori di frontiera” di Andrè De Toth insieme a Randolph Scott e soprattutto “Vera Cruz” di Aldrich, dove affiancava Gary Cooper e Burt Lancaster in uno dei maggiori western “messicani” della storia del cinema.

Dal 1955 al 1958 Borgnine lavorò in “Alamo. The Last Command”, di Frank Lloyd, ancora con Hayden, “Vento di terre lontane” di Delmer Daves, con Glenn Ford e Rod Steiger e “Gli uomini della terra selvaggia” sempre di Daves, con Alan Ladd e Katy Jurado, prima di assentarsi dal western per alcuni anni. Riapparirà nel discutibile “Vivere da vigliacchi, morire da eroi” di Gordon Douglas (1967) dove sarà il convincente sergente Otto Hansbach, spalla dell’enigmatico e crudele colonnello Valois interpretato da John Mills. Nel medesimo anno ebbe una parte di rilievo anche in “Quella sporca dozzina” di Aldrich, nel quale non smentì la sua scorza di irriducibile duro. Si sarebbe segnalato infatti, nuovamente come protagonista, ne “L’imperatore del Nord” (Aldrich, 1973) come l’implacabile capotreno Shack, che si libera dei viaggiatori clandestini in modo brutale: una parte che, tralasciando i discutibili metodi impiegati, gli era congeniale, essendo figlio di un ferroviere.
Il passaggio da Aldrich a Sam Peckinpah, l’”apostolo della violenza”, fu breve. Nel 1969 recitò ne “Il mucchio selvaggio”, insieme a William Holden, Robert Ryan, Edmund O’Brien e Warren Oates. Questa volta si trovò a sostenere la parte del duro dal cuore sensibile, vestendo i panni del bandito Dutch, che sacrifica la propria vita insieme ai compagni – tutti fuorilegge – nella disperata impresa di sterminare un intero battaglione di rivoluzionari per rendere giustizia ad un amico trucidato dal crudele generale Mapache. Poi Borgnine partecipa a “Quei disperati che puzzano di sudore e di morte” di Julio Buchs, che pur appartenendo alla serie dello “spaghetti western” riesce a mettere in risalto la sua bravura nella parte del messicano Pedro Sandoval. Nel 1971interpreta un film inglese dal titolo “Annie Caulder” diretto da Burt Kennedy, al fianco di Raquel Welch, Cristopher Lee e Jack Elam. Benchè il soggetto di Ian Quicke e Bob Richardson non sia dei peggiori, il titolo italiano usato dalla distribuzione – “La Texana e i fratelli Penitenza” – lo fa apparire come uno dei tanti “fagioli western” messi in circolazione dopo il boom di “Per un pugno di dollari”. L’anno seguente, recita in “The Revengers” (“La feccia”) di Daniel Mann, che a giudizio della critica rappresenta un’occasione sprecata, considerato il cast di tutto riguardo che vi lavora: William Holden, Borgnine, Woody Strode e Susan Hayward, al suo addio dagli schermi. L’ultima interpretazione del nostro Ernest in un western è quella del film di Joe Camp “Shadows of the Past” (titolo originale “Abilene”, un nome che evoca le pagine più turbolente della storia della Frontiera americana) che tuttavia non è mai stato proiettato, come tante altre pellicole statunitensi, nelle sale italiane e non è reperibile neppure in DVD.
Dopo quella data, la carriera di Ernest Borgnine è proseguita con una ventina di altri lavori, fra i quali, citando solo i film di argomento western, ricordiamo “Blueberry” di Ian Kounen, liberamente ispirato al fumetto omonimo di Jean Giraud e Jean Michel Charlier. Il nostro attore, ormai ottantasettenne, vi interpretava un personaggio marginale.
L’8 luglio 2012 l’attore si è spento per insufficienza renale in una clinica di Beverly Hills, all’età di 95 anni suonati. E’ stato uno degli ultimi grandi caratteristi anche del genere western, ma forse definirlo semplicemente un caratterista è troppo poco, perché, anche impegnato in ruoli periferici, ha sempre dimostrato di essere un vero protagonista.

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